Visualizzazione post con etichetta luc besson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta luc besson. Mostra tutti i post

LUCY

Taipei, giorni nostri. E' una studentessa la bionda Lucy (Scarlett Johansson) che, indecisa sul suo futuro e fragile nel suo essere, si sballa di continuo ai rave party.

Un bel giorno il suo ragazzo, tale Richard, la obbliga a consegnare una valigetta dal contenuto misterioso a uno spietato criminale coreano, Mr. Jang.

Costui, una volta verificato ciò che gli è stato portato, ammazza il ragazzo e fa rapire Lucy.

L'idea è di farla diventare un corriere della droga, una nuova droga blu, il CPH4. Infatti le viene inserita nell'addome un pacchetto contente un enzima prodotto dalle madri in gravidanza per mettere in moto lo sviluppo del feto.

Invece il pacchetto si rompe e il prodotto chimico viene assorbito dal suo corpo il quale progressivamente acquista straordinarie capacità fisiche e mentali, una capacità di conoscenza e di potere inimmaginabili per chi non sia, come il professor Norman (Morgan Freeman), un neuro ricercatore.

LUCY è un action woman, diretto da Luc Besson, che, come per LEON E NIKITA, mette al centro della sua opera un personaggio femminile coinvolto in esperienze che ne mutano profondamente la vita, in quella che sembra una versione bessoniana di LIMITLESS.

LUCY appartiene alla galleria di personaggi suddetti  ma nonostante le apparenze è uno dei più deboli.

In effetti si tratta quasi di un cartone animato, invincibile e indistruttibile, protagonista di un cinema inconsistente come lo zucchero filato che ignora le sceneggiature e basa tutto sugli effetti con una spolveratina di new age e filosofia da pochi centesimi.


Il "maestrino" Besson, tramite il professor Freeman, con la sua aria saggia e rassicurante, ci fa la lezione sulle, a suo dire e pensare, potenzialità pressochè infinite di un cervello sfruttato al cento per cento (ne usiamo al massimo il dieci, forse già ottimisticamente).

Un pregio del film? dura poco e quel poco che dura scorre veloce.


GIOVANNA D'ARCO

Francia, 1428. Ha solo sedici anni la contadinella Giovanna (Milla Jovovich), ancora traumatizzata per l'uccisione della sorella maggiore, che da tempo sente voci divine che la spingono a guidare la rivolta contro gli inglesi usurpatori.

La "pulzella", già leggenda popolare a diciotto anni, riesce, da sola, a superare le linee nemiche inglesi e raggiungere Chinon dove riesce a farsi ricevere dal delfino, il futuro Carlo VII (John Malkovich), che, consigliato dalla suocera Iolanda d'Aragona (Faye Dunaway), le ordina di attaccare gli inglesi e liberare Orléans.

Giovanna vince una battaglia dopo l'altra e la guerra è vinta, anche se le vittime sono innumerevoli e la stessa pulzella è ferita.

L'erede al trono, una volta incoronato, cambia strategia e punta a trattare col nemico inglese per raggiungere un accordo.

Giovanna allora continua la guerra da sola. Tradita, viene presa prigioniera dai Borgognoni, che simpatizzano con gli inglesi, e venduta al nemico per 10.000 scudi. Il re non muove un dito, ben contento di essersi liberato dell'ormai ingombrante fanciulla.

Dopo il processo per eresia va sul rogo il 24 maggio del 1430 sulla piazza del mercato vecchio in Rouen.

GIOVANNA D'ARCO è uno sfavillante e fragoroso melodramma storico che il francese Luc Besson gira all'americana, tanti effetti, tanti movimenti, grande budget, grande spettacolo. Besson ritorna su un tema tanto caro ai cineasti francesi, che, da buoni nazionalisti, non perdono occasione per encomiare i propri, veri o presunti, eroi.

Il realismo del titolo è quello delle scene di battaglia, anzi di assedio, poichè manca uno scontro "in volata" alla BRAVEHEART (unico vero cruccio che rimane).

Crudezze medioevali, costumi curatissmi, ricostruzioni ambientali perfette.

Ottimi gli attori, a cominciare dalla protagonista, l'ucraina trapianta Milla Jovovich, moglie del regista: isterica, ambigua, ispirata, coinvolgente, tanto da trasformare la celebre eroina in un'invasata sanguinaria.

LEON

New York. Lo spietato poliziotto dell’antidroga Stanfield (Gary Oldman) è in realtà un cinico trafficante. Non perdona lo sgarro a un galoppino che si è tenuta per sè una fetta di eroina e lo fa secco con la moglie e il bambino.

Alla strage (sanguinosa) scampa casualmente la figlia dodicenne Matilda (Natalie Portman), che bussa in preda alla disperazione alla porta del misterioso coinquilino Leon (Jean Reno), apparentemente un insignificante analfabeta dal volto di pietra che vive con l’unica compagnia di una pianta.

La ragazzina, un pò cotta dello strano personaggio, scopre ben presto che in realtà Léon è un killer, un sicario a pagamento della peggior specie, introvabile e indistruttibile, silenzioso, invisibile e mortalmente efficiente.

Lo convince così, una volta entrato pian pianino nel suo universo, ad insegnarle il mestiere per poter vendicare il fratellino.

Però che cuore di panna dietro la corazza ha il nostro (simpatico) sicario.

Ottimo poliziesco dal sapore di fumetto che inverte le parti buono (poliziotto)-cattivo (killer) diretto dal talentuoso regista francese Luc Besson.

La piccola (all'epoca nda) Natalie Portman è la vera rivelazione del film, in una bizzarra, apparentemente perversa e onesta storia d’amore tra una dodicenne e un sicario.

Amore senza sesso, sia chiaro.

Lui, l’adulto bambino, la istruisce a uccidere; lei, la bambina adulta, gli insegna a vivere.

Tecnicamente perfetto, psicologicamente azzeccato (il regista è un manierista, ma il suo è un cinema d’azione che non esclude, però, né una strenua attenzione alla psicologia né la cura puntigliosa dei personaggi), malizioso non oltre il limite, ha nel musone Jean Reno e nella sopracitata aspirante ninfetta due interpreti perfetti.




Notevoli anche Gary Oldman e Danny Aiello.

NIKITA

Parigi. Drogata fino agli occhi, la giovanissima eroinomane Nikita (Anne Parillaud) entra con tre balordi in farmacia per rubare la dose giornaliera: arrivano gli agenti ed è un bagno di sangue, visto che muoiono tutti tranne lei.

Condannata all'ergastolo, in un carcere di massima sicurezza, riceve la visita dell'ambiguo agente dei servizi segreti francesi Bob (Tcheky Karyo) che gli propone di diventare una killer al servizio dello Stato e cambiare identità.

L'idea è di trasformarla in uno zerozerotette micidiale, con licenza di uccidere.

Lei accetta e inizia un duro e interminabile tirocinio, diventa killer in servizio permanente, anche se l'ingenuo fidanzato, il cassiere (Jean-Hugues Anglade) la crede sempre un'infermiera.

Il granitico istruttore le mette le armi in mano e la sbatte di qui e di là e lei esegue puntuale.

Finchè si stanca e realizza che la sua doppia vita potrebbe distruggere la sua vita sentimentale.

NIKITA è senza dubbio un affascinante poliziesco del geniale Luc Besson (probabilmente il suo lavoro più riuscito) che fa un film nero in tutti i sensi dimostrando di saper combinare l'efficienza di un regista hollywoodiano nelle scene d'azione con la sottigliezza di un regista europeo.

Incongruenze e qualche assurdità finiscono schiacciate dal ritmo frenetico, dal clima di angoscia crescente, dalle invenzioni scenografiche.

Permeato da una forte violenza, si avvale di una spigolosa e seducente Anne Parillaud che, se è carente di seno non lo è certo nelle gamme espressive, dando così al personaggio un tono sensuale ed indecifrabile, ora implacabile giustiziera, ora dolce innamorata, tra sparatorie e scene di pura disperazione.

Rifatto a Hollywood (con le note peggiorative del caso) con "Nome in codice: Nina" e divenuto in seguito una fortunata serie TV.