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40 gradi all'ombra del lenzuolo

Cinque episodi.

LA CAVALLONA. La focosa signora Emilia (Edwige Fenech), di rosso vestita, accetta con sempre maggior turbamento la corte di un insistente spasimante telefonico (Tomas Milian).

L'ATTIMO FUGGENTE. L'infoiato marito Filippo (Alberto Lionello) si traveste da autista con tanto di livrea e luccicante Rolls Royce per ritrovare la passione perduta con la bella moglie Esmeralda (Giovanna Ralli).

LA GUARDIA DEL CORPO. L'asfissiante gorilla Alex (Marty Feldman) si rivela un autentico angelo custode per la capricciosa ereditiera Marina (Dayle Haddon).

I SOLDI IN BOCCA. Lo sfacciato corriere di svalutate lire Salvatore (Enrico Montesano) con un colpo di genio seduce la bionda consorte (Barbara Bouchet) di un danaroso cliente.

UN POSTO TRANQUILLO. Il ragionier Serpetti (Aldo Maccione) salva Marinella (Sydne Rome) dal suicidio ma il suo cane geloso interrompe bruscamente il flirt.

40 GRADI ALL'OMBRA DEL LENZUOLO è una allegra e sexy commedia, ricca di cast ed ambientazioni. Un fritto misto di cinque barzellette piccanti e pruriginose condite con corna, tette e natiche.

Estremamente disuguale al suo interno, come spesso accadeva nei film a episodi che hanno segnato la commedia italiana, in particolare negli Anni Settanta.

Le cinque bellone del cast si spogliano tutte. Il minimo indispensabile la Ralli e la Rome, fortunatamente più generosamente Dayle Haddon, Barbara Bouchet e, soprattutto, Edwige Fenech.

Da segnalare l'inattesa interpretazione di un Tomas Milian irriconoscibile (parrucca ed occhiali a "fondo di bottiglia"), al vertice del trasformismo. Inoltre il suo episodio si avvale di una stupenda Edwige Fenech in reggicalze e tette al vento.

Presente come guest star l'allora in voga Marty Feldman. Lo stralunato attore dagli incredibili bulbi oculari e le mosse meccaniche nel suo episodio ricalca situazioni (e location) dell'analogo episodio sordiano in DI CHE SEGNO SEI?

Il più bravo in questo 40 GRADI ALL'OMBRA DEL LENZUOLO?

Probabilmente il sempre simpatico Enrico Montesano.

GRANDI MAGAZZINI

Roma. Lo scrupoloso direttore (Michele Placido) dei Grandi Magazzini, appena arrivato in ufficio, si mette subito al lavoro.

Non immagina che in giornata avrà il suo bel daffare con la miopissima cliente Dolly (Heather Parisi), che ha perso le lenti a contatto.

E senza rendersene nemmeno conto finisce a gironzolare pericolosamente sul cornicione

I guai si moltiplicano quando il timido addetto alle toilette Evaristo (Enrico Montesano) è scambiato nientemeno per il figlio (Massimo Ciavarro) del proprietario, impiegato nel mega emporio sotto falso nome.

Quel furbone del capo del personale, Dottor Anzellotti (Alessandro Haber) gli infila nel letto la formosa ed ancora piacente moglie Elena (Laura Antonelli).

Mentre il facchino di lungo corso Fausto (Renato Pozzetto) perde la testa per un cliente gay.

GRANDI MAGAZZINI è una penosa ed interminabile commedia, che non fa ridere nemmeno per sbaglio, diretta dall'incorreggibile tandem Castellano e Pipolo, che tentano, invano, di ripetere l'esperimento di GRAND HOTEL EXCELSIOR.

Purtroppo mettono troppa carne al fuoco ottenendo un film frammentario, senza una vera storia da raccontare.

Nel supernegozio, sconsigliato anche nella stagione dei saldi, annaspa tra indegni siparietti il meglio del nostro cinema comico. Una sorta di sovrabbondante compendio della commedia italiana anni '80.

Con intermezzi demenziali tremendi (il montone rovesciato, la vespa).

Un monumentale cast sciupatissimo con rare eccezioni. Penosi i momenti con Villaggio e Gigi Reder (alla sua/loro ennesima sottofantozzata), e Lino Banfi. Simpatico Christian De Sica culturista tamarro. Orrido quello con la Parisi.

Si salvano la classe cristallina dei vecchi leoni Nino Manfredi e Paolo Panelli, per naturalezza e credibilità, e qualche decente tocco di Enrico Montesano. Sufficientemente divertenti anche Renato Pozzetto e Massimo Boldi.

La più saggia è la stella di prima grandezza del Fantastico televisivo, la temporanea attrice Heather Parisi. E' il suo primo ed unico film.

Devo ammettere che la sigla, pur brutta, rimane in testa (Grandi Magazzini, per grandi e per piccini...).

IO TIGRO, TU TIGRI, EGLI TIGRA

Tre episodi. Nella bella villa sul Lago Maggiore, il ricco Caminito (Cochi Ponzoni) assume il tuttofare Elia (Renato Pozzetto) per sbarazzarsi della "Belva", ossia la perfida consorte Annalisa (Angela Luce).

Il delitto perfetto fallisce ma l'odiata signora, fedifraga per di più, subirà una cocente punizione. Fino a quando non alzerà il velo...

Lo scrittorello di fantascienza Della Spigola (Paolo Villaggio) si accende per la bellissima moglie Carla (Nadia Cassini) solo dopo averla travestita da Regina Nera del pianeta Phobos. Finchè l'aliena a lungo invocata arriva sul serio. Il poveretto si ritroverà vittima di un singolare abduction.

Lo scalcinato bersagliere Roberto Micozzi (Enrico Montesano) si perde con un manipolo di commilitoni alle grandi manovre, con tanto di colonna corazzata. Finiranno per "invadere" il Canton Ticino, rischiando di provocare una guerra tra Italia e Svizzera.

IO TIGRO, TU TIGRI, EGLI TIGRA è una poco brillante e discontinua commedia a tre tempi, con gli stessi attori e la stessa formula del precedente TRE TIGRI CONTRO TRE TIGRI del'anno prima. Diretta dall'inedita coppia Giorgio Capitani-Renato Pozzetto che giocano sui paradossi e sulle gag surreali.

Probabilmente tirandola in lungo più del necessario e ottenendo un film che fa sorridere di tanto in tanto e ridere quasi mai.

Estremamente alterno l'episodio con Cochi e Renato (trovate geniale arricchite dal loro mitico nonsense e banalità scontate) carico della comicità surreale tipica delle produzioni settantiane del duo.

Pessimo quello con Paolo Villaggio nell'ennesima disavventura pseudo-fantozziana (ad esclusione del momento al semaforo), decisamente inguardabile.

Sufficientemente divertente (ad essere buoni) quello con un ruspante Enrico Montesano. Specialmente quando il protagonista romano parla ed assume espressioni analoghe a quelle dei marines dei film yankee.

Nadia Cassini e il suo leggendario lato-B si vedono troppo poco.

Bravi ma desolatamente a corto di battute decenti i quattro protagonisti maschili di questo IO TIGRO, TU TIGRI, EGLI TIGRA. Che però fa pensare a quell'Italia semplice degli anni '70.

AMORE VUOL DIR GELOSIA

Procida. Lo sfortunatissimo Gian Galeazzo Silvani Abruzzo (Enrico Montesano), dentista, è circondato da sette donne (moglie, suocera, madre, nonna, due figli e colf) che lo tormentano e rincitrulliscono.

Oppresso e represso soprattutto dalla consorte Lia (Milena Vukotic), farmacista taccagna, bigotta e sessualmente repressa.

Ovvio che il poveruomo perda la testa con estrema facilità quando la bella dirimpettaia milanese Corinna (Barbara Bouchet), sposata a un vigile volgare e fedifrago, gli fa capire che ci sta.

Purtroppo la tresca è scoperta dalla moglie prima che l'adulterio sia consumato.

Chi di corna ferisce...

AMORE VUOL DIR GELOSIA è una lenta e sguaiata, quasi mai divertente commediola (stra)paesana di corna desiderate del dimenticabile regista Mauro Severino, che gioca pesante sui beceri conflitti tra Nord e Sud alternando natiche e barzellette.

Comicità di grana grossa, con bersaglio sulla mentalità "religioso-bigotta", tipica di certa cultura meridionale.

Il simpatico e impetuoso Enrico Montesano s'affanna inutilmente per tenere in piedi la scontatissima macchietta del marito per metà galletto e per metà pecorone.

Barbara Bouchet è in forma smagliante e, probabilmente, giustifica la visione.

ANCHE I COMMERCIALISTI HANNO UN'ANIMA

Roma. Il tranquillo impiegato della Corte dei Conti Roberto (Enrico Montesano) è afflitto dalla vistosa fidanzata Sonia (Sabrina Ferilli), ansiosa di una vita più brillante. La ragazza passa le giornate in ufficio a fantasticare su un fidanzato ricco e a fare i test delle riviste.

L'occasione dell'ipotetica svolta capita con la buddista Cesira (Milena Vukotic), guida new age che si trascina la coppia in India per una visita guidata a un celebre santone.

Sull'aereo per l'Oriente ritrovano anche il corrotto commercialista milanese Carlo (Renato Pozzetto) in fuga precipitosa dalla giustizia italiana.

Mentre il travet sempliciotto resterà folgorato dalla nuova fede, l'affarista mariuolo, dopo aver fregato la ragazza all'altro, coinvolgerà nei suoi loschissimi affari legioni di ignari indù.

ANCHE I COMMERCIALISTI HANNO UN'ANIMA è una moscia, prolissa e poco divertente commedia socio-vacanziera che s'aggrappa con colpevole ritardo al treno di Tangentopoli (e alla moda dell'ascetismo...) per una satira goffa e risaputa sui danni delle mazzette, dietro cui arrancano anche due campioni della risata all'italiana come Renato Pozzetto e Enrico Montesano.

E' molto più spiritosa l'emergente (allora) sventola Sabrina Ferilli, l'unica che esibisce "argomenti" incontestabili.

ARAGOSTA A COLAZIONE

Roma. E' una serie di fallimenti la vita di Enrico Tucci (Enrico Montesano): sia sul lavoro, dove è ad un passo dall'ennesimo licenziamento come piazzista di sanitari, che nella vita privata, dove è sposato con la bella ed insoddisfatta Matilde (Silvia Dionisio), cameriera in un ristorante, che lo reputa un fallito ed è costretta ad arrangiarsi, con prole al seguito.

Non gli riesce nemmeno di suicidarsi né col gas, perché la bombola è scarica, né buttandosi di sotto perché finisce su camion che trasporta materassi.

Niente a che vedere con l'agiata routine di Mario Spinosi (Claude Brasseur), ex calciatore ora mantenuto dalla ricca moglie Carla (Claudine Auger) che con Enrico ha solo in comune il fatto di essere stati ex compagni di scuola.

Idea! Per salvarmi dal licenziamento chiedo aiuto a Mario.

Peccato che il vecchio compagno di scuola, approfittando della partenza della moglie, ha combinato una serata con la sensualissima e disinibita hostess Monique (Janet Agren).

Scambi di coppia a raffica.

ARAGOSTA A COLAZIONE è una smorta e prevedibile commedia degli equivoci e non ci si affatica per le risate, che fanno sporadico capolino grazie alle (rare) sequenze ben congegnate a livello di dialoghi.

Sicuramente abbiamo visto Montesano fare di meglio e un suo film far più ridere.

Il film ripropone la solita commedia degli equivoci senza aggiungerci niente di nuovo tranne quel condimento italo-francese che fa apparire più seria una commedia in realtà molto banale.

Ma si resta comunque a guardare con un pizzico di passione, grazie al nutrito e fascinoso parco di attrici femminili (notevole l'erotismo biondo di Janet Agren), le (dis)avventure dello scalcinato Enrico Tucci.

Nel complesso si tratta di un lavoro tirato troppo per le lunghe con un finale banalotto e risaputo.

QUANDO LA COPPIA SCOPPIA

Roma. Enrico Granata (Enrico Montesano), disegnatore satirico trentenne, vive una improvvisa crisi coniugale con la moglie Angela (Dalila Di Lazzaro), che gli confessa di punto in bianco di essere stufa di lui e di non amarlo più.

Di mezzo c'è la piccola figlia Anna ed un misterioso uomo di cui Enrico, ingelosito, carpendo le confidenze proprio della figlioletta, conoscerà solo le iniziali: PG, che poi scoprirà stanno per Piergiorgio Funari (Claude Brasseur), brillante fotografo e reporter francese, a cui la bambina sembra gradualmente affezionarsi.

Come faccio a riconquistare mia moglie e la mia bambina?

Equivoci a raffica.

QUANDO LA COPPIA SCOPPIA è una commedia datata diretta da Steno che prova a trattare in forma brillante il tema della separazione coniugale e della crisi individuale di un papà diviso tra i suoi istinti di gelosia e l'ideale dell'uomo forte e moderno.

L'approccio da commedia brillante mantenuto nella prima mezz'ora riesce a creare una buona situazione di partenza, che però finisce sprecata da uno svolgimento che non fa mai ridere davvero, soprattutto quando diventa palese la mancanza di valide idee, susseguendosi situazioni ripetitive.

Enrico Montesano recita in modo frenetico e, per la maggior parte del tempo, si spreca. I dialoghi spuntati e il ritmo troppo lento non aiutano. Lentezza che si accentua peraltro nella seconda parte nella quale anche gli attori sembrano sottotono.

Il finale è retorico e fa tutti felici e contenti.

Da segnalare un notevole nudo integrale fronte/retro della bella Daniela Poggi.

MI FACCIA CAUSA

Roma. E' una giornata piena per il giovane pretore Giovanni Pennisi (Christian De Sica), indulgente e paziente giudice delle malefatte altrui, non proprio integerrimo se è vero che sta costruendo sul terrazzo di casa una camera abusiva per la suocera rompicoglioni.

E come perde le staffe, da tifosissimo della Lazio, quando deve giudicare due ultrà giallorossi.

Poi gli sfilano davanti Luigi Marchetti (Gigi Proietti), ladruncolo di buon cuore messo fuorigioco dalle nuove tecnologie e da un furbo bimbo, Rosanna Bianchi (Stefania Sandrelli), avvenente impiegata ministeriale che alterna pratiche ministeriali a marchette, e Annibale Saraceni detto Rocky III (Enrico Montesano), un pugile fallito che s'improvvisa sequestratore di cani suo malgrado.

MI FACCIA CAUSA è una commediola in salsa giudiziaria non molto divertente del vecchio, grande ma ormai declinante Steno, un veterano della commedia all'italiana, pronto ad aggiornare agli anni ottanta un suo celebre film di trent'anni prima (Un giorno in pretura).

Bisogna ammettere che rimane piuttosto efficace nel tratteggiare un divertente e veritiero (anche se esasperato) ritratto del costume italico. Un’Italia minore e marginale ma quanto mai plausibile e colorita, colta nei suoi piccoli difetti o nei suoi miseri vizi.

Non tutti gli sketch, però, sono riusciti.

Un insolitamente bravo e giovane De Sica, in panni quasi seri, riesce a essere più convincente del solito. Inutile sottolineare che l'episodio più riuscito è quello di Proietti (e non solo per la storia) animale da palcoscenico e istrionico disegna il personaggio come solo lui sa fare.
Enrico Montesano qualche spanna sotto.

La florida Stefania Sandrelli (all'epoca quarantenne nda) in guèpière sta d'incanto.

IL PARAMEDICO

Roma. L'infermiere Mario Migli (Enrico Montesano) tira la cinghia al Policlinico, mentre la moglie Nina (Edwige Fenech) si rimbabisce con il telecomando in mano, tra ciarlatani dell'etere.

Poi lui vince da una lotteria un'auto di lusso, una Fiat Argenta argentata, e senza dire nulla in casa si dà alla bella vita, fingendosi un medico di fama, entrando nei salotti che contano e finendo a letto con una bella signora dell'alta società (Daniela Poggi).


Sennonchè un manipolo di terroristi dopo il colpo fugge proprio con la sua macchina.

Altro che bella vita.

Va a finire in galera e riesce a uscire solo facendo il "pentito".

IL PARAMEDICO è una una sconclusionata paracommedia dall'impianto comico che rimescola quello che passa il convento dell'attualità dei primi anni ottanta, virando presto verso argomenti cupi e seriosi.

Dai brigatisti alla P2 (chiamata nel film B2), dai primari d'oro ai giudici faziosi, dai deputati mafiosi alla tv che crea teledipendenza.

Il film è pienamente anni '80: per il genere di automobili che girano, l'arredamento delle case e tanti altri particolari (come il boom delle televisioni private e i loro assurdi programmi).

Nel guazzabuglio ideologico, la sempre polposa Edwige Fenech nella versione casalinga disperata è stranamente casta e perde la partita con la bionda Daniela Poggi, che però gioca il jolly: un sublime nudo integrale. Veloce ma mozzafiato.

Sponsor, nel film, l’allora novità in casa Fiat: l’ammiraglia “Argenta” (oggi da museo dell'automobile).

GRAND HOTEL EXCELSIOR

Gente che va, gente che viene. Questo è il Grand Hotel. Nel grande albergo di lusso, lo scorbutico direttore Taddeus (Adriano Celentano) cade nella rete della bionda cliente Ilde Vivaldi (Eleonora Giorgi), cotta di lui.

Nella hall si aggirano anche il pugile imbranato e pacioccone Pericle Caciotta (Carlo Verdone) e un ciarlatano che si fa chiamare il mago di Segrate (Diego Abatantuono).

Intanto il cameriere Costanzi (Enrico Montesano) prova a ricevere la figliola che studia in collegio in Svizzera senza farle scoprire il suo vero status sociale. 

GRAND HOTEL EXCELSIOR , strutturato con una serie di storielle parallele che si svolgono nel lussuoso hotel che da il titolo al film (facendo il verso al celebre Grand Hotel della Garbo nda) e girato nel momento di massimo fulgore della nuova commedia all'italiana anni '80, ne rappresenta il classico esempio.

Il tutto a cura di Castellano e Pipolo, che recluta la crema del cinema leggero italiano (dell'epoca), con sicuro ritorno al botteghino (di allora) anche se Celentano rifà il bisbetico, Montesano il finto conte e Abatantuono è il Ras vestito da Mago.

Film per famiglie: riflessioni e volgarità sono del tutto (e per fortuna) eliminate, come ogni riferimento all'attualità, anche se i dialoghi non sembrano eccezionali.

Eleonora Giorgi è come spesso gli capita bella ma decorativa e Claudia Mori appare in un cammeo di pochi attimi che non avrà minimamente faticato ad interpretare.

FEBBRE DA CAVALLO 2 - LA MANDRAKATA

Roma. L'ha giurato alla voluminosa fidanzata, proprietaria di bar, Lauretta (Emanuela Grimaldi): basta, non gioco più.

Invece Bruno Fioretti, in arte Mandrake (Gigi Proietti), eterna comparsa a Cinecittà, è sempre a Tor di Valle con l'inseparabile Marco, detto Micione (Rodolfo Laganà) e con l'Ingegnere (Andrea Ascolese), esperto di computer.

Ma dove trovare gli euri per puntare sul cavallo vincente?

Truffando i fessi come il macellaio figlio del mitico Manzotin.

Ed ecco il candido Antonio Faiella (Carlo Buccirosso): il pollo da stangare con l'aiuto della vistosa amica Aurelia (Nancy Brilli).

Seguirà il bis ai danni dell'implacabile strozzino, il Cozzaro nero, appena entra in scena il redivivo Er Pomata (Enrico Montesano).

FEBBRE DA CAVALLO 2 - LA MANDRAKATA è, come è facilmente intuibile dal titolo, il sequel del mitico FEBBRE DA CAVALLO, diretto dai Vanzina, vituperati figli proprio del grande Steno, e ne riprende l'aria scanzonata e leggera, tra truffette e corse di cavalli.

Un evidente omaggio, a suon di citazioni, alla memoria del grande papà (anche lui sottovalutato), autore, nel 1976, del piacevole film capostipite, da tempo diventato un "cult".

Il risultato è prevedibilmente inferiore ma ugualmente decente, perché Gigi Proietti è un cavallo di razza e con lui ci sono attori di buon livello come Carlo Buccirosso, la piacente Nancy Brilli, con le strepitose scollature dei suoi abiti Cavalli (chissà se è un caso nda), e il simpatico Laganà.

Nancy Brilli senoEnrico Montesano (indimenticabile Pomata) torna per l'ultima mezz'ora (più che altro una guest star e neanche tanto in palla nda)  e la magia del primo capitolo prova a ripetersi.

L'intrattenimento è garantito e l'ora e mezza scorre veloce veloce anche se mancano le solite carrellate di natiche e seni al vento condite da gratuite volgarità.

TRE TIGRI CONTRO TRE TIGRI

Tre episodi. Come soffre il pretino di campagna don Cimbolano (Renato Pozzetto) nel paese rosso: la chiesa è sempre vuota.

Più che la fede poterono le malelingue visto come accorrono i compagni quando si sparge la voce che lo sfigato pretino flirta con la vistosa Diana (Kirsten Gille), moglie del pastore italoamericano Joe Martini (Cochi Ponzoni).

La concorrenza insomma.

La disinvolta contessa Lucrezia Marini (Dalila Di Lazzaro) abborda il timido rappresentante Oscar Bertoletti (Enrico Montesano), e, ignorando che è un evaso, lo invita a fuggire con lei: che trappola, la ragazza è un’attrice dello Specchio segreto di Nanni Loy.

L’avvocaticchio fifone Scorza (Paolo Villaggio) è in volo, nonostante la sua fobia, su un piccolo aereo da turismo con la poco avvenente contessa Giada Nardi (Anna Mazzamauro).

Per salvare la megera dalla catalessi dovrebbe sedurla, anzi possederla più volte: meglio precipitare.

Difficile stabilire una gerarchia di valori tra i 3 episodi farseschi in chiave licenziosa, tutti di grana grossa, che compongono questa esile commediola a tre scomparti, diretta dal tandem Sergio Corbucci- Steno.

Una classica commedia ad episodi, diseguale, Anni Settanta, a cui non bisogna chiedere troppo se non un sano svago.

IL MARITO IN COLLEGIO

Bassa Padana. La bella Carlotta Madellis (Silvia Dionisio) è di famiglia nobile, ma, ahilei, senza il becco di un quattrino.
Per poter assestare il bilancio e mettere le mani sul patrimonio del danaroso pur se plebeo zio Casimiro Zanin (Mario Carotenuto), la biondina accetta di sposare il rozzo benzinaio romano (uno spottone alla Total di altri tempi) Camillo Proietti (Enrico Montesano), che mette i brividi all'austera nonna Leo (Anna Proclemer), in passato dama di corte della regina Elena.

Così il giovanotto viene spedito in un collegio svizzero per imparare il bon ton.

E sulla scena appare, per approfittare della situazione, il falso barone siculo Filippo Pancaldi d'Entreves (Pino Caruso) intenzionato a chiedere la mano della fanciulla.

Quiproquo fino alla "consumazione" del matrimonio, con amore annesso.

IL MARITO IN COLLEGIO è un piccolo film di costume, retto da un Montesano che si dà un gran da fare per superare le non infrequenti cadute di livello da umorismo greve, dalle quali lo salvano qualche guizzo e qualche amabile caratterista (il sempre grande Mario Carotenuto, il maggiordomo Gastone Pescucci...).

Il soggetto originale, dove si sbeffeggiava, con mano più leggera, lo sciocco snobismo dell'aristocrazia decaduta, ha la firma illustre di Giovannino Guareschi, ma appare datato poichè portato sullo schermo troppo tardi.

Silvia Dionisio (tra le attrici più sensuali degli anni '70) è belloccia come sempre ed è gradevolmente presente a seno nudo in due occasioni.

Ultima nota: è il primo film di Bombolo.

CULO E CAMICIA

Due episodi. Il timido e balbuziente Rick (Enrico Montesano), assistente al montaggio in una tv locale, sogna di diventare, nonostante il fastidioso difetto, un telecronista sportivo e di sbalordire la bionda Ornella (Daniela Poggi) che lavora con lui e di cui è segretamente innamorato, anche se lei non si accorge di lui.

Un paio di scarpe magiche provenienti da un vecchio ciabattino defunto farà concretizzare tutti i suoi desideri, compreso una parlantina alla Bonolis.

Il giocondo Renato (Renato Pozzetto) vive more uxorio da dieci anni, formando una coppia perfetta, col geloso Alberto Maria (Leopoldo Mastelloni): lui fa la casalinga, lei, cioè l'altro lui, il negoziante di articoli di lusso.

Finchè Renato conosce Ella (Maria Rosaria Omaggio) una giovane fotografa, provocante e disponibile, che si innamora subito di lui.
Triangolo impossibile

Commediola stiracchiata e raramente divertente, diretta da Pasquale Festa Campanile, composta dadue film di un'ora messi insieme ma fatti per essere visti separatamente, in TV.

Roma (Montesano) batte Milano (Pozzetto) 2 a 1. Nella storiella di Montesano, brillante e garbato, c'è più sale, mentre Pozzetto si ritrova tra le mani una barzelletta volgorotta e pesante, di dubbio gusto insomma.

Daniela Poggi e Maria Rosaria Omaggio fanno quanto richiesto dal contratto: le fascinose bambole.

TUTTO SUO PADRE

Roma. Soltanto sul letto di morte Adolfo (Enrico Montesano), pizzaiolo romano ma con una gran voglia di di diventare attore (a tempo perso lavora come comparsa a Cinecittà), apprende dalla madre morente di essere il frutto di una relazione giovanile nientemeno che con Adolf Hitler.

Moderatamente ed inevitabilmente scosso dalla rivelazione, il nostro è ingaggiato da una multinazionale tedesca che vorrebbe restaurare il regime nazista e far rivivere la figura del dittatore.

Ingolosito da un cachet di sessanta milioni (di svalutate lirette ma pur sempre tante nda) e fuorviato da un equivoco (pensa di dover interpretare sulla scena e non nella realtà il personaggio dell'ingombrante defunto) l'attore dilettante parte per la Baviera dove inizia la rieducazione opportuna per fargli seguire le orme del padre ed insediarlo sul trono del Quarto Reich.

Ci vuol poco però a capire di che pasta (frolla) è fatto e che ha altre idee, nettamente contrarie al folle progetto.

Rispedito a casa, aprirà una pizzeria in proprio.

TUTTO SUO PADRE è una commediola abbastanza grossolana di Maurizio Lucidi, specializzato in farsa all'italiana, che parte da uno spunto a dire il vero abbastanza bizzarro, con il tentativo questa volta di mirare più in alto nella satira di costume (probabilmente non riuscito pienamente).

Solitamente apprezzo la comicità e la verve di Enrico Montesano, comico di grande simpatia e disinvoltura, ma in questo film si ride col contagocce per gag sfilacciate e quasi del tutto privo di situazioni davvero divertenti e mi è sembrato al di sotto delle sue note capacità ironiche e recitative.

Da un racconto di Alberto Bevilacqua.

EX

Il giudice Luca (Silvio Orlando) è alle prese con la causa di divorzio di Caterina (Nancy Brilli) e Filippo (Vincenzo Salemme), che si rimpallano la responsabilità dei figli, bambini degeneri agli occhi dei genitori visto che snobbano la playstation, amano l'opera e il teatro e vorrebbero andare al planetario.

Smessa la toga, tra le mura domestiche non depone le armi ma le affila, arcistufo dei litigi con la moglie Loredana (Carla Signoris), al punto da trasferirsi nell'appartamento del figlio universitario.

L'altra figlia (Cristiana Capotondi) è a Parigi con Marc, ma la Nuova Zelanda, con un'occasione di lavoro, chiama e promette una nuova vita e, forse, un nuovo amore.

Intanto Sergio (Claudio Bisio), psicologo, scomparsa tragicamente la moglie Michela (Elena Sofia Ricci), si ritrova ad affrontare la difficile situazione con due figlie adolescenti e una fidanzata interdetta, mentre il chirurgo Paolo (Fabio De Luigi) subisce le minacce dell'ex (Alessandro Gassman) di Monique ed Elisa (Claudia Gerini) resta folgorata dalla scoperta che il prete che sta per sposarla a Corrado (Gianmarco Tognazzi) è in realtà il suo ex Lorenzo (Flavio Insinna), che viene "confessato" da un conoscente imbianchino (Enrico Montesano).

EX è una commedia sentimentale del regista Fausto Brizzi, che gioca con l'amore e con il caso in una commedia corale (cast all-star) dagli incastri scorrevoli. E' la storia di tante storie di bisticci, rotture, equivoci, coincidenze e innamoramenti, in un luna park di sentimenti, partendo dal tema degli ex amanti e ragionando sul come si faccia presto a divenirlo, basta un' incomprensione, e sul come, in fin dei conti, non lo si divenga mai definitivamente, perché l'amore non si cancella, nemmeno con la lama affilata della falce della grande mietitrice.

Il film non disdegna punte di comico tout court, sulle spalle di Fabio De Luigi e del ritrovato Gianmarco Tognazzi, e non fa della commozione un tabù, affidandone a Bisio la delicata gestione. Una regia senza vezzi e senza incertezze lascia il centro della scena alla scrittura e ad un girotondo di attori capacissimi, tutti molto bravi, che si sostengono a vicenda sul filo della qualità e del tempismo comico. Ritmo sostenuto, battute che evitano la volgarità, perfino una parvenza di umorismo e malinconia caratterizzano le tante storie che vi si incrociano tra Roma, Parigi e la Nuova Zelanda.

Con l'eccezione della linea Gerini-Tognazzi-Insinna, il parametro sociale permane altolocato ma funziona mettendo in scena il campionario umano tra i venti e cinquant'anni e la trasformazione degli episodi in affluenti di un unico fiume.

Da segnalare solo, volendo essere cattivi, almeno quattro evidenti trucchi che possono funzionare come acchiappa pubblico tra i teenagers:

1) l'utilizzo della nudità e del richiamo sessuale sullo schermo (la pelle scoperta si spreca, tette e sederi femminili in prevalenza, ma c'è pure un California Dream Men con la "sorpresona" tra le gambe);

2) l'uso delle canzoni di James Blunt e di Biagio Antonacci invadono lo schermo a sottolineare le emozioni dei vari personaggi, un pò come in tv con i montaggi degli amici di Maria o del Grande Fratello: lacrime e sorrisi con una bella canzone spalmata sopra. O sotto.

3) la scelta di far recitare Claudio Bisio esattamente come se fosse sul palco di Zelig e De Luigi esattamente come se stesse conducendo "Le iene": passaggio dalla televisione al cinema senza soluzione di continuità;

4) l'invasivo sfoggio di nuove tecnologie fa veramente "ggiovane": è un continuo rincorrersi tra telefonini (ultimo grido), videofonini e chat. Con una spruzzata di cybersesso via webcam che così tutti i teenagers sanno di che cosa si parla.

Tutto sommato rimane comunque un film da vedere.

QUA LA MANO

Due episodi.

STO CON IL PAPA 

Il vetturino romano Orazio (Enrico Montesano), discendente di un cocchiere di Pio IX, ha un chiodo fisso: incontrare il Papa (Philippe Leroy).

Per questa ossessione diventa lo zimbello dei vicini, soprattutto del cavalier Marotti (Mario Carotenuto), sarto ecclesiastico amante delle scommesse.

Eppure, dagli e dagli, alla fine riuscirà a sedersi alla mensa con il pontefice e vicere la scommessa : affacciarsi in finestra accanto al Papa.

ACQUA SANTA E ROCK AND ROLL

L'irrefrenabile don Fulgenzio (Adriano Celentano), parroco di paese e amante del ballo, finisce al laccio della bella e ben poco pia Rossana (Lilli Carati).

E allora il vendicativo sindaco di sinistra Libero (Renzo Montagnani), che si rode dalla gelosia, fa la spia al vescovo (Carlo Bagno).

QUA LA MANO è una poco originale farsa cucinata su duplice forno e diretta da Pasquale Festa Campanile.



Dei due episodi meglio il secondo (il primo è afflitto da sentimentalismo crepuscolare e caratterizzato dalla logorrea di Enrico Montesano) che si impenna sulle piroette scattanti di un Celentano formato Don Camillo, che tira avanti a ritmo di rock.

Se poi hai vicino Lilli Carati, tanto di guadagnato.

FEBBRE DA CAVALLO

Roma. Tre amiconi per la pelle, l’indossatore e attore di spot pubblicitari (mitico quello del VAT69) Mandrake (Gigi Proietti), il fannullone Er Pomata (Enrico Montesano) e il posteggiatore d’auto Felice (Francesco De Rosa), buttano alle Tris (le corse dei cavalli), puntando sempre su brocchi perdenti, pure i soldi che non hanno.

Nella continua illusione di azzeccare la clamorosa e risolutiva vincita milionaria (di lire).

Ma quando l’insoddisfatta fidanzata del capocordata, la barista Gabriella (una bella e giovane Catherine Spaak), su consiglio di una chiromante, gli dà la dritta giusta per un Tris milionario (la STRAfamosa : Soldatino, King, D’Artagnan), l’arruffone terzetto cambia puntata all’ultimo momento, perdendo l’occasione della vita.

E adesso chi lo dice a Gabriella? 

Il tentativo di rimediare al disastro si rivelerà ancora più catastrofico.

FEBBRE DA CAVALLO è una divertentissima commedia di Steno, ricca di momenti spassosissimi rimasti scolpiti nella memoria della commedia all’italiana.

Uno sguardo bonario sul tragicomico mondo del gioco, molto prima delle compulsive ed estranianti slot-machine, quasi sempre maltrattato dal cinema.



Insomma il mondo dell’ippica usato come sfondo di una divertente commedia all’italiana ben servita dagli estrosi Gigi Proietti ed Enrico Montesano, con il modesto appoggio di una spalla di complemento e della disimpegnata Catherine Spaak, che disegnano divertenti macchiette, facendo a meno delle parolacce.

Utilizzato in dosi da elefante il romanesco.

Nel corso degli anni è diventata un cult sulle TV private con un Fans Club a Roma e addirittura un sito internet.

I picari


Spagna, XVI secolo. I due allegri vagabondi Lazzariello de Tormes (Enrico Montesano) e Guzman de Alfarache (Giancarlo Giannini) tirano a campare con espedienti vari e, soprattutto, cercando di lavorare il meno possibile, che, come sanno perfettamente i sindacalisti italiani, il lavoro stanca.

Il destino li fa incontrare ai remi di una galera dove, dopo essersi raccontate le reciproche storie, stringono un amicizia momentanea.

Purtroppo per loro la ciurma si stanca presto di loro e li butta in mare.

Toccata terra le loro strade si dividono, e ognuno percorre il suo itinerario: il primo viene ingaggiato da una tristanzuola compagnia di comici, l'altro va a servizio dallo squattrinatissimo Hidalgo (Vittorio Gassman, specializzato nel ruolo, diremmo).

Quando si ritrovano pensano bene di unirsi per vendere le grazie della seducente prostituta Rosario (Giuliana De Sio). 

La scaltra donna befferà entrambi.

Con I PICARI il regista Mario Monicelli riscopre, vent'anni dopo il mitico "L'Armata Brancaleone", l'avventura chiassosa, cialtrona e stracciona, avvalendosi dei migliori attori italiani su piazza (in quel momento), splendidi costumi, una storia senza dubbio vivace malgrado sia punteggiata da molte volgarità gratuite.

La sensuale Giuliana De Sio esibisce con notevole grazia delicate (semi)curve senza veli.


giuliana de sio nuda


Con gli ingredienti suddetti, presi uno per uno, le componenti del film sono apprezzabili: fotografia, costumi, paesaggi, regia di Monicelli che governa la miscela di spregiudicatezza scanzonata.
Ma il risultato complessivo è assai inferiore alla somma degli addendi. 

Ispirato al famoso romanzo spagnolo Lazarillo de Tormes (1554) di autore ignoto.