Roma. Lo scrupoloso direttore (Michele Placido) dei Grandi Magazzini, appena arrivato in ufficio, si mette subito al lavoro.
Non immagina che in giornata avrà il suo bel daffare con la miopissima cliente Dolly (Heather Parisi), che ha perso le lenti a contatto.
E senza rendersene nemmeno conto finisce a gironzolare pericolosamente sul cornicione
I guai si moltiplicano quando il timido addetto alle toilette Evaristo (Enrico Montesano) è scambiato nientemeno per il figlio (Massimo Ciavarro) del proprietario, impiegato nel mega emporio sotto falso nome.
Quel furbone del capo del personale, Dottor Anzellotti (Alessandro Haber) gli infila nel letto la formosa ed ancora piacente moglie Elena (Laura Antonelli).
Mentre il facchino di lungo corso Fausto (Renato Pozzetto) perde la testa per un cliente gay.
GRANDI MAGAZZINI è una penosa ed interminabile commedia, che non fa ridere nemmeno per sbaglio, diretta dall'incorreggibile tandem Castellano e Pipolo, che tentano, invano, di ripetere l'esperimento di GRAND HOTEL EXCELSIOR.
Purtroppo mettono troppa carne al fuoco ottenendo un film frammentario, senza una vera storia da raccontare.
Nel supernegozio, sconsigliato anche nella stagione dei saldi, annaspa tra indegni siparietti il meglio del nostro cinema comico. Una sorta di sovrabbondante compendio della commedia italiana anni '80.
Con intermezzi demenziali tremendi (il montone rovesciato, la vespa).
Un monumentale cast sciupatissimo con rare eccezioni. Penosi i momenti con Villaggio e Gigi Reder (alla sua/loro ennesima sottofantozzata), e Lino Banfi. Simpatico Christian De Sica culturista tamarro. Orrido quello con la Parisi.
Si salvano la classe cristallina dei vecchi leoni Nino Manfredi e Paolo Panelli, per naturalezza e credibilità, e qualche decente tocco di Enrico Montesano. Sufficientemente divertenti anche Renato Pozzetto e Massimo Boldi.
La più saggia è la stella di prima grandezza del Fantastico televisivo, la temporanea attrice Heather Parisi. E' il suo primo ed unico film.
Devo ammettere che la sigla, pur brutta, rimane in testa (Grandi Magazzini, per grandi e per piccini...).
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IO SONO MIA
Roma. I giovani e piacenti coniugi Magro, il meccanico Giacinto (Michele Placido) e la maestrina Giovanna detta Vannina (Stefania Sandrelli), di diversa estrazione e cultura, sono approdati sull'isoletta del meridione italico per le vacanze estive.Vannina, maestra elementare dal carattere dolce e servile, è molto sottomessa al marito che, particolarmente egoista e gretto, la tratta come un oggetto sessuale e non.
La permanenza, tuttavia, tra mare e sole, è destinata a sconvolgere lo status quo: mentre Giacinto fa amicizia con il pescatore sciupafemmine Santino e si lascia trascinare verso (ipotetiche) facili conquiste, Vannina ascolta le parole di ribellione dalle isolane Tota e Giottina e viene iniziata al movimento femminista da Suna e Mafalda.
Innalzata la bandiera della ribellione, Vannina si fa più di un giro sul giovane Orio, fratello minore di Santino e spesso bistrattato per la dolcezza dei comportamenti, e si stringe sempre più a Suna, che si spupazza a tempo perso Santino.
La giovane, ricca, viziata e viziosa, anche perché paralizzata agli arti inferiori, non disdegna nel letto, forse più per riempire un vuoto esistenziale che altro, anche le donne.
La malattia e la morte di Orio colpiscono a fondo la bella signora che, tornata a Roma, dove viene raggiunta anche dalla notizia del suicidio di Suna, decide di lasciare il truzzissimo marito.
Il piagnucoloso Giacinto, forse solo cosciente del vuoto materiale lasciato in casa dall'assenza della serva e schiava sessuale, cerca di costringere la consorte a tornare.
Ormai il dado è tratto: la maestrina ha messo su casa da sola e in classe impartisce lezioni di parità dei due sessi ai suoi piccoli alunni.
IO SONO MIA è un manifesto di cinema femminista anni '70, infatti il tecnico è composto da tutte donne e la presenza maschile è ridotta al minimo indispensabile. Come molte produzioni coeve è banalissimo, manicheo, noioso.
In effetti più che un film femmista è la rappresentazione di un' unione che, nonostante l'amore, non funziona; le cause sono legate alla "ignorante" insensibilità del marito.
Da vedere, oltre che per ammirare la bellezza di una Stefania Sandrelli niente di meno che splendida e sensuale, solo come testimonianza di un certo clima fortemente ideologico e, se vogliamo, di un certo cinema figlio del tempo.Datato.
CASOTTO
Ostia, in una domenica d'agosto. Nella cabina pubblica numero 19 della spiaggia libera, si spoglia (a turno) prima di tuffarsi un campionario di umanità non proprio edificante.Tra gli accaldati turisti del dì di festa un cinico nonno (Paolo Stoppa) che cerca di trovare un merlo che sposi la nipotina incinta (Jodie Foster): prima ci prova con il cugino tonto (Michele Placido).
Poi ripiega su un aspirante (e affamato) tipo da spiaggia (Gigi Proietti), che in sogno spasima per una meravigliosa creatura bionda (Catherine Deneuve).
Mentre due sorelle ben poco oneste (Mariangela e Anna Melato) vanno all'assalto di un misterioso quanto bigotto funzionario (Ugo Tognazzi) e una coppia che non riesce a fare all'amore (Carlo Croccolo).
Finchè alla fine del pomeriggio un improvviso acquazzone costringe costringe l'eterogenea truppa a sbaraccare.
CASOTTO è una commedia grottesca con il minimo di ambientazione e dal titolo volutamente equivoco in cui il pasoliniano Sergio Citti recluta un numero impressionante di grossi nomi.
La pellicola è insolita, curiosa, disincantata, a metà strada tra tragico e comico, un pò trash e un pò kitsch: questa è la vita, sembra dire sottovoce il regista con il suo sguardo brutto, sporco e cattivo.
La spiaggia ostiense è relegata a semplice sfondo. Il focus sono le pulsioni umane più primitive (sesso, cibo, denaro) che Citti racconta con toni ora tipicamente borgatari (spacconerie balneari e “magnate” in compagnia), ora squallidi e trash (escrementi canini, genitali maschili al vento), ora persino soffici e onirici (bello l'inserto surreal felliniano nda): ma tutto scorre perfettamente.
Nel popolaresco minestrone di grandissime facce trovano spazio anche due star d'importazione, una giovanissima Jodie Foster e una fuggevole Catherine Deneuve.
Addirittura Carlo Croccolo, ex spalla del grande Totò, seminudo.
Il mattatore? Paolo Stoppa.
KLEINOFF HOTEL
E perchè non soffermarsi dove era stata da ragazza, ossia in quel Kleinoff Hotel, pieno di ricordi (e di amplessi) da studentessa?
L'hotel è molto cambiato (ossia peggiorato) ed incuriosita dai rumori provenienti dalla stanza adiacente alla sua scopre, spiando da una fessura, che il suo vicino è un giovane barbuto, rumoroso ed inquietante. Oltre che nudo spesso e volentieri.
Qualche ora dopo scoprirà, avendo ascoltato quasi morbosamente i suoi dialoghi con un'amica drogata e con un amico, che il suo nome è Karl, è un terrorista, ed è stato incaricato di eliminare un presunto traditore, Pedro (Michele Placido).
La curiosità diverrà così morbosa che porterà la gatta a lasciarci lo zampino.
Infatti, invaghitasi di lui, la donna comincia a pedinarlo durante la giornata successiva fino all'approccio nella maniera più diretta possibile: penetrare nella sua stanza e insinuarsi nel suo letto.
I due si amano (almeno fisicamente) per un'intera giornata, ma quando la donna propone al baldo giovane di fuggire con lei, Karl, che già si è reso conto della sconfitta personale e storica propria e del suo gruppo, si uccide mentre Pascal dorme.
Al risveglio, la giovane borghese non si mostra troppo turbata, si riveste con calma e corre all'aeroporto.
L'aereo l'aspetta.
KLEINOFF HOTEL è un film che fa parte della schiera degli erotici impegnati, dalla trama esile e senza eccessi, questa volta con gli anni di piombo sullo sfondo, che punta molto sull'aspetto psicologico della vicenda.
Incentrato sull'incontro casuale fra una snobistica borghese, un'affascinante Corinne Cléry, e un "soldato" della lotta di classe, un Bruce Robinson che si mostra costantemente come mamma l'ha fatto, il film ha, nella sua prima parte, intellettualistici anche se sfocati riferimenti storico-politici alla tragica realtà del terrorismo, del quale condanna l'inutilità come mezzo per la liberazione dell'uomo e la lotta (armata) contro il potere cosiddetto borghese.
Bisogna ammettere che l'atmosfera cupa e silenziosa dell'alberghetto nel quale si svolgono quasi tutte le scene, alla lunga diventa alquanto tediosa ed opprimente.
Anche la tematica sessuale che accenna un po' anche al voyeurismo non è poi così stuzzicante o interessante e stanca già dopo venti minuti senza contare che nulla di quello che riguarda i protagonisti viene approfondito come invece sarebbe stato opportuno.
SABATO, DOMENICA E VENERDI
Tre episodi.SABATO: Il ragionier Labrocca (Lino Banfi) rinuncia a malincuore al weekend al mare con l'opprimente fidanzata (Milena Vukotic) per far da accompagnatore a un ingegnere giapponese.
Che palle! Pensa l'impiegatuccio.
Invece alla resa dei conti il tecnico nipponico si rivela un'affascinante donna (Edwige Fenech). Confetti, figli e ristorante pugliese nella terra del Sol Levante.
DOMENICA: La bionda sicula Enza (Barbara Bouchet), tutt'altro che integerrima e abbandonata dall'amante, messa alle strette dall'arrivo dall'arrivo del padre severissimo, finge di essere sposata con l'ignaro camionista Mario (Michele Placido).
Fiori d'arancio a sorpresa.
VENERDI': Il burbero Ambrose Costantin (Adriano Celentano), impresario del balletto Les Porte-bonheur, si batte per impedire ad una delle sue ballerine di abbandonare le scene per sposarsi con un gangster.
SABATO, DOMENICA E VENERDI' è una pellicola a episodi che procede nel solco della tradizione di certa commedia (sexy o meno) italiana: un terzetto, al solito disomogeneo, tenuto insieme dal giorno della settimana in cui si svolgono le storie.
Di gran marca gli interpreti, tra cui spiccano le due bellone, la Divina Edwige Fenech e Barbara Bouchet.
SABATO, diretto dal grande Sergio Martino, è ancora una volta il miglior esemplare del terzetto ed è all'appannaggio della comicità pugliese di uno scatenato Lino Banfi.
DOMENICA è l'episodio più spento e noioso, nonostante Barbara Bouchet (poco credibile nei panni siculi).
L'ultimo episodio, con il molleggiato che anticipa il suo episodio di GRAND HOTEL EXCELSIOR, è il più fiacco, malgrado le coloriture da non-sense.
AMICI MIEI...COME TUTTO EBBE INIZIO
Firenze, 1487. Nella città "magnifica" di Lorenzo De' Medici, cinque amici, di diversa estrazione sociale, passano il tempo inventando scherzi sempre più pesanti, passando con disinvoltura dall'ozio alla bischerata.Irresponsabili e impenitenti, si ritrovano periodicamente per esorcizzare un domani di cui non v'è certezza, perché la peste è alle porte e il Savonarola è in città a predicare l'Apocalisse e a infliggere castighi, in una tirannia spirituale ed integralista.
Sono Duccio (Michele Placido), consigliere svogliato, Cecco (Giorgio Panariello), oste sfaticato che trova sempre il modo di far lavorare la moglie, Jacopo (Paolo Hendel), medico che scopre di preferire gli uomini, Manfredo (Massimo Ghini) , nullafacente con esagerata prole, e Filippo (Christian De Sica), nobile signore becco e infedele.
Dopo aver turbato le sorelle del convento con un nano 'infante' e superdotato e aver crudelmente raggirato il legnaiolo Alderighi (Massimo Ceccherini), sottraendogli la focosa consorte e scambiandogli la vita, decidono per troppa noia di prendersi gioco di uno di loro, condannandolo loro malgrado 'a capitolare'.
AMICI MIEI...COME TUTTO EBBE INIZIO si proponeva (in maniera pretenziosa) di essere il prequel di una delle saghe più innovative, ciniche, intelligenti ed aggressive mai prodotte sul nostro grande schermo. Missione fallita.
Invece vi troverete davanti un cinepanettone, un qualsiasi piatto e flebile Natale a vattelapesca con un grande difetto: si ride poco, quasi per nulla!!!
Lasciando perdere i paragoni offensivi con gli Amici Miei di Germi (il progetto originale era suo), Monicelli e Loy), manca lo spessore di trama e zingarate e ci ritroviamo una serie ridicola di scherzi e beffe assolutamente fini a se stesse, senza strappare risate, talmente banali e prevedibili sono le stesse.
Forse la cosa migliore di questo film sono i costumi.
GENITORI E FIGLI. AGITARE PRIMA DELL'USO
Il papà Gianni (Silvio Orlando), mite commercianti di articoli da pesca, vive in barca, separato da mamma Luisa (Luciana Littizzetto), caposala d'ospedale. Entrambi hanno un "flirt, lui con l'amica della moglie, Clara (Elena Sofia Ricci), lei col collega sposato e con tre figli Mario (Max Tortora).
E anche il prof di lettere della ragazzina, Alberto (Michele Placido), marito dell'isterica Rossana (Margherita Buy) ha i suoi guai.
Dopo Italians, ironici bozzetti dell'italiano all'estero tra equivoci e arte di arrangiarsi dove Giovanni Veronesi aveva la pretesa di divertire, il regista Giovanni Veronesi redige l'ennesimo "manuale" facilmente consultabile (e fruibile) che fa il punto, questa volta, sui rinnovati, tra svariate banalità e rari guizzi, conflitti tra genitori e figli dando vita a una mediocre pur se scorrevole commedia.
Siamo tra i piccoli borghesi, visti da una ragazzina, adolesciente ed onnisciente, nell'ennesimo spaccato dei rapporto genitori/figli ai giorni nostricon i ragazzi che vivono tra cellulari, Internet e cocenti passioni per l'altro sesso, mentre gli adulti pensano soprattutto a litigare e a cornificarsi.
Bravina l'esordiente Passarelli, già schiava del romanesco, in un antipatico cast dove spicca la nonna sprint Piera Degli Esposti.
Esterni girati all'alba, bambini a scuola d'estate (quando si girano i film italiani), macchiette logore, tranne il piccolo xenofobo (Matteo Amata).
E' il brio a salvare(?) il film.
ROMANZO CRIMINALE
Libanese ha un sogno. Per realizzare l'impresa senza precedenti di conquistare Roma mette su una banda spietata ed organizzata: così ci prendiamo la città.
Ma il commissario Scialoja (Stefano Accorsi) risale alla squillo Patrizia (Anna Mouglalis), che è la donna su cui ha messo gli occhi il fatuo Dandi (Claudio Santamaria), terzo cervello della banda, ma che irretisce lo sbirro, che cerca di conquistarle il cuore.
Ambizioso, aspro e violentissimo poliziesco, tratto dal fortunato romanzo di De Cataldo, ovvero le (ricamatissime) vicende della "Banda della Magliana" e dell'alternarsi dei suoi capi (il Libanese, il Freddo, il Dandi) che si sviluppano nell'arco di venticinque anni, intrecciandosi in modo indissolubile con la storia oscura dell'Italia delle stragi, del terrorismo e della strategia della tensione prima, dei ruggenti anni '80 e di Mani Pulite poi.
Avvincente e interminabile, stilisticamente ineccepibile, infiorato da sanguinose scene madri e attraversato da personaggi crudeli. In questo il regista Michele Placido (che si riserva anche un piccolo cameo e che si tiene in realtà lontano dall'approfondimento degli avvenimenti "politici") è aiutato da un gruppo di protagonisti tutti assolutamente adatti alla parte assegnata.
Con, in più, una perfetta dark lady interpretata da Anna Mouglalis, nel doppio ruolo di donna del boss e del commissario (ricorda l'ambiguità di Eva Kant, divisa tra Diabolik e Gekko), vero perno dei rapporti tra il mondo dei 'buoni' (un Accorsi in versione impiegatizia) e quello di coloro che buoni non saranno mai perché costantemente spinti da quello che il loro credo mafioso definisce un 'sentimento nobile': la vendetta.
Ingenuo negli inserti storici e negli spezzoni da documentario utili per far andare a braccetto le storie della Banda e del Paese.
Il finale dolciastro?
IL GRANDE SOGNO
Roma, autunno 1967. Ha un'insospettabile grinta sotto il viso d'angelo la piccola borghese Laura (Jasmine Trinca), studentessa universitaria di matrice cattolica pronta a lottare contro le "ingiustizie".
Lotta che si concretizza nel ribellarsi, in casa, in sintonia con i due fratelli minori, ai genitori, partecipando alla marcia per la fine della guerra in Vietnam, all'università ai professori ritenuti "parrucconi".
Nell'aula di Fisica presto occupata, diventa la ragazza dello studente leader del movimento studentesco Libero (Luca Argentero) e con lui sogna un mondo più giusto.
Lotta che si concretizza nel ribellarsi, in casa, in sintonia con i due fratelli minori, ai genitori, partecipando alla marcia per la fine della guerra in Vietnam, all'università ai professori ritenuti "parrucconi".
Nell'aula di Fisica presto occupata, diventa la ragazza dello studente leader del movimento studentesco Libero (Luca Argentero) e con lui sogna un mondo più giusto.
Però poi cede al fascino dell'infiltrato Nicola (Riccardo Scamarcio), giovane poliziotto proveniente dal sud che ama il teatro e vorrebbe diventare attore (e proprio per questa voglia di "recitare" comandato allo scopo, cioè infiltrato, dal suo colonnello, un divertente Silvio Orlando), salvo allontanarlo disgustata quando lo incontra con i ferri del mestiere (elmetto e manganello) per una sacrosanta carica davanti alla facoltà.
Nicola, ormai innamorato, cercherà di ritrovarla sforzandosi anche di comprendere un mondo che gli è al contempo congeniale e lontano, in pratica il "caramba" è portato a simpatizzare con le idee della fanciulla (cioè la contestazione globale del sistema). O forse è solo Amore.
IL GRANDE SOGNO è un passabile dramma social-sentimentale, scritto, per un terzo, e diretto da Michele Placido. Gli anni sono quelli che precedono, attraversano e seguono il 1968 e i suoi rivolgimenti e il regista cerca di raccontare se stesso e la sua gioventù, rievocando attraverso il personaggio del tutto sommato bravo Riccardo Scamarcio, la propria giovinezza a due facce, dalla Celere all'Accademia.
Lo fa cercando di descrivere mondi differenti che si incontrano/scontrano in un periodo di fermenti sociali e culturali. Meglio la prima parte della seconda, girata con un'impronta molto "documentaristica", nonostante i fastidiosi stereotipi sulla contestazione e il linguaggio stantio, una di quelle belle foto color seppia che si tenta inutilmente di tenere vive.
Certo un giovane che vede il film si può far l'idea che finito il '68 sia finito tutto. Dopo la ricreazione tutti a casa. Come sappiamo, non è andata così. Per andare a casa molti ragazzi, molti ragazzi ci hanno messo parecchi anni. E non pochi di essi (leggi i fautori della lotta armata) alla vita di prima non ci sono più tornati.
In effetti è come se ci fossero due film in uno.
Nicola, ormai innamorato, cercherà di ritrovarla sforzandosi anche di comprendere un mondo che gli è al contempo congeniale e lontano, in pratica il "caramba" è portato a simpatizzare con le idee della fanciulla (cioè la contestazione globale del sistema). O forse è solo Amore.
IL GRANDE SOGNO è un passabile dramma social-sentimentale, scritto, per un terzo, e diretto da Michele Placido. Gli anni sono quelli che precedono, attraversano e seguono il 1968 e i suoi rivolgimenti e il regista cerca di raccontare se stesso e la sua gioventù, rievocando attraverso il personaggio del tutto sommato bravo Riccardo Scamarcio, la propria giovinezza a due facce, dalla Celere all'Accademia.
Lo fa cercando di descrivere mondi differenti che si incontrano/scontrano in un periodo di fermenti sociali e culturali. Meglio la prima parte della seconda, girata con un'impronta molto "documentaristica", nonostante i fastidiosi stereotipi sulla contestazione e il linguaggio stantio, una di quelle belle foto color seppia che si tenta inutilmente di tenere vive.
Certo un giovane che vede il film si può far l'idea che finito il '68 sia finito tutto. Dopo la ricreazione tutti a casa. Come sappiamo, non è andata così. Per andare a casa molti ragazzi, molti ragazzi ci hanno messo parecchi anni. E non pochi di essi (leggi i fautori della lotta armata) alla vita di prima non ci sono più tornati.
In effetti è come se ci fossero due film in uno.
L'uno narra delle vicende amorose di Nicola, Laura e Libero e l'altro delinea un ritratto di quegli anni esplorato con uno sguardo maledettamente unilaterale, spiccio ed elusivo. Uno sguardo che è ancora quello del poliziotto Michele che osserva, senza davvero comprenderlo fino in fondo, un tentativo di cambiare il mondo per lui tanto confuso quanto in fondo velleitario perché dai sogni ci si risveglia. Anche se faccio notare che i protagonisti avranno pure combattuto per cambiare il mondo ma alla fine si sono accomodati sulla comoda poltrona di borghese (vedi i titoli di coda).
Insomma faticare stanca, protestare molto meno.
ARRIVEDERCI AMORE, CIAO
Noir. All’italiana.Giorgio (Alessio Boni, più bello che bravo. Come Gion Travolta in Pulp Fiction) è un ex-giovane terrorista caduto, nel peggiore dei modi, nel trappolone di sinistra (sapete la panzana utopica del ribaltamento della società borghese ect ect. Ammazzando povera gente).
Condannato all'ergastolo ha trovato rifugio in un avamposto guerrigliero nella giungla (una qualsiasi) del Centro America. Mettendo tra se e l’Italia una distanza non solo geografica.
Nel 1989, col crollo del muro di Berlino e successivi sconvolgimenti, stanco di fango e pioggia, decide di rientrare in Italia per avere quella vita “normale” che non aveva assaporato a pieno.
Consegnatosi alla polizia, appena mette piede in Italia in un amen spiffera tutto alla madama (la polizia nda. Per le femmine e i cantanti) su…su…diciamo “energica spinta” in un interrogatorio “cementizio” del corrottissimo vice questore della Digos, Anedda (un perfetto, sporco, marcio ed apparentemente invincibile Michele Placido), rivelando i tanti nomi dei suoi vecchi compagni di battaglia.
Scontata una pena minima in carcere, grazie alla “cantata”, il Codice Penale prevede cinque anni di buona condotta per ottenere la riabilitazione e Giorgio la vuole ad ogni costo e con ogni mezzo. E qui inizia la storia vera, perché il suo impegno verso la reintegrazione sociale avrà la stessa forza di uno schiacciasassi e abbatterà vite colpevoli e innocenti.
E il personaggio appare schiacciato da un meccanismo opprimente che è difficile fermare in corsa, anche perché quella corsa rappresenta la tua vita, e caratterizzato da una forte dicotomia: sembra avere qualche dubbio morale, o forse pentimento chissà, vista l’inutilità, solo per quel primo atto scellerato (la bomba messa per la causa dell’Ideale con vittima innocente annessa), ma non mostra assolutamente dubbi morali nella seconda parte di vita, in quella risalita verso un posto al sole, fuori dalle nebbie degli errori giovanili e dalle brutture della latitanza.
Giorgio sembra dirci: “Non è colpa mia, io non faccio altro che difendermi. E’ la vita che mi attacca”. Con il presente trafitto da piccole feritoie sul passato, in una teologia dove il passato è un grande errore e il futuro una camera oscura . Da illuminare. Con fotografie a colori. Ad ogni umano costo.
Il film di Michele Soavi è tratto dal romanzo di Massimo Carlotto (per inciso:condannato da giovane per un delitto di cui si è sempre dichiarato innocente. Espatrio e latitanza. Come dire, sa di cosa parla. O scrive, se preferite) e senza ricorso alla poetica stantia e irritante racconta la parte peggiore della generazione giovane degli e negli anni '70.
La visione del regista dei famigerati anni di piombo è tutt'altro che romantica e ribellistica, la lotta armata (alta) e i suoi crimini (bassi) sono storia vera. Potremmo anche vedere in Giorgio una mappa del tardo novecento che, dopo aver bruciato tutti i sogni e le illusioni, ha lasciato dietro di sé solo un cumulo di macerie, senza più punti cardinali, senza più est e senza più ovest. Solo il vagare ramingo di certi illusi interpreti, affamati di identità e personalissimo interesse. In una risalita/ricerca senza cedimenti.
Risalita che inizia quando Giorgio si sistema come gorilla di fiducia di un piccolo boss cravattaro, cocainomane e chissà che altro, mandandogli avanti il night-club a luci rosse. E' la parte acida dei corpi femminili nudi, dei rotoli di banconote e della cocaina. Tanta. Con annesso ricatto erotico con la signora bene, sensuale e disponibile ai compromessi Flora (Isabella Ferrari. Devo cedere alla poetica: proprio una bella Topa) e la routine di creste alle marchette spezzata quando esagera. Nella cresta, dico.
Caduto nel deragliamento morale di un era dove la felicità è sempre un po’ più in là del tuo orizzonte, propone ad Anedda addirittura una rapina ad un furgone portavalori, con tiratori ustascia, anarchici spagnoli (Dio che miscelaggio politico. Da brividi!) e armi automatiche comprese. Con tanto di duello finale per far fuori gli scomodi compagni. Con una violenza esibita e rossastra.
Con la sua parte di bottino Giorgio apre un ristorante in un sonnacchioso capoluogo del ricco italico nord-est, se ne sta calmo calmo mentre la sua fedina penale gli viene accuratamente ripulita con la compiacenza di un politico locale (Carlo Cecchi) che in verità ricorda più un signorotto siciliano che un politico demo-catto del nostro nord-est.E inizia anche l’ultimo atto di quella che potrebbe essere la sua vittoria finale:una love story con l'ordinaria e innocente Roberta (Alina Nedelea).
Sembra tutto perfetto, quando il vecchio amico/nemico si presenta alla sua porta per un ultimo favore. Che sarà l’ultimo per davvero, perché fa fuori anche Anedda. Per far sì che sia veramente l’ultimo.
Ma la verità sembra venire rumorosamente a galla quando la moglie in pectore inizia ad unire i puntini. E quindi il finale. Amaro. Crudele. Lontano anni luce dall’Utopia iniziale. Perché bisogna morire "un po' per poter vivere". Come ci ricorda la colonna sonora e la voce fuori campo.
ARRIVEDERCI AMORE, CIAO, è sicuramente un film scorrevole,rapido nello svolgimento e di taglio deciso che si snoda in un contesto arido e violento unito, sullo sfondo, a lampi di storia della società italiana dell'ultimo quarto di secolo (la follia della lotta armata e la sua elaborazione, l'aspirazione della malavita al passaggio nelle classi sociali ricche ed elitarie, il piccolo benessere della provincia contrapposto alla miseria anche morale delle periferie inurbate).
Il personaggio principale? Tutto questo sarebbe troppo pesante per qualsiasi coscienza. Meglio non averla. Punto.
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