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THE RIVER WILD - IL FIUME DELLA PAURA

Montana. Una gita in gommone sulle rapide del Kootenai potrebbe aiutarci a risolvere la nostra crisi.

Così l’atletica e vigorosa insegnante Gail (Meryl Streep), ex istruttrice di canoa, imbarca il sempre impegnato marito architetto Tom (David Strathairn) con il trascurato figlioletto Roarke e il cane Maggie. Tutti in gommone sulle rapide!

Non c’è traffico sul fiume e il quartetto fa amicizia con tre affabili uomini in gita in barca.

Wade (Kevin Bacon), Terry (John C. Reilly) e Frank, presto sparito.

I due superstiti, anche a causa delle rapide, salgono sul canotto della famigliola, che comincia a insospettirsi.

THE RIVER WILD – IL FIUME DELLA PAURA è un discreto thriller fluviale, denso di suspance, che cerca di spacciare per verosimile una storia che fa acqua (e come potrebbe essere diversamente?) da tutte le parti.

Non è la prima volta che un fiume è il protagonista di un thriller, infatti la storia ricorda molto UN TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA. Comunque anche se il plot ha ben poco di originale, il regista Curtis Hanson sa sfruttare la storia con un certo mestiere.

Le riprese acrobatiche nelle canoe sono abbastanza coinvolgenti e gli scenari naturali, bellissimi e ben inquadrati, sono mozzafiato.

In una pellicola in cui molti avvenimenti sono prevedibili, ciò che stupisce veramente è soprattutto la performance atletico-attoriale di Meryl Streep, donna forte e tritauomini in calzoncini.

LEMONY SNICKET - UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI

Usa. Il candido e paffuto banchiere Poe, tutore pro tempore, affida i tre fratellini Baudelaire, rimasti orfani nel rogo della loro casa, a uno zio, attore fallito, il sadico conte Olaf (Jim Carrey).

I genii in erba Violet e Klaus e la piccola Sunny, sbattuti in cucina a far gli sguatteri, si accorgono presto che il poco affettuoso congiunto vuole mandarli al creatore per arraffare la loro ingente eredità.

Usciti miracolosamente indenni da vari tentati omicidi, si fanno il giro del parentado, dallo zio esploratore Monty, subito trapassato, alla tremebonda zia Josephine (Meryl Streep).

Ma il nobiluomo non demorde, sempre più ansioso di sgraffignare le ricchezze degli sfortunati ragazzi.

Ce la faranno i nostri piccoli eroi a salvare anima e malloppo?

LEMONY SNICKET - Una serie di sfortunati eventi è una bizzarra favola nerissima visivamente bella, in bilico tra favola e incubo, del dotato Brad Silberling, che gareggia con merito con lo specialista del settore Tim Burton.

Immersa in un'atmosfera horror-gotica carica di grottesca fantasia, che potrebbe mettere qualche imprevisto brivido agli spettatori più verdi.

Jim Carrey in un eccesso di istrionismo dà sfogo alle sue arti trasformistiche tra fiamme, serpenti, sanguisughe e trucchi superlativi e talora orripilanti, premiati con l'Oscar.

Strepitosa (ma non è una novità) anche la Streep.

Alla fine rimane solo una domanda (inutile): cinema per ragazzi o per adulti che vogliono tornare piccini?

UNA LAMA NEL BUIO

New York. La bionda Brooke Reynolds (meryl Streep), assistente alle vendite di un'importante casa d'aste, piomba nello studio delllo psichiatra neo divorziato Sam Rice (Roy Scheider) per parlargli in gran segreto del suo datore di lavoro, George Bynum, passato a miglior vita.

Questi, da poco cadavere, era infatti un paziente abituale dello studio, nonchè amante della ragazza: ecco dottore, le rendo l'orologio del defunto. Lo fa avere alla moglie?

Il medico si appassiona al caso, e pur sospettando, come del resto la polizia, della reticente e spaurita fanciulla, decide di aiutarla.

La verità in una villa isolata davanti al mare di Long Island.

UNA LAMA NEL BUIO è un elegante thriller psicologico piacevole e davvero ben recitato, piuttosto "hitchcockiano": sia per la bellezza eterea della biondissima e spaurita Meryl Streep che per diverse scene senz'altro ispirate.

Decisamente buona l'atmosfera che conserva il fascino e il sapore dei gialli anni 70 e apprezzabile l'ambientazione, prevalentemente in una casa d'aste. Buona la suspense che si viene a creare nel finale ambientato in una villa isolata, anche grazie a qualche scheggia onirica, quasi horror.

Un po' forzata la caparbietà dello psichiatra interpretato da Roy Scheider che, inspiegabilmente e ostacolando le indagini, decide di perorare la causa della sconosciuta, fragile, presunta omicida (ex amante del suo paziente).

Insomma film che merita di essere rivalutato.

LEONI PER AGNELLI

Washington. La nota e nevrotica giornalista di lungo corso Janine Roth (Meryl Streep) è ricevuta per un intervista in esclusiva dal palestrato senatore del Partito repubblicano tutto sorrisi-32-denti e fulgida carriera a Westpoint Jasper Irving (Tom Cruise).

Il "falco", politico rampante in cerca di prestigio e visibilità da spendere al momento giusto sul tavolo da poker della carriera, intende rivelarle i piani di una nuova offensiva in Afghanistan.

Università della California. Il vecchio professore universitario sessantottino, con tanto di cicatrice "conquistata" sul campo, Stephen Malley (Robert Redford) ha convocato in studio uno dei suoi allievi più promettenti, il giovane e fancazzista Todd, in orrida camicetta stile hawaiano,che sta prendendo la decisione di abbandonare gli studi.

Esterno notte sulle desolate creste montuose d'Afghanistan.
Triste ma onorevole avventura senza lieto fine di due soldati, volontari, a stelle e strisce: Arian, di colore, e Ernest, messicano (Michael Pena), antichi studenti di Malley, intrappolati in territorio nemico per le solite informazioni a cazzo della solita intelligence.

LEONI PER AGNELLI  è quasi un film di impianto teatrale che predilige il dialogo sull'azione che pure viene mostrata.
Attraverso il dialogo (tra il senatore che propende per l'azione militare e la giornalista progressista e contemporaneamente tra il maturo professore universitario e il dotato studente) il film prende una chiara posizione anti-bellica, chiaramente non condivisibile visto che i personaggi liberal (quelli con il vizio di sentirsi sempre dalla parte del giusto) sono segnati dalla sindrome della bandiera bianca.

I soli che cercano di darsi da fare o sono opportunisti o sono idioti.

Insomma pensiero debole, malgrado la magistrale prova degli interpreti e la bella sceneggiatura.

Inutile dire che a noi è piaciuto da matti, oltre che i due onorevoli soldati, gli unici capaci di vivere e morire in piedi, il grandioso Tom Cruise, a cui la parte dell'uomo d'azione machista e tutto d'un pezzo riesce alla perfezione.

I soli due autentici leoni sono un nero e un messicano, non fighetti wasp della uptown ma abitanti della downtown freschi di adamantino entusiasmo patriottico.

Fanno la parte dei fessi? Forse, ma sono gli unici che vivono e muoiono in piedi invece che in ginocchio.

IL DIAVOLO VESTE PRADA

New York. La grintosa e sveglia ma un pò trasandata aspirante giornalista Andy Sachs (Anne Hathaway), appena sbarcata dalla provincia col cuore colmo di speranze, diventa seconda assistente dell'onnipotente Miranda Priestly (Meryl Streep), temutissima e spietata direttrice dell'autorevole rivista Runway.

Cantava Marylin che "i diamanti sono i migliori amici delle ragazze". Oggi invece lo sono le scarpe. 

Da fare agli altri, specie agli amici. Soprattutto se ci si trova nella capitale del Mondo, la Grande Mela, nella redazione della più influente rivista americana nel settore della moda, e non si possiede almeno un paio di Manolo Blahnik.


È questo il caso della giovane, che già vessata dalla collaboratrice numero uno, Emily (EMILY BLUNT), non sa cosa l'aspetta: chiamate in piena notte, le richieste più assurde (il manoscritto originale dell'ultimo Harry Potter), và di qui, và di là, fa questo, fa quello. 

Chiaramente l'occupazione le potrebbe aprire diverse porte per il futuro. Si tratta solo di stringere i denti per un po', cercando di rimanere immune allo sfavillante e spietato mondo della moda. Anche perchè, per fortuna, a renderle meno pesante il lavoro c'è l'affabile factotum gay Nigel (Stanley Tucci).

Finchè scopre che anche la virago ha una (triste) vita privata e, forse, perfino un cuore. Sarà così che Andy capirà che non si può passare incolumi attraverso i riflettori delle passerelle senza vendere l'anima al diavolo. 
Un diavolo firmato Prada ma anche Hermes, Fendi, Chanel, Dolce&Gabbana . 

"Con due b o con una?" come chiede candidamente Andy mentre dall’altro capo del telefono qualcuno riattacca bruscamente la cornetta. Perché in certi ambienti e a certi livelli l’oltraggio alla notorietà è un peccato mortale, un vero sacrilegio..

Tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Lauren Weisberger, IL DIAVOLO VESTE PRADA è un originale, piacevole e intelligente commedia diretta da David Frankel, un prodotto ben confezionato che fotografa con acume e ironia il mondo della moda e fa di splendidi abiti e accessori raffinati gli attori co-protagonisti. 

Una perfida controfavola sull'illusorio e insensibile mondo delle vanità odierne.

Co-protagonista della pellicola accanto alla dolce e indifesa Andy, New York si offre ai nostri occhi in tutto il suo splendore, grazie agli scorci sugli scenari raffinati, sulle strade affollate e sui negozi lussuosi. E non poteva essere altrimenti, considerato che il regista David Frankel proviene dalla direzione di diversi episodi della fortunata serie Sex and the City.

Ottima l'interpretazione di Meryl Streep, con qualche esasperazione di troppo, che disegna da par suo, nei panni della spietata "Crudelia Demon della moda", l'odiata e venerata strega che condiziona il mercato.

Bisogna ammetterlo: la graziosa "occhioni di cerbiatto" Anne Hathaway, nel confronto, ne esce triturata.

IL CACCIATORE

Clayton (Pennsylvania). I tre giovani amici, appartenenti a una comunità di oriundi russi, Michael (Robert De Niro), Nick (Christopher Walken) e Steven (John Savage) lavorano in un acciaieria dedicando il tempo libero alla caccia al cervo.

Steven fa appena in tempo a festeggiare il matrimonio (rito ortodosso) che gli arriva, come del resto agli altri, la cartolina precetto dello zio Sam per il Vietnam.

Che inferno laggiù, c'è da sputare sangue contro quei maledetti vietcong. Catturati, subiscono torture disumane, roulette russa compresa, ma riescono miracolosamente a fuggire.

Nick si imbosca in una sordida bettola di Saigon, dove si esibisce alla roulette russa davanti a scommettitori assatanati, trovando alla fine la morte che aveva cercato con accanimento, un’assurda ripetizione coatta della tortura inflittagli dai Cong durante la prigionia.

Steven finisce in ospedale, le gambe amputate. Mike rimpatria dagli orrori della guerra, integro e carico di medaglie, ma senza più nemmeno voglia di sparare ai cervi. Ma è ancora lo stesso?

All'inferno e ritorno (nel girone infernale di Saigon).

IL CACCIATORE è un affascinante, crudele e sconvolgente kolossal sulla più grande tragedia d'America, il capolavoro di Michael Cimino (alla seconda prova come regista dopo "Una calibro 20 per lo specialista"), senza nessun dubbio il migliore tra i troppi film sul Vietnam.

Vietnam che occupa la parte centrale e un breve capitolo (enfatico) verso la fine, in cadenze di un'apocalisse allucinata, di un carnevale di morte, alternando tempi dilatati (il matrimonio all'inizio, il finale col canto di “God Bless America”) a scorci fulminei, immagini della "sporca guerra", terribili pagine di conflitto e dolci sequenze di pace, in un contrasto che lascia senza fiato.

Due metafore come perni: la caccia al cervo (un solo colpo) e la roulette russa.



Guidato da un De Niro in stato di grazia, l’intero cast si rivela formidabile al servizio di un film attraente e lancinante.

Cinque Oscar: film, regia, Christopher Walken attore non protagonista, montaggio, suono.

Tutti, chiaramente, meritatissimi.

LA MORTE TI FA BELLA

Beverly Hills. Sono rivali anche in amore le non più verdi Madeleine (Meryl Streep), attrice, e Helen (Goldie Hawn), scrittrice.

L’aitante oggetto del loro desiderio è il chirurgo plastico e ubriacone Ernest (Bruce Willis) che ha sposato la prima dopo aver piantato la seconda.

Ossessionate dalla paura di invecchiare, ahiloro, nemmeno il bisturi dell’amato può fermare i segni devastanti del tempo sul volto e sul corpo delle due bisbetiche signore alle quali resta una sola via d’uscita: l’elisir di lunga vita, una pozione magica della fattucchiera Lisle (Isabella Rossellini) che rende praticamente immortali.

Aiuto, siamo diventate due zombi.

LA MORTE TI FA BELLA è una macabra commedia nera confezionata con classe da Robert Zemeckis (due anni dopo firmerà FORREST GUMP, per dire) che compiacendosi del proprio Kitsch funereo sparge veleno sul mito hollywoodiano dell’eterna giovinezza.

Divertente e graffiante nella prima parte, grazie al brio degli interpreti, rischia lo scivolone quando trasloca nell’horror, nonostante i mirabolanti effetti speciali (da Oscar) dell’Industrial Light & Magic di Lucas, sfarzo di scenografie e una temporalesca colonna sonora.

Delle tre assatanate e smorfiose donzelle che ruotano le teste come se fossero trottole, pavoneggiandosi col simpatico marcantonio Bruce Willis, spicca Isabella Rossellini.

La più brava? No, la meno vestita.

THE MANCHURIAN CANDIDATE

Washington. E' l'influente senatrice Eleanor Prentiss Shaw (Meryl Streep) a manovrare perbenino la campagna elettorale dell'impacciato figlio Raymond (Liev Schreiber), eroe di guerra (quando prestava servizio come sergente aveva salvato la vita al comandante del suo reparto durante un imboscata, nella quale però avevano perso la vita altri due uomini) che a sorpresa supera nella corsa alla vicepresidenza l'anziano senatore Thomas Jordan (Jon Voight).

Toh, dopo ben tredici anni rispunta il maggiore Bennett Marco (Denzel Washington), proprio il capitano del suo plotone in Kuwait durante la Guerra del Golfo (Operazione Desert Storm).

L'ufficiale, da allora, è afflitto da terribili incubi. Ma che diavolo mi hanno infilato sotto la spalla? E' come se mi avessero fatto il lavaggio del cervello, pensa, girando la domanda all'antico commilitone, che presenta anch'egli molti punti oscuri nei ricordi.

Lentamente i dubbi affiorano e si delineano le certezze. Complotto? Mammina, aiutami tu.

Abbastanza inverosimile, ma elettrizzante thriller fantapolitico, costruito con un climax drammatico, come se fosse una bomba a orologeria, e diretto dal ritrovato Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti) che soffre per la lunghezza e per l'approfondimento dei dettagli della storia (presumibilmente per dare alla critica ai non sempre puliti giochi della politica un valore reale).

Trattasi del remake, a distanza di quarantadue anni, mantenendone la tensione e rinnovandone le apocalittiche premonizioni (qui siamo alla Guerra del Golfo), dello sconvolgente "Và e uccidi" (in originale The Manchurian Candidate).

Denzel Washington nel ruolo che era di Sinatra, si muove bene nella parte di automa e interpreta il dramma di un uomo che vede i valori in cui crede ciecamente disintegrarsi davanti agli occhi; la magnifica Meryl Streep, madre del candidato, è cattiva al punto giusto, tanto da poter battere in perfidia anche la strega di Biancaneve.
 
Una citazione per la serie "da vedere" per il montaggio serrato della sequenza finale. Incessante, denso di tensione, un vero "countdown". Il momento migliore di un solido e attuale film.

LA CASA DEGLI SPIRITI

Cile, 1928. E' un uomo venuto dal nulla l'arrogante e potente latifondista Esteban Trueba (Jeremy Irons), il patriarca anche voce narrante, dispotico anche con l'innamoratissima e ricca moglie Clara (Meryl Streep), una sensitiva che colloquia con gli spiriti e che del futuro prevede solo le disgrazie.

Per esempio la morte improvvisa della sorella maggiore Rosa, che sostituisce all'altare.

La coppia è allietata dalla nascita di Blanca, un pò meno dalla presenza in pianta stabile della sorella (di lui) Ferula (Glenn Close), zitellona con tendenze omosessuali (attenzioni gay verso la cognata).

Passano gli anni, la bimba ora è donna (Wynona Ryder) e perda la testa per il focoso Pedro (Antonio Banderas), proprio il Masaniello in erba che sobilla i contadini alla ribellione.

Poi gli eventi precipitano in famiglia e nel paese.

Lussuosa, tormentata e melensa telenovela del danese Bille August, tratta dal romanzo della rancorosa e partigiana (di parte nda) Isabel Allende, la nipote del presidente Salvador Allende, una cavalcata lunga mezzo secolo di storia cilena rievocata fra cronaca e magia, illustrata con trasporto e tifo a senso unico, dagli inizi del Novecento fino ai primi anni Settanta, in coincidenza col colpo di Stato avvenuto in Cile.

Malgrado il cast da legione straniera, con un protagonista britannico contornato da tre dive hollywoodiane, le attrici in primo piano non riescono a dare il meglio: Meryl Streep come giovinetta che si affaccia trepida alle nozze è ridicola, Glenn Close è indisponente e Wynona Ryder riscuote l'applauso solo quando finisce nelle grinfie dei torturatori in divisa.

Se qualcosa sopravvive dell'ispirazione originaria in questo carosello storico pittoresco e tedioso lo si deve al gigioneggiare di Jeremy Irons, che aiutato dal trucco riflette con impietosa verisimiglianza l'invecchiamento del burbero benefico.