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LA VITA FACILE

Kenya. E' perplesso il medico italiano Luca (Stefano Accorsi), idealista, che lavora e si prodiga nella savana, solo, fatta eccezione per un'infermiera e qualche aiutante, in un piccolo ed improvvisato ospedale umanitario.

E' in arrivo da Roma l'amico e collega Mario (Pierfrancesco Favino), uno stimato chirurgo di una clinica privata, che lo raggiunge con la scusa di volerlo rivedere dopo anni di distanza, ma in realtà mira ad allontanarsi opportunisticamente e brevemente dal luogo di lavoro.

Spavaldo e traffichino è in fuga dall'Italia causa mandato di cattura. Che cosa avrà combinato nel Bel Paese?

Quando, malgrado le diverse scelte di vita, Mario e Luca ritrovano le ragioni dell'amicizia che li aveva tanto legati in passato, si presenta in Africa a complicare la situazione anche la bella Ginevra (Vittoria Puccini), moglie viziata e capricciosa di Mario ed ex amante di Luca, fuggita da Roma dopo che si è vista entrare i carabinieri in casa. 

Gli equilibri faticosamente raggiunti saltano e la vita si ripresta a svolte e imprevisti.

LA VITA FACILE di Lucio Pellegrini è una commedia che tenta la strada ibrida tra la commedia all'italiana che mette alla berlina i vizi italioti (malasanità, tangenti, pochi scrupoli ed arrivismo) e il sentimento (odio, amore e corna), rimanendo simpatica ma poco eccitante, pur senza sbavature evidenti.
Senza dimenticare il volontariato e lo sfondo da mal d'Africa, un'Africa poco turistica fotografata benissimo.

Il finale solo vagamente cattivello sembra un tantino posticcio.

ROMANZO CRIMINALE

Roma, primi anni '70. Non esita a far secco l'ostaggio l'impulsivo Libano (Pierfrancesco Favino), eppure la gang del più riflessivo Freddo (Kim Rossi Stuart), dal sequestro del barone Rosellini incassa tre miliardi.

Libanese ha un sogno. Per realizzare l'impresa senza precedenti di conquistare Roma mette su una banda spietata ed organizzata: così ci prendiamo la città.


Ma il commissario Scialoja (Stefano Accorsi) risale alla squillo Patrizia (Anna Mouglalis), che è la donna su cui ha messo gli occhi il fatuo Dandi (Claudio Santamaria), terzo cervello della banda, ma che irretisce lo sbirro, che cerca di conquistarle il cuore.

Ambizioso, aspro e violentissimo poliziesco, tratto dal fortunato romanzo di De Cataldo, ovvero le (ricamatissime) vicende della "Banda della Magliana" e dell'alternarsi dei suoi capi (il Libanese, il Freddo, il Dandi) che si sviluppano nell'arco di venticinque anni, intrecciandosi in modo indissolubile con la storia oscura dell'Italia delle stragi, del terrorismo e della strategia della tensione prima, dei ruggenti anni '80 e di Mani Pulite poi.

Avvincente e interminabile, stilisticamente ineccepibile, infiorato da sanguinose scene madri e attraversato da personaggi crudeli. In questo il regista Michele Placido (che si riserva anche un piccolo cameo e che si tiene in realtà lontano dall'approfondimento degli avvenimenti "politici") è aiutato da un gruppo di protagonisti tutti assolutamente adatti alla parte assegnata.

Con, in più, una perfetta dark lady interpretata da Anna Mouglalis, nel doppio ruolo di donna del boss e del commissario (ricorda l'ambiguità di Eva Kant, divisa tra Diabolik e Gekko), vero perno dei rapporti tra il mondo dei 'buoni' (un Accorsi in versione impiegatizia) e quello di coloro che buoni non saranno mai perché costantemente spinti da quello che il loro credo mafioso definisce un 'sentimento nobile': la vendetta.




Ingenuo negli inserti storici e negli spezzoni da documentario utili per far andare a braccetto le storie della Banda e del Paese.

Il finale dolciastro?

SATURNO CONTRO

Roma. Soffre in silenzio il nullafacente che vive di rendita Sergio (Ennio Fantastichini), piantato dallo scrittore di successo (scrive favole per ragazzi nda) Davide (Pierfrancesco Favino) per Lorenzo (Luca Argentero), un giovane pubblicitario che ama profondamente la vita e i suoi amici (banalità. Chi non ama la vita?)

Intorno alla loro tavola, sempre ricca e generosa, si tutti gli amici più cari.

Angelica (Margherita Buy), due figli, psicologa avversaria del fumo e sostenitrice dell’amicizia che però non sospetta che il marito funzionario di banca Antonio (Stefano Accorsi), in bancarotta esistenziale, flirti con l’avvenente fiorista Laura (Isabella Ferrari); Neval (Serra Yilmaz), traduttrice turca che “interpreta” gli umori dei compagni; Roberto, marito “sbirro” di Neval a cui tartaglia il suo amore; Roberta (Ambra Angiolini), appassionata di oroscopi, che lavora quando è lucida con Saturno contro, e di coca. Per finire l’ultimo arrivato, il neolaureato in medicina con velleità letterarie Paolo, new entry bisessuale.

Durante una delle tante affollatissime cene, Lorenzo cade in coma. Sulla panca dell’ospedale gli amici veglieranno il suo sonno, in attesa della ricongiunzione e della ricomposizione del loro mondo affettivo. Insomma il coccolone fatale spalancherà occhi e cuori.

Ferzan Ozpetek torna a girare la storia di un gruppo di amici in un interno, evoluzione di quello gioioso delle Fate ignoranti e a filmare l’amore gay e la socializzazione tra omosessuali ed eterosessuali. Ne viene fuori un melodramma sentimentale, più che lento, immobile, forzato, politicamente correttissimo, anche troppo.

A temi già triti e ritriti, la famiglia allargata a comune gay, la diffidenza del mondo normale (i repeat: normale), aggiunge eutanasia (fatta balenare più che sceneggiata) e pacs. Il gruppo di amici, col ciglio orientato all’umido, tutti naturalmente bravi, capaci e appartenenti all’unica classe che sembra per Ozpetek visibile e quindi pensabile: la borghesia.

Tutti così presi da un unica cosa : l’amore oppure la vita vissuta per l’amore (non per amare). In altre parole: quando la pancia è piena…

L’ideologia borghese di Ozpetek vorrebbe rappresentare qualcosa di importante senza farne mai una questione politica, e così si rimuove la cultura borghese, quella della famiglia, della proprietà, della religione, per sostituirla con quella dei sentimentalismi, degli economicismi e dei narcisismi di massa.

Nel mondo ideale di Ozpetek il brutto non esiste e l’indesiderabile è bandito. Anche la morte è un segno fastidioso da rimuovere e sostituire con la bellezza piena e risvegliata di Lorenzo.

Da segnalare anche qualche fastidiosa banalità come la necessità della morte a risolvere e a impietosire un padre che non “condivide” la natura del figlio.

Emerge per classe Milena Vukotic, infermiera all’antica, ma non troppo.

L'ULTIMO BACIO

Roma. Aspetto un bambino, annuncia Giulia (Giovanna Mezzogiorno), mandando in crisi Carlo (Stefano Accorsi) e facendo sentire improvvisamente vecchia l’insoddisfatta mamma Anna (Stefania Sandrelli).

Il futuro padre festeggia con questa spina nel cuore l’addio al celibato di Marco (Pierfrancesco Favino), sul punto di sposarsi per interesse, insieme con gli amiconi di sempre, Adriano ( Giorgio Pasotti), che odia la moglie, Alberto e Paolo, ciascuno con qualche intimo turbamento.

Al rinfresco, dopo il matrimonio, il giovane resta folgorato dall’apparizione delle grazie di Francesca (Martina Stella) avvenente liceale: devo essere impazzito, cosa ci faccio con una liceale che ha dodici anni meno di me?

Eppure ormai ha perso la testa e Giulia mangia la foglia perchè , è noto, le bugie hanno vita breve. I sentimenti si palesano, poi salgono di tono e tutti alla fine stanno peggio.

Su, che la vita è bella.

L'ULTIMO BACIO, stilisticamente ordinata, è una garbata e astuta commedia social-sentimentale , terza opera del regista Gabriele Muccino, che dimostra di conoscere bene l’arte di sedurre il pubblico, anche perchè sa far recitare gli attori. E non è poco.

Al suo terzo film il regista passa dagli adolescenti arrabbiati e ribelli di “Ecco fatto” e “Come te nessuno mai” a ragazzi più grandi, ma non meno immaturi, Peter Pan incalliti con appresso mogli urlanti e suocere in crisi matrimoniale.

La storia, che in fondo è banale e stereotipata, è raccontata con grazia, la vena malinconica sovrasta l’umorismo e in fondo più di qualcuno potrà riconoscersi negli interpreti (soprattutto chi mastica il romanesco). 
Alla presenza dei quali è sicuramente dovuto molto del successo de L'ULTIMO BACIO , che è anche il titolo della struggente canzone di Carmen Consoli inserita nella colonna sonora.

Gli pseudoamanti del cinema italiano, che scambiano quest’autore fin troppo fortunato per un novello Visconti, dovrebbero stare calmi evitando di parlare in maniera troppo entusiasta di attori da fiction Tv, come Martina Stella, e magari trascurano quelli veramente bravi, come Pierfrancesco Favino e Claudio Santamaria.

VESNA VA VELOCE

Trieste. E’ arrivata in autobus da un villaggio della Repubblica Ceca la ventiduenne di bella presenza e priva di mezzi Vesna (Teresa Zajickova) e non è intenzionata a ripartire. Imboscatasi dopo la partenza del pullman, è decisa a tutto pur di non tornare al tristanzuolo paesello.

Probabilmente sa bene, o almeno immagina, che sarà costretta a vendere il proprio corpo pur se in prima battuta, quando un assicuratore (Silvio Orlando), seduttore titubante, la ospita per una notte, tentenna e si nega.

Anche l’autostop offerto da un camionista (Tony Sperandeo) fino alla riviera romagnola non comporta pagamenti in natura, ma è contrassegnato da un tragico episodio in qualche modo profetico: un ceco ubriaco e manesco, buttato fuori da un cameriere (Roberto Citran) da un autogrill, finisce stritolato nel traffico dell’autostrada.

Il primo duro scontro con la realtà avviene per mano (o per bocca) del proprietario di una tavola calda (Antonio Catania) dove la fuggitiva ha mangiato senza pagare: «Tu non te la puoi permettere, quella faccia là».

E infatti eccola a letto con il turpe Ivano Marescotti, eccola sottoposta al ricatto dell’albergatore che pretende 20.000 lire per ogni cliente portato in camera, eccola battere sul marciapiede con le altre compagne di sventura. Però in tal modo Vesna, messi insieme un po’ di soldi, può scapricciarsi in acquisti futili, in una felicità fittizia, inebriata dai soldi guadagnati vendendosi agli uomini e incantata dai negozi scintillanti e colmi di oggetti.

Affamata di libertà, chiusa, laconica, capace di scrivere a casa infinite bugie ottimiste, ha un’ostinazione desolata e ardita, una testarda volontà d’autonomia (persino la gratitudine le sembra una limitazione, i suoi grazie suonano come “vaffanculo”), uno sguardo insieme triste, nebbioso e duro. Quello sguardo vede dell’Italia soltanto le facce maschili affacciate al finestrino dell’automobile per valutare la merce femminile esposta sulla strada, le vetrine e i locali di Rimini, la roba acquistabile, i denari per comprare.

Una sera, una qualunque, spunta anche il classico puttaniere dal volto umano, il muratore caposquadra Antonio ( Antonio Albanese), che dopo esser stato suo cliente, prova ad avvicinarsi come persona, amico, amante. Ma lei gli sfugge: la sua determinazione a fare soldi è il suo destino.
Ma quando la ragazza si becca una coltellata da un magnaccia interessato alla percentuale (alta, altissima) sul suo guadagno, il capomastro è pronto a soccorrerla e ospitarla.

Alla testa di una squadretta operaia multirazziale, lui è abituato a trattare da pari a pari con gli ultimi, ma lei non intende accettare niente che abbia l’apparenza di un regalo. Da un’incomprensione all’altra (Antonio inizia ad amarla ma non arriva a capirla), in seguito a un incidente d’auto i due si ritrovano in una stazione dei carabinieri; e la clandestina, sprovvista di documenti, è trattenuta per il rimpatrio. Vesna però approfitta di una sosta sull’autostrada dei militi che la stanno portando a Firenze e fugge come il vento provocando dietro di sé una mezza catastrofe.

Perchè lei ha chiara una sola regola in testa: per sopravvivere bisogna correre. Veloce.

VESNA VA VELOCE, che rappresenta la definitiva consacrazione di Carlo Mazzacurati nell’empireo del rinascente cinema italiano, è film sensibile, ma diseguale, con molti passaggi a vuoto, anche se sfodera un intenso Albanese in un duetto di toccante verità.

Si può vendere il corpo, salvando l’anima?

Il regista prova a dirlo con attenzione, pudore, rispetto, senza la pretesa di penetrare nel mistero di un essere umano e di spiegarlo allo spettatore.

E in effetti più che raccontare una storia contempla e descrive una di quelle ragazze dell’Europa orientale, prostitute in Italia, spesso protagoniste della cronaca più nera.
Gli interpreti sono bravi.

Fulminante lo scambio di battute tra una ragazza e il semicalvo Albanese : “Hai un pettine? No, ho smesso”.