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ASSAULT ON PRECINCT 13

Detroit. È la vigilia del nuovo anno mentre l'autobus che deve effettuare un trasferimento di delinquenti di mezza tacca, a parte uno, tale Marion Bishop (Laurence Fishburne), arranca e sbuffa nella tormenta di neve.

Niente da fare, il maltempo aumenta e dovranno fermarsi al Distretto 13, un posto di polizia in disarmo i cui inquilini si preparano al trasloco, per una sosta.

Nell'ultima notte a presidiare il Distretto in dismissione c'è il sergente capo Jake Roenick (Ethan Hawke), un buon poliziotto con un passato da dimenticare.

Si troverà a dover fronteggiare una vera e propria battaglia, una serie di attacchi, che mettono a dura prova la resistenza di tutti i presenti, costringendo lo sbirro ritrovato a collaborare con i detenuti.

Ce la farà il gruppo-non gruppo a sopravvivere?

Fare il remake di un film come "Distretto 13 le brigate della morte" di John Carpenter, mitico cult di frontiera tra il classico western e le nuove paure metropolitane (a sua volta ispiratosi al capolavoro di Howard Hawks , UN DOLLARO D'ONORE), poteva sembrare a priori la classica impresa buona per presuntuosi, o per incoscienti.

E invece il francese Jean-Francois Richet, senza mettersi in testa di far concorrenza all’originale, ha realizzato una serie B archetipica efficace e rigorosa, che non supera di certo il modello ma non lo fa neppure rimpiangere.

Infatti ASSAULT ON PRECINCT 13 garantisce due ore scarse di azione e alta tensione, senza il frastuono da videogame degli effetti speciali.

In pratica il regista priva la pellicola di tutte le implicazioni socio-politiche e la trasforma in un'onesto film d'azione che dirige in maniera pratica e funzionale, garantendo un buon ritmo e sfruttando al massimo le doti attoriali e di presenza scenica dei bravi protagonisti (Fishburne su tutti).
Alcune sequenze ben girate e il generale affiatamento tra gli attori fanno il resto.

Resta il mistero sul perchè, in questo caso, non si sia tradotto il titolo del film in italiano.

I SOLITI SOSPETTI

San Pedro (California). Nel terribile rogo della nave esplosa nel porto muoiono in ventisette. Si salva solo il pregiudicato zoppo Verbal Kint (Kevin Spacey), che spiega allo spazientito tenente David Kujan (Chazz Palmentieri).: è cominciato tutto un mese e passa fa a New York.

Mi trovavo in un commissariato per un confronto all’americana: con me c’erano l’ex piedipiatti Dean Keaton (Gabriel Byrne), i soci in rapine Fenster (Benicio Del Toro) e McManus (Stephen Baldwin) e l’esperto di esplosivi Todd Hockney (Kevin Pollack). E se chiudi cinque malfattori in una stanza cosa accade?

Ma è ovvio! Si mettono d’accordo per un colpo grosso, nello specifico quasi cento milioni di dollari di coca.

Macchè, era solamente una trappola visto che si accorgono di essere manipolati a distanza da Kayser Söze, potente genio del crimine che nessuno ha mai visto.

Complesso, contorno , con inganni a ripetizione, voce narrante fuori campo, flashback, perfino immagini menzognere, ma affascinante ed avvincente poliziesco del regista genialoide Bryan Singer, abilissimo nel manovrare la macchina da presa, ma ancor di più nel mescolare le carte in tavola in una storia carica di suspense, colpi di scena e zone buie.

Fino al finale scioglimento dell’enigma con due colpi di scena.

I SOLITI SOSPETTI  racchiude gli elementi del thriller e del noir, ha la mala, ha gli sbirri, c’è la droga, c’è l’avvocato con la faccia inespressiva che difende il ricco e misterioso cliente, c’è un manovratore (Kaiser Soze) e i manovrati, i soliti sospetti che vengono convocati puntualmente ad ogni violazione anonima di legge al commissariato per essere torchiati dai ferocissimi agenti della polizia metropolitana. Quando un commissiario non sa a chi dare la colpa di un crimine, beh, si fa portare i soliti “sfigati” in questura per l’interrogatorio di rito.

Nella pellicola è titanica la figura di Spacey ma anche quella dell’avvocato Kobayashi (Pete Postlethwaite), abile doppiogiochista e scaltro truffatore dell’intero gruppo di ladri, che viene utilizzato per realizzare il colpo grosso con l’illusione del proprio arricchimento, ma che alla fine non fa che arricchire il solo personaggio che nell’ombra muove i fili.

La convocazione in commissariato, all’inizio del film, è solo un pretesto per mettere insieme, in maniera apparentemente casuale, il gruppo di lavoro ed è architettata da quel genio del male che sta preparando il colpo. Tutti, in questo film, vengono manovrati da Kaiser Soze: polizia, criminali, spacciatori, killers.

Già, ma chi diavolo è Kaiser Soze? Esiste o è solo un nome fittizio?

Recitazione di squadra con Kevin Spacey claudicante, che prese l’Oscar come miglior attore non protagonista con Christopher McQuarrie per la sceneggiatura, come suddetto, sopra tutti.