Usa. Convoca subito nella grande villa i figli Tim e Jill, l'angosciata Eileen (Helen Mirren): il marito, il ricco affarista Wayne Hayes (Robert Redford), è stato rapito.
A sequestrarlo è stato l'antico squattrinatissimo dipendente Arnold Mack (Willem Dafoe), che trascina l'ostaggio in una lunga camminata tra i boschi, verso un inesistente capobanda.
Mentre la moglie è messa sotto torchio dall'agente dell'Fbi Ray Fuller, installatosi in casa, ben al corrente della passata (ma non troppo) relazione dello scomparso con I'ex impiegata Louise Miller, arriva la richiesta di riscatto: dieci milioni di dollari entro tre giorni.
Tragedia in agguato.
IN OSTAGGIO è un ambizioso e sconclusionato psicodramma giallo, molto più assurdo che emozionante nonostante le premesse interessanti, specie quando infiocchetta di chiacchiere pseudo filosofiche le schermaglie sui prati tra vittima e carceriere.
Il fatto di cronaca diventa la leva per un film su un doppio livello narrativo: la comunicazione tra ostaggio e rapitore; e i confronti della moglie cornuta e innamorata della vittima (una brava Helen Mirren) con un agente e con l'amante del marito.
Non un thriller, dunque, ma un film psicologico su tre diversi 'risarcimenti', come dice il titolo (mal tradotto), richiesti dalla vita. Ma la bella storia avrebbe avuto bisogno di maggior coraggio nell'estremizzare gli aspetti esistenziali, probabilmente con un altro sviluppo.
IN OSTAGGIO non riesce a decollare dalla sua staticità e gli ipotetici mattatori di questa pellicola, Robert Redford e Willem Dafoe, cianciano per tutto il film senza imbroccare un dialogo veramente da ricordare.
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I TRE GIORNI DEL CONDOR
New York, in un freddo inverno. Un'anonima sezione della CIA, travestita da polverosa biblioteca, è visitata da misteriosi killer.
Le pistole con silenziatore del commando non lasciano scampo agli impiegati sotto copertura che hanno il compito di analizzare testi e romanzi polizieschi e gialli al fine di scoprire e ipotizzare gli stratagemmi utilizzati dai criminali nei singoli casi specifici a loro sottoposti.
Tutti stesi. Meno uno, il timido analista Joe Turner (Robert Redford) dal roboante nome in codice, Condor, salvatosi per un provvidenziale quanto casuale rifornimento di tramezzini al solito bar all'angolo.
Inutil dire che l'unico scampato per caso al massacro è naturalmente in gravissimo pericolo.
Braccato dagli assassini, il travet mette in moto le procedure di rito per i casi di emergenza e si reca, titubante, all'appuntamento fissato da un ambiguo dirigente, il vicedirettore Hingins, da cui esce vivo per miracolo.
Allora si fa scudo dell'altera fotografa Kathy (Faye Dunaway) all'uscita di un negozio e si rifugia a casa sua.
Mentre scoppia il flirt con l'avvenente ostaggio prova a capirci qualcosa.
I TRE GIORNI DEL CONDOR è un thriller spionistico perfetto, pur se piuttosto complicato, di sicura presa che sa tenere incollato alla sedia lo spettatore.
Il regista, il compianto Sidney Pollack ha la possibilità di fare sfoggio del suo talento che si ravvisa soprattutto nelle nervose scene d'azione e per il buon dosaggio della suspense piuttosto che nelle intenzioni di denuncia politica delle malefatte della CIA.
Tra i due seducenti e bravissimi protagonisti, il divo Robert Redford e Faye Dunaway, si insinua il superlativo Max von Sydow, l'insolito sicario che trova il tempo di ironizzare sui troppi lati negativi di un mestiere difficile.
Pietra miliare del cinema a base di complotti, inarrivabile e mai datata summa del catechismo complottardo liberal anni '70...
Le pistole con silenziatore del commando non lasciano scampo agli impiegati sotto copertura che hanno il compito di analizzare testi e romanzi polizieschi e gialli al fine di scoprire e ipotizzare gli stratagemmi utilizzati dai criminali nei singoli casi specifici a loro sottoposti.
Tutti stesi. Meno uno, il timido analista Joe Turner (Robert Redford) dal roboante nome in codice, Condor, salvatosi per un provvidenziale quanto casuale rifornimento di tramezzini al solito bar all'angolo.
Inutil dire che l'unico scampato per caso al massacro è naturalmente in gravissimo pericolo.
Braccato dagli assassini, il travet mette in moto le procedure di rito per i casi di emergenza e si reca, titubante, all'appuntamento fissato da un ambiguo dirigente, il vicedirettore Hingins, da cui esce vivo per miracolo.
Allora si fa scudo dell'altera fotografa Kathy (Faye Dunaway) all'uscita di un negozio e si rifugia a casa sua.
Mentre scoppia il flirt con l'avvenente ostaggio prova a capirci qualcosa.
I TRE GIORNI DEL CONDOR è un thriller spionistico perfetto, pur se piuttosto complicato, di sicura presa che sa tenere incollato alla sedia lo spettatore.
Il regista, il compianto Sidney Pollack ha la possibilità di fare sfoggio del suo talento che si ravvisa soprattutto nelle nervose scene d'azione e per il buon dosaggio della suspense piuttosto che nelle intenzioni di denuncia politica delle malefatte della CIA.
Tra i due seducenti e bravissimi protagonisti, il divo Robert Redford e Faye Dunaway, si insinua il superlativo Max von Sydow, l'insolito sicario che trova il tempo di ironizzare sui troppi lati negativi di un mestiere difficile.
Pietra miliare del cinema a base di complotti, inarrivabile e mai datata summa del catechismo complottardo liberal anni '70...
IL VENTO DEL PERDONO
Wyoming, Usa. Si è rinchiuso in sè stesso Einar Gilkyson (Robert Redford), dopo la morte del suo unico figlio per un incidente stradale.Il ranch in cui vive come un vecchio cowboy è quasi in rovina: l'unica persona con cui riesce a dialogare è Mitch (Mogan Freeman), l'amico di tutta una vita, rimasto sfigurato e paralizzato in seguito all'aggressione di un grizzly. Sopravvive grazie al sostegno dell'amico.
Un bel giorno però si presenta alla porta in cerca di rifugio l'ex nuora Jean (Jennifer Lopez), stanca di farsi gonfiare di botte dal manesco attuale compagno, insieme alla figlioletta undicenne, ossia la nipotina del rude cowboy, che porta proprio lo stesso nome del figlio: Griff (Becca Gardner).
Il problema più grande è che lui considera la nuora, che era al volante, responsabile della morte del figlio, quindi delle sue sofferenze, e non la ama.
Potrà la piccola far riavvicinare la mamma al solitario allevatore?
IL VENTO DEL PERDONO è un film sentimentale che, con emozioni studiate a tavolino e una storia funzionale alla lacrima, correva il rischio altissimo di trasformarsi solo in un polpettone.
Invece, grazie ai due titanici protagonisti, un sempre gagliardo Robert Redford in palla e a un Morgan Freeman bravo e mezzo sfigurato, il film si fa apprezzare, soprattutto per gli scambi tra i due.
Purtroppo c’è anche la parentesi madre-figlia, trita e ritrita, e il finale è un po’ troppo edulcorato.
Ma alcune scene restano in mente (l’operazione orso, suggestiva metafora ecologica di libertà e coraggio; macchina ed ex fidanzato sfasciati con gusto).
Belli gli scenari.
Su tutto aleggia lo spettro di un dramma del passato. Non sarà un esempio di grande originalità, ma resta vedibile.
PROPOSTA INDECENTE
Las Vegas. Hanno scelto il casinò come ultima spiaggia gli indebitati sposini Diana (Demi Moore) e David (Woody Harrelson).Mentre la squattrinata coppia tenta la sorte al gioco ecco apparire tra i tavoli verdi il cinico, fascinoso e danaroso paperone John Gage (Robert Redford) che propone un patto sorprendente: mia giovane e bella signora, staccherò per te un assegno da un milione di dollari per una notte d'amore.
L'offerta turba il loro ménage.
Vincerà il vil danaro o trionferà l'amore?
PROPOSTA INDECENTE è un astuto e improbabile dramma sentimentale, leccato e vergognosamente ipocrita, un po' troppo sopravvalutato rispetto ai suoi meriti.
Costellato di dialoghi tremendamente scemi, risulta una pruderia dilatata ad arte per un pubblico in vena di finte trasgressioni scandalose e torbide.
Il regista, Adrian Lyne, scopre l'acqua calda: i soldi, si sa, sono un'attrattiva fortissima; soprattutto per chi ne ha disperato bisogno.La premessa è comunque sbagliata: nonostante già all'epoca il divo fosse un pò appassito, novantanove donne su cento tra gli ottanta e i sedici anni sarebbero andate con Robert Redford anche gratis.
Da segnalare una Demi Moore da cardiopalma.
LA REGOLA DEL SILENZIO - THE COMPANY YOU KEEP
Albany (New York). Jim Grant è un avvocato a difesa dei diritti civili, vedovo e padre di una giovane figlia.Dopo l'arresto di una ex attivista (Susan Sarandon) di un gruppo pacifista (???) radicale attivo negli anni del Vietnam, i Wheathermen, rimasta in clandestinità per decenni, un giovane reporter ficcanaso, Ben Shephard (Shia LaBeouf), a caccia di scoop, avvia una serie di indagini.
La prima ed eclatante scoperta è legata proprio a Grant. L'avvocato ha un falso nome e ha fatto parte del gruppo, che si divertiva a far saltare stazioni di polizia, basi dell'esercito, uffici del Pentagono con ordigni "fuori orario" destinati a non mietere vittime. Su di lui pende un'accusa (ingiusta) di omicidio nel corso di una rapina in banca.
Grant è costretto ad affidare la figlia al fratello e a fuggire. L'FBI e Shepard, separatamente e con motivazioni diverse, si mettono sulle sue tracce.
Alla ricerca di prove di un'innocenza che vale per tutti incontrerà gli ex compagni, nascosti come lui sotto false identità. I militanti convertiti al presente non sono propriamente quello che ti aspetti...
"I segreti sono una cosa pericolosa, Ben. Pensiamo tutti di volerli conoscere. Ma se ne hai mai avuto uno, allora saprai che significa non solo conoscere qualcosa su un'altra persona, ma anche scoprire qualcosa su noi stessi". Così dice Jim Grant/Robert Redford al giovane giornalista che insegue lo scoop ma crede anche (e ancora) all'onestà altrui.
Con questo LA REGOLA DEL SILENZIO - THE COMPANY YOU KEEP Robert Redford, nel doppio ruolo attore/regista, torna perfino a correre in un robusto thriller politico d'azione dall'impronta progressista, vicino al cinema che lo ha reso famoso negli anni '70, mettendo in pratica la lezione imparata dagli amici/maestri, i vari Pollack e Pakula (tanto per citarne qualcuno).
Infatti nel film si ritrovano temi e tensioni di quello che fu il cinema democratico americano di cui Pollack fu uno degli autori di punta e Redford il suo interprete ideale.
Alla fine ne viene fuori un film, che non si può definire un capolavoro, ma che risulta ben fatto e godibile. Buona la storia, discreta la sceneggiatura, ottima la scelta del cast che annovera alcuni grandi attori e un coprotagonista (Shia LaBeouf) forse un pò intimidito al loro cospetto ma autore comunque di una prova più che dignitosa.
LEONI PER AGNELLI
Washington. La nota e nevrotica giornalista di lungo corso Janine Roth (Meryl Streep) è ricevuta per un intervista in esclusiva dal palestrato senatore del Partito repubblicano tutto sorrisi-32-denti e fulgida carriera a Westpoint Jasper Irving (Tom Cruise). Il "falco", politico rampante in cerca di prestigio e visibilità da spendere al momento giusto sul tavolo da poker della carriera, intende rivelarle i piani di una nuova offensiva in Afghanistan.
Università della California. Il vecchio professore universitario sessantottino, con tanto di cicatrice "conquistata" sul campo, Stephen Malley (Robert Redford) ha convocato in studio uno dei suoi allievi più promettenti, il giovane e fancazzista Todd, in orrida camicetta stile hawaiano,che sta prendendo la decisione di abbandonare gli studi.
Esterno notte sulle desolate creste montuose d'Afghanistan.
Triste ma onorevole avventura senza lieto fine di due soldati, volontari, a stelle e strisce: Arian, di colore, e Ernest, messicano (Michael Pena), antichi studenti di Malley, intrappolati in territorio nemico per le solite informazioni a cazzo della solita intelligence.
LEONI PER AGNELLI è quasi un film di impianto teatrale che predilige il dialogo sull'azione che pure viene mostrata.
Attraverso il dialogo (tra il senatore che propende per l'azione militare e la giornalista progressista e contemporaneamente tra il maturo professore universitario e il dotato studente) il film prende una chiara posizione anti-bellica, chiaramente non condivisibile visto che i personaggi liberal (quelli con il vizio di sentirsi sempre dalla parte del giusto) sono segnati dalla sindrome della bandiera bianca.
I soli che cercano di darsi da fare o sono opportunisti o sono idioti.
Insomma pensiero debole, malgrado la magistrale prova degli interpreti e la bella sceneggiatura.
Inutile dire che a noi è piaciuto da matti, oltre che i due onorevoli soldati, gli unici capaci di vivere e morire in piedi, il grandioso Tom Cruise, a cui la parte dell'uomo d'azione machista e tutto d'un pezzo riesce alla perfezione.
I soli due autentici leoni sono un nero e un messicano, non fighetti wasp della uptown ma abitanti della downtown freschi di adamantino entusiasmo patriottico.
Fanno la parte dei fessi? Forse, ma sono gli unici che vivono e muoiono in piedi invece che in ginocchio.
HAVANA
Jack accetta e, nonostante sia a conoscenza della presenza di un radiotrasmettitore nella carrozzeria, riesce a superare i controlli della polizia senza troppi problemi.
Una volta raggiunta L'Avana, viene informato da un suo amico giornalista, Julio Ramos, che il regime di Batista è agli sgoccioli e la rivoluzione in vista (i rivoluzionari di Fidel Castro hanno già occupato la parte orientale dell'isola e che si stanno dirigendo verso la capitale).
Tra full e scale reali, il fato gli ripropone la donna di cuori, l'affascinante signora Bobby, che scopre essere la moglie, naturalmente poco soddisfatta, del ricco latifondista Arturo Duran (Raul Julia) che nell ombra fa il gioco dei guerriglieri.
Una volta raggiunta L'Avana, viene informato da un suo amico giornalista, Julio Ramos, che il regime di Batista è agli sgoccioli e la rivoluzione in vista (i rivoluzionari di Fidel Castro hanno già occupato la parte orientale dell'isola e che si stanno dirigendo verso la capitale).
Tra full e scale reali, il fato gli ripropone la donna di cuori, l'affascinante signora Bobby, che scopre essere la moglie, naturalmente poco soddisfatta, del ricco latifondista Arturo Duran (Raul Julia) che nell ombra fa il gioco dei guerriglieri.
Lei è arrestata, il marito dato per morto e il biscazziere per salvare la vamp si finge agente della Cia.
Finché d'improvviso riappare il defunto apparente.
Finché d'improvviso riappare il defunto apparente.
Tienila è tua, dice l'avventuriero in un impeto di altruismo.
Anche perché, tutto sommato, sono meglio le carte.
HAVANA è uno sgargiante e interminabile fumettone di Sydney Pollack, che infiora gli otto giorni precedenti all'avvento di Fidel Castro di un alone romantico in pieno stile Casablanca, un viaggio romantico accompagnato da affascinanti avventurieri, accecanti colori caraibici e il peso nostalgico dei grandi eventi della storia novecentesca.
Pollack, infatti, invoca direttamente l'immaginario in bianco e nero della pellicola di Michael Curtiz, aggiornando al lifestyle degli anni novanta il mito di Bogart, e un triangolo amoroso in cui si intersecano gli eventi di una resistenza, e, per riuscire ad affrontare la rivoluzione rossa senza apparire apologetico o demonizzante, punta tutto sul respiro sentimentale della storia e sul fascino del suo protagonista, lasciando fuori campo il rumore sordo delle armi.
Che gentiluomo d'altri tempi l'affabile seduttore, dal capello fulgido e con le cravatte sgargianti, Robert Redford: rende senza battere ciglio la sfolgorante Lena Olin al legittimo proprietario per le carte.
Anche perché, tutto sommato, sono meglio le carte.
HAVANA è uno sgargiante e interminabile fumettone di Sydney Pollack, che infiora gli otto giorni precedenti all'avvento di Fidel Castro di un alone romantico in pieno stile Casablanca, un viaggio romantico accompagnato da affascinanti avventurieri, accecanti colori caraibici e il peso nostalgico dei grandi eventi della storia novecentesca.
Pollack, infatti, invoca direttamente l'immaginario in bianco e nero della pellicola di Michael Curtiz, aggiornando al lifestyle degli anni novanta il mito di Bogart, e un triangolo amoroso in cui si intersecano gli eventi di una resistenza, e, per riuscire ad affrontare la rivoluzione rossa senza apparire apologetico o demonizzante, punta tutto sul respiro sentimentale della storia e sul fascino del suo protagonista, lasciando fuori campo il rumore sordo delle armi.
Che gentiluomo d'altri tempi l'affabile seduttore, dal capello fulgido e con le cravatte sgargianti, Robert Redford: rende senza battere ciglio la sfolgorante Lena Olin al legittimo proprietario per le carte.
Vista la donna ci rimette di sicuro.
Butch Cassidy and The Sundance Kid
Far West, fine Ottocento. Anche nei territori sconfinati il progresso avanza a grandi passi. Butch Cassidy (Paul Newman) e Sundance Kid (Robert Redford) sono wanted da quando assaltano le banche: un infallibile coppia di rapinatori. Il primo è "la mente" dell' accoppiata vincente.Nessun criminale del tempo, infatti, sapeva usare il cervello meglio di lui per organizzare i colpi. Il secondo è "il braccio", nel senso che con la pistola non ha rivali in quanto a rapidità d' esecuzione.
Fatto il colpo, grosso, trovano rifugio nella casa della maestrina Etta Place (Katharine Ross) che flirta con Kid e invano li sprona a cambiar vita.
Messo su un piccolo gruppo di altri fuorilegge tocca ai treni della Union Pacific dove il bottino è ancora più ricco.
Rapine e amore, questo è godersi la vita.
Ma ormai sono braccati da un branco di segugi capitanati da un testardo e instancabile sceriffo, che si avvale anche di un indiano capace di seguire le tracce in maniera infallibile.
Quando per miracolo riescono a salvare la pelle (si gettano in un fiume da un'altezza proibitiva), decidono di cambiare aria e quindi si recano in Bolivia insieme alla maestrina che si contendono. Anche qui si faranno ben presto conoscere...
Splendido western nostalgico diretto da George Roy Hill, che racconta l'epopea della prateria con tono scanzonato e il sorriso a fior di labbra. Grazie alle belle immagini, a volte fin troppo leziose, e le dolci musiche di Burt Bacharach (doppio Oscar per colonna sonora e miglior canzone, con fotografìa e sceneggiatura) per Paul Newman e Robert Redford, tanto belli quanto bravi, andare in braccio alla morte diventa un gioco.Un western atipico, cioè che non esalta i suoi eroi, ma il loro disincanto, che fa bene al cinema e a noi stessi.
BRUBAKER
Arkansas (Usa). Il combattivo Harry Brubaker (Robert Redford), criminologo progressista, chiamato a dirigere la prigione in quel di Wakefield, vi entra, all'insaputa di tutti, camuffato da detenuto e confuso con i reclusi.
L'intenzione è di guardare prima coi propri occhi, ha spiegato agli scettici superiori.
In due settimane tocca con mano le ignominie fatte di violenze assortite (strapotere dei prigionieri incaricati della sorveglianza, quindici ore di lavoro al giorno, cibo con i vermi, frustate a culo nudo, torture naziste e sodomizzazioni a ruota libera, per capirci), soprusi, la corruzione di guardie, impiegati e perfino del medico che, come novello Dracula, vende il sangue sottobanco.
Adesso ho visto abbastanza! Si toglie la maschera e instaura qualcosa di molto simile alla giustizia, raccogliend ovviamente vasti consensi tra i reclusi, ma facendosi nemici i capoccetti che hanno perduti gli squallidi ma redditizi privilegi. E anche più su visto che la catena della fraternità mafiosa, fondata sullo sfruttamento e sull’imbroglio, coinvolge le più alte cariche politiche dello stato, sicché ogni gesto di buona volontà non fa che peggiorare la situazione.
Quando fa dissotterre i corpi di ben duecento detenuti torturati a morte, uccisi e seppelliti clandestinamente dai secondini, su spiata di un anziano recluso puntualmente ucciso, viene destituito.
BRUBAKER è un robusto ed emozionante dramma di denuncia, che nel filone del cinema carcerario occupa un posto di decoro, diretto da Stuart Rosenberg, che sposa l'impegno civile strizzando l'occhio al pubblico grazie alla presenza del bel Robert Redford, assai bravo, riuscendo nel tentativo di sposare il divismo con la responsabilità sociale, il grande spettacolo con il film di denuncia.
La storia è basata sulle vere esperienze di Thomas O. Murlan che nel 1968 diede le dimissioni da direttore del Penitenziario Statale dell'Arkansas perché le sue riforme carcerarie avevano messo nell'imbarazzo il governatore dello Stato.
Film godibile con un piccolo appunto: duecento cadaveri da nascondere nel prato sarebbero stati troppi anche per Beppe Stalin che era un fuoriclasse (nell'ammazzamento).
L'intenzione è di guardare prima coi propri occhi, ha spiegato agli scettici superiori.
In due settimane tocca con mano le ignominie fatte di violenze assortite (strapotere dei prigionieri incaricati della sorveglianza, quindici ore di lavoro al giorno, cibo con i vermi, frustate a culo nudo, torture naziste e sodomizzazioni a ruota libera, per capirci), soprusi, la corruzione di guardie, impiegati e perfino del medico che, come novello Dracula, vende il sangue sottobanco.
Adesso ho visto abbastanza! Si toglie la maschera e instaura qualcosa di molto simile alla giustizia, raccogliend ovviamente vasti consensi tra i reclusi, ma facendosi nemici i capoccetti che hanno perduti gli squallidi ma redditizi privilegi. E anche più su visto che la catena della fraternità mafiosa, fondata sullo sfruttamento e sull’imbroglio, coinvolge le più alte cariche politiche dello stato, sicché ogni gesto di buona volontà non fa che peggiorare la situazione.
Quando fa dissotterre i corpi di ben duecento detenuti torturati a morte, uccisi e seppelliti clandestinamente dai secondini, su spiata di un anziano recluso puntualmente ucciso, viene destituito.
BRUBAKER è un robusto ed emozionante dramma di denuncia, che nel filone del cinema carcerario occupa un posto di decoro, diretto da Stuart Rosenberg, che sposa l'impegno civile strizzando l'occhio al pubblico grazie alla presenza del bel Robert Redford, assai bravo, riuscendo nel tentativo di sposare il divismo con la responsabilità sociale, il grande spettacolo con il film di denuncia.
La storia è basata sulle vere esperienze di Thomas O. Murlan che nel 1968 diede le dimissioni da direttore del Penitenziario Statale dell'Arkansas perché le sue riforme carcerarie avevano messo nell'imbarazzo il governatore dello Stato.
Film godibile con un piccolo appunto: duecento cadaveri da nascondere nel prato sarebbero stati troppi anche per Beppe Stalin che era un fuoriclasse (nell'ammazzamento).
IL CASTELLO
Usa. Nell'austero castello trasformato in carcere militare l'ultimo arrivato è un peso massimo, nientemeno che un generale a tre stelle, eroe del Vietnam, il generale Eugene Erwing (Robert Redford), uomo d'azione e intellettuale ("Il fardello del comando", uno dei suoi libri), una vera leggenda dell'esercito americano, condannato per aver disobbedito ad un ordine ingiusto, che ha causato la morte di 8 soldati nel Burundi.Il comandante del penitenziario, il viscido, metodico, crudele e rancoroso colonnello Winter (James Gandolfini), accoglie con timoroso rispetto il superiore, ma presto esplode la gelosia verso la superiorità dell'altro.
I detenuti portano in palmo di mano Erwing e lo eleggono loro capo morale e non solo.
L'ospite pluristellato scopre ben presto che dietro le mura si compiono orrendi e disonorevoli (per un soldato) soprusi per un malinteso senso della disciplina.
Bisogna fermare quel pazzo, prima che al mite caporale Aguilar seguano altre vittime. In una spirale di violenze e ingiustizie sempre più intollerabili, esplode la sfida fra il generale e il comandante.
All'attacco, miei prodi. E alla fine l'eroe di guerra, esperto di tattiche militari, coi suoi uomini, prende possesso della prigione, con un'azione strepitosa. Naturalmente, come per tutti gli eroi, il prezzo da pagare è la vita, ma l'onore è eterno...
IL CASTELLO è un coinvolgente dramma carcerario diretto da Rod Lurie, sorretto da ottimi dialoghi che spingono la schermaglia morale fino all'esplosione della violenza.
Il film è sospinto da una retorica (che non ci dispiace nda) che non sarebbe dispiaciuta a John Wayne, di indubbio impatto emotivo.
È magnifico rivedere il sempre affascinante Robert Redford (che ripassa il suo BRUBAKER nella versione con le stellette) portare con baldanza i suoi 65 anni e James Gandolfini è mellifluo e portentoso nel rendersi odioso.
Non farete fatica ad odiarlo.
I SIGNORI DELLA TRUFFA
Usa. Fa uno strano mestiere l'ex idealista sessantottino riciclatosi in genio dell'elettronica Martin (Robert Redford): collauda i sistemi di sicurezza delle banche contro i possibili attacchi dei pirati informatici.Si avvale di una squadra di assi dello spionaggio industriale, con una fedina non immacolata e sofisticate attrezzature tecnologiche: l'ex agente della Cia Donald (Sidney Poitier), il novellino Carl (River Phoenix), l'effemminato Mamma (Dan Aykroyd) e il non vedente Whistler (David Strathairn).
Il quintetto è molto quotato e ricercato, anche da personaggi ambigui, come, per esempio, due tizi disposti a pagare una montagna di dollari per recuperare una misteriosa scatola nera capace addirittura di penetrare nella Federal Reserve.
E chi è quel Cosmo (Ben Kingsley) riapparso dal passato di Martin?
I SIGNORI DELLA TRUFFA (Sneakers) è un giallo tecnologico dalla trama molto aggrovigliata tanto che dà luogo a due film in uno, una miscela composta da una prima parte con i toni leggeri della commedia, poi si ricomincia da capo con il thriller e la suspense.
Il regista Phil Alden Robinson mimetizza ambizioni d'autore sotto la vernice di un efficiente mestiere hollywoodiano puntato al divertimento. Ci riesce benissimo, anche se non è una delle migliori interpretazioni di Robert Redford.
Il titolo italiano è deviante: sneakers è un termine che indica le scarpe da tennis e chi le indossa; to sneak sta per introdursi furtivamente, e con le scarpe da tennis si è veloci e silenziosi.
SPY GAME
Stavo facendo quella cosa che fa diventare ciechi (lo zapping nda) quando ho incrociato di nuovo questo bel film. E noo!!, caro il mio, adesso, con la scusa del solito pezzullo sapido sapido, non vorrai mica far passare l’ipotesi che il film di uno Scott (inteso come regista hollywoodiano. Nello specifico Tony, il fratello considerato meno dotato della famiglia ) sia da vedere.
Ammissione senza attenuanti di sorta. Mi piace proprio questa spy story che innesta (beh! ok!, ok! questo è un meccanismo classico) nelle storie di controspionaggio e operazioni sotto copertura, secondo gli addetti ai lavori, “sporche” per le opinioni pubbliche “sinceramente democratiche” (???), i sentimenti “privati”.
Ammissione senza attenuanti di sorta. Mi piace proprio questa spy story che innesta (beh! ok!, ok! questo è un meccanismo classico) nelle storie di controspionaggio e operazioni sotto copertura, secondo gli addetti ai lavori, “sporche” per le opinioni pubbliche “sinceramente democratiche” (???), i sentimenti “privati”.
Venticinque anni dopo l’ottimo I TRE GIORNI DEL CONDOR (Sidney Lumet, 1975) Robert Redford viene affiancato dal giovane Brad Pitt, nel rituale straclassico vecchio-giovane che stavolta non disturba affatto. Anzi. Il fascino del buon Redford è rimasto intatto (preciso, per la cronaca, che mi piacciono le donne).
Siamo nel 1991. Virginia. Il Muro sta venendo giù, sapete. Nathan Muir (Redford) è un veterano agente CIA, di quelli che sono semovibili in giro per le aree calde del mondo a “risolvere problemi”, all'ultimo giorno prima della pensione. Tom Bishop (Pitt) è una sua “creatura”. Nathan potrebbe tranquillamente affermare, con aria da vecchio marpione, “Tutto quello che sa, lo ha appreso da me”.
Siamo nel 1991. Virginia. Il Muro sta venendo giù, sapete. Nathan Muir (Redford) è un veterano agente CIA, di quelli che sono semovibili in giro per le aree calde del mondo a “risolvere problemi”, all'ultimo giorno prima della pensione. Tom Bishop (Pitt) è una sua “creatura”. Nathan potrebbe tranquillamente affermare, con aria da vecchio marpione, “Tutto quello che sa, lo ha appreso da me”.
Tom però ha cercato di utilizzare quello che sa per fare una capatina in una prigione di massima sicurezza cinese. Pigiama a righe su due piedi e condanna a morte: restano solo ventiquattr’ore per salvarlo. Si sa che i cinesi sono abbastanza sbrigatevi su queste cose. Hanno preso un sacco di medaglie nella specialità “pena di morte”.
A Langley, sede della CIA, Muir viene convocato dalla misteriosa unità di crisi che riguarda il suo più giovane collega. I capi, con il loro gregge di burocrati con la mente offuscata dal carrierismo, non vogliono però dirgli come stanno le cose.
Anzi vogliono risposte: Qual’era il suo scopo? Chi voleva liberare? Chi sapeva della missione?. “Eri autorizzato ad uccidere?” è l’ipocrita domanda, sullo svolgimento delle missioni precedenti, rivolta a chi sul campo c’è stato per davvero (e quanto mi fa incazzare l’ipocrisia del sistema!). E poi si sa che i burocrati non hanno mai idee proprie. Almeno mai buone.
Ma Muir, vecchio arnese da campo, le intuisce (le idee) e gli si stringe il cuore: i burocrati hanno fatto pollice verso e Bishop verrà abbandonato al proprio destino per non creare un incidente diplomatico che possa compromettere un importante accordo fra USA e Cina, con una visita a breve del Presidente americano.
Ma Muir, vecchio arnese da campo, le intuisce (le idee) e gli si stringe il cuore: i burocrati hanno fatto pollice verso e Bishop verrà abbandonato al proprio destino per non creare un incidente diplomatico che possa compromettere un importante accordo fra USA e Cina, con una visita a breve del Presidente americano.
Nel frattempo attraverso l’uso dei flash back abbiamo visto i due in azione a Da Nang (Vietnam, ‘75), Berlino (’76), e in quel macello a cielo aperto che è stato il Libano negli anni ottanta (in particolare, Beirut, tra bombe, milizie e civili innocenti). Insomma storia recente.
Però Muir è di tutt'altro avviso e per salvare il condannato si destreggia al meglio delle sue possibilità/conoscenze fra i capi che lo sottopongono a un estenuante interrogatorio per saperne di più e lui che prova a fare gli elogi del suo delfino e, soprattutto, a capovolgere il gioco.
Una partita a poker, ma il professionista al tavolo è uno solo. Sull'onda dei suoi ricordi tutto si chiarisce: riguarda una donna, della quale Bishop è innamorato, e che ha seguito rinunciando ad eseguire ordini. Insomma si è fatto fregare dal cuore. E non parlo di infarto.
Muir rinuncerà ai "risparmi di una vita" per liberare il suo amico con un'azione "privata", la famosa “Operazione Cena Fuori”, dopo aver concentrato i neuroni su un umano, inevitabile, fremito ribellistico alla soglia della pensione.
Mettersi in proprio sfruttando quello che si sa fare meglio. Quello che si è fatto, obbedendo agli ordini, per tutta una vita. Coinvolgente l’uso dei fermo immagine con l’indicazione dell’ora (che vedremo anche in NEMICO PUBBLICO), che fanno capire, fermando l’istante e fissandolo, quanto poco tempo ci sia.
Coppia ben assortita e tensione spettacolare, incalzante, senza utilizzare effetti speciali a manetta (a Beirut le esplosioni erano veramente così devastanti). Un racconto ben fatto e l’idea fantastica di utilizzare la CIA contro la CIA.
Niente Ragion di Stato, stavolta. Ragione e passione, cinismo e sentimento, ritmo e credibilità.
Ve lo già detto che mi è piaciuto?
Ve lo già detto che mi è piaciuto?
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