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PATIENT ZERO

Pianeta Terra, giorni nostri. Una pandemia globale senza precedenti ha ridotto l'umanità al lumicino ed è stata la causa per l'evoluzione di una nuova specie.

Una forma aggressiva della rabbia trasforma gli infetti in predatori, dediti alla violenza.

In una base sotterranea, un manipolo di sopravvissuti cerca di individuare il "paziente zero" per mettere a punto un vaccino.

La dottoressa Gina Rose (Natalie Dormer) si sbatte nella ricerca avvalendosi di un sopravvissuto, Morgan (Matt Smith), inspiegabilmente rimasto umano dopo i morsi e dotato della capacità di parlare la loro lingua.

Troverà Morgan il modo di trovare una cura per salvare la moglie infetta e l'umanità?

PATIENT ZERO è l'ennesimo horror simil-zombico da pochi centesimi.

Se l'inizio può essere considerato minimamente interessante perché delinea un psicologia degli infettati diversa dal solito, lo svolgimento della trama non è altrettanto originale.

Si scivola nel più banale trito e ritrito, perfino nel noioso, con gli ultimi venti minuti che si trasformano in un ridicolo dramma sentimentale.

Quanto al cast, la presenza di un attore del livello di Stanley Tucci come specchietto acchiappa citrulli aggrava la situazione, mettendo ancora più in risalto il dilettantismo dei colleghi.

PATIENT ZERO è da evitare come la peste.

MARGIN CALL

New York. Nella grande banca d'investimenti di Wall Street è il neolicenziato in tronco Eric Dale (Stanley Tucci), che ha pochissimo tempo per prendere i suoi effetti personali e andarsene, a consegnare la chiavetta del suo pc al giovane analista Peter Sullivan (Zahary Quinto).

Ragazzo mio i conti non tornano per niente!

I dati sono freddi e spietati e dicono che la banca, appoggiandosi su azioni virtuali, ha le ore contate.

Il giovanotto mette in allarme le alte sfere e si convoca nella notte una riunione di emergenza con i big dell'azienda, in testa John Tuld (Jeremy Irons).

Bisogna vendere tutto ai clienti, chi se ne frega se sono titoli spazzatura che rovineranno famiglie.

L'etica? Sta ferma un giro.

MARGIN CALL è un eccellente thriller finanziario (quasi un dramma teatrale da camera), che racconta con stile asciutto, tensione crescente e linguaggio comprensivo anche ai non addetti le convulse ventiquattro ore prima della terribile crisi del 2008, in cui il mondo della finanza internazionale fu colpito dal più devastante terremoto della sua storia, dopo la fatale crisi del 1929, e di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

Quindi drammaticamente attuale.

Lo fa con i mezzi che il cinema ha a disposizione e con un cast di alto livello capace di trasformare la fiction in una efficace rilettura del vero. Ci aveva già provato (riuscendoci) Oliver Stone con WALL STREET - IL DENARO NON DORME MAI.

L'esaltazione del Dio Denaro riesce con ancora maggiore efficacia con questo film senza ricorrere a pistolotti moralistici, anche perchè la realtà è sotto gli occhi di tutti.

Nel granvalzer dei cinici emerge, dal cast in gran forma, l'imperturbabile luciferino capoclan Jeremy Irons: i suoi dialoghi sono illuminanti.

LA REGOLA DEL SILENZIO - THE COMPANY YOU KEEP

Albany (New York). Jim Grant è un avvocato a difesa dei diritti civili, vedovo e padre di una giovane figlia.

Dopo l'arresto di una ex attivista (Susan Sarandon) di un gruppo pacifista (???) radicale attivo negli anni del Vietnam, i Wheathermen,  rimasta in clandestinità per decenni, un giovane reporter ficcanaso, Ben Shephard (Shia LaBeouf), a caccia di scoop, avvia una serie di indagini.

La prima ed eclatante scoperta è legata proprio a Grant. L'avvocato ha un falso nome e ha fatto parte del gruppo, che si divertiva a far saltare stazioni di polizia, basi dell'esercito, uffici del Pentagono con ordigni "fuori orario" destinati a non mietere vittime. Su di lui pende un'accusa (ingiusta) di omicidio nel corso di una rapina in banca.

Grant è costretto ad affidare la figlia al fratello e a fuggire. L'FBI e Shepard, separatamente e con motivazioni diverse, si mettono sulle sue tracce.

Alla ricerca di prove di un'innocenza che vale per tutti incontrerà gli ex compagni, nascosti come lui sotto false identità. I militanti convertiti al presente non sono propriamente quello che ti aspetti...

"I segreti sono una cosa pericolosa, Ben. Pensiamo tutti di volerli conoscere. Ma se ne hai mai avuto uno, allora saprai che significa non solo conoscere qualcosa su un'altra persona, ma anche scoprire qualcosa su noi stessi". Così dice Jim Grant/Robert Redford al giovane giornalista che insegue lo scoop ma crede anche (e ancora) all'onestà altrui.

Con questo LA REGOLA DEL SILENZIO - THE COMPANY YOU KEEP Robert Redford, nel doppio ruolo attore/regista, torna perfino a correre in un robusto thriller politico d'azione dall'impronta progressista, vicino al cinema che lo ha reso famoso negli anni '70, mettendo in pratica la lezione imparata dagli amici/maestri, i vari Pollack e Pakula (tanto per citarne qualcuno).

Infatti nel film si ritrovano temi e tensioni di quello che fu il cinema democratico americano di cui Pollack fu uno degli autori di punta e Redford il suo interprete ideale.

Alla fine ne viene fuori un film, che non si può definire un capolavoro, ma che risulta ben fatto e godibile. Buona la storia, discreta la sceneggiatura, ottima la scelta del cast che annovera alcuni grandi attori e un coprotagonista (Shia LaBeouf) forse un pò intimidito al loro cospetto ma autore comunque di una prova più che dignitosa.

BURLESQUE

La bionda Ali Rose (Christina Aguilera) ha pochi soldi e una grande ambizione: lasciare la provincia americana per vivere il sogno americano.

La cocciuta ragazza lascia cosi su due piedini il pub nello Iowa per correre a Los Angeles.

Ha la fortuna di capitare al momento giusto nel sofisticato teatro di varietà Burlesque, dove fa subito amicizia col piacente barman Jack (Cam Gigadet), pronto ad offrirle anche un divano (sia chiaro, solo quello) per la notte.
La disinvolta ragazzotta conquista al volo anche la proprietaria, la ruvida ma generosa Tess (Cher), cantante e creatrice dei numeri di danza che ogni sera infiammano il palcoscenico del Burlesque Lounge.

Arruolata come cameriera, Ali sogna di calcare il palco, di indossare piume e paillettes e magari far innamorare Jack, il barista dal cuore d'oro e il volto amabile che scrive canzoni mai pronte.

Il licenziamento di Nikki, la bizzosa prima ballerina sempre ubriaca, e la gravidanza inaspettata di un'altra dancer sembra aprirle la strada mentre l'indebitata Tess teme di dover svendere il club al fascinoso Marcus Gerber (Eric Dane). Nonostante il gran aiuto del fedele manager Sean (Stanley Tucci).

Riuscirà la new entry dall'ugola d'oro a sollevare le sorti del locale?

BURLESQUE è una gracile commediola romantico-musicale, piuttosto elegante nella confezione, ma di rara inconsistenza nell'intreccio. Una storiella dalla trama impalpabile che ricorda troppo una miriade di filmini tutti uguali, con una giovane e decisa lei che arriva dalla provincia, lotta, soffre per conquistare un posto in prima fila e alla fine trova anche l'anima gemella.

Il tutto cosparso da una serie interminabili di canzoni e balletti, con Christina Aguilera, bella, bionda e perfettamente acconciata fin dalla prima inquadratura, brava quando gorgheggia, tremenda quando tenta di fare l'attrice.

Si salvano le musiche, non tutte, e l'interpretazione di Stanley Tucci (che, tuttavia, non ha dovuto fare altro sforzo che rientrare nei panni del suo personaggio ne IL DIAVOLO VESTE PRADA).

Nota per Cher, ancora in gambe oltre i sessanta: una lezione di classe e sensualità.

UN AMORE A CINQUE STELLE

New York. La formosa ragazza madre Marisa Ventura (Jennifer Lopez) vive nel Bronx con il figlio, ma sgobba come cameriera in un albergo a 5 stelle di Manhattan, il Beresford Hotel. Marisa aspira a una condizione migliore, ma la vita gli ha insegnato a contare solo su stessa e a restare con i piedi piantati per terra.

Un giorno al Beresford capita Christopher Hall (Ralph Fiennes), l'affascinante rampollo di una dinastia di politici, che adesso corre nientemeno che per un seggio al Senato. Per un divertente equivoco, conosce Marisa erroneamente ritenuta una facoltosa cliente dell'albergo.

La sbigottita fanciullona sta al gioco, complice una serata di gala dall'ingenuo paperone. I due si innamorano e la giovane assapora per un attimo il gusto della celebrità prima che le cose tornino al loro giusto posto... Ma che sarà mai una differenza di qualche milione, se due cuori battono in sintonia?

UN AMORE A CINQUE STELLE è una fiacca commediola sentimentale, che tenta spudoratamente di ripetere gli esiti artistici (e soprattutto commerciali) di PRETTY WOMAN e che corrobora il traballante sogno americano. All'evidente mancanza di originalità unisce un'irrimediabile avversione per le battute decenti. Risultato al di sotto della sufficienza per l'eccessivo uso di luoghi comuni e stereotipi che rendono tutto terribilmente già visto e sentito.



Neanche dimenando il più bello e vistoso popò di Hollywood (e non solo), Jennifer Lopez, a proprio agio, riesce a scuotere dal torpore l'inebetito Ralph Fiennes, che mette in evidenza le difficoltà con i ruoli brillanti e si fa rubare la scena da un trio di magnifici caratteristi.

AMABILI RESTI

Pennsylvania (Usa), 1973. A Norristown, fra villette a schiera e campi di granturco, vive la famiglia Salmon. Tra poco sarò uccisa dal mio insospettabile vicino di casa, George Harvey (Stanley Tucci), mormora (allo spettatore) la quattordicenne Susie (Saorsie Ronan), primogenita di papà ragioniere Jack (Mark Wahlberg) e mamma Abigail (Rachel Weisz).

Susie è un'adolescente qualunque, appassionata di fotografia e innamorata del compagno di scuola Ray Singh.

Proprio (crudeltà tra le crudeltà) dopo aver avuto il suo primo incontro romantico, il maniaco, apparentemente tranquillo ometto di mezza età con la passione per le case di bambola, attira la ragazzina con un pretesto nel rifugio sotterraneo da lui stesso scavato in mezzo al grande campo di mais e il misfatto così terribilmente annunciato si compie.

E' il 6 dicembre 1973.

Lo spirito di Susie si trova così a muoversi fra la terra e il cielo in una sorta di limbo fatto di ricordi e di fantasie, da dove può vedere e patire per quel che succede ai suoi cari e al suo omicida nel mondo mortale.

Intanto genitori,sorella,fratellino e nonna (Susan Sarandon) la cercano dappertutto: niente.
Sparita.

Il detective Len Fenerman li avverte: abbiamo trovato molto sangue attorno al suo berretto: preparatevi al peggio. E il padre si mette a indagare per proprio conto.

AMABILI RESTI è un originale dramma familiarpoliziesco intinto nel paranormale, uno schizzo fantasy che il regista Peter Jackson ha tratto dal fortunato romanzo nero di un' autrice semisconosciuta, dove la trama gialla è un pretesto per mettere a fuoco la figura della giovanissima protagonista, presto defunta, ma decisa a restituire la serenità ai suoi cari.

Aiutato dall’ambientazione anni 70 e dall’immaginario post-hippy della protagonista adolescente in quel periodo, disegna un limbo sovrabbondante e popolato di simboli, onirico e barocco.

Il mondo di Susie Salmon, non più viva ma incapace o impossibilitata a staccarsi del tutto dai suoi legami terreni, si intreccia con le vite distrutte e con l’elaborazione del lutto dei suoi familiari e con la consapevolezza che la lucida serialità omicida dello psicopatico della porta accanto che l’ha uccisa andrebbe fermata.

Il percorso verso il ritorno alla normalità per chi ha perso una figlia (in quel modo pio) è una sfida difficile, e i genitori lo affrontano in modo differente, si potrebbe dire l’uno seguendo la strada della fuga dalla dura realtà e l’altro della lotta e dell'ostinazione: dei due si fa apprezzare maggiormente il secondo, ossia il padre, per il maggiore spazio a lui riservato e per l’interpretazione attoriale di Marc Wahlberg. Ma affrontare la propria morte è complicato anche per la stessa Susie, in qualche modo prigioniera di un mondo perfetto, tra la vita e la morte, il concreto e l'astratto, come la boccia di vetro che la affascinava da bambina.

Alla fine, sebbene non si possa parlare di happy end in senso classico, la via di uscita implicitamente suggerita al dolore e al male, è l’amore e la creazione di legami fra gli individui e il colorato mondo di mezzo rimane un bel ricordo, forse un rifugio per i propri sogni.

Se la graziosa Saorsie Ronan incanta con il suo candore, l'inutile (nel film) Susan Sarandon colpisce nel segno con il suo cinismo, Stanley Tucci è uno (stra)ordinario psycho killer di provincia dalla frenesia assassina tenuta nascosta sotto ad un parrucchino biondo, due occhi glaciali e una mascella allargata.

SLEVIN - PATTO CRIMINALE

New York. Io non sono Nick Fisher, grida invano il giovane Slevin (alla lettera “cane rabbioso”) Kelevra (Josh Hartnett), sfortunato e sprovveduto ragazzo, che ha appena perso in un colpo solo il lavoro, la fidanzata e il portafoglio al Boss (Morgan Freeman), che l'ha fatto prelevare, in assenza dell'amico, in accappatoio da un paio di robusti e maneschi tirapiedi.

Ti abbonerò i 96 mila dollari che mi devi, tuona il capo clan, ma tu dovrai ammazzare la Fatina, il rampollo gay del mio dirimpettaio di grattacielo, il Rabbino (Ben Kingsley), che ha ucciso mio figlio.

Toh, anche l'altro capoccia convoca con la forza lo spaurito ragazzotto: sono in credito di 33 mila bigliettoni, come pensi di saldare?

In che guaio mi sono cacciato, mormora Slevin, apparentemente imperturbabile (soffre di atarassia), alla dolcissima vicina di casa con gli occhi a mandorla, la bella dottoressa dell'obitorio Lindsey (Lucy Liu).

E oltre che dai tirapiedi dei due gruppi mafiosi, il ragazzo è tallonato anche dal cinico killer Goodkat (Bruce Willis) e dal detective Brikowski (Stanley Tucci), convinto che il suo comportamento nasconda del marcio.

Ma l'inganno è dietro l'angolo e non tutto è quel che sembra, grazie alla "mossa Kansas City". Che cos'è la "mossa Kansas City"? È quella per cui qualcuno ti fa guardare da una parte mentre ti sta ingannando dall'altra. Lo spiega Mr. Smith (Bruce Willis) su sedia a rotelle, nel vorticoso incipit.

SLEVIN - PATTO CRIMINALE è un violento, ingarbugliato, incalzante e teso poliziesco, elegante nello stile e nella forma attentissima ai dettagli, del regista Paul McGuigan che prende tutte le regole del gangster-movie e le ribalta condendo trama e dialoghi con un irresistibile tono ironico.

Niente appare verosimile, ma per scelta precisa: i personaggi si muovono all'interno di un oliato gioco a incastro, gonfio di flashback e di cadaveri che richiama le atmosfere pulp di Tarantino, a partire dal prologo, dove Mr. Goodkat spiega con una storiella crudele come sia facile, nella vita, ritrovarsi a essere pedine del caso nel momento e nel luogo sbagliato.

Il risultato è più che godibile, con babyface Hartnett, novella icona della giovane Hollywood, al centro di un grande cast (dal vendicativo Freeman e il serafico britannico Kinglsey, che si fronteggiano nella memorabile sequenza finale, all'imperturbabile spietato Willis e all'insolitamente sbarazzina Lucy Liu), e sfodera la faccia giusta per interpretare il piccolo Golia che si destreggia tra i giganti dei crimine.

E alla fine quadra perfettamente il cerchio, con una soluzione che non ci saremmo aspettati. Perché ci aveva fatto guardare da un'altra parte, con una perfetta "mossa Kansas City".

IL DIAVOLO VESTE PRADA

New York. La grintosa e sveglia ma un pò trasandata aspirante giornalista Andy Sachs (Anne Hathaway), appena sbarcata dalla provincia col cuore colmo di speranze, diventa seconda assistente dell'onnipotente Miranda Priestly (Meryl Streep), temutissima e spietata direttrice dell'autorevole rivista Runway.

Cantava Marylin che "i diamanti sono i migliori amici delle ragazze". Oggi invece lo sono le scarpe. 

Da fare agli altri, specie agli amici. Soprattutto se ci si trova nella capitale del Mondo, la Grande Mela, nella redazione della più influente rivista americana nel settore della moda, e non si possiede almeno un paio di Manolo Blahnik.


È questo il caso della giovane, che già vessata dalla collaboratrice numero uno, Emily (EMILY BLUNT), non sa cosa l'aspetta: chiamate in piena notte, le richieste più assurde (il manoscritto originale dell'ultimo Harry Potter), và di qui, và di là, fa questo, fa quello. 

Chiaramente l'occupazione le potrebbe aprire diverse porte per il futuro. Si tratta solo di stringere i denti per un po', cercando di rimanere immune allo sfavillante e spietato mondo della moda. Anche perchè, per fortuna, a renderle meno pesante il lavoro c'è l'affabile factotum gay Nigel (Stanley Tucci).

Finchè scopre che anche la virago ha una (triste) vita privata e, forse, perfino un cuore. Sarà così che Andy capirà che non si può passare incolumi attraverso i riflettori delle passerelle senza vendere l'anima al diavolo. 
Un diavolo firmato Prada ma anche Hermes, Fendi, Chanel, Dolce&Gabbana . 

"Con due b o con una?" come chiede candidamente Andy mentre dall’altro capo del telefono qualcuno riattacca bruscamente la cornetta. Perché in certi ambienti e a certi livelli l’oltraggio alla notorietà è un peccato mortale, un vero sacrilegio..

Tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Lauren Weisberger, IL DIAVOLO VESTE PRADA è un originale, piacevole e intelligente commedia diretta da David Frankel, un prodotto ben confezionato che fotografa con acume e ironia il mondo della moda e fa di splendidi abiti e accessori raffinati gli attori co-protagonisti. 

Una perfida controfavola sull'illusorio e insensibile mondo delle vanità odierne.

Co-protagonista della pellicola accanto alla dolce e indifesa Andy, New York si offre ai nostri occhi in tutto il suo splendore, grazie agli scorci sugli scenari raffinati, sulle strade affollate e sui negozi lussuosi. E non poteva essere altrimenti, considerato che il regista David Frankel proviene dalla direzione di diversi episodi della fortunata serie Sex and the City.

Ottima l'interpretazione di Meryl Streep, con qualche esasperazione di troppo, che disegna da par suo, nei panni della spietata "Crudelia Demon della moda", l'odiata e venerata strega che condiziona il mercato.

Bisogna ammetterlo: la graziosa "occhioni di cerbiatto" Anne Hathaway, nel confronto, ne esce triturata.

ERA MIO PADRE

Illinois (USA) 1931, anni del proibizionismo. Il taciturno ed affettuoso padre di famiglia Michael "l'angelo" Sullivan (Tom Hanks), sposato con la rassegnata Annie, è, segretamente, il killer di punta del gangster irlandese John Rooney (Paul Newman),che controlla tutte le attività illecite e che lo considera il figlio che avrebbe voluto, apprezzandolo ben più dell'inetto figlio Connor.

Una notte, dopo averlo seguito di nascosto, di un sanguinoso regolamento di conti è terrorizzato testimone il primo figlio del sicario, Michael junior (Tyler Hoechlin): terrà il segreto, si affretta a giurare il padre al boss.

Niente da fare, la moglie e il figlio più piccolo di Sullivan vengono mandati al Creatore, mentre il papà e il ragazzino cominciano a girovagare per salvare la pelle e preparare la vendetta, inseguiti dal sadico killer fotografo dei morituri Maguire (Jude Law).

Si innesca una reazione a catena, e Sullivan non potrà far altro che ingaggiare una lotta con la malavita, un percorso che lo porterà alla liberazione solo a costo dell' annientamento, per garantire al figlio superstite un futuro "pulito"

ERA MIO PADRE è un bellissimo e struggente dramma poliziesco con personaggi da tragedia greca, diretto bene dal regista Sam Mendes, al suo secondo film dopo lo scabroso dramma social-familiare AMERICAN BEAUTY. Film nel quale Tom Hanks affronta anche il primo ruolo da "cattivo", ruolo che l'attore disegna in tutta la sua crudeltà, ma anche nella sua umanità.

Un film cupo, disperato ed angosciante, dove la pioggia incessante bagna i volti induriti dei magnifici protagonisti, incastrati nelle tremende scelte imposte dai rispettivi ruoli.

Da cineteca l'interpretazione di Paul Newman, in un ruolo storicamente del padrino Marlon Brando, fatta senza ghirigori, ma magistralmente capace di far comprendere lo strazio del padre sottomesso alle ineluttabili regole d'onore.

Assolutamente consigliata la visione.