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VINCERE

Milano, 1914. Era già rimasta colpita nel fugace incontro di sette anni prima a Trento, ma ora la giovane Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno) è folgorata dall'ardente coetaneo Benito Mussolini (Filippo Timi).

Quel socialista impetuoso e sfrontato, interventista e mangiapreti, che si crede superiore a Napoleone, è il suo idolo.

Oltre che l'oggetto del suo desiderio.

Per consentirgli di fondare un giornale in proprio, dopo aver abbandonato L'Avanti, il Popolo d'Italia, vende tutto.

Attività e gioielli.

La ragazza freme per lui, che va al fronte ed è ferito sul Carso. Purtroppo si accorge con sgomento e delusione mista a rabbia che l'uomo è già sposato con una tal Rachele Guidi, da cui ha avuto una figlia.

Ma anche lei, incinta, reclama i suoi diritti. Intanto però Benito è diventato il Duce...

VINCERE è un ambizioso melodramma scritto e diretto da Marco Bellocchio, ricostruzione un po' troppo lenta ed astiosa delle vicende di Ilda Dalser, dimenticata "moglie" del Duce rinchiusa in manicomio e del loro figlio illegittimo infine riconosciuto.

La prima mezz'ora è farcita di audaci scene erotiche e di amplessi, con Giovanna Mezzogiorno che mostra generosamente il pelo, preludio della nascita. Poi il film prosegue in modo didascalico e non rende partecipi del dolore della bella (qui nel film) ed ex ricca Ilda, che nella seconda parte piange e si dispera.

Dello sfiancante secondo tempo, accompagnato da immagini di repertorio e una musica assordante, si salva solo il pre-finale con Timi/figlio che fa il verso a un odioso Mussolini/padre. 

Anche se il migliore attore del film resta il vero Benito Mussolini...

In pratica questo VINCERE ripercorre con evidente astio una delle pagine meno nobili dell'avventurosa vita del Duce.

Sopravvalutato. Il film dico.

Anche se non sarebbe male raccontare le gabbie che il potere crea e l'intima mediocrità di tutti i regimi. Comunisti.

MUSSOLINI ULTIMO ATTO

Milano, aprile 1945. Il deposto Benito Mussolini (Rod Steiger) cerca appoggio dal cardinale Schuster (Henry Fonda) che lo invita ad arrendersi.

Il Duce progetta di continuare la sua guerra in Valtellina, anche se non esclude una pace con Winston Churchill o un lasciapassare per la Svizzera.

Ti starò vicino fino alla fine, mormora la giovane amante Claretta Petacci (Lisa Gastoni).

MUSSOLINI ULTIMO ATTO è un dignitoso dramma storico di Carlo Lizzani, che ricostruisce, con un ottimo cast, gli ultimi giorni di Benito Mussolini, secondo la versione ufficial-resistenziale.

Dell''italico Dux, ormai stanco e spento, cerca di spiegarne dubbi, paure e tormenti, dando molto spazio alla vibrante figura di Claretta Petacci, interpretata da Lisa Gastoni.

Sovrastata, come tutti gli altri, da un misuratissimo Rod Steiger (molto somigliante), un Duce ringiovanito di quasi quindici anni.

Bisogna però ammettere che al di là delle considerazioni politiche, il film (più incentrato sulla psicologia del personaggio principale che sul contesto storico, tutto sommato secondario) si rivela piuttosto freddo ed impersonale.

Un distacco che alla lunga diventa noia.

SELMA. LA STRADA PER LA LIBERTA'

Atlanta, Georgia (USA), 1965. Da anni si batte per i diritti civili dei negri il reverendo protestante Martin Luther King (David Oyelowo).

Il Presidente Lyndon Johnson (Tom Wilkinson) fa il pesce in barile, mentre l'ultrareazionaro governatore dell'Alabama (Tim Roth) per due volte si oppone alla monumentale e chilometrica marcia da Selma in Alabama, nel profondo sud degli Stati Uniti, a Montgomery, per manifestare pacificamente contro gli impedimenti opposti ai cittadini afroamericani nell'esercitare il proprio diritto di voto.

Ma alla terza si arrende.

SELMA. LA STRADA PER LA LIBERTA' è un poco coinvolgente dramma (anche perchè si conosce già il finale, essendo Storia recente nda), che rievoca l'appassionante (quella decisamente appassionata) lotta dei leader dei pacifisti di colore contro l'arroganza dei bianchi.

Bisogna ammettere che il film non rappresenta un "santino" del premio Nobel Martin Luther King, anzi ne sottolinea le complessità caratteriali e le difficoltà del suo cammino di pace, nonché le controversie con i suoi oppositori, mettendone in evidenza la dimensione intima e familiare, peraltro ripresa dalle registrazioni delle cimici dei servizi segreti americani.

Bella la ricostruzione ambientale ma sono pochi però i momenti in cui si palpita davvero, tenendo anche conto che la tematica della lotta razziale appare ormai ipersfruttata.



AGORA

Alessandria d'Egitto. Seconda metà del IV secolo dopo Cristo. La città in cui convivono cristiani, i pagani del culto di Serapide ed ebrei è anche un vivo centro di ricerca scientifica.

Vi spicca, per acume e spirito di indagine, la giovane Ipazia, figlia del filosofo e geometra Teone, il conservatore della biblioteca di Alessandria, il luogo dove si custodiva l'intero sapere umano del tempo. La giovane ha dedicato tutta se stessa alla scienza, alla matematica e alla filosofia.

Ipazia tiene anche una scuola in cui l'allievo Oreste cerca di attirare la sua attenzione. C'è però anche un giovane schiavo, Davus, attratto dalla sua bellezza e dalla sua cultura.

Col trascorrere degli anni la tensione tra gli aderenti alle diverse religioni diviene sempre più palese e finisce col divampare vedendo il prevalere dei cristiani i quali godono ormai della compiacenza di Roma (anche se non di quella di Oreste divenuto prefetto).

IN NOME DEL POPOLO SOVRANO

Roma, 1848. Tra i nobili che sperano nel ritorno di Pio IX, riparato in fretta e furia a Gaeta, c'è il marchese Arquati (Albero Sordi), amareggiato perchè la nuora Cristina (Elena Sofia Ricci) cornifica il marito Eufemio (Massimo Wertmuller) con un nobile milanese, il rivoluzionario Livraghi (Luca Barbareschi).

Dall'altra parte della barricata si battono i popolani di Ciceruacchio (Nino Manfredi), curiosamente amico-nemico di un frate barnabita (Jacques Perrin), in pieno anelito di libertà.

Riusciranno a fermare il rapido declino della Repubblica Romana e magari evitare carcere, processo e pena di morte per mano dei francesi?

Basterebbe un libro di storia patria per avere la risposta.

IN NOME DEL POPOLO SOVRANO
è una pittoresca e simpatica commedia patriottarda, spesso didattica, un affresco affollato di personaggi, che spesso si accontentano di qualche battuta, con cui si chiude una ideale trilogia del regista Luigi Magni contro il potere temporale del Papato (NELL'ANNO DEL SIGNORE, 1969, e IN NOME DEL PAPA RE, 1977, i primi due, sicuramente superiori).
Bisogna dire che qui la farsa mitiga la solita tirata anticlericale.

Tra i grandi reclutati come comprimari, impossibile scegliere tra i  due fuoriclasse, il popolano Nino Manfredi e il nobile Albero Sordi, costretto alla greve caricatura del romanaccio più becero.

Non particolarmente in parte Luca Barbareschi, mentre Serena Grandi...beh! è sempre un bel vedere.



ROBIN HOOD

Francia, 1199. Il prode arciere inglese Robin Longstrid (Russell Crowe) è un abile arciere dell'esercito di Riccardo I, sovrano coraggioso in guerra coi francesi.

Fino alla fatale freccia che uccide il monarca guerriero e convince Robert e i suoi amici a congedarsi dall’armata e a fare ritorno a casa, ma nel tragitto soccorrono il fedele scudiero Sir Loxley, incaricato di annunciare l’avvenuta morte di Riccardo e di consegnare la sua corona, ferito in un imboscata dagli sgherri di sir Godfrey (Mark Strong).

Sul punto di morte prima dell'ultimo rantolo il nobile uomo strappa all’arciere una promessa, dovrà restituire la sua spada al vecchio padre nella contea di Nottingham. Uomo di parola, Robert si recherà nella tenuta di Loxley, dove per volere del vecchio Walter assumerà l’identità del figlio defunto e i diritti sulla bella e fiera consorte, Marion (Cate Blanchett).Superba e riottosa, la donna non vuole saperne di quell’impostore che si rivela però gentiluomo.

Scoperto di essere figlio dell’uomo che scrisse la Carta della Foresta, sventato un complotto francese ai danni dell’Inghilterra e deciso a reagire ai soprusi di Giovanni Senzaterra e senza cuore, Robert impugnerà arco e frecce e cavalcherà coi suoi uomini per la vittoria.

Restituita la gloria alla sua terra, l’arciere viene dichiarato fuorilegge.

Rifugiatosi nella foresta di Sherwood con una Marion ormai innamorata diventerà Robin Hood e leggenda.

Spettacolare, avvincente kolossal para (ma molto para) storico di Ridley Scott, ancora capace di emozionare e divertire insieme lo spettatore come nei suoi film più riusciti, che dopo i gladiatori e i crociati riscrive la leggenda di Robin Hood dando vita a un Robin inedito, una sorta di "prequel".

Se l'impetuoso Russell Crowe, improbabile stratega militare, è troppo vecchio per la parte (ma mostra una fisicità e una naturalezza sorprendente), l'assalto finale davanti a Dover sembra un anticipo dello sbarco in Normandia. Al contrario, tra l'altro.

LA BATTAGLIA DEI TRE REGNI

Cina, II secolo d.C., dinastia di Han. Lo spietato primo ministro Cao Cao muove guerra ai regni ribelli del sud della Cina, divisa in diversi reami ostili uno all'altro e ciascuno aspirante a ricomporre l'unità nazionale sotto il proprio dominio, per annetterli all'Impero, o meglio, a se stesso, vista l'inettitudine dell'Imperatore.

Forte di un esercito imperiale, di nome e di fatto, di 800mila soldati muove per sbrigare la facile faccenda e ai due regni ribelli, che possono schierare truppe dieci volte inferiori al nemico, non resterà, come flebile speranza, che unire le loro forze per resistere all'ambizioso invasore.

Il regista hongkonghese John Woo, dopo la lunga e proficua (per il portafoglio) trasferta a Hollywood, si ispira all'opera letteraria fondativa della letterattura cinese, "Il romanzo dei tre regni" di Luo Guanzong, che divenne, con un millennio di distacco rispetto a ciò che racconta, per i cinesi quel che l'Iliade era diventata, con circa cinque secoli di distacco, per gli europei.

Fa impressione realizzare quanto già allora i cinesi pensassero per continenti. Infatti l'estensione dell'area da loro abitata andava dai freddipolari al tropico, dai confini con gli arabi e con gli sciti all'Oceano Pacifico.
Tenere unito tutto ciò costava fatica e sangue, entrambi in immense proprorzioni.

John Woo affronta il film (titolo internazionale "Scogliera rossa", in senso geologico, non in senso politico) e la storia senza badare a spese (ottanta milioni di dollari fanno del film la produzione più costosa della storia del cinema cinese) e cercando di convogliare nel kolossal tutte le sfaccettature di uno stile peculiare, a volte discusso, ma senza dubbio unico. Gli appassionati del regista possono immaginare quanti scannamenti possa ideare con una storia simile. Ebbene qui, nella prima mezz'ora si muore più che in tutti i suoi altri film.


Storia di (super)uomini, di amicizie virili che nascono e si consolidano in breve tempo, eccessi affrontati senza alcun timore (lo zoom per evidenziare i timori dell'Imperatore), i consueti omaggi a Sergio Leone e a John Ford.
Il film non vuole condannare la guerra e nemmeno il potere, non ci affligge dicendo che "triste il paese che ha bisogno di eroi". No, qui di eroi c'è moltissimo bisogno e se ne fa amplissimo uso.

Scontri su terra e sull'acqua. Il mondo in fiamme, 200 mila navi incendiate nella battaglia finale sulle rive dello Yangtze. Nuvole di frecce e di lance, capolavori d'intelligenza e di esperienza bellica, un esercito di 800 mila soldati, astuzie, tranelli, attacchi a sorpresa, coreografie militari perfette,vittoria dei più deboli, il destino della Cina mutato per sempre, il tutto nello stile di John Woo, che da sempre ama iniettare elementi dell'Occidente in un corpus che rimane, e non potrebbe essere altrimenti, figlio dell'Oriente.


L'interpretazione dei quattro elementi fondamentali e della loro mutevole natura gioca un ruolo chiave nell'esito della battaglia, sancendo il trionfo dell'umanità capace di convivere con il mondo circostante e la sua bellezza sulla macchina mortifera del potere e della sopraffazione.

E poi gli uomini di comando: micidiali in guerra, ma che ad essa ricorrono solo per preservare i piaceri della vita, dell'amore, dell'arte e della natura dalla tirannia violenta dell'usurpatore Cao Cao; uomini che parlano per mezzo della musica o che leggono il futuro nelle nuvole, che combattono ma che pensano solo alla fine della guerra.

Si vis pacem para bellum, ancora una volta. E infine ci sarebbe la Cina di oggi, unita (salvo Taiwan e le periferie indocino-malesi), ricca, potente, rispettata, se non ci fosse il suo passato, tutto il suo passato, nel bene e nel male?

Totale: due ore e mezza di "rallenti" e di furia visiva.

OPERAZIONE VALCHIRIA

Berlino, 1944. Mentre cresce in Germania l'insofferenza, per usare un eufemismo, contro Hitler, che sta portando il paese alla disfatta, il coraggioso colonnello della Wehrmacht Claus von Stauffenberg (Tom Cruise), nobile di nome e di fatto, sta combattendo nel Nord Africa (Tunisia) ma ha già maturato una profonda ribellione contro i metodi hitleriani.

Un attacco aereo lo priva di un occhio, del braccio destro e di due dita del sinistro. Rientrato in Germania si unisce a un folto gruppo di alti ufficiali, guidati dal generale Ludwig Beck (Terence Stamp) che preparano il golpe: se riuscirà, il generale Friedrich Olbricht (Bill Nighy) sarà il nuovo capo di Stato.

Il piano prende progressivamente forma: si dovrà attentare alla vita del Fuhrer e immediatamente dopo, attuando un piano già istituzionalizzato, accusare le SS dell'omicidio, neutralizzarle e assumere il comando di una nuova Germania.
Per compiere materialmente l'attentato si offre il coraggioso colonnello.

Messi al sicuro a Bamberg la trepidante moglie Nina (Carice Van Houten) e i quattro bambini, il 20 luglio 1944 il temerario ufficiale in persona porta l'ordigno esplosivo nella Tana del Lupo ed è testimone dell'esplosione. Quello che non sa è che Hitler si è salvato.

Al lungo prologo il regista Bryan Singer fa seguire un lunghissimo giorno: quel 20 luglio che doveva cambiare la Storia e che invece vede crollare il sogno di un uomo come minimo coraggioso, che aveva sognato di incarnare la "Germania segreta", ma il cui sogno si era infranto nello scontro con un altra lealtà: quella di un subordinato, per giunta, il maggiore Otto Ernst Remer.
Perchè la forma breve della guerra civile, il colpo di Stato, offre al militare il dilemma di quale lealtà sia vera.
L'esigua vocazione golpista dei militari tedeschi era nota dal disastroso Putsch di Kapp (1920), ma la facile destituzione del Duce nel luglio del 1943 li aveva rinfrancati. In Germani però non c'era un re: i militari giuravano fedeltà al Fuhrer. Così, come nel 1920, anche il complotto del 1944 fallì. E sull'aristocrazia, che l'aveva ideato, s'abbattè il terrore nazista, analogo a quello giacobino.



Accantonata per un attimo la realtà storica il film è un avvincendente dramma sviluppato come un giallo, romanzando una vicenda su cui sono stati scritti molti libri.

Tom Cruise incarna con passione e credibilità l'eroe puro e (quasi) senza paura.
Restano nella memoria due sequenze che meritano la sottolineatura. La prima, tipicamente hollywoodiana, in cui la famiglia del colonnello è costretta a interrompere un momento gioioso per cercare riparo in un rifugio mentre, simbolicamente, sul piatto del grammofono gira la Cavalcata delle Walkirie di Wagner. La seconda, molto più cinematografica nel senso migliore del termine, è quella in cui viene battuta la (falsa) notizia della morte del Fuhrer e una delle addette scoppia a piangere. Segno tangibile del potere di fascinazione di qualsiasi dittatura.

Perchè è stato girato "Operazione Valchiria"? Per due motivi: il primo, fidando sulla leggendaria ignoranza delle giovani generazioni (chissà se Hitler sopravviverà al micidiale attentato?); il secondo, per ricordare che non tutti i tedeschi furono nazisti. E pazienza se i refrattari erano soprattutto aristocratici.


TROY

Sparta, 1200 avanti Cristo. Il principe troiano Paride (Orlando Bloom), ospite maleducato, si spupazza la bellissima Elena (Diane Kruger), moglie dell'anfitrione, il re Menelao.
Poi la rapisce, facendo infuriare sia il più saggio fratello maggiore Ettore (Eric Bana), sia il marito cornuto, che chiede aiuto all'ambizioso fratellone, il re Agamennone (Brian Cox).

Il quale se ne frega di tutta la vicenda (cognata compresa) ma non gli par vero di annettere Troia ai suoi già vasti possedimenti.

Così cinquantamila uomini sbarcano davanti alle mura della città: il centravanti di sfondamento è Achille (Brad Pitt), valoroso oltre facilmente infiammabile.

Riuscirà l'angoscito re Priamo (Peter O'Toole), che è stato costretto ad andare a chiedereal prode Achille la restituzione del corpo del figlio, a salvare la sua città?

Il mito di Troia, fortezza inespugnabile; il coraggio di Ettore, eroe, marito e padre esemplare; l’arte e la tecnica guerriera di Achille, invincibile combattente; la colpa e la bellezza di Paride e di Elena; l’astuzia di Ulisse e l’inganno del cavallo; la boria di Agamennone e la dignità di Priamo; fattori che arricchiscono la vicenda e con i quali Omero ha, a suo tempo, ricamato sulla verità storica del fatto; questi elementi nello spettacolare e avvincente kolossal del regista tedesco Wolfang Petersen ci sono, e sono anche esposti in maniera ordinata ed apprezzabile, pur rimanendo fedele alla storia di Omero quanto Elena al suo consorte.

I canoni hollywoodiani sono presenti in TROY meno che in altri film del genere (IL GLADIATORE, per esempio) la più celebre guerra di sempre è infatti combattuta (riducendola a un fulmineo blitz, purtroppo) e mostrata nella sua ferocia più attraverso i tormenti emotivi di Achille e di Ettore che non per mezzo di immagini a tutti i costi sanguinolente.

Il computer, come sovente accade, fa gli straordinari lasciando un dubbio: sono davvero autentici i bicipiti e la "tartaruga" sfoggiati dal bel Brad Pitt?

GIOVANNA D'ARCO

Francia, 1428. Ha solo sedici anni la contadinella Giovanna (Milla Jovovich), ancora traumatizzata per l'uccisione della sorella maggiore, che da tempo sente voci divine che la spingono a guidare la rivolta contro gli inglesi usurpatori.

La "pulzella", già leggenda popolare a diciotto anni, riesce, da sola, a superare le linee nemiche inglesi e raggiungere Chinon dove riesce a farsi ricevere dal delfino, il futuro Carlo VII (John Malkovich), che, consigliato dalla suocera Iolanda d'Aragona (Faye Dunaway), le ordina di attaccare gli inglesi e liberare Orléans.

Giovanna vince una battaglia dopo l'altra e la guerra è vinta, anche se le vittime sono innumerevoli e la stessa pulzella è ferita.

L'erede al trono, una volta incoronato, cambia strategia e punta a trattare col nemico inglese per raggiungere un accordo.

Giovanna allora continua la guerra da sola. Tradita, viene presa prigioniera dai Borgognoni, che simpatizzano con gli inglesi, e venduta al nemico per 10.000 scudi. Il re non muove un dito, ben contento di essersi liberato dell'ormai ingombrante fanciulla.

Dopo il processo per eresia va sul rogo il 24 maggio del 1430 sulla piazza del mercato vecchio in Rouen.

GIOVANNA D'ARCO è uno sfavillante e fragoroso melodramma storico che il francese Luc Besson gira all'americana, tanti effetti, tanti movimenti, grande budget, grande spettacolo. Besson ritorna su un tema tanto caro ai cineasti francesi, che, da buoni nazionalisti, non perdono occasione per encomiare i propri, veri o presunti, eroi.

Il realismo del titolo è quello delle scene di battaglia, anzi di assedio, poichè manca uno scontro "in volata" alla BRAVEHEART (unico vero cruccio che rimane).

Crudezze medioevali, costumi curatissmi, ricostruzioni ambientali perfette.

Ottimi gli attori, a cominciare dalla protagonista, l'ucraina trapianta Milla Jovovich, moglie del regista: isterica, ambigua, ispirata, coinvolgente, tanto da trasformare la celebre eroina in un'invasata sanguinaria.

LE CROCIATE

Francia, 1184. Il giovane fabbro neovedovo Baliano (Orlando Bloom) incontra il nobile Goffredo di Ibelin (Liam Neeson), in partenza per le crociate.
Lo segue, prima riluttante e poi del tutto impegnato nella ricerca della propria natura guerriera e della propria identità, in Terra Santa, dove il nobile muore, trafitto da una freccia, dopo avergli rivelato di essere suo padre e averlo nominato cavaliere.

A Gerusalemme bussa alla porta del re cristiano Baldovino (Edward Norton), malatissimo di lebbra, e s'invaghisce di sua sorella, la belle e disinvolta Sybilla (Eva Green), sposata senza amore all'impulsivo Guido di Lusignano, sempre in cerca, in combutta con il focoso Reginaldo di Chatillon (Brendan Gleason), del modo più sanguinoso per scatenare la guerra contro il saggio Salah ad-Din (Ghassan Massoud), rispettoso, tra altezze reali, dell'altrettanto illuminato sovrano cristiano.

Così il nostro incontra principesse, guerrieri musulmani, re illuminati e diventa un leader, una circostanza inspiegabile, addirittura diventa il punto di riferimento di ogni guerriero crociato, tranne i pochi che tramano contro di lui. Appoggiato anche dal consigliori del sovrano Tiberias (Jeremy Irons), che media instancabilmente (e vanamente) fra falchi e colombe.

LE CROCIATE è un violento (non eccessivamente) kolossal del regista Ridley Scott, che ritenta il colpo de IL GLADIATORE (un racconto di fantasia inserito in un contesto storico). Come fece già con la decadenza dell'Impero romano, l’immaginoso Ridley Scott non ignora i libri, ma li reinventa secondo le necessità dell’epica.

EVA GREEN
Per questo motivo il consiglio è di badare troppo al parere degli storici a caccia di errori; e prendete con leggerezza anche il pur legittimo dibattito etico-ideologico sulla cattiveria dei Templari e la saggezza del Saladino.

Scandito da magnifiche, pur se cruentissime, battaglie guidate da un eroe tormentato nella ricerca del "giusto" (un Orlando Bloom con la faccia adeguata per la parte, pur se lontano dal grezzo fascino di Russell Crowe), s'impantana leggermente nelle diatribe religiose, in questo sogno da guerra e pace intorno al Santo Sepolcro.

Insomma Ridley Scott, al di là di qualche smagliatura sentimentale, tiene bene in pugno la spada. Il dio del kolossal lui ha ispirato: organizzazione dello spettacolo, senso dell'epico, clangore di battaglia.

E un cast notevolmente superiore alla media.

L'ULTIMA LEGIONE

Roma, 460 dopo Cristo, Basso Impero. Rimane senza parole il dodicenne Romolo Augusto (Thomas Sangster), ultimo erede della dinastia dei Cesari. Mentre sta per essere incoronato, gli invasori Goti comandati da Odoacre gli uccidono i genitori, distruggono la città e lo confinano in catene a Capri.

Nell'inespugnabile fortezza è imprigionato anche il suo misterioso precettore, Ambrosinus (Ben Kingsley). Uno sparuto manipolo di fedelissimi, guidato dal valoroso Aurelio (Colin Firth), e con l'aiuto della bella guerriera indiana Mira (Aishwarya Rai), inviata speciale dell'Imperatore d'Oriente, piomba sull'isola per la pericolosa missione di salvataggio: è l'inizio di una grande avventura.

Liberato il Cesare infatti si parte tutti per la Britannia per ricompattare la gloriosa nona legione e marciare su Roma.

L'ULTIMA LEGIONE è uno spettacolare e ingenuo kolossal fantastorico, tratto dall'omonimo romanzo di Valerio Massimo Manfredi (trasposizione non particolarmente libera visto che lo stesso Manfredi ha partecipato alla sceneggiatura) che, compiendo incredibili acrobazie tra i secoli, appiccica la fine dell'Impero romano alla leggenda di re Artù (Ambrosinus diverrà nientemeno che Mago Merlino).

Purtroppo il film, severamente sconsigliabile agli studenti, nonostante il risultato finale non sia del tutto disprezzabile, non riesce a lasciare impresso nell'animo dello spettatore alcuna emozione particolare, limitandosi a vivacchiare per un'ora e mezza in un limbo costituito da battaglie non particolarmente spettacolari (a parte l'ultima, che offre un surplus di emozioni grazie al colpo di scena finale), qualche bel paesaggio (Slovacchia e Tunisia), dialoghi piuttosto banali e atroci, ma fortunatamente sporadici.

Il cast vede anche la presenza nell'ex Miss Mondo, effettivamente bellissima, Aishwayra Rai, che però non ha il suo pezzo forte nella recitazione.

Il regista Doug Lefler inoltre spreca malamente la possibilità di approfondire i personaggi e soprattutto lo scenario storico e politico nel quale si trovano ad operare: epifanico è il viaggio in Britannia, potenzialmente un volano perfetto per scavare nella psicologia dei protagonisti e invece messo in scena a velocità supersonica.

Totale: "L'Ultima Legione" è un film piatto e dalle scarse emozioni, che delude le premesse.

IL GLADIATORE

Roma, 180 dopo Cristo.
La vittoria nelle lande germaniche del prode e possente Generale Massimo (Russell Crowe) aumenta, ove fosse possibile, l’ammirazione dell’imperatore Marco Aurelio (Richard Harris): alla mia morte ti cederò il trono, non mi fido della mia inetta discendenza rappresentata dal rampollo Commodo (Joaquin Phoenix).

Però. Però il legittimo quanto poco marziale erede strangola il padre, si impadronisce del bastone del comando e ordina di assassinare l’alto ufficiale Massimo, il vero protettore di Roma.
Il quale, da combattente di razza qual è, riesce a mettersi in salvo, ma non può impedire l’uccisione dell’amata moglie e del diletto figlio.

Distrutto dal comprensibile dolore viene catturato e spedito in Africa, al mercato degli schiavi. Dalla gloria alla schiavitù, viaggio solo andata. Per altri.

Viene acquistato dal liberto Proximo (Oliver Reed), un ex-gladiatore che si è conquistata la libertà combattendo e ora organizza gli show al sangue al Colosseo.

Dai cui spalti, ammassati e urlanti, i bravi cittadini romani spasimano per vedere teste mozzate, arti che volano, esseri umani sbranati dalle belve feroci. È il loro divertimento preferito, malauguratamente negato per troppo tempo dall’imperatore-filosofo, da quel Marco Aurelio appena morto.

Ora, per fortuna, sul trono c’è il figlio Commodo, uno che è bravo a soddisfare i gusti del pubblico pagante. E non. È lui ad avere indetto cinque mesi di ludi gladiatori, centocinquanta giorni di feste sfrenate per far dimenticare ai sudditi qualche “piccola” magagna (tipo l’uccisione dell’imperatore e il tentativo di fare lo stesso con quello designato).

Ma Massimo inizia a fare quello che sa fare meglio, da bravo soldato: combattere, combattere, combattere. E uccidere, alla bisogna.

Di combattimento in combattimento (spettacolari le scene di azione, soprattutto quando Massimo prende il comando nell’Arena, impartendo “naturalmente” ordini di dispiegamento agli spaesati compagni di sventura) può dimostrare tutto il suo valore. E’ il più bravo e nessuno, né uomo né belva può fermarlo.
Così la sorte gli regala la possibilità di ritrovarsi a Roma.

Vendetta, tremenda vendetta con l’aiuto della bella (e innamorata) sorella dell’ambiguo (sembra avere “attenzioni” per la sorella) Lucilla (Connie Nielsen). Fino a trovarsi di fronte all’odiato cattivone integrale.
“Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’unico vero imperatore Marco Aurelio, padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa. E avrò la mia vendetta, in questa vita o nell’altra”.

IL GLADIATORE è un avvincente e vibrante kolossal dell’eclettico Ridley Scott, più che un film, un “filmone” in costume sullo stile di quelli che andavano di moda negli anni ’50, trascinante nelle spettacolari scene d’azione, tra cui mi piace ricordare anche la splendida battaglia iniziale, e che colpisce dritto al cuore.
Con qualche strafalcione storico, ma è un film mica un sussidiario (esistono ancora?) di Storia.
Cinque Oscar (al film, Crowe, effetti visivi, costumi, sonoro) aggiungono medaglie e fascino a un film che è sicuramente da vedere.



IN NOME DEL PAPA RE

Roma, nell'anno del Signore 1867. Tre giovani rivoluzionari che fanno saltare per aria una caserma provocando la morte di ventitre zuavi, soldati di Pio IX, sono presi e subito condannati a morte.

La contessa Flaminia Costa (Carmen Scarpitta), madre di uno dei tre condannati, Cesarino Costa (Danilo Mattei), si rivolge a monsignor Colombo di Priverno (Nino Manfredi), giudice supremo della Sacra Consulta, per ottenere la grazia.

Sorpresa: il Monsignore è il padre naturale del giovane idealista bombarolo destinato alla forca.

Salvato il figlio dal patibolo, con un gran sermone in Tribunale, e rimanendo con il piede in due staffe, cerca invano di far assolvere gli altri due, ma il conte Ottavio (Carlo Bagno), geloso marito della contessa, è in moto verso il tragico destino di coltello.

IN NOME DEL PAPA RE  è un brillantissimo film drammatico, probabilmente il film più riuscito di Luigi Magni, autore anche di soggetto e sceneggiatura, ambientato nella Roma papalina di Pio IX durante i moti risorgimentali.

Non è la prima volta che ne parla (di nove anni prima è NELL'ANNO DEL SIGNORE), con impeto dissacratore e fortemente anticlericale.

Una bellissima rievocazione d'epoca, ora con modi dialettali (con linguaggio popolare verace) e rugantini, ora ricalcando le orme del teatro ottocentesco più sanguigno e corposo, sfiorando il romanzo popolare.

Una parte di verità storica c'è: nell'anno del Signore 1867 si compirono a Roma, in nome del Papa Re, due delitti di stato. I muratori sovversivi Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti furono ghigliottinati, dopo un processo senza difesa, come colpevoli dell'attentato alla caserma Serristori in Trastevere in cui avevano perso la vita, appunto, i ventitre zuavi.

Fu l'ultima esecuzione capitale ordinata dal Pontefice: tre anni dopo, con la Breccia, il Papa perse il titolo di Re.

Il resto è fatta dalla fantasia e dalla bravura, con dialoghi frizzanti, spesso in romanesco, come anzidetto, che smussano i toni più drammatici.

Nino Manfredi? S-U-P-E-R-L-A-T-I-V-O. E mi sono t-r-a-t-t-e-n-u-t-o.

300

300
“Una volta che gli uomini sono uniti come un solo corpo, Il coraggioso non potrà avanzare da solo, Il codardo non potrà ritirarsi da solo.
Questo è il metodo per organizzare un esercito”.

Sparta (Grecia), 480 avanti Cristo. Il campo di battaglia odora di morte. Le mosche e i vermi si stanno dando da fare sui corpi maciullati. 

L’impresa di questi uomini sta avviandosi a diventare leggendaria. Qualcuno più bravo di me vi parlerà di tecniche, di attori, di stile. Io non mi sottrarrò alla lettura politica. Anche perchè penso che non sia importante come Michelangelo afferrasse lo scalpello, ma cosa ha lasciato.

“Prima che la battaglia finisca il mondo saprà che pochi tennero testa a molti”.

E’ la frase che chiude il trailer.

Dichiaro subito il mio conflitto d'interessi: sin da piccolo ritenevo questa una pagina sacra per me e per chiunque amasse la storia della civiltà occidentale. Il film di Zack Snyder, eccitante, cupo e crudele fumetto parastorico, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo grafico di Frank Miller, parte e prende spunto da questo presupposto, senza basarsi sui documenti storici.

La cronostoria della battaglia delle Termopili penso sia ben nota, almeno nel resoconto di Erodoto: Leonida (nel film Gerard Butler), re di Sparta, lascia la sua consorte, (nel film dopo l'ultima notte d'amore) la bellissima regina Gorgo (Lena Headey) e si attesta nella gola delle Termopili, sacrificando se stesso e 300 tra i suoi migliori soldati nell’estremo tentativo di ritardare l’avanzata dello sterminato esercito persiano al comando di Serse (Rodrigo Santos), in modo da dare il tempo ai greci di organizzarsi e sferrare la controffensiva.
Noi combattiamo per l'onore, il dovere e la gloria, esorta il suo reggimento. 

Ondata dopo ondata le orde di Serse si infrangono sul muro degli Spartani, una falange impenetrabile di scudi, superiori in abilità tattiche, coraggio e cameratismo.

Che eroica resistenza.

Coraggio e cameratismo di uomini votati misticamente alla morte. Perchè in tutte le battaglie è successo: gli uomini che ti ritrovi vicino si trasformeranno in qualcosa di molto simile ai tuoi migliori amici. Dopo il primo attacco, saranno già la tua famiglia. Dopo giorni a combattere, tra cadaveri e polvere, non saprai più dove finisci tu e iniziano loro.

Anche questo è rappresentato in questo film.

Parto dalla scelta, particolarissima, del colore. Lance che trafiggono corpi, teste di soldati morenti al rallentatore, schizzi di sangue. Nessuno stendardo nel cielo blu cobalto. Soprattutto perchè il blu cobalto non c’è. Soprattutto perchè il colore della guerra non esiste. Sono le convenzioni culturali che assegnano ai colori significati prestabiliti. Così il nero, il grigio plumbeo, i contrasti violenti di luce appaiono i colori più idonei a rappresentare la morte. Con la tecnica dello stop motion a far risaltare sangue e violenza di ogni scontro.

E la sterminata armata persiana, guidati da un re effemminato ricoperto di pierceng e gioielli, è dipinta come l’Armata del Male. Con molte citazioni fantasy (orchi, mostri incatenati e deformi, gli elefanti giganteschi, le fattezze del Re divinità Serse).

Una sinfonia color oro e cremisi con i buoni, gli Spartani invece scolpiti nel corpo, a torso nudo e duri nell’animo che non cedono fino alla fine a costo della vita, riaffermando i valori per cui sono vissuti.

Una scena mi ha particolarmente colpito, a parte la rappresentazione delle battaglie, che grazie allo stile della graphic novel (pessima traduzione italiana in fumetto), è di una potenza visiva “devastante”. 

Quando Re Serse afferma che è disposto ad ammazzare ogni suo uomo (schiavo per lui) per vincere.
Leonida risponde che è pronto a morire per ogni suo uomo. Un capo. Basterebbe solo questo per spiegare lo scontro di civiltà.

La lettura politica del film è elementare. La visione del regista cristallina, oserei dire: i 300 assomigliano tanto al piccolo Israele assediato dai paesi arabi (guidati dall’Iran) in attesa del risveglio, auguriamoci che avvenga, dell’intero occidente per dar vita allo scontro decisivo.
Pochi cercano di opporsi alle nuove forme prese dalle mire di invasione di quei popoli.

Godetevi lo spettacolo creato magistralmente al computer senza badare alla nostra intellighenzia, che non ha perso occasione, anche questa volta, per starnazzare ed etichettare questo film come politicamente scorretto, la ridicola critica colta che ha evocato la guerra di Bush in Iraq, che sembra comportarsi come gli orribili sacerdoti, gli Efori, che dicono a Leonida di non combattere.

Io dico soltanto che un Leonida manca maledettamente al nostro mondo.

Pochi contro tanti. Come guadagnarsi il passaporto per l’immortalità.
Ricorda chi erano, come ripete Dilios (David Wenham) referente verso il suo Re.

ZULU DAWN

Natal (Sudafrica), 1879. Gli zulù premono, pacificamente, per ottenere l’indipendenza da sua Maestà britannica.

L’altezzoso e miope governatore, sir Henry Bartle Frere (John Mills), fresco inviato dall’Inghilterra, e il comandante supremo delle truppe dislocate in loco, il feroce psicopatico Lord Chelmsford (Peter O’Toole), li mandano a qual paese (è proprio il caso di dirlo).

Inutilmente il saggio colonello Anthony Durnford (Burt Lancaster) raccomanda prudenza nelle azioni.

I due pavoni pensano più che altro ad organizzare feste e banchetti, sottovalutando la rabbia del sovrano degli zulù, re Cetshwayo, forte di oltre trentamila guerrieri.

Finchè, con le truppe arricchite di boeri, decidono di attaccare, convinti della facile vittoria.

Carneficina annunciata.

ZULU DAWN è un avvincente kolossal di produzione olandese e americana che rievoca una storia vera, il drammatico episodio di storia coloniale, culminato nella sanguinosa battaglia di Isandhlwana, rimasta nella storia come la prima sconfitta di un esercito occidentale per mano di africani.

Chiaramente l’esercito inglese ne esce con le ossa rotta, facendo una pessima figura, così com’è spedito al macello da capi vanagloriosi, tatticamente sprovveduti e ingabbiati nella mortale sottovalutazione delle forze del nemico.

Rimangono impresse splendide scene di guerra, nei e con splendidi paesaggi africani.