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I TRE GIORNI DEL CONDOR

New York, in un freddo inverno. Un'anonima sezione della CIA, travestita da polverosa biblioteca, è visitata da misteriosi killer.

Le pistole con silenziatore del commando non lasciano scampo agli impiegati sotto copertura che hanno il compito di analizzare testi e romanzi polizieschi e gialli al fine di scoprire e ipotizzare gli stratagemmi utilizzati dai criminali nei singoli casi specifici a loro sottoposti.

Tutti stesi. Meno uno, il timido analista Joe Turner (Robert Redford) dal roboante nome in codice, Condor, salvatosi per un provvidenziale quanto casuale rifornimento di tramezzini al solito bar all'angolo.

Inutil dire che l'unico scampato per caso al massacro è naturalmente in gravissimo pericolo.

Braccato dagli assassini, il travet mette in moto le procedure di rito per i casi di emergenza e si reca, titubante, all'appuntamento fissato da un ambiguo dirigente, il vicedirettore Hingins, da cui esce vivo per miracolo.

Allora si fa scudo dell'altera fotografa Kathy (Faye Dunaway) all'uscita di un negozio e si rifugia a casa sua.

Mentre scoppia il flirt con l'avvenente ostaggio prova a capirci qualcosa.

I TRE GIORNI DEL CONDOR è un thriller spionistico perfetto, pur se piuttosto complicato, di sicura presa che sa tenere incollato alla sedia lo spettatore.

Il regista, il compianto  Sidney Pollack ha la possibilità di fare sfoggio del suo talento che si ravvisa soprattutto nelle nervose scene d'azione e per il buon dosaggio della suspense piuttosto che nelle intenzioni di denuncia politica delle malefatte della CIA.

Tra i due seducenti e bravissimi protagonisti, il divo Robert Redford e Faye Dunaway, si insinua il superlativo Max von Sydow, l'insolito sicario che trova il tempo di ironizzare sui troppi lati negativi di un mestiere difficile.

Pietra miliare del cinema a base di complotti, inarrivabile e mai datata summa del catechismo complottardo liberal anni '70...

FUGA PER LA VITTORIA

Germania, 1943, seconda guerra mondiale. Nel lager tedesco il maggiore Karl Von Steiner (Max von Sydow) ritrova fra i prigionieri l'inglese Colby (Michael Caine), famoso giocatore della nazionale di sua maestà britannica.

Perché non organizzare una sfida di calcio Germania-Alleati?

Hitler si entusiasma e dice sì: l'idea di una sfida sportiva fra fronti in guerra piace molto, subdorando la possibilità di renderla un grande evento di propaganda.
Prenota così, senza fatica, il mitico stadio di Colombes a Parigi, nella Francia occupata.

I detenuti si allenano duro e quando gli uomini interni al campo che lavorano segretamente con le forze della Resistenza francese vengono a sapere dell'evento, iniziano a pianificare, con l'aiuto della rude spia canadese Robert Hatch, un grande piano di fuga.

FUGA PER LA VITTORIA è un film di guerra, di sport, d’azione, e chi più ne ha più ne metta, inverosimile eppure emozionante. Il tutto amalgamato alla perfezione. C’è persino ironia in questa favola pedatoria, che non guasta mai, nonostante il dramma della guerra si rifaccia sentire pesantemente quando arrivano i prigionieri scheletrici dei campi di concentramento.

La favola è diretta da un John Huston che a fine carriera rivolge la sua attenzione e l'esperienza di cineasta classico alla retorica sportiva per dare ulteriore ardore all'epica della grande Storia. Per riuscire nell'impresa di raccontare la più grande vittoria della storia del Novecento, la sconfitta del nazi-fascismo, il regista drammatizza un episodio realmente accaduto sul fronte orientale durante la Seconda guerra mondiale . E lo spirito della vittoria è, fin dal titolo stesso, l'obiettivo della glorificazione del film di Huston, che mette in scena lo sport forse meno amato dal pubblico americano, il calcio, e una squadra internazionale piuttosto eterogenea per rendere il concetto più universale possibile.

Infatti accanto a Stallone (che para meglio di Buffon) e Pelé (una sua rovesciata è il pezzoforte del film, vedi video) altri celebri calciatori, un insieme di stelle del calcio degli anni Sessanta e Settanta, provenienti da tutto il mondo. Quasi come l'Inter di qualche anno fa.

Certo le SS che inspiegabilmente non sparano sulla folla dello stadio...

IL DESERTO DEI TARTARI


Agosto 1907. Il ventenne e ovviamente inesperto tenentino di fresca nomina Leone Drogo (Jacques Perrin) è inviato alla fortezza Bastiani, estremo baluardo dell'Impero austro-ungarico, di fronte a una sterminata pianura, lugubre e desertica.

Un avamposto morto, una frontiera che si affaccia sul niente, al di là della quale si estende il mitico “deserto dei Tartari”, scomparsi dopo aver distrutto la città di cui si vedono in lontananza le rovine. 

A Bastiani il tempo trascorre immemore. Aggrappati a meticolosi rituali d’onore, tutti vivono nella monotona ossessiva attesa dei Tartari, il cui arrivo potrebbe riscattare il grigiore della routine quotidiana. Ogni minimo segnale viene subito ingigantito.

Ora l'avamposto sperduto è in stato di allerta dopo che il capitano Hortiz (Max Von Sidow) ha avvistato dei nemici prontamente svaniti.

L'orizzonte è come il programma del Partito Democratico: non presenta una novità che sia una, eppure quei soldati si preparano come se l'attacco fosse questione di minuti.

L'ufficialetto rimanda di giorno in giorno la fuga e intanto passano gli anni (ormai è comandante in seconda) senza che accada nulla, con il nemico atteso con cui battersi che non arriva mai.

Forse no, forse gli assedianti arrivano davvero.

Situato il famoso romanzo-favola (1940) di Dino Buzzati in una cornice storica (nel 1907, ai confini orientali dell'impero austro-ungarico), il regista Valerio Zurlini, cimentatosi nell'impossibile traduzione, ne ha accentuato la concretezza, riuscendo con sottigliezza allusiva a suggerire quel che c'è al di là dei fatti e lavorando ammirevolmente sulla caratterizzazione dei personaggi, con l'aiuto di un grande cast, le struggenti musiche di Ennio Morricone, gli splendidi panorami e le sgargianti divise.

Magari il film paga lo scotto di essere volutamente lento, con scene che si soffermano con tempi quasi rallentati sul deserto, ma era molto difficile (quasi impossibile) nell'atmosfera rarefatta, che ricorda proprio lo stile del libro di Buzzati, intrecciare le (non) azioni dei personaggi, in un'elegante metafora della vita. Naturalmente è un film freddo, ma chi ha mai detto che sia un difetto?

Non è certo facile realizzare un film come IL DESERTO DEI TARTARI sul vuoto esistenziale e sullo scorrere del tempo.

SHUTTER ISLAND

Stati Uniti, 1954. I due agenti federali Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio), congedato dall'Us Army senza disonore malgrado un episodio non proprio cristallino (ne parleremo dopo nda), e Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati con un battello a Shutter Island, di fronte a Boston, per investigare sull'improvvisa scomparsa di una pericolosa infanticida reclusa nell'istituto mentale Ashecliffe, tale Rachel Solando (Emily Mortimer).

Il direttore dell'istituto, il mefistofelico psichiatra Cawley (Ben Kingsley), inservienti ed infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l'agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l'ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring (Max Von Sydow).

Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull'isola, durante il quale le indagini proseguono e particolari sempre più inquietanti emergono, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra.

In particolare una strage di prigionieri a opera dell'Us Army: quella dei militari tedeschi di guardia al campo di concentramento di Dachau (al cui ingresso, però, campeggia una scritta che era in un altro campo, e dove fiocca la neve sebbene l'episodio sia di fine aprile (1945). Ma un film ha le sue esigenze...).

In pratica l'agente scopre che il sistema repressivo americano nella Guerra fredda anticomunista, in piena epoca maccartista, ricalca quella nazionalsocialista nel decennio precedente: i reclusi nel manicomio criminale, sottratto addirittura alla giurisdizione dell'Fbi, sono cavie di esperimenti di manipolazione della personalità, finanziati con i fondi assegnati alla Commissione per le attività antiamericane. 

E i malcapitati non sono tutti malati; in certi casi sono medici ribellatisi alla terapia che dovevano applicare agli altri. Alla persona proclamata pazza si toglie ogni credibilità: può dire tutto, ma non serve a niente. Dunque il potere, qualunque esso sia, è il male.

Ma se l'agente fosse solo un ex agente? E se il suo fedele sottoposto non fosse un sottoposto? E se i luciferini medici fossero vittime di un malinteso?

Con  SHUTTER ISLAND (Isola isolata) il grande cineasta italo americano Martin Scorsese si diverte a dire e a fingere di negare che gli Stati Uniti valgano quanto altri sistemi politici che hanno processato nei loro capi e nei loro militanti, da Norimberga a Guantanamo.

Divertendosi non poco a mischiare crimini di guerra e pace; illusione d'esser migliori e scoperta d'esser peggiori; violenza e potere; delitto e castigo; follia e droga.

La storia è avvincente, anche per la bravura degli attori e del costumista, oltre che per la splendida fotografia (nella sua claustrofobica cupezza).

Il personaggio di Di Caprio rappresenta l'ennesimo man of violence della sua filmografia, colui che lotta brutalmente per cancellare la sua memoria e restare attaccato al proprio mondo. Ma eliminare i ricordi (le immagini, il cinema) significa inevitabilmente creare dei fantasmi, manipolare una serie di immagini preconosciute della Storia (cosa che fa nei ricordi dei campi di concentramento con il carrello che segue un'esecuzione quasi coreografica dei soldati delle SS) e, in ultima analisi, confessare l'impossibilità di far pace con la verità.

"Questo posto mi fa pensare. Cosa sarebbe meglio, vivere da mostro o morire da uomo per bene?"

MINORITY REPORT

Washington, anno 2054. Funzionano meglio di Giucas Casella, Wanna Marchi e Silvan assommati i tre veggenti immersi nel lattice.

Niente di particolarmente tecnologico: semplicemente tre umani dotati di capacità paranormali. Si chiamano pre-cog, da precognitives.
I loro nomi sono un inno al "giallo", Agatha come Christie, Dashiell come Hammett e Arthur come Conan Doyle.
Vivono in una piscina e hanno visioni che poi trasmettono a un secondo livello, a un'unità di pronto intervento, la squadra anticrimine guidata dall'agente scelto John Anderton (Tom Cruise).

Tra un'ora avverrà un delitto nel tal posto, avvertono i precog, e il baldo poliziotto si precipita sul luogo, in tempo per fermare la mano omicida.

Che maraviglia!!, da sei anni non c'è un omicidio, gongola il gran capo Lamar Burgess (Max Von Sydow), che però rivela preoccupato al suo subalterno: lo zelante funzionario del dipartimento di giustizia Ed Witwer (Colin Farrell) è qui per sabotarci.

E i guai arrivano quando i veggenti a un certo punto indicano proprio John come futuro omicida di un tale che non conosce.
Dunque il detective comincia la caccia a se stesso, naturalmente c'è la possibilità di qualche trucco, qualcuno per esempio potrebbe fabbricare non false prove, ma false visioni. Da qui una corsa contro il tempo, che è breve.

MINORITY REPORT è un originale e inquietante thriller futuribile che il regista Steven Spielber ha tratto da un racconto del re della fantascienza Philip K. Dick, scrittore-culto del genere (ha firmato BLADE RUNNER e ATTO DI FORZA, fra gli altri, e scusate se è poco).

L'azione prevale (ritroviamo il Cruise delle Missioni impossibili e non è necessariamente un male) e giù il cappello davanti agli effetti speciali.
Cose che fanno capire che Spielberg ha fatto prevalere la ricerca del successo di pubblico rispetto ai significati letterari.

Il film comunque c'è.

Rimane solo l'atroce dilemma per il gentil sesso: è più fascinoso il collaudato Tom Cruise o Colin Farrell?

CONAN IL BARBARO

Hyboriana (postatlantide), 12000 anni fa o giù di lì. Il giovane e nerboruto Conan (Arnold Schwarzenegger) ha visto i genitori e l'intera tribù trucidata dai tirapiedi del perfido Thulsa Doom (James Earl Jones).

Gli anni passano trascinati in giorni sempre uguali di fatica. Appena messo su qualche muscolo e affrancatosi dalla dalla schiavitù, decide che è giunta l'ora di rendere il servizio al terribile tiranno che vive sulla Montagna del Potere, venerato come un santone da una massa di scherani, come ai tempi d'oro della fondazione del PCI.

Accompagnato dalla bionda vichinga munita di bicipiti possenti Valeria (Sandahl Bergman), il nostro eroe serra le mascelle e sfodera lo spadone.

La crocefissione gli fa appena il solletico: aspettami, re Osric (Max Von Sydow) ora salvo te e tua figlia.

L'ex sceneggiatore John Milius racconta, ispirato dai racconti di Robert Ervin Howard degli anni '30, un'inverosimile fiaba carica di suggestioni visive, uno spettacolone sfarzoso e violento che dosa sapientemente lo scatto avventuroso, la fantasia, i trucchi mirabolanti, i duelli, le scene di massa, le parentesi erotico-orgiastiche.

Prima avvince per la fantasmagoria di luci e colori, poi stordisce per la musica ossessiva e la lunghezza non proprio mini.

Miracoli del cinema: nessuno avrebbe scommesso uno scellino sul futuro da star, e di politico poi, di un inespressivo e supergonfiato ex culturista austriaco dal cognome impronunciabile.