Bassa Padana, 1936. Guido Maldini (Phillippe Leroy) è il dispotico ed incontrastato reggente della tenuta di campagna in cui vive ai tempi del Duce.
Un padre-padrone reazionario, guerrafondaio, manesco e puttaniere.
Il suo temperamento violento lo fa odiare da tutti e dal figlio innanzitutto, emblema di un microcosmo giovanile isolazionista e di quell’accidia e di quel languore tanto odiati dalla superominica camicia nera di turno.
Il giovanotto, colto dall’esasperazione, cerca invano di ucciderlo.
Ma in seguito, tutta la famiglia unita, servitù compresa, ci riesce, simulando un suicidio.
TRANQUILLE DONNE DI CAMPAGNA, malgrado il fuorviante titolo da commedia scollacciata, è un erotico-drammatico che non trova la sua strada.
Vorrebbe contenere metafore sul Ventennio, sul Duce e la sua decadenza (attraverso la figura di un dispotico signorotto di campagna donnaiolo e del suo rapporto con la famiglia), ma ci riesce poco e niente.
Come erotico è all’acqua di rose, visto che le situazioni spinte sono più suggerite che mostrate, anche se permette a una giovane Serena Grandi di far intravedere ottimi e solidi “argomenti”.
Come dramma non è incisivo.
Nonostante la messinscena spartana, la confezione è dignitosa e il film risulta abbastanza credibile nell’ambientazione.
"IL CINEMA E' IL MODO PIU' DIRETTO PER ENTRARE IN COMPETIZIONE CON DIO"
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IL...BELPAESE
Milano. Con i dodici sudati milioni messi da parte pompando per sette anni petrolio su una piattaforma nel Golfo Persico, l'imbranato Guido Belardinelli (Paolo Villaggio) apre un negozietto e riprende l'antica professione del papà, l'orologiaio.Presto si pente: l'Italia è davvero diventato un Paese invivibile, come invano avevano provato a spiegargli gli amici più cari.
Tra sequestri, tasse, omicidi e violenze politiche di piazza per l'uomo comune è un inferno.
Lui, nel suo piccolo, resta subito vittima di taglieggiatori e ladri, perdendo soldi e bottega, oltre alla dignità.
Tanto che prima si trasforma in (maldestro) rapinatore, poi decide di emigrare un'altra volta.
Lo fermerà un bebè avuto da una giovane e bella contestatrice bionda (Silvia Dionisio).
IL...BELPAESE è una commedia verniciata di satira sociale, scritta dal famigerato tandem Castellano e Pipolo e diretta da Luciano Salce che forse mette troppa carne al fuoco (terrorismo, varia criminalità, movimenti studenteschi, femministe, droga, figli dei fiori...).
Bisogna ammettere che malgrado la denuncia sia condotta in modo che può apparire qualunquista, fotografa una certa Italia sul finire degli Anni Settanta, in un ritratto amaro e spietatissimo.
La sferzante ironia del regista colpisce soprattutto i movimenti giovanili (gli indiani metropolitani, le femministe, l'autonomia operaia) deboli e considerati come "moda".
Il meccanismo iperbolico, purtroppo, viene presto a noia, anche per via dell'eccessiva lunghezza della pellicola.L'ottimo Paolo Villaggio, che si barcamena tra un’esagerazione e l’altra, facendo quel che può, negli evidenti limiti del suo personaggio, prende la solita razione di botte fantozziane.
Grandioso Pino Caruso nella parte di un infimo personaggio.
ARAGOSTA A COLAZIONE
Roma. E' una serie di fallimenti la vita di Enrico Tucci (Enrico Montesano): sia sul lavoro, dove è ad un passo dall'ennesimo licenziamento come piazzista di sanitari, che nella vita privata, dove è sposato con la bella ed insoddisfatta Matilde (Silvia Dionisio), cameriera in un ristorante, che lo reputa un fallito ed è costretta ad arrangiarsi, con prole al seguito.Non gli riesce nemmeno di suicidarsi né col gas, perché la bombola è scarica, né buttandosi di sotto perché finisce su camion che trasporta materassi.
Niente a che vedere con l'agiata routine di Mario Spinosi (Claude Brasseur), ex calciatore ora mantenuto dalla ricca moglie Carla (Claudine Auger) che con Enrico ha solo in comune il fatto di essere stati ex compagni di scuola.
Idea! Per salvarmi dal licenziamento chiedo aiuto a Mario.
Peccato che il vecchio compagno di scuola, approfittando della partenza della moglie, ha combinato una serata con la sensualissima e disinibita hostess Monique (Janet Agren).
Scambi di coppia a raffica.
ARAGOSTA A COLAZIONE è una smorta e prevedibile commedia degli equivoci e non ci si affatica per le risate, che fanno sporadico capolino grazie alle (rare) sequenze ben congegnate a livello di dialoghi.
Sicuramente abbiamo visto Montesano fare di meglio e un suo film far più ridere.
Il film ripropone la solita commedia degli equivoci senza aggiungerci niente di nuovo tranne quel condimento italo-francese che fa apparire più seria una commedia in realtà molto banale.
Ma si resta comunque a guardare con un pizzico di passione, grazie al nutrito e fascinoso parco di attrici femminili (notevole l'erotismo biondo di Janet Agren), le (dis)avventure dello scalcinato Enrico Tucci. Nel complesso si tratta di un lavoro tirato troppo per le lunghe con un finale banalotto e risaputo.
Dracula cerca sangue di vergine...e morì di sete!!!
Transilvania. Il conte Dracula (Udo Kier) è ormai in fin di vita perché gli manca il nutrimento, cioè il sangue di vergini. Ritenendo (ahilui!) che in Italia se ne possa trovare a profusione (è pur sempre la terra del cattolicesimo e le vergini dovrebbero abbondare nda) il conte vi si reca nel tentativo estremo di salvare la sua stirpe dalla fine.
Naturalmente scoprirà che le cose non stanno così soprattutto nella casa del Marchese Di Fiori (Vittorio De Sica) dove il servo Mari Balato (Joe Dallesandro) infatuato dal Sol dell'Avvenire e nell'attesa della dittatura del proletariato si accoppia con tutte le ragazze (aristocratiche in decadenza) della casa, esprimendo così la sua turgida lotta di classe contro i padroni, insomma momenti erotici e sociali.
Con questo DRACULA CERCA SANGUE DI VERGINE E...MORI' DI SETE!!! Paul Morrissey si cimenta con un altro classico personaggio della letteratura dell’orrore, il Conte Dracula, dando luogo a una favola malinconica.
Per fare questo trasferisce parte delle maestranze della Factory in Italia, dove ha la possibilità di dirigere, tra gli altri, un divertito Vittorio De Sica, qui nella sua ultima interpretazione (tutto il film varrebbe soltanto per i monologhi del Marchese Di Fiori, che spera di maritare una delle quattro figlie con l’abbiente conte di Romania).
Udo Kier è grandissimo nella parte di un conte dandy, un Dracula malato e malinconico (che vomita, quando beve sangue di una non vergine), attorniato da un cast stellare che comprende, oltre al consueto (nei film di Morrissey), ineffabilmente inespressivo, Joe Dallesandro, al suddetto Vittorio De Sica, Roman Polanski in un bel cameo, Milena Vukotic e un bel gruppo di giovani bellezze loca li tra cui Stefania Casini e Silvia Dionisio (splendide entrambe).
Naturalmente, tutto si regge su una semplice idea di partenza , che il vampiro debba esclusivamente nutrirsi di sangue di vergini, senza il minimo riscontri nella vasta cinematografia in materia.
Gustose e ben fatte le scene grandguignolesche unite ad un pò di sesso. Coloratissime le scenografie, azzeccati gli ambienti e discreta la fotografia.
Horror, grottesco, drammatico... non importa, il film è godibile ed eccentrico, anche se un pò lento.
IL MARITO IN COLLEGIO
Bassa Padana. La bella Carlotta Madellis (Silvia Dionisio) è di famiglia nobile, ma, ahilei, senza il becco di un quattrino.Per poter assestare il bilancio e mettere le mani sul patrimonio del danaroso pur se plebeo zio Casimiro Zanin (Mario Carotenuto), la biondina accetta di sposare il rozzo benzinaio romano (uno spottone alla Total di altri tempi) Camillo Proietti (Enrico Montesano), che mette i brividi all'austera nonna Leo (Anna Proclemer), in passato dama di corte della regina Elena.
Così il giovanotto viene spedito in un collegio svizzero per imparare il bon ton.
E sulla scena appare, per approfittare della situazione, il falso barone siculo Filippo Pancaldi d'Entreves (Pino Caruso) intenzionato a chiedere la mano della fanciulla.
Quiproquo fino alla "consumazione" del matrimonio, con amore annesso.
IL MARITO IN COLLEGIO è un piccolo film di costume, retto da un Montesano che si dà un gran da fare per superare le non infrequenti cadute di livello da umorismo greve, dalle quali lo salvano qualche guizzo e qualche amabile caratterista (il sempre grande Mario Carotenuto, il maggiordomo Gastone Pescucci...).
Il soggetto originale, dove si sbeffeggiava, con mano più leggera, lo sciocco snobismo dell'aristocrazia decaduta, ha la firma illustre di Giovannino Guareschi, ma appare datato poichè portato sullo schermo troppo tardi.
Silvia Dionisio (tra le attrici più sensuali degli anni '70) è belloccia come sempre ed è gradevolmente presente a seno nudo in due occasioni.
Ultima nota: è il primo film di Bombolo.
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