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LA MOSSA DEL PINGUINO

Roma, 2005. L'idea lo assale davanti alla tv. Cosi il precario Bruno (Edoardo Leo), marito e padre affettuoso ma inaffidabile, convince l'amicone Salvatore (Ricky Memphis) con cui passa le notti a pulire con lo scopettone i pavimenti di un museo romano e che gli dà corda in tutte le mattane, come quella di mettere su un delfinario nel lago di Bracciano, pur capendone l'irrealizzabilità.

Allenandoci possiamo partecipare alle Olimpiadi invernali di Torino nel curling.
Che concorrenza vuoi che ci sia?

Più difficile persuadere la moglie commessa Eva (Francesca Inaudi), che gli altri due necessari compagni (le squadre di curling sono composte da quattro persone nda), il maturo sbruffone mago del biliardo Neno (Antonello Fassari) e il vigile in pensione Ottavio (Ennio Fantastichini), abilissimo giocatore di bocce.

LA MOSSA DEL PINGUINO è una sorprendente commedia dolceamara del debuttante e sorprendente Claudio Amendola, una pellicola semplice, un impasto sufficientemente riuscito di umorismo e dramma.

Gli interpreti sono in ruoli a loro congeniali e, per quanto facciano un pochino i gigioni, la vicenda si segue piacevolmente sin verso la metà. Poi si scollina verso il pantano paludoso delle difficoltà esistenziali e il ritmo scema in modo eccessivo, come mancassero ulteriori idee che potessero aiutare a uscirne.

Senza grandi pretese ma dall'idea di base ottima, questa storia di falliti non ancora rassegnati ad un mondo dove "tutto è già deciso", in fondo si fa volere bene e strappa più di una risata convinta.

Insomma una storia di simpatici perdenti, lontani eredi di quelli (indimenticati ed indimenticabili) della gloriosa commedia all'italiana dell'ARMATA BRANCALEONE o dei SOLITI IGNOTI.


FERIE D'AGOSTO

Ventotene (isola delle Pontine sulla quale in passato i fascisti condannavano al confino gli antifascisti nda). Si guardano male le due tribù di vacanzieri.

Il mite giornalista dell'Unità Sandro (Silvio Orlando) con compagna incinta Cecilia (Laura Morante) guida gli sprezzanti progressisti, sinistri dalla verità in tasca, sciolta e a pacchetti.

Il pratico armaiolo Ruggero (Ennio Fantastichini), marito della dimessa Luciana e cotto della cognata profumiera Marisa (Sabrina Ferilli), capeggia i rumorosi e ruspanti conservatori (destra?)

Lo scontro va in scena sotto lo sguardo di un adolescente con l'indifferenza sardonica di chi appartiene a un altro mondo.

FERIE D'AGOSTO è un'amena e acuta commedia di costume (non solo da bagno) di Paolo Virzi', che oppone l'Italia che si crede colta perchè legge le solite cose, parolaia e rompiballe a quella volgare e opportunista (come già, anche se meno bene, SELVAGGI di Carlo Vanzina).

Chiaramente, per ragioni di copione, i due blocchi nemici vengono tagliati con l'accetta (manicheismo, lo chiamano quelli che parlano bene nda) appiccicando ai rappresentanti di  destra l'etichetta di buzzurri strafottenti, mentre nel codice genetico della Destra vi è il rispetto delle regole e, scusate il termine, dell'amor patrio.

sabrilli ferilli nudaLe due categorie sono argutamente accomunate da un comune denominatore: il disagio, una specie di infelicità di fondo che, in forme esistenziali o ideologiche, affiora qua e là.

Nel cast spicca, per talento, il finto buzzurro Ennio Fantastichini e, per i motivi ben noti ai maschietti, la sensuale e polposa Sabrina Ferilli.

Premio David di Donatello per il miglior film.

Fortapàsc


Torre Annunziata, estate 1985. È abusivo al "Mattino" di Napoli il giovane praticante Giancarlo Siani (Libero De Rienzo), che alla cronaca nera preferisce le inchieste.

Irritando il boss della camorra Valentino Gionta (Massimiliano Gallo), ammanicato col sindaco socialista Cassano (Ennio Fantastichini), detto (chissà perchè) Cinque per cento.

Invano il ragazzo è richiamato all'ordine, ma la voglia di scoperchiare il malaffare, muovendosi pericolosamente tra Napoli e Torre Annunziata, è troppo forte.

Eccellente dramma di Marco Risi, la tragica storia vera di Giancarlo Siani, cronista coraggioso e forse incosciente, ucciso a ventisei anni dalla camorra.

Gli ingredienti per realizzare l’ennesima beatificazione post mortem di una vittima (dimenticata) della camorra c’erano tutti.
C’era la vicenda personale di Giancarlo Siani, c’erano gli Ottanta, quelli dei tangentisti e dei faccendieri, delle commesse e della corruzione, delle spese inutili e della burocrazia gonfiata, degli omicidi del generale Dalla Chiesa, c’era un Paese sordo alle idee di Siani che scriveva (e lavorava) per un’Italia migliore, c’era l’inevitabile sacrificio finale.

Per un ragazzo del Vomero catapultato nel mondo della camorra ai tempi di Bardellino, Gionta, Alfieri, Nuvoletta e amici, era come trovarsi nel pieno di una tempesta perfetta con un granata piantata sappiamo dove.

Ma Marco Risi ha dato vita a un film asciutto e rigoroso, che indigna e commuove, evitando di realizzare un altro film sulla camorra, concentrandosi esclusivamente sulle tappe di avvicinamento di Siani prima a una consapevolezza di sé e della lotta politica, poi a una strategia letteraria e provocatoria, mettendo in evidenza il tratto antieroico e di senso civile del giovane.



SATURNO CONTRO

Roma. Soffre in silenzio il nullafacente che vive di rendita Sergio (Ennio Fantastichini), piantato dallo scrittore di successo (scrive favole per ragazzi nda) Davide (Pierfrancesco Favino) per Lorenzo (Luca Argentero), un giovane pubblicitario che ama profondamente la vita e i suoi amici (banalità. Chi non ama la vita?)

Intorno alla loro tavola, sempre ricca e generosa, si tutti gli amici più cari.

Angelica (Margherita Buy), due figli, psicologa avversaria del fumo e sostenitrice dell’amicizia che però non sospetta che il marito funzionario di banca Antonio (Stefano Accorsi), in bancarotta esistenziale, flirti con l’avvenente fiorista Laura (Isabella Ferrari); Neval (Serra Yilmaz), traduttrice turca che “interpreta” gli umori dei compagni; Roberto, marito “sbirro” di Neval a cui tartaglia il suo amore; Roberta (Ambra Angiolini), appassionata di oroscopi, che lavora quando è lucida con Saturno contro, e di coca. Per finire l’ultimo arrivato, il neolaureato in medicina con velleità letterarie Paolo, new entry bisessuale.

Durante una delle tante affollatissime cene, Lorenzo cade in coma. Sulla panca dell’ospedale gli amici veglieranno il suo sonno, in attesa della ricongiunzione e della ricomposizione del loro mondo affettivo. Insomma il coccolone fatale spalancherà occhi e cuori.

Ferzan Ozpetek torna a girare la storia di un gruppo di amici in un interno, evoluzione di quello gioioso delle Fate ignoranti e a filmare l’amore gay e la socializzazione tra omosessuali ed eterosessuali. Ne viene fuori un melodramma sentimentale, più che lento, immobile, forzato, politicamente correttissimo, anche troppo.

A temi già triti e ritriti, la famiglia allargata a comune gay, la diffidenza del mondo normale (i repeat: normale), aggiunge eutanasia (fatta balenare più che sceneggiata) e pacs. Il gruppo di amici, col ciglio orientato all’umido, tutti naturalmente bravi, capaci e appartenenti all’unica classe che sembra per Ozpetek visibile e quindi pensabile: la borghesia.

Tutti così presi da un unica cosa : l’amore oppure la vita vissuta per l’amore (non per amare). In altre parole: quando la pancia è piena…

L’ideologia borghese di Ozpetek vorrebbe rappresentare qualcosa di importante senza farne mai una questione politica, e così si rimuove la cultura borghese, quella della famiglia, della proprietà, della religione, per sostituirla con quella dei sentimentalismi, degli economicismi e dei narcisismi di massa.

Nel mondo ideale di Ozpetek il brutto non esiste e l’indesiderabile è bandito. Anche la morte è un segno fastidioso da rimuovere e sostituire con la bellezza piena e risvegliata di Lorenzo.

Da segnalare anche qualche fastidiosa banalità come la necessità della morte a risolvere e a impietosire un padre che non “condivide” la natura del figlio.

Emerge per classe Milena Vukotic, infermiera all’antica, ma non troppo.