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SON OF A GUN

Australia. Il diciannovenne JR (Brenton Thwaites), finito dietro le sbarre per un reato minore, ci mette ben poco a comprendere la durezza della vita in reclusione.

Per sua fortuna (???) viene preso sotto l'ala protettrice nientemeno che del nemico pubblico N.1, il noto criminale Brendan Lynch (Ewan McGregor). Inutile dire che nella vita (e dietro le sbarre) niente è gratuito e che l'ergastolano non agisce per generosità.

Pretende infatti che, quando JR sarà fuori (chiaramente uscirà a breve), gli renda il favore e gli organizzi l'evasione.

Il ragazzo esegue e l'impresa riesce ma questo non sarà che l'inizio del suo coinvolgimento nelle attività di Brendan.

Il giovane imparerà rapidamente, pur non perdendo l'innocenza di fondo, che nel mondo della malavita l'esistenza è come una partita a scacchi.
Per ottenere il controllo, si deve stare poche mosse davanti al proprio avversario.
Perdere il controllo significa rischiare di diventare una pedina in un gioco molto pericoloso.

Sarà l'incontro con Tasha (Alicia Vikander), giovane femmina da esibire da parte di un boss molto crudele, a cambiare il suo modo di guardare al futuro.

Parte come carcerario, poi si trasforma in uno "sporco" poliziesco, dove c'è in ballo un clamoroso furto di lingotti d'oro, questo SON OF A GUN.

Il regista Julius Avery al debutto nel lungometraggio con una sua sceneggiatura ha strutturato un cast discreto avendo quale interprete protagonista Ewan McGregor, stranamente ma credibilmente nella parte del criminale incallito, duro e anche spietato, ma non privo di un suo codice morale.

Pur ammettendo che molta parte del film sa di già visto, rimane interessante lo sviluppo nel rapporto fra il "boss" imprendibile e il giovanissimo pupillo prescelto.

Il finale sentimentale alza un po' le quotazioni e lascia con il dolce in bocca.

NIGHTWATCH

nightwatch
Usa. Un pò di fifa ce l'ha lo studente di legge Martin Bells (Ewan McGregor), ma i soldi, per mantenersi agli studi, gli fanno comodo.
Poi, pensa, chissà se il mio anziano predecessore avrà davvero visto i fattacci di cui mi ha raccontato.

Così accetta il lavoro di guardiano notturno dell'obitorio, nonostante le perplessità della graziosa fidanzata Katherine (Patricia Arquette), che s'infuria appena l'amicone James presenta al suo ragazzo la giovane squillo Joyce.

Proprio la sesta vittima del sadico killer di prostitute, un necrofilo che ha l'abitudine di cavare gli occhi alle sue vittime, su cui indaga con flemma lo sciroccato ispettore Cray (Nick Nolte).

E il povero, innocentissimo, studentello di legge finisce al primo posto nella breve lista dei sospetti autori degli omicidi.

Sorpresissima.

NIGHTWATCH, disordinato, macabro, lugubre e perverso giallo-horror,  rappresenta lo strano caso di un remake a distanza ravvicinata di un film (Nattewagten, 1995), campione d'incassi in Danimarca e diretto dallo stesso regista.

Con l'indubbio merito di limitare al minimo gli effettacci con le consuete cascate di sangue finto riuscendo comunque a creare una discreta tensione (il primo giro col vecchio custode, l’alito, la scena del campanello).

Nel clima di terrore inutile cercare motivazioni o logica: è un'illusione cercare di spiegare razionalmente il dilagare del male.

L'UOMO NELL'OMBRA

Londra. È stato scelto il taciturno ghostwriter (Ewan McGregor) per metter mano, rivoltandola da cima a fondo, alla monumentale autobiografia dell'ex premier inglese Adam Lang (Pierce Brosnan), che vive su un'isola negli Stati Uniti con la moglie, la segretaria e le guardie del corpo.

Lo scrittore di serie b per 250mila sterline va a sostituire il precedente ghost writer che è morto cadendo da un traghetto in circostanze alquanto misteriose.

Si trasferisce così sull'isola accolto dalla disinvolta segretaria, e amante non troppo segreta, dell'uomo politico, Amelia Bly (Kim Cattrall), e dalla sua riservata moglie Ruth (Olivia Williams), su cui fa presto un giro.

In breve tempo l'uomo comprende di essersi accollato un'impresa scottante e non solo sul piano letterario. 

Lang viene infatti accusato di avere, nel corso del suo mandato, consentito la tortura di prigionieri sospettati di terrorismo e di avere non confessati legami con la Cia. Insomma scheletri nell'armadio. 

Con finale a sorpresa.

L'UOMO NELL'OMBRA è un avvincente, pur se aggrovigliato, giallo fantapolitico del poliedrico Roman Polanski che con questo thriller si rifà al grande Hitchcock con una consapevolezza della classicità che pochi possono vantare senza scadere nel rifacimento privo di originalità.

Il regista approda con quest'opera al thriller con risvolti spionistici grazie a un romanzo che rispetta molto e a un Ewan McGregor, in un personaggio privo di identità, che ricorda senza perdere nulla in modernità (Al Qaeda e soprattutto Cia sono sempre minacciosamente presenti) i "classici" Cary Grant e James Stewart di un tempo.

E' perfetto nei panni dell'uomo qualunque che conduce il gioco tra continue sorprese e parziali rivelazioni, un nutrito manipolo di doppiogiochisti, un paio di signore meno calienti del previsto e l'ambiguo ex 007 Pierce Brosnan.

SENZA APPARENTE MOTIVO

Londra, giorni nostri. Una famiglia come tante dei quartieri popolari. Sono giovani e hanno un figlio. Il padre (che è un esperto artificiere) e il bambino sono tifosi dell’Arsenal, una delle tante squadra della city londinese.

Un giorno si recano entrambi ad assistere a una partita della squadra del cuore. Approfittando dell’assenza del marito la moglie (Michelle Williams) invita a casa lo scapolone Jasper Blake (Ewan McGregor), affascinante giornalista con il quale, ironia della sorte, sta avendo un focoso rapporto sessuale proprio mentre allo stadio figlio e marito rimangono vittime di ordigni di un vile attentato terroristico di matrice islamica.

Tra le vittime ci sono il marito e il figlio il cui corpo però non viene ritrovato con certezza. Il senso di colpa pervade la donna, in una strana elaborazione del lutto, nel vano tentativo di poter cancellare quel momento e nella certezza di non poterci riuscire.
Su consiglio di uno psichiatra scrive una lunga lettera a Osama Bin Laden.
“…quel giorno tu hai ucciso delle persone e io ho ucciso l’amore!”
L’amore come sempre però trionferà.

Gli attentati terroristici al cinema possono essere utilizzati sotto molteplici aspetti. Possono divenire occasione per thriller in cui se ne indaga la preparazione così come elemento di base per riflessioni di carattere socio-politico oppure svariare in molteplici ambiti così come è accaduto per i film realizzati sull’attentato alle Twin Towers.

La scelta della regista Sharon Maguire (Il diario di Bridget Jones), leggere i riflessi di atto terroristico attraverso le ossessioni che attraversano una madre che ha perso il figlio adorato (il film impiega tutta la parte iniziale per mostrarci l’intensità di questo legame affettivo) è chiaramente uno spunto originale anche se poi lei non si rivela particolarmente adatta al compito che si è assegnato.

Il problema che finisce a insistere solo su un tono dolente reiterato senza personalità. Tutta colpa di una sceneggiatura senza nerbo, francamente senza alcuna capacità di sviluppare ciò che ha scatenato disperdendosi nel voler ricercare troppi elementi a cui agganciarsi. Non basta il problema della relazione con il giornalista (che ha fornito l’occasione della scena quasi hard sviluppata in contemporanea con l’attentato trasmesso dalla televisione) ma si aggiunge una relazione con un collega del defunto marito nonché un pedinamento e conoscenza con il figlio di uno degli attentatori.

Così la noia regna sovrana. I guai della protagonista - quanto mai spaesata: l'attrice è modestissima, e i difetti di copione l'aiutano a soccombere - e il suo inabissarsi nella follia non prendono, non catturano l'attenzione, per una evidente incapacità narrativa.

SEX LIST - OMICIDIO A TRE

New York. Il timido, occhialuto e solissimo Jonathan McQuarry (Ewan McGregor), diligente contabile di umili origini che si è fatto da sé e lavora per un'azienda che cura i floridi interessi di svariate grosse società, è straordinariamente ingegnoso sul lavoro quanto altrettanto inesperto nel privato.

Non ci mette molto a farsi irretire dallo spavaldo e fascinoso avvocato sottaniere Wyatt Bose (Hugh Jackman) che grazie a lui scopre un universo a lui sconosciuto, quello notturno, pulsante e sensuale della New York da bere.

Grazie a un (premeditato?) scambio di cellulari e il frastornato impiegatino inizia a ricevere, ben volentieri, delle telefonate femminili in cui la domanda "Sei libero stasera?" sta per "Vuoi fare l'amore con me senza complicazioni?". Insomma sesso e giochi erotici senza impegno.
Approfittando della Lista dell'amico libertino, momentaneamente fuori città per lavoro, il giovane contabile si lancia nell'avventura erotica dell'esclusivo club del sesso, dove vige la rigorosa regola che proibisce di uscire dall'anonimato, finché non incontra S (Michelle Williams), una misteriosa biondina di cui finirà per innamorarsi.

Ma la ragazza sparisce, sequestrata dal subdolo legale, pronto a ricattare il travet: o sottrai venti milioni di dollari dai fondi neri delle corporation che hai sotto mano oppure la tua biondina farà una brutta fine.

Appuntamento col contante a Madrid.

Non ci sono sfumature in questo SEX LIST - OMICIDIO A TRE, il prevedibile thriller, senza un briciolo di suspence, diretto dall'esordiente Marcel Langenegger, né tonalità di grigi sugli abiti vestiti dai protagonisti. Il buono, il cattivo e la femme fatale, pur trovando degli egregi interpreti nel fesso patentato Ewan McGregor, nell'esageratamente disinvolto Hugh Jackman e in Michelle Williams, non sorprendono nei loro gesti e nelle loro reazioni. Tutto quello che ci si aspetta viene generosamente servito su un piatto decorato con sapienza e gusto dall'italiano Dante Spinotti (già direttore della fotografia in L.A. Confidential e Insider - Dietro la verità).

Lo stile è senza dubbio impeccabile, a partire proprio dalla fotografia che eccelle nelle riprese in notturno. D'altronde Langenegger è un regista che proviene dal mondo pubblicitario dove le immagini patinate servono a vendere un prodotto e con la stessa ottica confeziona la sua opera prima.

Quanto alla trama del film, imperfezioni e banalità a parte, e nonostante il paravento morboso, che tra le femmine di lusso rispolvera l'ancora ben conservata Charlotte Rampling, comunque troppo matura per i letti d'albergo, non c'è niente di peggio di un thriller che sin dal trailer spiattella tutta la storia senza lasciare molto spazio all'immaginazione dello spettatore.

L'UOMO CHE FISSA LE CAPRE

Kuwait City, 2003. Cornificato e abbandonato dalla moglie, il pavido ed impacciato giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor) è arrivato in terra mediorientale a caccia dello scoop della vita, nel tentativo disperato e maldestro di attirare l'attenzione della fedifraga consorte.

In loco incontra lo stralunato marmittone Lyn Cassady (George Clooney), soldato Jedi (?) e monaco guerriero appartenente alla New Earth Army, una segretissima unità sperimentale dell'esercito americano che vuole "combattere" le guerre armata solo di poteri psichici, il flower power.
Tanto da essere in grado di attraversare i muri e di fermare con lo sguardo il cuore di una capra, abili nel leggere nel pensiero del nemico e nel dissolvere le nuvole nel cielo con la sola intensità dello sguardo.

Strada facendo, tra rapimenti e vagheggiamenti, il giornalista e il soldato s'imbattono proprio, nel fondatore dell'esercito hippy, il folle e "stupefacente" reduce del Vietnam, l'alto ufficiale con codino Bill Django (Jeff Bridges), che presta la sua opera in una base militare nel deserto iracheno, diretta dall'esaltato in divisa Larry Hooper (Kevin Spacey).

Accolto tra le sue fila il giornalista, iniziandolo al lato nobile della Forza, alla fine il pennivendolo scriverà il suo articolo e ristabilirà l'equilibrio nella Forza.

Ispirato (forse) a un'incredibile storia vera e trasposto (innegabilmente) dal libro di Jon Ronson, L'UOMO CHE FISSA LE CAPRE, diretto dall'esordiente Grant Heslov, che si aggira, a quarant'anni di distanza, dal'impagabile "M.A.S.H" di Altan, è una commedia antibellica demenziale, dissacrante e ambiziosa (e, in qualche passaggio, anche un tantino noiosa).

Non molte, in verità, le battute divertenti, troppi i tempi morti e risaputa la satira contro i guerrafondai, in primis georgedabliubush.

Bravissimi comunque i caricaturali interpreti, tutti perfettamente in parte e ad alta densità burlesca, a cominciare da George Clooney, barba lunga e aria svagata, che si muove bene tra parodie, dialoghi new age, giochi linguistici, citazioni e filosofia "star wars".

STAR WARS EPISODIO II - L'ATTACCO DEI CLONI

Lassù tra le galassie, vattelapesca dove, in un lontanissimo futuro. La graziosa Amidala (Natalie Portman), ora senatrice (retrocessione?) corre pericolo di vita: ci sono dei ribelli che vogliono toglierla di mezzo, l'intento è naturalmente sovvertire l'ordine costituito.

Scampata a un attentato dei separatisti, ora vegliano su di lei il solito Jedi Obi-Wan-Kenobi (Ewan McGregor) e la new entry Anakin Skywalker (Hayden Christensen) che ormai stracotto, ignora il "divieto d'amare" della sua casta e si innamora di Amidala-Giulietta e, con castissimo scambio di baci, la segue sul tranquillo pianeta Naboo.

Dopo aver invano tentato di salvare la mamma ferita a morte, e non prima di averla sanguinosamente vendicata (il primo passo verso il lato oscuro, un passo deciso e influenzato non dal solito atto di malvagità, quanto da una conseguenza del tutto umana) raggiunge il suo compagno d'armi per dare battaglia al perfido conte Dooku (Christopher Lee), con la Repubblica ormai sull’orlo dei caos politico e un movimento separatista formato da centinaia di pianeti e potenti corporazioni pronti alla guerra.

Fuori le spade laser, miei prodi.

STAR WARS EPISODIO II - L'ATTACCO DEI CLONI è un convulso e fragoroso fumetto galattico di George Lucas, quinto dei sei episodi e secondo dei tre prequel (roba da matematici e calcolatrici) di indubbia spettacolarità ed elefantiaca lentezza.

Il digitale è perfetto, con grande spreco di fantasia, il patinato non è migliorabile, gli intrecci stellari sono stati tutti esplorati. Rimaneva il sentimento, l'amore da inserire nel calderone.
La macchina degli effetti affianca la macchina degli affetti. Il dispositivo visivo prova a non schiacciare le psicologie (il dolore e l’amore offuscano l’animo di Anakin e preludono al suo tragico destino).

Pur con la scenografia naturale del lago di Como inserito come dolce culla di promessi sposi (quel ramo…), è evidente l'incapacità di accendere i cuori.

Come un archeologo digitale, il filmmaker George Lucas porta alla luce i reperti, gli strati geologici, gli utensili (doni, droidi, spade, navicelle, pezzi di ricambio, creature umane e protoumanoidi), i frammenti di una civiltà fantasy, di un’era proiettata nello spazio infinito, di un universo parallelo dove, come al di là di uno specchio e per simmetria, cavalieri erranti, senatori, antichi maestri, principesse bellissime, mercanti e separatisti sono i protagonisti di una lotta tra Repubblica e impero.

Contano il potere e l’egemonia e conta un karma misterioso, tecnologicamente avanzato eppure sentimentalmente arcaico.

Male e Bene. Edipo. Le cose, gli affetti, le emozioni frenate da una saggezza in cui il desiderio è interdetto.

STAR WARS EPISODIO I - LA MINACCIA FANTASMA

Naboo, in un futuro lontano. Parte da una questione di tasse la guerra (molto confusa) che contrappone la giovanissima regina Amidala (Natalie Portman), sovrana dell'idilliaco pianeta, al gruppo di cinici prepotenti della Federazione Commerciale, che controlla i traffici della galassia ignorando i diritti e le proteste dei legittimi governi.

Inoltre hanno invaso il pianeta.

La regina giustamente ribelle si salva con l'aiuto di due coraggiosi Jedi, il maestro Qui-Gon Jinn (Liam Neeson) e l'apprendista Obi-Wan Kenobi (Ewan McGregor), casualmente instradati dal lucertoloide gungan Jar Jar BInks.

Imbarcata la regale fuggitiva sull'astronave, i nostri eroi partono per Corruscant ma sono costretti a fermarsi per un guasto sul sinistro pianeta Tatooine dove si imbattono nel piccolo Anakin Skywalker (Jake Lloyd) (futuro padre di Luke e Leila nonché crudelissimo Lord Dart Vader nda): perbacco che Forza ha questo bambino schiavo. 

Vuoi vedere che da adulto diventerà uno Jedi?

Frattanto sventiamo il complotto del perfido Darth Sidious e le oscure trame del senatore Palpatine (futuro malvagio imperatore).

Sedici anni dopo il primo episodio (che in realtà è il sesto), ecco il capitolo quarto (che sarebbe il primo). Lasciando da parte i conti, e la faccenda del sequel e del prequel, che farebbero impazzire un matematico di quelli bravi, trattasi di western spaziale. 

Intendiamoci subito: STAR WARS EPISODIO I - LA MINACCIA FANTASMA non è uno di quei capolavori che ti lasciano lì a urlare "ohhh... " dall'entusiasmo ma insomma, la sua porca figura la fa, perchè George Lucas ha (ri)fatto le cose in grande, invogliato dai moderni effetti digitali.

Il cui tentativo è abbastanza chiaro: creare per la saga un autentico universo parallelo. Storia, filosofia, politica, perfino una religione s'è inventato. E qui sta il fascino di Star Wars che ormai un impero economico sono diventate.

Almeno per il regista, che sono anni che fa su soldi coi gadget e i libri su Darth Vader, Luke Skywaker, Han Solo e compagnia.

Interessante, poi, l'interpretazione che George Lucas offre della politica vista essenzialmente come corruzione e lotta spietata, in cui gli onesti sono destinati alla perdizione.

THE ISLAND

Vattelapesca dove, nel 2019 (propro come in "Blade Runner"). Nell'enorme alveare di cemento, un palazzone blindato, vagano gli inconsapevoli cloni, sorvegliati e controllatissimi, con le loro splendide e fichissime tutine bianche optical design.

Il baldo Lincoln 6 Echo (Ewan McGregor) fa gli occhi dolci alla bionda e deliziosa Jordan 2 Delta (Scarlett Johannson), in un corteggiamento sui generis mentre sono impegnati in faccende inutili, nella snervante attesa di vincere il premio della lotteria, ovvero l'accesso all'Isola, uno zuccherino che rappresenta l'unico vero scopo per loro.

L'Isola che tutti sognano rappresenta quella parte di mondo rimasta salva da una contaminazione che esiste solo nella mente dei cloni che, dotati tutti quasi (con poche varianti) degli stessi ricordi di infanzia impressi dal cinico direttore/padrone Merrick (Sean Bean), sono manipolati e controllati come bambini, ancora ingenui.

Finchè i due colombi, dopo che Lincoln ha visto cose che non doveva vedere, s'involano verso la libertà, scatenando le ira del despota, che gli sguinzaglia dietro il nero (di colore) scherano Albert (Djimon Hounsou).

Perchè il mondo non deve sapere.

Riusciranno i nostri eroi a salvare la pelle e a trovare un'identità?

THE ISLAND è un fragoroso, abbastanza pasticciato e certamente tirato un pò per le lunghe fumettone fantascientifico del regista Michael Bay, che navigando nel vasto mare dell'avventura assemble quesiti di ingegneria genetica (e relative devianze) e dubbi parafilosofici sulla clonazione umana.

Perchè il tema principale del film è l'aspirazione innata ed eterna dell'uomo di eguagliare e sentirsi Dio onnipotente. Nel film si realizza grazie al progresso della scienza messo al servizio prettamente del Dio "guadagno": l'uomo crea e distrugge la vita di cloni preparati in laboratori, isolati e utilizzati poi come pezzi di ricambio, perfettamente sostituibili agli originali, grazie al comun denominatore del DNA, per allungare la vita agli "originali", uomini ricchi o di potere che vivono nel lusso sulla terra. Per raggiungere l'"immortalità", o andarci vicino.

Chiaramente dipinti come vacui, superficiali e senza nessun dubbio etico o morale.

Dobbiamo dire che il soggetto, ormai, viste le notizie che ogni tanto spopolano sulla rete ed oltre, è incredibilmente attuale più che fantascientifico e rappresenta quello che vorrà essere il prossimo passo dell'uomo in campo scientifico: clonare essere umani.

Ma che passo sarà? Avanti o indietro? E quali le conseguenze di una generazione assemblata in batteria?

La prima parte del film è ben girata ed è quella più originale. La seconda parte del film si distacca dal tema di partenza per mostrare allo spettatore immagini mozzafiato di altissimo livello tecnologico, anche se lo spettatore si ritrova in balìa di esplosioni e scontri da spaccare i timpani.

La fuga dei due protagonisti, coadiuvati dal bravissimo caratterista Steve Buscemi, indica come la capacità di porsi domande sia innata nella natura dell'uomo, reale o clone esso sia.

Nonostante il film utilizzi l'azione per non annoiare lo spettatore più cinico, il tema di base rimane ben presente e mentre lo spettatore meno pensoso si distrae nell'inseguimento, quello più avvezzo alle domande filosofiche continua a riflettere su un soggetto così poco futuribile.

Rimane angosciato e impaurito dall'uomo che è o si sente in grado di fare tutto.

Anche di essere un apprendista Dio.

BLACK HAWK DOWN

Il sole continua a splendere ignorando i disastri della guerra, la notte continua a scendere nel tempo della fame.

Se non è mai facile distinguere le ragioni dal torto, questa volta, almeno per me, non è così. Questo film prende spunto da un pezzo di Storia recente. Storia il cui ricordo degli accadimenti e del relativo significato è stato letteralmente vaporizzato, o meglio, vista l’ambientazione, polverizzato. Come se non fosse mai successo. Probabilmente travolto, surclassato, annichilito da avvenimenti più importanti. Siamo stati spettatori, attraverso la televisione, di quelle sequenze da video-game proposto con le ombre che si muovono su di un fondale verdino, con illuminanti e sinistri squarci di bianco sul teleschermo. La guerra in Iraq ai raggi infrarossi. I bombardamenti nella notte colorata di “verde”.

Qualcuno, forse pochissimi tra l’occidentale medio, si ricorda della guerra in Somalia. Ma, a dire il vero, anche, come canta Manu Chao nella sua ultima “Rainin in paradize”, della Monrovia, Congo o Zaire, Sudan (meglio dire Darfur) e delle molte guerre di Serie B, soprattutto dell’Africa. 

Della missione umanitaria iniziata dall’ONU all’inizio degli anni novanta per salvare il paese da una tremenda carestia e che ben presto si è trasformata in una vera e propria guerra. Da una parte le forze militari ONU impegnate in missione umanitaria (Restore Hope), dall’altra le bande armate somale. L’escalation militare che comportò l’invio da parte degli Stati Uniti di truppe scelte quali i Rangers (badate bene, non Marines) e la Delta Force per cercare di riportare ordine all’interno di un paese allo sbando. Dai sacchi di derrate alimentari con la bandiera azzurro stellata si passò ben presto a proiettili ed elicotteri recanti la figura a stelle e strisce. Dai servizi televisivi che mostravano in diretta un fittizio ed imbarazzante sbarco di soldati, perfettamente attrezzati e splendidamente vestiti ton sur ton, sulle coste somale agli scontri veri e propri. 

Fino alla cosiddetta “Battaglia di Mogadiscio”. Iniziata per impedire che le derrate alimentari finissero nelle mani sbagliate. Quelle dei feroci “Signori della guerra” e delle loro milizie. Una ferita ancora aperta ma ormai passata nell’oblio. Così come tutta l’operazione somala.

Si, perchè il film in questione, del regista Ridley Scott (presentazioni inutili, nevvero?) è tratto dal libro che ripercorre la vera storia della “Battaglia di Mogadiscio”,  con l’impegno americano (Presidente Bill Clinton, passato alla storia per i sigari e le stagiste, rigorosamente serviti insieme) in una terra senza petrolio (ricordi, anima bella?) e analizza sotto la lente di ingrandimento, come già ampiamente detto, un singolo episodio della “guerriglia” somala. 

E il titolo nasce dal rafforzamento dell’uso della simbologia racchiusa nell’abbattimento dell’affidabile macchina da guerra volante, potente simbolo della superiorità tecnologica che protegge dal cielo la missione dei soldati, simbolo anche cinematografico della onnipotenza militare statunitense (come non ricordarsi della cavalleria volante di APOCALYPSE NOW), e poi di un’altro, cosa che fa dire al Gen. Garrison (Sam Shepard), dalla sua saletta di regia: “Abbiamo perso l’iniziativa”. Costretti alla difensiva. Trascinati allo scontro sul terreno.

Somalia, 3 ottobre 1993. Elmetto ben calzato, giubetto antischegge e controllare la dotazione. E’ un war-movie. Formazione di copertura. Occhi aperti. In marcia.

Dopo i 15 minuti iniziali, utili per godere della visione di un Oceano Indiano bello e pericoloso, inizia il tutto. Lo sbarco dei Rangers comincia male per il Sergente Eversmann (Josh Hartnett): il soldato Todd Blackburn cade dall’elicottero mancando la corda (il pilota dell’elicottero è costretto a virare bruscamente per evitare un razzo di un RPG, un lanciagranate a spalla di fabbricazione sovietica nda). 

”Uomo a terra. Uomo a terra”. Ed è solo l’inizio. Il sottufficiale al comando è costretto a portare subito il ferito all’edificio obiettivo e poi ritornare in postazione. Ma le cose si mettono male quando il Black Hawk di Wolkott viene abbattuto. Eversmann e i suoi devono andare sul luogo dell’impatto per soccorrere i caduti lasciando due uomini in posizione in attesa delle Jeep, che non arriveranno mai. Costringendo i due soldati, una volta accortisi di essere stati “dimenticati”, ad attraversare la città da soli, per ricongiungersi agli altri. 

Tutti i Rangers dovranno confluire sul luogo d’impatto.

Purtroppo le Jeep dovrebbero andare ancora a riprendere i feriti del Black Hawk ma la città è ormai in stato di guerra ed è fallito l’effetto sorpresa. 

Il cap. Steele e gli altri invece sono in difficoltà e non riusciranno ad arrivare al luogo dell'impatto. Anche la colonna di jeep guidati dal colonello dei Rangers McNight (Tom Sizemore) dopo vari tentativi, effettuati sotto la pressione nemica mentre attraversa i vicoli, non riesce a raggiungere il luogo d’impatto e, per i troppi feriti, deve rientrare alla base. Anche il Black Hawk di Durant viene abbattuto ed egli è l’unico a sopravvivere alla caduta. Dal loro elicottero due tiratori scelti della Delta, Shughart e Gordon, si prestano volontari e scendono a terra per coprire il Black Hawk. Moriranno nell’azione disperata e, probabilmente, persa in partenza, mentre il pilota superstite sarà catturato.

I Rangers e i Delta sono costretti così a passare la notte asserragliati nella capitale disastrata da fame e bombe.Il comando dovrà chiedere , tra gli imbarazzi comprensibili e facilmente immaginabili, aiuto ai pakistani che dispongono di mezzi blindati. Alla fine, verranno portati via.

L’azione che doveva durare trenta minuti durerà quindici ore e costerà la vita a 19 soldati americani e più di mille somali (compresi, si immagina, civili). I Sergenti della Delta Force Gary Gordon e Randy Shughart saranno i primi soldati americani a ricevere la medaglia d’onore dopo la fine della guerra del Vietnam. Michael Durant verrà rilasciato undici giorni dopo la cattura.

Dialoghi da semiologia spicciola, come da genere (filmico), anche perchè i soldati non conoscono il mito di Edipo o l’Orestiade di Eschilo. Ma acuminate come rostro. Molto rumore. Ma se volete dormire vi posso consigliare, a gratis, “Aprile” di Nan(n)i Moretti. Con me ha funzionato meglio di una intramuscolo di valeriana. Ma con questo film eviterete l’imbarazzante situazione di trovarvi costretti a mendicare, per tirarvi su, una striscia di cocaina ai vicini di casa. Non si fa. Mendicare, dico.

Black Hawk Down non racconta, non spiega, nè tenta di farlo, nulla. E’ solo la rappresentazione della guerra moderna.

La guerra rappresentata nel puro agire delle cose e degli uomini, nel movimento caotico degli stessi, con gli ordini urlati nel fragore delle armi automatiche. Con azione e reazione, onda e risacca. Con le gerarchie tenute in piedi a fatica nell’incalzare caotico della battaglia. Con la lucidità che si sbriciola sotto il peso della paura. Che tutti i soldati provano, perchè tesa alla conservazione fisica. Il coraggio è teso alla conservazione morale (Von Clausewitz nda).

Con la sulmafide a debellare le infezioni. Il plasma a salvare vite. La morfina a smorzare le urla.

Non cercate contenuto, dicevo, nel film. Troverete invece, una ammirazione estetica dell’azione di guerra, un solido cameratismo (”Nessuno resterà indietro”, neanche i caduti. E’ il motto dei Rangers) e una blanda condanna del dolore provocato da tutte le guerre. Impalpabile. Eterea. Che rende meglio visibili tutta una serie di contrasti che il film pone in fila indiana, senza parlarne. 

Con la politica, che dispone, e i militari, che operano con il bisturi nel corpo malato della realtà del campo; la lotta dei ricchi (tonnellate di viveri e attrezzature, fortini in mezzo al nulla) contro i poveri, dei bianchi contro i neri, dell’asettico e tecnologico mondo (post)moderno che si scontra con il barbaro e sanguigno mondo (pre)medioevale dell’Africa nera.

La differenza tra guerra come scontro tra eserciti regolari e guerriglia come lotta tra irregolari e gruppi scelti; lo scontro razziale tra un esercito di elite formato quasi esclusivamente da bianchi e un gruppo di uomini neri male addestrati, circondati dalla fame ma armati sino ai denti, di quelle micidiali armi inventate dal caro compagno Mikhail Timofeevich Kalashnikov e proprie di ogni esercito di straccioni. Un arma che fa dell’affidabilità il suo pregio principale. Talmente affidabile che può trasformare un bambino, o una scimmia, in un combattente. 

Non un “soldato”. Vi chiedo di fare attenzione alle parole : combattente.

Contrapposti alla figura del “Soldato”. Quell’uomo, quel cittadino, che ha il compito di saper usare, gestire e dominare la violenza. Il soldato non è un selvaggio. Ed è frutto della superiorità di una civiltà che non solo sa che la violenza è inevitabile, ma pure ha coscienza del fatto che essa deve essere usata, misurata, controllata e infine spenta in modo ordinato quando di essa non si abbia più bisogno. Una società che non sappia più l’arte del soldato, che non sappia entrare in contatto con la violenza e dominarla, rischia di essere impotente, cioè di essere spazzata via dalla Storia. E la Storia, ci piaccia o no, continua a tingere la sua tela con i colori della violenza. Che rimane, ad ardere nella vita degli uomini, anche se facciamo finta di non vederla. Trasformarla in un semplice tabù non ci salverà.

I francesi dicono: à la guerre comme à la guerre. E vuol dire che non si può andare in guerra preparati come ad una passeggiata di primavera. Da tempo, invece, noi occidentali nascondiamo le nostre guerre sotto la sabbia ipocrita degli ideali umanitari, della pace. Facendo apparire il soldato con le vesti azzurre del poliziotto Onu o con la maglietta multicolore del portatore di pace. Con la pretesa di vincere senza sparare un colpo. Con micidiali bordate di aria fritta. In Italia, con fenomenale esercizio di trombonismo sociopolitico veltronian-sinistrese. Popolo di eroi, non di eserciti.

Alcuni hanno paragonato BLACK HAWK DOWN al britannico ZULU DAWN (1979, Burt Lancaster e Peter O’Toole, tra gli altri) , paragone dettato dalla similitudine delle sconfitte (la cocente sconfitta del “moderno” esercito britannico contro la massa Zulu ad Isandlwana. 22 gennaio 1879). Anche qui il nemico è un branco senza individualità (magari qualcuno, quando scende dalle “tecniche”, le jeep armate tipiche di quell’area del Corno d’Africa, sembra più un esponente delle gangs di Los Angeles), motivato soltanto a uccidere ; i soldati bianchi si asserragliano in un fortino e, alla fine, arrivano i nostri. 

La perizia registica di Ridley Scott, che racconta in uno stile asciutto e pure concitato una drammatica storia vera che segnò una clamorosa disfatta per gli USA, è fuori discussione; la suspense che s’instaura nella prima parte, è efficace.

Anche se qui e là, il film sparge pillole di umanitarismo, è un war-movie da capo a fondo: senza un solo personaggio femminile, non un melodramma d’amore travestito da storia bellica quale era, per esempio, ‘Pearl Harbour’”.

Per stomaci forti. Per chi, come me, cerca di evitare le esaltazioni mistiche del bellicismo senza cadere nelle illusioni delle anime belle.

“….cavalli e cavalieri a combattere in un vortice di polvere tra alberi frondosi, sotto cieli screziati di nuvole dorate….”

Altri tempi. Buona visione.