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ANCHE GLI ANGELI MANGIANO FAGIOLI

New York, 1929. Svelti con le mani e pronti col cervello, il campione di catch Charlie (Bud Spencer) e Sonny (Giuliano Gemma), scopino in una palestra di arti marziali, si fanno ingaggiare dal boss Angelo, detto Sorriso (Robert Middleton).

Dovranno riscuotere i pedaggi dai negozianti di Little Italy, protetti, per così dire, dal capobastone e poi, promossi incautamente killer, ammazzare i componenti di una gang rivale. 

Purtroppo i cuori sono d'oro, sarà dura far finta di aver eseguito entrambi i compiti. Alla fine si schierano presto dalla parte delle vittime contro chi li taglieggia.

E sarà ancor più difficile svignarsela quando il furibondo mafioso cercherà di dargli la prevista lezione.

Dopo il successo internazionale dei due “spaghetti-western” di Trinità, il romanissimo Enzo Barboni, autoribattezzatosi Clucher per ragioni puramente commerciali, con questo ANCHE GLI ANGELI MANGIANO FAGIOLI applica la sua ricetta ad una gustosa parodia del cinema dei gangster, elegante nei costumi e scintillante nelle auto d'epoca.

In pratica il regista sposta l'azione dal West all'America anni '30 (ricostruita incredibilmente bene).

Funzionano le ambientazioni, il ritmo è costante, i dialoghi spesso brillanti e le musiche memorabili (molto orecchiabile è la canzone "Angels and beans" dei grandi Oliver Onions).

Il simpatico Bud Spencer ha, come spesso gli capita, la mano pesante e tira sganassoni terrificanti manco si trovasse ancora sul set di un qualsiasi spaghetti western.

Gli fa da spalla, in attesa che torni il legittimo partner Terence Hill e senza farlo rimpiangere troppo, il molto sorridente Giuliano Gemma.




Grande successo popolare.

IL DESERTO DEI TARTARI


Agosto 1907. Il ventenne e ovviamente inesperto tenentino di fresca nomina Leone Drogo (Jacques Perrin) è inviato alla fortezza Bastiani, estremo baluardo dell'Impero austro-ungarico, di fronte a una sterminata pianura, lugubre e desertica.

Un avamposto morto, una frontiera che si affaccia sul niente, al di là della quale si estende il mitico “deserto dei Tartari”, scomparsi dopo aver distrutto la città di cui si vedono in lontananza le rovine. 

A Bastiani il tempo trascorre immemore. Aggrappati a meticolosi rituali d’onore, tutti vivono nella monotona ossessiva attesa dei Tartari, il cui arrivo potrebbe riscattare il grigiore della routine quotidiana. Ogni minimo segnale viene subito ingigantito.

Ora l'avamposto sperduto è in stato di allerta dopo che il capitano Hortiz (Max Von Sidow) ha avvistato dei nemici prontamente svaniti.

L'orizzonte è come il programma del Partito Democratico: non presenta una novità che sia una, eppure quei soldati si preparano come se l'attacco fosse questione di minuti.

L'ufficialetto rimanda di giorno in giorno la fuga e intanto passano gli anni (ormai è comandante in seconda) senza che accada nulla, con il nemico atteso con cui battersi che non arriva mai.

Forse no, forse gli assedianti arrivano davvero.

Situato il famoso romanzo-favola (1940) di Dino Buzzati in una cornice storica (nel 1907, ai confini orientali dell'impero austro-ungarico), il regista Valerio Zurlini, cimentatosi nell'impossibile traduzione, ne ha accentuato la concretezza, riuscendo con sottigliezza allusiva a suggerire quel che c'è al di là dei fatti e lavorando ammirevolmente sulla caratterizzazione dei personaggi, con l'aiuto di un grande cast, le struggenti musiche di Ennio Morricone, gli splendidi panorami e le sgargianti divise.

Magari il film paga lo scotto di essere volutamente lento, con scene che si soffermano con tempi quasi rallentati sul deserto, ma era molto difficile (quasi impossibile) nell'atmosfera rarefatta, che ricorda proprio lo stile del libro di Buzzati, intrecciare le (non) azioni dei personaggi, in un'elegante metafora della vita. Naturalmente è un film freddo, ma chi ha mai detto che sia un difetto?

Non è certo facile realizzare un film come IL DESERTO DEI TARTARI sul vuoto esistenziale e sullo scorrere del tempo.

SPERIAMO CHE SIA FEMMINA

Campagna toscana. Nell'azienda agricola (e relativo latifondo) è l'energica cinquantenne Elena (Liv Ullmann), che ha per amante il fattore Nardoni, a gestire il tutto e a far filare dritte le figlie, la maggiore Franca (Giuliana De Sio), ora fidanzata con un bislacco professore, e Malvina (Lucrezia Lante della Rovere), la figlia minore, forse l'unica a voler bene a papà e con la passione per i cavalli, la sorella minore Claudia (Catherine Deneuve) e la tata Fosca (Athina Cenci), mentre lo zio Gugo (Bernard Blier) è abbastanza fuso.

Una mattina viene a trovarla il marito, separato, il conte Leonardo (Philippe Noiret) il quale sperpera a Roma le proprie sostanze e ogni tanto si presenta, con o senza la giovane amante Lolli (Stefania Sandrelli)a bussare a quattrini.

Questa volta, per far quattrini, l'uomo propone di trasformare la tenuta in uno stabilimento termale, ma ci vuol poco a capire che il progetto non ha solide basi.

L'armonia si rompe il giorno che, mentre le donne sono in ansia per la scomparsa delle due bambine che popolano la casa (sono scappate a sentire un concerto rock), il conte Leonardo muore in un incidente d'auto. È l'ora dei rimorsi e delle accuse, tra madre e figlie, per come è stato trattato quel poveraccio. Ed è anche il momento di nuove preoccupazioni finanziarie, perché è venuta ai funerali l'amante del conte che vuole essere rimborsata di un prestito.

La famiglia sembra proprio sul punto di sfasciarsi, con Franca che dice di andare sposa al professore, con Claudia che si porta via la sua bambina, Malvina ospite a Roma dalla zia, la Fosca finalmente decisa a raggiungere il marito in Australia, lo zio Gugo messo in un ospizio, ed Elena ormai rassegnata a vendere la tenuta al fattore. Alla vigilia dell'atto notarile, il panorama invece cambia.

Franca rientra all'ovile ragazza-madre, lo zio scappa dall'asilo per tornare a casa, la Fosca rinunzia a partire perché ha saputo che il marito si è rifatto una famiglia. Con gran rabbia del Nardoni, il contratto di vendita dunque non si farà. Raccolte intorno ad Elena nella vecchia casa di campagna, tutte le donne si ritrovano amiche (c'è anche l'amante del conte), uscite da amare esperienze ma convinte di poter fare da sole, e non soltanto tra i fornelli.

Quant'è difficile tirare avanti tra arrivi, partenze, disgrazie e debiti ma c'è una festosa allegria, un senso nuovo di sicurezza, mentre pure l'unico maschio si è messo a fare la calza: e allora speriamo che sia femmina anche il bimbo di Franca...

SPERIAMO CHE SIA FEMMINA è un delizioso film borghese, maremmano e matriarcale, di Mario Monicelli che, con questo ritratto di famiglia denso e colorito in un casale, arricchisce il panorama del cinema italiano degli anni '80 per il sapiente impasto di toni drammatici, umoristici e grotteschi (si passa da un tono all'altro senza avvertire scossoni), la splendida galleria di ritratti femminili, la finezza psicologica dei personaggi, il modo con cui, senza forzature ideologiche, sviluppa il discorso sull'assenza, la debolezza, l'egoismo dei maschi (che ne escono notevolmente ammaccati nda).

Una commedia dolce e sorridente, buffa e commossa: un film vero sulla Vita, sulle sconfitte e le ripartenze. Come direbbe Arrigo Sacchi.

Il più bravo/a: impossibile scegliere.