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THE COUNSELOR - IL PROCURATORE

Jaurez (Messico). Fa la bella vita il Procuratore senza nome (Michael Fassbender), fidanzato alla dolce Laura (Penélope Cruz).

Non gli bastano superauto e megavilla, quindi si mette in combutta con il narcotrafficante Reiner (Javier Bardem), legato alla vistosa bionda Malkina (Cameron Diaz), per una grossa partita di droga trattata con il cartello locale.

Che tragico errore.

THE COUNSELOR - IL PROCURATORE è un crudele e freddo poliziesco, esteticamente ricercato e che si compiace di esserlo, diretto da Ridley Scott, padrone assoluto del mezzo tecnico, con qualche chiacchiera di troppo e una storia parecchio criptica.

Comunque, le riprese e alcune location (la villa di sfavillante eleganza) sono di livello, i personaggi piacevolmente sopra le righe.

Ottimi attori, con Brad Pitt (alle prese con una garrota a motore nda) addirittura ruota di scorta.

Nella scena più bollente (tanto intrigante quanto inutile per la storia), c'è Cameron Diaz, senza slip e con una notevole spaccata di gambe, che amoreggia con il parabrezza di una Ferrari inerme davanti all'allibito Javier Bardem.

Purtroppo non si vede un bel niente.

Pellicola forse lontana dalle migliori prove di Ridley Scott ma meritevole di visione.

THE MEXICAN - AMORE SENZA LA SICURA

Los Angeles. A volte la vita può cambiare per una semplice distrazione al volante, ed è quanto è successo al giovane Jerry Welbach (Brad Pitt) che, tamponando l'auto del potente boss malavitoso Margolese (Gene Hackman, un cameo), lo ha involontariamente costretto ad un soggiorno nelle patrie galere (grazie al classico cadavere nel bagagliaio).

In cambio Jerry ha dovuto accettare di prestare i suoi servigi alla gang fino a quando il capo non tornerà a piede libero: con scarsi risultati, peraltro, dato che il crimine non è decisamente il suo mestiere.

L'ennesima disattenzione è costata a Jerry un viaggio fuori programma in Messico, dove dovrà recuperare un'antica e preziosa pistola, nota con l'appellativo di "The Mexican". L'incarico pare senza rischi.

Non ne voglio sapere, urla la fidanzata Samantha (Julia Roberts), mi avevi promesso di cambiare vita, mollare e seguirmi a Las Vegas, ma il giovane non ha scelta: o ritrova la pistola o è un uomo morto.

Così mentre il suo ganzo espatria per lavoro, la ragazza parte da sola per Las Vegas, attirata da un impiego da croupier. Ma lo spietato sicario gay Leroy (James Gandolfini) la sequestra per costringere l'amato a non fare scherzi.

E intanto l'arma, su cui grava una mortale e antica maledizione, cambia di continuo proprietario.

THE MEXICAN- AMORE SENZA LA SICURA è una bislacca, simpatica e pazza commedia ai confini con il poliziesco e intinta nel grottesco (semafori rossi iettatori, cani gelosi di palloni da football sgonfi, "mostruosi" indigeni messicani, omaggi leoniani, teneri sicari gay all'occorrenza spietatissimi), che avanza lentamente, con qualche caduta di ritmo, tra villaggi fatiscenti, strade polverose e facce da patibolo.

Julia Roberts, quanto mai a suo agio nei ruoli da commedia, e Brad Pitt viaggiano su due corsie parallele restando insieme sullo schermo si e no una ventina di minuti.

Anche se per me il migliore è James Gandolfini, il lato romantico della storia non mancherà comunque di soddisfare i fan delle due belle star.

Di lì a poco il regista Gore Verbinski verrà incensato per l'ormai famosissima trilogia dei Pirati dei Caraibi.

WORLD WAR Z

Philadelphia. Gerry Lane (Brad Pitt), in un giorno come tanti, è in auto con la sua famiglia, bloccato nel traffico della città.

L'uomo, un ex -impiegato delle Nazioni Unite che ha vissuto in zone calde del mondo, ritiratosi a vita privata per dedicarsi alla famiglia, ha la sensazione che non si tratti del classico ingorgo.

Il cielo da lì a poco si riempie di elicotteri della polizia, e gli agenti in motocicletta sfrecciano all'impazzata da tutte le parti: la città è in preda al caos.

Ovunque per le strade, orde di persone  infette, cadaveri ambulanti, si avventano ferocemente sugli altri, contagiandoli con un morso di un virus letale che in pochi secondi trasforma gli esseri umani in creature irriconoscibili e feroci, insomma nemici pericolosi.

Le origini del virus sono sconosciute, mentre il numero delle persone infette cresce di giorno in giorno, raggiungendo rapidamente i livelli di una pandemia globale. Le ipotesi che questa epidemia possa sopraffare gli eserciti di tutto il mondo ed arrivare a distruggere i governi e le popolazioni, fanno accettare a Lane il ritorno in servizio pur di mettere in salvo la propria famiglia su una portaerei: il prezzo da pagare è combattere in prima persona, memore del suo pericoloso passato di agente ONU.

Parte dunque alla ricerca del luogo del primo contagio, di scorta ad un promettente immunologo, nel disperato tentativo di raccogliere informazioni in giro per il mondo, nella speranza di isolare il virus e poter approntare un vaccino capace di combattere questa terribile epidemia che minaccia la sopravvivenza del genere umano, e fermarla.

La Plan B di Brad Pitt e soci ha scelto il libro di Max Brooks "World War Z: An Oral History of the Zombie War" per farne un blockbuster tutto adrenalina e clima da fine dei tempi. La "rabbia" famelica di cui sono portatori gli zombie ( i "non morti") si diffonde nel film diretto da Marc Forster come una pandemia moderna e le tante inquadrature dall'alto ne sottolineano efficacemente lo spargimento capillare, come arterie di un unico mondiale organismo sociale che si colorano di rosso, sulle strade e sui monitor del potere, ridotto all'impotenza di fronte alla possibilità che sull'umanità venga scritta la parola fine.

Dentro s'intravede il ricordo di 28 giorni dopo (gli zombie qui presenti non sono i classici morti viventi che camminano strascicando i passi nda)  e  le sequenze pensate per le piattaforme di gioco di Resident Evil.

Più che horror, un film d'azione, dal ritmo frenetico. Al centro della storia, il personaggio interpretato dal carismatico protagonista, il sex-symbol in servizio permanente effettivo Brad Pitt e nel cast, tra gli altri, il nostro Pierfrancesco Favino, che sbriga la faccenda in maniera credibile.

La storia è dinamica, sferzante, ansiogena a tratti, e scorre via rapidissima quasi quanto le corse travolgenti che compiono i suoi protagonisti zombie.

World War Z è un blockbuster e fa il suo dovere di blockbuster: puro intrattenimento e divertimento.

Inutile il 3D.

L'ARTE DI VINCERE - MONEYBALL

Oakland (California), 2002. Vacillano alla fine della stagione le convinzioni del general manager degli Oakland Athletics Billy Beane (Brad Pitt): il team è in crisi dopo la cessione dei tre big.
D'altra parte quella che è una buona squadra (di baseball) non può però competere con i budget stratosferici di squadre come ad esempio i New York Yankees. Insomma la lotta impari tra squadre dei cosiddetti "small markets" e le grandi corazzate.

E adesso come li sostituisco con i pochi soldi a disposizione?

Ma ecco il giovane e rotondo Peter Brand (Johan Hill), fresco di laurea in statistica a Yale: basta comprare i giocatori adatti e il successo arriverà.

La teoria (ardita) tende a dimostrare come si possa costruire una squadra vincente basandosi sulle statistiche invece che sui nomi altisonanti.

Proviamo a sbancare la Major League?

L'ARTE DI VINCERE è un lungo melò parasportivo, molto americano, diretto da Bennett Miller, che si sofferma troppo su tattiche e campagna acquisti di uno sport semisconosciuto in Italia (dove il film ha incassato pochissimo nda), pur conservando un romanticismo di fondo.

Le scene di gioco e il linguaggio tecnico da addetti ai lavori (fuori campo, inning, swing, primo battitore) aumentano il fastidio di chi guarda senza capire il senso di uno sport poco filmabile e pieno di tempi morti.

Comunque possiamo definirlo non un film sullo sport in senso stretto. Molto made in USA è anche la morale del film, l'american way of life : quella eterna della seconda possibilità e delle profonde motivazioni dell'individuo.

Brad Pitt sempre più bravo (ed abile nello scegliere i ruoli).

SEVEN

Usa. Il primo della lista è un immondo grassone inzeppato di cibo fino a farlo soffocare con la faccia immersa negli spaghetti, in un brulicare di scarafaggi (Gola).

Il martedì tocca ad un avvocato famoso e costoso (difende malavitosi nda) obbligato a tagliarsi via dal corpo una libbra di carne e a morire dissanguato (Avarizia).

Opera di un serial killer, che s'é battezzato John Doe (Kevin Spacey) col nome proverbiale dell'americano comune come a dire di non sentirsi diverso dagli altri,  e che compie assassinii moralistici all'insegna dei sette peccati capitali, ispirandosi nei modi dell'ammazzare a Dante, Shakespeare, Chaucer.
Ad indagare sul caso si ritrovano l'anziano poliziotto di colore William Somerset (Morgan Freeman), vecchio poliziotto disilluso a pochi giorni dalla pensione, e David Mills (Brad Pitt), giovane collega nervoso e irruente.

SEVEN è un ottimo thriller dell'allora semisconosciuto David Fincher che possiamo serenamente definire un folgorante inizio divenuto un punto di riferimento del genere. 

SEVEN è un film cupo, crudo e senza speranza che ti prende alla gola dalla prima scena per lasciarti senza fiato in un finale agghiacciante ed imprevedibile.

Gli interpreti sono eccezionali, tutti al loro posto, a cominciare dagli agenti Freeman e Pitt, fino allo strepitoso luciferino Spacey, la cui interpretazione non ha nulla da invidiare ad un altra superba interpretazione del grande cinema: Anthony Hopkins ne Il Silenzio degli innocenti. Anzi, devo ammetterlo: per me è superiore (anche il film, malgrado la differenza di statuette).

Brava Gwyneth Paltrow nel breve ruolo della moglie del giovane detective.

Splendida la (sporca) fotografia.

E' stato anche un grosso successo commerciale: un budget di 30 milioni di dollari ne ha generati oltre 316 di incasso mondiale lordo

IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON

New Orleans, 1918. Non lo voglio più vedere. Inorridito, l'industriale dei bottoni Thomas Button prende il bebé partorito dalla moglie nel giorno della fine della prima guerra mondiale e lo deposita sulle prime scale che trova.

Il fagotto è raccolto dalla giovane nera Queenie, che lo porta con se nella casa di riposo dove fa la colf.
In effetti il neonato ha il viso raggrinzito, sembra un vecchio novantenne nel corpo di un bimbo (sindrome di Hutchinson-Gilford nda).

Ma la mamma acquisita lo alleva con amore.

Passano gli anni, il piccolo Benjamin (Brad Pitt) cresce, ma la sua età diminuisce ogni giorno.

La sua è una vita al contrario che attraversa il Novecento americano sempre alla ricerca del primo e unico amore, una donna molto più emancipata, libera e in linea con il suo tempo. L'unico momento in cui si potranno trovare sarà all'incrociarsi delle loro età: "Mi amerai ancora quando sarò vecchia?", chiede lei. "E tu mi amerai ancora quando avrò l'acne?" risponde lui.

E qui si casca nel brodo esistenziale.

Straordinario (la storia è di quelle interessanti, inutile negarlo), per originalità, dramma tratto da Scott Fitzgerald, dal metraggio fluviale e gonfio di tredici nomination (di cui tre, scenografia, trucco e effetti visivi), trasformate in Oscar.

Sbalorditiva la mutazione di Brad Pitt: neanche Angelina sotto le coperte lo riconoscerebbe.
La meno celebrata  Cate Blanchett, invecchiata e ringiovanita anch'essa per esigenze di copione, supplisce alla frequente mancanza di digitale con la solita prestazione di classe, in un personaggio complesso e difficile.

Curioso il caso di una vita da gambero, curioso il film.





SLEEPERS

Hell's Kitchen, New York, 1966. Per una stupida bravata (un furto ad un ambulante fatto quasi per gioco) finita in tragedia, i teppistelli Shakes, Tommy, Michael e John si beccano diciotto mesi di riformatorio.
Un infame calvario di violenze ed abusi sessuali, grazie alle assidue cure del sadico secondino Nokes (Kevin Bacon), nonostante il prodigarsi di padre Bobby (Robert De Niro), prete di strada.

Nel 1981 Tommy (Billy Cudrup) e John (Ron Eldard), che hanno imboccato la strada della rabbia e della deliquenza e sono ormai gangster in pianta stabile, ritrovano casualmente in un ristorante l'antico aguzzino e lo fanno secco (come dargli torto?)

Il caso viene assegnato al procuratore Michael (Brad Pitt) (sarebbe meglio dire che viene "intercettato" dal ragazzo ora avvocato), terzo dei quattro ragazzini di un tempo.
La pratica legale sembrerebbe una formalità ma invece il processo per omicidio si trasforma in una legale vendetta contro le passate angherie, come racconta il cronista Shakes (Jason Patric), quarto dell'antico gruppo.

SLEEPERS è un avvincente, robusto e molto ben strutturato drammone social-carcerario-giudiziario del veemente regista Barry Levinson, che schiera un manipoli di superdivi a far da chiocce a giovanissimi e poco celebri protagonisti (ormai sappiamo che solo Brad Pitt è diventato un big).
A Vittorio Gassman basta un cameo per confermare una classe inimitabile.

Il ritmo nel complesso è buono, come deve essere, considerata la storia. La vicenda vissuta dai ragazzi è terrificante se si pensa che è vera, come, di fatto, è.
Bisogna dire che è descritta con crudezza ma senza morbosità e non mancano momenti di grande tenerezza, come quella in metropolitana o quella in cui padre Bobby (uno straordinario De Niro), per quanto in conflitto con la propria coscienza, guardando John e Tommy, i suoi ragazzi, con tutto l'amore di un padre di fronte a due figli smarriti, mente per salvarli (come dargli torto?) legalmente discutibile ma, umanamente, assolutamente comprensibile.

La pellicola ha l'indubbio pregio di essere emozionante.

TROY

Sparta, 1200 avanti Cristo. Il principe troiano Paride (Orlando Bloom), ospite maleducato, si spupazza la bellissima Elena (Diane Kruger), moglie dell'anfitrione, il re Menelao.
Poi la rapisce, facendo infuriare sia il più saggio fratello maggiore Ettore (Eric Bana), sia il marito cornuto, che chiede aiuto all'ambizioso fratellone, il re Agamennone (Brian Cox).

Il quale se ne frega di tutta la vicenda (cognata compresa) ma non gli par vero di annettere Troia ai suoi già vasti possedimenti.

Così cinquantamila uomini sbarcano davanti alle mura della città: il centravanti di sfondamento è Achille (Brad Pitt), valoroso oltre facilmente infiammabile.

Riuscirà l'angoscito re Priamo (Peter O'Toole), che è stato costretto ad andare a chiedereal prode Achille la restituzione del corpo del figlio, a salvare la sua città?

Il mito di Troia, fortezza inespugnabile; il coraggio di Ettore, eroe, marito e padre esemplare; l’arte e la tecnica guerriera di Achille, invincibile combattente; la colpa e la bellezza di Paride e di Elena; l’astuzia di Ulisse e l’inganno del cavallo; la boria di Agamennone e la dignità di Priamo; fattori che arricchiscono la vicenda e con i quali Omero ha, a suo tempo, ricamato sulla verità storica del fatto; questi elementi nello spettacolare e avvincente kolossal del regista tedesco Wolfang Petersen ci sono, e sono anche esposti in maniera ordinata ed apprezzabile, pur rimanendo fedele alla storia di Omero quanto Elena al suo consorte.

I canoni hollywoodiani sono presenti in TROY meno che in altri film del genere (IL GLADIATORE, per esempio) la più celebre guerra di sempre è infatti combattuta (riducendola a un fulmineo blitz, purtroppo) e mostrata nella sua ferocia più attraverso i tormenti emotivi di Achille e di Ettore che non per mezzo di immagini a tutti i costi sanguinolente.

Il computer, come sovente accade, fa gli straordinari lasciando un dubbio: sono davvero autentici i bicipiti e la "tartaruga" sfoggiati dal bel Brad Pitt?

L'ombra del diavolo

New York. Il generoso ed onesto sergente d'origine irlandese Tom O'Meara (Harrison Ford), sposato e con vasta prole, offre ospitalità, ovviamente ignorandone l'identità, al giovane affiliato dell'IRA (gli inglesi gli hanno trucidato il padre), Frankie McGuire (Brad Pitt).

Il vendicativo giovane è giunto da Belfast per comprare nientemeno che una partita di micidiali missili terra-aria da riportare in patria, clandestinamente, per alimentare le azioni di guerriglia contro l'invasore inglese.

Finalmente insospettitosi dallo strano comportamento dell'ospite, messosi nei guai con il losco trafficante Billy Burke (Treat Williams), il poliziotto incomincia ad unire i punti.

Come potrò renderlo inoffensivo e al tempo stesso salvargli la vita?

Epilogo tragico.

L'OMBRA DEL DIAVOLO è un eccitante e spettacolare dramma d'azione giallo politico-spionistico, con ambizioni di introspezione psicologica, dell'anziano regista Alan J. Pakula (PRESUNTO INNOCENTE), ancora abilissimo nelle scene d'azione (vedi il buon avvio in Irlanda, sanguinoso e spettacolare antefatto), che mette uno di fronte all'altro due popolarissimi (e fascinosi) divi di diverse generazioni.

Match pari.

FIGHT CLUB

Usa. E' afflitto dall'insonnia l'impiegatino delle poste Jack (Edward Norton), ometto frustrato e desideroso d’affrancarsi dal peso della propria nullità, che quasi ogni sera si tuffa nella disperazione umana dei gruppi di assistenza sociale.

Un piccolo uomo intristito e affaticato dall’ideale e anzi dall’ideologia dell’affermazione individuale, della lotta per emergere, dell’agonismo assunto a feroce criterio morale.
Il suo unico conforto è piangere con gli altri, con preferenza per la sbandata Marla Singer (Helena Bonham Carter).

Poi conosce l'eclettico coetaneo Tyler Durden (Brad Pitt) che tanto per fare amicizia gli brucia l'appartamento e lo trascina in una casa fatiscente stile famiglia Adams. Insomma ne rimane sedotto.

Dammi retta, pianta il lavoro e seguimi laggiù in quello stanzone sotterraneo: vedrai quant'è eccitante picchiarsi, menarsi botte da orbi per stare meglio (l'assunto del film), magari ti passerà anche l'angoscia. E vai con i duelli a pugni nudi, sangue e tumefazioni, sacrificio della carne come ultima, disperata testimonianza dell’essere ancora vivi.

Poi la voglia di menare le mani (e i piedi) cresce e i picchiatori raccolti attorno a Durden, tanti piccoli uomini sconfitti, che chiedono solo parole d’ordine e slogan, e il cui ideale è quello che verrebbe da chiamare stato totalitario, decidono di trasformarsi in terroristi.

Dopo il successo, in parte inaspettato, di SEVEN, il regista David Fincher ripercorre e perfeziona la violenza dando luogo a questo folle, violentissimo, crudo e, per certi versi, incomprensibile dramma sociale.

Anche se FIGHT CLUB mi piace per l'originalità e per le interpretazione di Brad Pitt (forte, astuto, bello e violento) prova sempre una certa diffidenza verso i soloni che provano a sfogare la rabbia verso l'odiata società dei consumi (nella quale sguazzano a suon di dollari nda) invitando i ribelli della domenica a distruggere il mondo.

E' altresì curioso che il regista , inconsapevole precursore di Bin Laden, ma comunque dotato di un grande talento visionario, proponga il suo messaggio di nichilismo metropolitano servendosi di machismo imperante, immagini e ritmi violenti, suggestioni da palestra di pugilato e ideologia spicciola atta a suscitare polemiche.

Nell'ottovolante di sensazioni forti, sangue, sudore e sporcizia, il film è ben interpretato, ma lasciate stare sottigliezze ed analisi. In fondo sono solo esplosioni, cinematografiche, di violenza.

KALIFORNIA

Usa. L'aspirante scrittore, fresco di dottorato in criminologia Brian (David Duchovny) salta sulla vecchia Lincoln del ‘61 con la fidanzata fotografa (eccentrica) Carrie (Michelle Forbes): per una ricerca sui più famosi serial-killer del passato, niente di meglio che visitare i luoghi dei delitti, lungo le strade provinciali dell’America, attraversando il Tennessee, l’Arkansas e il Texas per raggiungere la California.

Così il libro, scritto da lui, fotografato da lei, sarà perfetto.

All'annuncio sul giornale per dividere le spese e le fatiche della guida, risponde una stravagante coppia, un tempo avremmo detto proletaria, con il lui scorbutico ex detenuto, ovviamente in incognito, Early (Brad Pitt) e la lei disinvolta quanto dimessa, Adele (Juliette Lewis).

Guarda un pò quando si dice il caso, il giovanotto, bruto, amorale, ladro ed assassino, è proprio uno dei poco malleabili tipacci su cui l'ignaro ideatore del viaggio intende compiere l'approfondito studio.

Che paura!!

KALIFORNIA è la morbosa e a tratti eccitante prima prova dell'esordiente regista Dominic Sena, pubblicitario e videoclippista al suo film d’esordio, che mesta senza tregua nel torbido di una Kalifornia da duri, con il k, per catturare l'attenzione.

Bisogna dire che la cosa gli riesce, tenendo alta la suspence pur senza grandi colpi di scena pur con certi compiacimenti estetizzanti di sguardo, fotografia (ottima) e montaggio e per l'abuso ridondante della violenza nello scontro finale.

La maliziosa Juliette Lewis è più satanica del bel tenebroso Brad Pitt, che lancia tanti rutti da far impallidire Alvaro Vitali.


BASTARDI SENZA GLORIA - Inglourious basterds

1941, seconda guerra mondiale e primo anno dell'occupazione tedesca in Francia. Il Colonnello implacabile cacciatore di ebrei delle SD (servizio segreto delle SS) Hans Landa (Christoph Waltz, grande rivelazione del film nella parte del suadente simbolo del male), dopo un lunghissimo e mellifluo interrogatorio a un contadino francese (qui siamo in pieno western, una strepitosa scena degna del maestro Sergio Leone nda), che nasconde degli ebrei sotto il pavimento della sua casa, stermina quest'ultima famiglia ebrea sopravvissuta in quella località. La giovane Shosanna Dreyfus riesce però a fuggire.

Passati tre anni e ormai adulta (Mélanie Laurent) è ora proprietaria di una sala cinematografica, in cui confluirà, per uno scherzo del destino, o meglio per opera dell'insistente corteggiatore Fredrick Zoller (Daniel Bruhl), eroe di guerra diventato divo, un doppio tentativo di eliminare, in un colpo solo, durante una proiezione speciale tutte le alte sfere del nazismo, da Goebbels a Goering, a Borman per arrivare addirittura al boss Adolf Hitler
Infatti, al piano messo in atto artigianalmente dalla ragazza assetata di vendetta se ne somma uno più complesso, (ma dai, Tarantino, storie incrociate?) l’ “Operazione Kino”.

Ad organizzarlo è una squadraccia di bastardi ebrei americani guidati dal tenente apache-ammazzanazisti Aldo Raine (Brad Pitt), pronto a tutto pur di mandare all'inferno quanti più nazisti si può, scotennatura compresa.

Con gli scalpi dei tedeschi Brad Pitt deve averci preso gusto. Alla maniera degli Apache, scotennava crucchi nelle trincee di Vento di passioni , ma lì agiva da solo, per vendetta e dolore, ed era la Prima guerra mondiale. Qui la pratica diventa strategia della paura, l’annuncio di una campagna fondata sul terrore psichico. “Saremo crudeli con i nazisti e attraverso la nostra crudeltà sapranno chi siamo”, scandisce ai suoi otto soldati ebrei nell’incipit del film, con scene di terrificante violenza (gli scotennamenti, l'omicidio con la mazza, il dito nella ferita).

Ebrei che ammazzano nazisti, geniale! Il sogno proibito degli ebrei, probabilmente. Concedendo al sergente Donny Donovitz (l’attore ebreo Eli Roth), uno dei più feroci uomini del tenente, visto che il suo personaggio s’occupa di rompere con la mazza da baseball le teste dei tedeschi, di finire Hitler a colpi di mitra.

Se si guardasse solo alla storia. Sia chiaro i buoni, anche se bastardi, sono buoni e i cattivi, anche se ridicoli, sono cattivi, ma anche di fronte alla più grande tragedia del secolo scorso, Tarantino non rinuncia (e fa bene, per il cinema) allo splatter e all’ironia.

Il cinema ha delle ragioni che la Storia non è in grado di capire. Quentin Tarantino, che ha scritto questo film stravolgendo beffardamente la Storia, è sicuramente il regista che più ha rivoluzionato il modo di raccontare storie negli ultimi vent’anni. Ed è tornato a raccontare storie.
E siccome la storia, questa volta, riguarda la Storia, ha suscitato qualche polemica.

BASTARDI SENZA GLORIA è un film complesso, molto scritto, divertente nel suo mix di avventura, ferocia e cinofilia sfrenata, colorato, spensierato. Un “maccheroni kombat” in omaggio al sottogenere bellico squisitamente italiano frequentato da cineasti di culto (per lui, chiaramente) come Enzo G. Castellari (“Quel maledetto treno blindato”) mischiato con figure e situazioni dello spaghetti western, con iconografia da seconda guerra mondiale. E un tocco di W la foca.

Cosa non è? Non è un film sull’Olocausto anzi può essere inteso come l’anti “Salvate il soldato Ryan”. Se Steven Spielberg è convinto dell’utilità morale di un film (lo schiavismo, la libertà, l’Olocausto) Quentin Tarantino pensa solo allo spettacolo. Al grande spettacolo. A suo modo provocatorio . Nel quale addirittura si può riscrivere la Storia, facendo finire la guerra nel 1944, giocando con la realtà, a stravolgerla con il suo stile, in un operazione che è impensabile definire revisionista.

E’ la guerra raccontata come una grande storia criminale, come scontro fra schiere di assassini: quelli che casualmente (potrebbero uccidere francesi, se quello fosse l’ordine) ammazzano ebrei, se indifesi, come fa il colonnello Waltz (sicuramente il personaggio che ruba la scena, anche grazie all’ottima interpretazione); quelli che ammazzano ogni tedesco, come presunto ammazzatore di ebrei, ma sempre indifesi a loro volta, come fa il personaggio di Raine, che poi li scotenna anche…
Non c’è nessun dislivello morale fra loro: solo il discrimine fra chi riesce a sopravvivere e chi non ce la fa. Con il personaggio di Waltz che fa il salto della quaglia meglio di un democristiano, con una lungimiranza politica notevole, ponendo fine alla guerra un anno prima (fosse successo nella realtà, non ci sarebbero stati circa due milioni di morti…).

Con uno stile che risente di un amore evidente per il cinema, che lo fa sembrare un libro di citazioni cinematografiche che cammina, Tarantino se ne infischia dell’attendibilità storica e cronologica: è il cinema è il vero trionfatore di questo film. Perchè Tarantino ama il Cinema tout court (e non solamente, come tanti altri registi, il proprio cinema) ed è felice, da quanto sembra ai nostri occhi, quando riesce a trasmettere questa sua passione. Anche in questa occasione la missione è compiuta.

Per non parlare della musica che sottolinea ogni variazione di stile con altrettante citazioni, dove il nostro Ennio Morricone fa la figura del gigante.

Fa parte del complotto anche l’avvenente Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger) una diva tedesca in stile Marlene Dietrich (spia per gli alleati) protagonista dell’immancabile scena feticista (un omaggio stile Tarantino alla Cenerentola di Disney: in pratica si scopre che è una spia grazie ad un elegante scarpetta smarrita). Perché se, come si dice, Fellini aveva le tette, Rossellini i volti, Hitchcock le bionde, Tarantino sembra avere la passione per i piedi nudi. Io ho notato delle belle gambe, ma qua entriamo nei gusti.

La scena finale: il potere del cinema fa crollare il Terzo Reich. E il potere della tanto amata pellicola che prende fuoco, in fretta, un fuoco purificatore e vendicatore, sotto lo schermo.

Alla fine della fiera della svastica, siamo dalle parti del cinema. GRANDE CINEMA.

VI PRESENTO JOE BLACK

New York. Si stupisce molto la graziosa dottoressa ospedaliera Susan (Claire Forlani) nel vedere alla sua tavola l’affascinante Joe Black (Brad Pitt), incontrato in un bar appena qualche ora prima.

Possibile che non mi riconosca, si chiede, ignara che il bel giovine è morto, ucciso da un camion subito dopo il loro commiato.

E ora, nella gradevole figura esterna ma nella macabra personificazione della Morte, è giunto a ghermire suo padre, ricco magnate dei media, William Parrish (Anthony Hopkins), reduce da un infarto, che rischia di perdere il controllo del suo impero di carta stampata.

Senonchè l’ospite in incognito deve sopportare probabilità ed imprevisti: si innamora, ricambiato, oltre che del burro di noccioline, di sua figlia, trasformandosi in un consulente “diabolico”, bravo a scoprire una truffa dei pescecani della finanza.

Finchè qualcuno ha un sospetto. E così riparte da solo verso l’Infinito.

Nel "Settimo sigillo" Bergman faceva giocare a scacchi un Cavaliere con la Morte. In "Vi presento Joe Black", insulsa e interminabile favola fantastica, nel senso di soprannaturale, di color rosa listata a lutto, il regista Martin Brest sceglie il black gammon: nel senso che la sua partita è infantilmente americana e si fatica a credere nella Morte imbambolata di Brad Pitt.

Tutto può essere racchiuso nel fatto che il new age non si addice al cinema e lo spiritualismo metafisico, con battute che sembrano improvvisate, risulta altisonante, freddo come un marmo funebre.

Il regista qui s'ispira a una riedizione di un film di Mitchell Leisen del '34, "La morte in vacanza" , con il torto maggiore di prolungare questo improbabile ping pong per tre ore, con ripetizioni che fanno sembrare il film girato al rallentatore: ci fosse il telecomando lo si farebbe andare più veloce.

Soprattutto perché, ammirate le bellezze della ricchezza (Kandinsky alle pareti, servitù perfetta, villona con piscina, abiti di alta sartoria) e risentiti 30 secondi finali di swing, restano il budget e le scene gonfiata allo sfinimento da chiacchiere di rara insulsaggine, quasi sempre messe in bocca al ciuffo non casual di Brad Pitt, che espone la sua collezione di sorrisi.

I ritratti di famiglia sono di maniera, la figlia dottoressa, prediletta dalla sceneggiatura, la sorellina in carenza affettiva che organizza il 65o compleanno di papà, scritturando un baritono vestito da cosacco che canta Nelson Eddie: dopodiché si può morire.

Resta il fatto che ci si chiede perché il film non dia emozioni.

THELMA & LOUISE

Arkansas (Usa). La timida casalinga Thelma (Geena Davis) pianta su due piedi un marito padrone gonfio di birra, attaccato al divano e alla televisione, per partire con l'auto e passare un weekend di libertà con l'amica Louise (Susan Sarandon) cameriera in un fast-food.

Dura poco l'ebbrezza di ritrovata libertà: quando Thelma sta per essere violentata da un bullo, Louise interviene e uccide l'aggressore.

E ora la loro gita sulla decapottabile verde si trasforma in fuga.

Braccate dalla polizia, le due fuggitive scoprono una nuova dimensione della vita e una parte sconosciuta di loro stesse.

In breve si lasciano derubare da un giovane bel ganzo (Brad Pitt), rapinano un negozio, fanno saltare la cisterna di un osceno camionista.

Ormai hanno imboccato una strada senza ritorno, nonostante il prodigarsi di un poliziotto comprensivo (Harvey Keitel).

THELMA & LOUISE è il 7° film, affascinante e di straordinaria intensità, del dotatissimo Ridley Scott e uno dei suoi migliori. 

Il merito è anche della sceneggiatura, evidentemente scritta da una donna (Callie Khouri) che gli ha fornito una bella storia, una feconda combinazione, con grande senso dello spettacolo, di poliziesco e western, commedia e dramma, con due personaggi vivi, un punto di vista nuovo, un discorso insolito che riprende l'anarchismo liberale del cinema di strada degli anni '60.

Con due abbaglianti interpreti – ben doppiate da Rossella Izzo e Donatella Nicosia – è uno dei film più euforicamente femministi mai arrivati da Hollywood, con due eroine spaurite eppure coraggiose, anche se controvoglia.

VENTO DI PASSIONI

Montana (Usa), primo novecento. Si è ritirato in un ranch isolato a fare l'allevatore il ruvido colonnello William Ludlow (Anthony Hopkins), in disaccordo sulla soluzione presa nei confronti dei pellerossa.

La moglie se ne torna lesta in città lasciandolo con i tre figli.

Il posato e giudizioso Alfred (Aidan Quinn), l'ardente Tristan (Brad Pitt) e il romantico Samuel (Henry Thomas), la cui bella fidanzata Susannah (Julia Ormond) fa girare la testa anche agli altri due fratelli.

Scoppia la prima guerra mondiale e i tre ragazzi partono per l'Europa dove Samuel ci rimette la ghirba.

Tristan diventa folle di dolore autoincolpandosi per non averlo saputo difendere (in maniera ingiusta. Non è facile salvare un fratello in mezzo ad una guerra. Mondiale inoltre nda).

Susannah allora convola a nozze con Alfred, ambizioso e frustrato, che si butta con successo in politica.

C'è da dire che la ragazza è innamorata di Tristan che la molla per ripiegare sulla meticcia Isabel (Karina Lombard) e sul contrabbando di whisky, in quanto poco incline a rispettare la legge di Dio e degli uomini (una testa calda, insomma).

Seguirà amore e morte.

Tratto dal romanzo di Jim Harrison e diretta da Edward Zwick, VENTO DI PASSIONI è una ambiziosa, appassionata e fluviale saga patriarcale dall'andamento tragico e tumultuoso, che cattura la commozione con l'aiuto di musiche malandrine, personaggi particolarmente sfigati e panorami di una bellezza tale da lasciare a bocca spalancata (Oscar per la fotografia).

Ottima prova di attori che piacerà di sicuro più alle signore, anche per la presenza del selvatico Brad Pitt, che tiene testa all'istrionico e fascinoso Anthony Hopkins.

E sentimenti forti tra amicizia fraterna, amore paterno e amore....



OCEAN'S ELEVEN - FATE IL VOSTRO GIOCO

Las Vegas. Si è fatto quattro anni in cella l'elegante ladro Danny Ocean (George Clooney) ma non ha certo cambiato registro.

Ora si è messo in testa di ripulire la cassa strapiena di contante, che converge in un unico caveau, dei tre casinò dell’arrogante, straorganizzato e, alla bisogna, crudelissimo boss Terry Benedict (Andy Garcia), anche per una questione privata: gli ha soffiato la moglie Tess (Julia Roberts), di cui è sempre innamorato.

Quindi doppia vendetta e doppia goduria, se riuscisse il colpo.

Per l’impresa da 163 milioni di dollari vengono reclutati dieci “professionisti”, ognuno il migliore nel suo campo, tra cui l’amico Rusty (Brad Pitt) e il novellino Linus (Matt Damon).

Un minuscolo acrobata cinese sarà il grimaldello per penetrare nel caveau.

OCEAN'S ELEVEN - FATE IL VOSTRO GIOCO è una elegante e stilisticamente impeccabile commedia poliziesca diretta dal regista Steven Soderbergh, ex ragazzo prodigio, che ha un buon ritmo, azione ed umorismo, anche se cade nella trappola dell’inverosimile.
La facilità con la quale gli scassinatori fanno fessi i guardiani sfiora quasi il ridicolo e i tanti big presenti nel cast sembrano lavorare al minimo sindacale (di impegno).


Julia Roberts è sempre bella, ma non bellissima, e Gerge Clooney gioca a fare il nuovo Clark Gable, munito com’è di fascino, simpatia e strafottenza.
In un cast estremamente maschilista ( e di ottimo livello) emerge sicuramente sugli altri.

Un buon film d'evasione.

L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE

Filadelfia (USA), anno 2035. Il grosso ergastolano James Cole (Bruce Willis) vive, come tutti, sottoterra, tra i pochi superstiti dell'apocalisse che nel 1997 ha ucciso cinque miliardi di persone (la superficie è popolata solo da animali).

E' stato un virus, secondo il premio Nobel Leland Goiness (Christopher Plummer).

L'ergastolano accetta di farsi catapultare indietro nel tempo, per scoprire senza ulteriori dubbi le cause reali della catastrofe.

Nel suo girovagare, nello spazio e nel tempo, nel 1917 per sbaglio, nel 1990 e nel 1996, incontra Jeffrey Goines (Brad Pitt), il figlio dello scienziato, apparentemente matto da legare ed internato in una casa di cura dal padre senza scrupoli.

E la bella psichiatra e sanissima Kathryn Railly (Madeleine Stowe).

E le scimmie del titolo?

Niente, non sono altro che una falsa pista.

L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE è un avvincente fumettone futuristico, un film sui viaggi nel tempo in cui vengono modificate delle regole "base". 

E' perciò impossibile modificare il futuro agendo sul passato, motivo per cui il protagonista non può fermare la diffusione del virus ma deve prelevare un campione per consentire agli scienziati del futuro di creare un antidoto.

Non mancano le solite pillole di filosofia incorporate, di Terry Gilliam, genio (presunto o tale) uso a sbalordire.
Il talento visionario è indubbio, anche se manca una capacità di sintesi.

Il finto pazzo Brad Pitt, in camicia di forza per metà del film, dà luogo ad una recitazione talmente esagitata da far venir voglia di riaprire i manicomi.

Macchinoso e sbretellato sul piano narrativo, il 6° film di Gilliam (l'unico americano del gruppo Monty Python) vale su quello figurativo per certe fulminee invenzioni registiche, i desolati paesaggi metropolitani, l'energia recitativa di Willis, l'istrionismo schizoide di Brad Pitt.

SPY GAME

Stavo facendo quella cosa che fa diventare ciechi (lo zapping nda) quando ho incrociato di nuovo questo bel film. E noo!!, caro il mio, adesso, con la scusa del solito pezzullo sapido sapido, non vorrai mica far passare l’ipotesi che il film di uno Scott (inteso come regista hollywoodiano. Nello specifico Tony, il fratello considerato meno dotato della famiglia ) sia da vedere.

Ammissione senza attenuanti di sorta. Mi piace proprio questa spy story che innesta (beh! ok!, ok! questo è un meccanismo classico) nelle storie di controspionaggio e operazioni sotto copertura, secondo gli addetti ai lavori, “sporche” per le opinioni pubbliche “sinceramente democratiche” (???), i sentimenti “privati”. 

Venticinque anni dopo l’ottimo I TRE GIORNI DEL CONDOR (Sidney Lumet, 1975) Robert Redford viene affiancato dal giovane Brad Pitt, nel rituale straclassico vecchio-giovane che stavolta non disturba affatto. Anzi. Il fascino del buon Redford è rimasto intatto (preciso, per la cronaca, che mi piacciono le donne).

Siamo nel 1991. Virginia. Il Muro sta venendo giù, sapete. Nathan Muir (Redford) è un veterano agente CIA, di quelli che sono semovibili in giro per le aree calde del mondo a “risolvere problemi”, all'ultimo giorno prima della pensione. Tom Bishop (Pitt) è una sua “creatura”. Nathan potrebbe tranquillamente affermare, con aria da vecchio marpione, “Tutto quello che sa, lo ha appreso da me”. 

Tom però ha cercato di utilizzare quello che sa per fare una capatina in una prigione di massima sicurezza cinese. Pigiama a righe su due piedi e condanna a morte: restano solo ventiquattr’ore per salvarlo. Si sa che i cinesi sono abbastanza sbrigatevi su queste cose. Hanno preso un sacco di medaglie nella specialità “pena di morte”. 

A Langley, sede della CIA, Muir viene convocato dalla misteriosa unità di crisi che riguarda il suo più giovane collega. I capi, con il loro gregge di burocrati con la mente offuscata dal carrierismo, non vogliono però dirgli come stanno le cose. 

Anzi vogliono risposte: Qual’era il suo scopo? Chi voleva liberare? Chi sapeva della missione?. “Eri autorizzato ad uccidere?” è l’ipocrita domanda, sullo svolgimento delle missioni precedenti, rivolta a chi sul campo c’è stato per davvero (e quanto mi fa incazzare l’ipocrisia del sistema!). E poi si sa che i burocrati non hanno mai idee proprie. Almeno mai buone.

Ma Muir, vecchio arnese da campo, le intuisce (le idee) e gli si stringe il cuore: i burocrati hanno fatto pollice verso e Bishop verrà abbandonato al proprio destino per non creare un incidente diplomatico che possa compromettere un importante accordo fra USA e Cina, con una visita a breve del Presidente americano. 

Nel frattempo attraverso l’uso dei flash back abbiamo visto i due in azione a Da Nang (Vietnam, ‘75), Berlino (’76), e in quel macello a cielo aperto che è stato il Libano negli anni ottanta (in particolare, Beirut, tra bombe, milizie e civili innocenti). Insomma storia recente. 

Però Muir è di tutt'altro avviso e per salvare il condannato si destreggia al meglio delle sue possibilità/conoscenze fra i capi che lo sottopongono a un estenuante interrogatorio per saperne di più e lui che prova a fare gli elogi del suo delfino e, soprattutto, a capovolgere il gioco. 

Una partita a poker, ma il professionista al tavolo è uno solo. Sull'onda dei suoi ricordi tutto si chiarisce: riguarda una donna, della quale Bishop è innamorato, e che ha seguito rinunciando ad eseguire ordini. Insomma si è fatto fregare dal cuore. E non parlo di infarto.

Muir rinuncerà ai "risparmi di una vita" per liberare il suo amico con un'azione "privata", la famosa “Operazione Cena Fuori”, dopo aver concentrato i neuroni su un umano, inevitabile, fremito ribellistico alla soglia della pensione.

Mettersi in proprio sfruttando quello che si sa fare meglio. Quello che si è fatto, obbedendo agli ordini, per tutta una vita. Coinvolgente l’uso dei fermo immagine con l’indicazione dell’ora (che vedremo anche in NEMICO PUBBLICO), che fanno capire, fermando l’istante e fissandolo, quanto poco tempo ci sia. 

Coppia ben assortita e tensione spettacolare, incalzante, senza utilizzare effetti speciali a manetta (a Beirut le esplosioni erano veramente così devastanti). Un racconto ben fatto e l’idea fantastica di utilizzare la CIA contro la CIA. 

Niente Ragion di Stato, stavolta. Ragione e passione, cinismo e sentimento, ritmo e credibilità.

Ve lo già detto che mi è piaciuto?