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TRANQUILLE DONNE DI CAMPAGNA

Bassa Padana, 1936. Guido Maldini (Phillippe Leroy) è il dispotico ed incontrastato reggente della tenuta di campagna in cui vive ai tempi del Duce.

Un padre-padrone reazionario, guerrafondaio, manesco e puttaniere.

Il suo temperamento violento lo fa odiare da tutti e dal figlio innanzitutto, emblema di un microcosmo giovanile isolazionista e di quell’accidia e di quel languore tanto odiati dalla superominica camicia nera di turno.

Il giovanotto, colto dall’esasperazione, cerca invano di ucciderlo.

Ma in seguito, tutta la famiglia unita, servitù compresa, ci riesce, simulando un suicidio.

TRANQUILLE DONNE DI CAMPAGNA, malgrado il fuorviante titolo da commedia scollacciata, è un erotico-drammatico che non trova la sua strada.

Vorrebbe contenere metafore sul Ventennio, sul Duce e la sua decadenza (attraverso la figura di un dispotico signorotto di campagna donnaiolo e del suo rapporto con la famiglia), ma ci riesce poco e niente.

Come erotico è all’acqua di rose, visto che le situazioni spinte sono più suggerite che mostrate, anche se permette a una giovane Serena Grandi di far intravedere ottimi e solidi “argomenti”.

Come dramma non è incisivo.

Nonostante la messinscena spartana, la confezione è dignitosa e il film risulta abbastanza credibile nell’ambientazione.

MILANO CALIBRO 9

Milano. E' appena uscito dal carcere di San Vittore dopo aver scontato tre anni per rapina (la buona condotta funzionava anche allora, visto che la condanna era di quattro nda) il malavitoso Ugo Piazza (Gastone Moschin) che viene subito agganciato dal vecchio compare, il malavitoso Rocco (Mario Adorf), galoppino dell'Americano (Lionel Stander).

La banda di criminali sospetta che il Piazza abbia intascato 300000 dollari proprio di proprietà del capo, che è incazzato come una iena, ma meno educata.

Parla Ugo, dove hai messo i soldi? E vai con il pestaggio.

L'assicurazione sulla vita è proprio il desiderio di rimettere le mani sul malloppo sparito: perdonato, per il momento, e riassunto.

E d'altra parte neanche la polizia sembra trattarlo con i guanti, anche grazie a un commissario capo che sta sempre a parlare, tutto "legge e ordine": delinquenti si nasce, sorvolando su tutte le variabili etiche, esistenziali, estetiche, insospettabili sfumature di un universo che dall'esterno appare uniforme, dominato da un plumbeo ed elementare codice d'onore, e invece è variegato e profondo.

Così Ugo cerca l'unica faccia (e corpo...) amica, la spogliarellista Nelly Bordon (Barbara Bouchet).

Colpi di scena a raffica.

MILANO CALIBRO 9 diretto da Fernando Di Leo è un film d'azione violenta senza fronzoli, dalle inquadrature sporche, ma venato da risvolti di critica e denuncia sociale (influenzati in maniera evidente dal clima politico sociale del tempo, uno spaccato dell'Italia dei primi anni '70).

Dopo un inizio letteralmente "esplosivo" (i primi 10 minuti sono assolutamente memorabili), il film prosegue col suo ritmo avvolgente, teso e frenetico fino ad arrivare ad un finale che è tra i più violenti e senza speranza che ci possano essere.

Se il personaggio dello sbirro democratico Pistilli è quasi caricaturale (sul suo personaggio cade l'onere di ridicole sparate sociologiche nda), gli altri sono invece ineguagliabili per tensione emotiva e credibilità: grande Moschin mentre si muove nei bassifondi di Milano nella sua lucida imperturbabilità, fantastico Adorf nella sua irruenza.

Impossibile non menzionare il tocco di eros che una splendida e seducente Barbara Bouchet, che si fa guardare, sa regalare sin dalla sua prima entrata in scena, quel siparietto pop a piedi nudi nel night club.

Completano il quadro i tanti caratteristi del cinema italiano e l'incalzante colonna sonora di Luis Bacalov.

Conta almeno una battuta fatidica: “Se si va avanti così, vedrai che dovranno creare l'antimafia anche a Milano”. Incredibile!

IL TANGO DELLA GELOSIA

Roma. La non più giovanissima Lucia (Monica Vitti) si sente trascurata dal marito, il principe Giulio Lovanelli (Philippe Leroy), che stravede solo per i cavalli.

L'irritata gentildonna le inventa tutte per insinuare nel marito il tarlo del dubbio ed ingelosirlo anche inviando a se stessa interi mazzi di rose scarlatte, telefonate misteriose e miriadi di bigliettini compromettenti.

Il nobiluomo le affianca un corpulento gorilla milanese (o pugliese) Diego (Diego Abatantuono), pronto ad assecondare la strana richiesta della bionda signora, che gli chiede di ospitarla nel suo appartamento, dove il consorte dovrà sorprenderli nel nido d'amore in flagranza di tradimento.

Ma sul più bello oltre al coniuge, messo sul chi va là da alcune lettere anonime, arriva anche Nunzia (Jenny Tamburi), bellicosa fidanzata della guardia del corpo e i protagonisti dovranno districarsi da un inevitabile groviglio di malintesi e scambi di persona.

IL TANGO DELLA GELOSIA è una divertente e brillante commedia degli equivoci diretta dall'eterno Stefano Vanzina (in arte Steno) e sceneggiata dal figlio Enrico, rinfrescandola pièce teatrale di Aldo De Benedetti "Appuntamento d'amore", opportunamente rinfrescata dove le rughe erano più evidenti.

Monica Vitti è come al solito effervescente e Diego Abatantuono colorito per placida enfasi e linguaggio immaginoso.

Sotto le smorfie si intravedeva il grande attore.

NIKITA

Parigi. Drogata fino agli occhi, la giovanissima eroinomane Nikita (Anne Parillaud) entra con tre balordi in farmacia per rubare la dose giornaliera: arrivano gli agenti ed è un bagno di sangue, visto che muoiono tutti tranne lei.

Condannata all'ergastolo, in un carcere di massima sicurezza, riceve la visita dell'ambiguo agente dei servizi segreti francesi Bob (Tcheky Karyo) che gli propone di diventare una killer al servizio dello Stato e cambiare identità.

L'idea è di trasformarla in uno zerozerotette micidiale, con licenza di uccidere.

Lei accetta e inizia un duro e interminabile tirocinio, diventa killer in servizio permanente, anche se l'ingenuo fidanzato, il cassiere (Jean-Hugues Anglade) la crede sempre un'infermiera.

Il granitico istruttore le mette le armi in mano e la sbatte di qui e di là e lei esegue puntuale.

Finchè si stanca e realizza che la sua doppia vita potrebbe distruggere la sua vita sentimentale.

NIKITA è senza dubbio un affascinante poliziesco del geniale Luc Besson (probabilmente il suo lavoro più riuscito) che fa un film nero in tutti i sensi dimostrando di saper combinare l'efficienza di un regista hollywoodiano nelle scene d'azione con la sottigliezza di un regista europeo.

Incongruenze e qualche assurdità finiscono schiacciate dal ritmo frenetico, dal clima di angoscia crescente, dalle invenzioni scenografiche.

Permeato da una forte violenza, si avvale di una spigolosa e seducente Anne Parillaud che, se è carente di seno non lo è certo nelle gamme espressive, dando così al personaggio un tono sensuale ed indecifrabile, ora implacabile giustiziera, ora dolce innamorata, tra sparatorie e scene di pura disperazione.

Rifatto a Hollywood (con le note peggiorative del caso) con "Nome in codice: Nina" e divenuto in seguito una fortunata serie TV.