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OVOSODO

Livorno, 1974. Piero Mansani (Edoardo Gabbriellini), sicuramente sfortunato visto che si ritrova ben presto orfano di mamma, cresce nel popolare rione Ovosodo.

È curioso, bonario, un po' debole. Aderisce alle varie esperienze che gli propongono gli amici.

Viene affascinato da un tipo bizzarro che è in realtà figlio di un ricco industriale. Spintosi a Roma, decide che quel mondo dorato non fa per lui e abbandona anche la scuola.

Comincia a legare con le donne, si fa una cultura e cerca di interpretare la politica.

Alla fine del giro trova lavoro come operaio e si accorge che la graziosa Susi (Claudia Pandolfi) non ha mai smesso di volergli bene.

OVOSODO è una brillante e gradevole, amara e spiritosa, pur se ideologicamente faziosa, commedia di Paolo Virzì, che nella natia Livorno mette in scena malinconie e disagi giovanili, eleggendo la fabbrica a fucina dei veri uomini ma nel contempo giocando sui cliché (qualcuno iper-vero, come il ragazzino ricco che gioca a fare il comunista).

Il tutto è narrato con voce fuori campo che parla a raffica con marcata e simpatica inflessione labronica.

Comunque Virzì funziona e con OVOSODO si sorride spesso visto che la simpatia del protagonista porta a seguire la pellicola pure con una certa indulgenza.

Pellicola amabile in maniera superiore all'effettivo valore.

Splendida Claudia Pandolfi, ma questo va da sè.

MY NAME IS TANINO

Castelluzzo del Golfo, Trapani. Prende una cotta clamorosa per l'americanina Sally (Rachel McAdams), in vacanza in Italia, il ventenne Tanino (Corrado Fortuna), uno studente mediocre e ignorantissimo di cinema e di scienze della comunicazione (non conosce un film, non ricorda un titolo), fissato con un filmmaker fallito, Chinawsky, che ha avuto il suo secondo di celebrità a una Mostra di Pesaro, anni prima.

Un biglietto aereo in regalo è il segno del destino: così lo spavaldo e candido aspirante regista saluta la mamma vedova e vola in Usa per ritrovarla.
Con il miraggio di una vita nuova, alla ricerca di un'adolescente straniera che, in un bacio estivo, ha lasciato speranze d'amore.

Arrivato a Seaport, Rhode Island, si libera degli asfissianti compaesani (smaccatamente mafiosi ma non per l'ingenuo Tanino nda) emigrati Li Causi per raggiungere finalmente la ragazza.

Ma il sogno americano è fragile e va in frantumi a colpi di sfortuna: la morosa si è consolata con un compagno di college. Si installa comunque in casa sua dove mette involontariamente zizzania tra i genitori di lei.

Preso a fucilate, rifinisce in bocca agli ostinati Li Causi che brigano per offrirlo in moglie all'obesa  figlia del neo sindaco.

Poco male: ma non finisce qui.... ci sarà pure una scappatoia.

MY NAME IS TANINO è una simpatica commedia social-sentimentale, impetuosa e tenera, sghemba e romantica, diretta con ironico brio da Paolo Virzì.

La prima mezz'ora dell' OVOSODO di Sicilia è esemplare per umorismo e sensibilità, poi il film si disperde nell'esasperata ricerca del grottesco. Tanino, moderno provinciale italiano, "vuole fa' l'americano" seppure di generazione X: sogna l'America dei filmaker off hollywood.

Sogna una terra delle possibilità dove a lui, in realtà, capiterà l'impossibile. Un'America forse troppo caricaturale che pure conserva una inquietante patina di credibilità e che trasforma un romanzo di formazione in una rocambolesca avventura picaresca, buffa e malinconica.

Peccato solo per la solita e scontata caricatura dei soliti, insopportabili italiani (mafiosi, ovviamente) in America e il finale così così.



Occhio alla coprotagonista: è infatti il primo film della McAdams. La ragazza in seguito si costruirà una discreta carriera internazionale.

FERIE D'AGOSTO

Ventotene (isola delle Pontine sulla quale in passato i fascisti condannavano al confino gli antifascisti nda). Si guardano male le due tribù di vacanzieri.

Il mite giornalista dell'Unità Sandro (Silvio Orlando) con compagna incinta Cecilia (Laura Morante) guida gli sprezzanti progressisti, sinistri dalla verità in tasca, sciolta e a pacchetti.

Il pratico armaiolo Ruggero (Ennio Fantastichini), marito della dimessa Luciana e cotto della cognata profumiera Marisa (Sabrina Ferilli), capeggia i rumorosi e ruspanti conservatori (destra?)

Lo scontro va in scena sotto lo sguardo di un adolescente con l'indifferenza sardonica di chi appartiene a un altro mondo.

FERIE D'AGOSTO è un'amena e acuta commedia di costume (non solo da bagno) di Paolo Virzi', che oppone l'Italia che si crede colta perchè legge le solite cose, parolaia e rompiballe a quella volgare e opportunista (come già, anche se meno bene, SELVAGGI di Carlo Vanzina).

Chiaramente, per ragioni di copione, i due blocchi nemici vengono tagliati con l'accetta (manicheismo, lo chiamano quelli che parlano bene nda) appiccicando ai rappresentanti di  destra l'etichetta di buzzurri strafottenti, mentre nel codice genetico della Destra vi è il rispetto delle regole e, scusate il termine, dell'amor patrio.

sabrilli ferilli nudaLe due categorie sono argutamente accomunate da un comune denominatore: il disagio, una specie di infelicità di fondo che, in forme esistenziali o ideologiche, affiora qua e là.

Nel cast spicca, per talento, il finto buzzurro Ennio Fantastichini e, per i motivi ben noti ai maschietti, la sensuale e polposa Sabrina Ferilli.

Premio David di Donatello per il miglior film.

LA PRIMA COSA BELLA

Livorno, 1971. E' cacciata di casa con i due bambini, dal gelosissimo marito carabiniere l'ingenua Anna (Micaela Ramazzotti), complice l'inattesa elezione estiva a Miss dei Bagni Pancaldi.

Ha tirato su faticosamente i ragazzi, concedendosi a qualche spasimante in un misto di candore e bisogno più che per reale propensione alla zoccolaggine.

Sono passati quarant'anni e ora che la madre (Stefania Sandrelli), malata terminale ricoverata alle cure paliative, sta morendo, la figlia spigliata con famiglia Valeria (Claudi Pandolfi) corre a Milano per avvertire il fratello Bruno (Valerio Mastandrea).

Questi è insegnante di italiano in un istituto alberghiero di Milano, infelice, si addormenta al parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta. 

Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un'infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di quella madre estroversa.

La sorella gli piomba addosso fermamente decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Riesce a convincere Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo.

Le stazioni della sua “passione” rievocano la vita e le imprese di Anna, madre esuberante e bellissima, moglie di un padre possessivo e scostante, croce e delizia degli uomini a cui si accompagna senza concedersi come le apparenza e le male lingue di una città di provincia affermano.

Domestica, segretaria, ragioniera, figurante senza mai successo, Anna passa attraverso il mare grosso della vita col sorriso e l'intenzione di essere soltanto la migliore delle mamme.

A un giro di valzer dalla morte, sposerà “chi la conosceva bene” e accorderà Bruno alla vita. E l'uomo che da piccolo soffrì in silenzio per la mamma tanto amata, cercherà di allietarle gli ultimi giorni.

LA PRIMA COSA BELLA è una spiritosa e toccante commedia in agrodolce (non si fa in tempo a ridere che bisogna piangere e non si fa in tempo a piangere che bisogna ridere) del regista livornese Paolo Virzì che, archiviata la Roma dei call center e della solidarietà zero (TUTTA LA VITA DAVANTI), torna in provincia facendo abilmente convivere umorismo e commozione in un affettuoso amarcord, un pieno di sentimenti ma senza sentimentalismi.

Nel riuscito ping pong tra anni settanta e oggi, indietro nel tempo e al centro del film c'è allora una mamma, l'affettuosa e “disponibile” Anna di Micaela Ramazzotti, sedotta dalle persone e dagli avvenimenti ma trattenuta e contenuta dall'amore filiale.

La prima cosa bella nel film di Virzì è proprio il personaggio di Anna, una bellezza provinciale che tutti vorrebbero per sè, perché trabocca di dolcezza e disponibilità, e che invece non fa altro che subire bastonate ed umiliazioni, e che nonostante tutto continua con amorosa ed ingenua allegria a cercare di proteggere i suoi due piccoli figli Bruno e Valeria anche nei momenti più penosi, cantando con loro le liete canzoncine pop di quegli anni difficili.


Dotata di un'autenticità insolita e una femminilità impropria in un mondo di persone “normali”, Anna è insieme amata e invisa al figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre e trova rifugio senza pace nella fuga.

Rientrato suo malgrado nella vita di provincia come un adolescente dopo l'ennesima evasione, Bruno indaga un'unità difficile da trovare dentro i silenzi e il dolore compresso. 

La famiglia rappresenta allora il cuore della commedia, condita con robuste iniezioni di popolarità e ghiotte cadenze toscane, dentro il quale ci tuffa e si tuffa il figlio dolente di Mastandrea, incontrando i fantasmi del passato e contrattando il proprio posto nel mondo.

Nel tutto spiccano gli eccellenti protagonisti che danno forma a una felice ma scriteriata forma di famiglia, il depresso Valerio Mastandrea, la fragile (in apparenza) Micaela Ramazzotti, l'amorevole Claudia Pandolfi e su tutti Stefania Sandrelli, struggente simbolo della voglia di vivere.

TUTTA LA VITA DAVANTI

Roma. Nell'editoria e nel mondo accademico ci sono soltanto porte chiuse (in faccia!) per la giovane siciliana trapiantata nella capitale Marta (Isabella Ragonese), neolaureata con lode, abbraccio accademico e pubblicazione della tesi in filosofia teoretica.

Si ritrova così ad essere "scelta" come baby-sitter della svagata e fragile ragazza madre Sonia (Micaela Ramazzotti), madre della piccola Lara, da cui trova anche alloggio.

È proprio questa "Marilyn di borgata" a introdurla nel call center della Multiple Italia, azienda americana specializzata nella vendita a domicilio di un apparecchio farlocco di depurazione dell'acqua apparentemente miracoloso, diretta dal piacione Claudio (Massimo Ghini).

Sotto lo sguardo vigile dell'esaltata capotelefonista Daniela (Sabrina Ferilli) inizia il viaggio di Marta in un mondo alieno, quello dei tanti giovani, carini e "precariamente occupati" italiani: in una periferia romana spaventosamente deserta e avveniristica, isolata dal resto del mondo come un reality, la Multiple si rivela pian piano al suo sguardo ingenuo come una sorta di mostro che fagocita i giovani lavoratori, illudendoli con premi e incoraggiamenti (sms motivazionali quotidiani della capo-reparto kapò), training da villaggio vacanze (coreografie di gruppo per "iniziare bene la giornata") per poi punirli con eliminazioni alla Grande fratello.

Lei può fare strada, in quel stracompetitivo mondo, sorridente e spaventoso, solo riuscendo a fissare gli appuntamenti giusti, con qualsiasi mezzo.

Con il dubbio: meglio il candido ma evanescente sindacalista Giorgio Conforti (Valerio Mastandrea) o l'invasato e fragile venditore Lucio2 (Elio Germano)?

TUTTA LA VITA DAVANTI è una graffiante e amara, quasi perfida, favola nera con la patina di commedia sociale del regista Paolo Virzì, un terribile viaggio nel precariato,in un mondo sorridente e spaventato, con il plagio che si trasforma in terrorismo psicologico.

Non c'è scampo per nessuno in quanto sia i precari che i loro capi sono accomunati da una stessa ansia per il futuro che si tramuta in folle disperazione.

Prendendo spunto dal libro della ex blogger sarda Michela Murgia, Virzì esplora con gli occhi della sorprendente interprete, attraverso il viso curioso della semiesordiente Isabella Ragonese, più brava che bella, l'inferno di questo precariato con tutta la vita davanti; e lo fa con lo spirito comico e amaro che da sempre lo contraddistingue.

Accentuando stavolta i toni tragicomici e grotteschi il regista toscano dà vita a un'opera corale con un cast da applausi che dà vita a personaggi complessi e sfaccettati, teneri e feroci, comici e tragici a un tempo, ma tutti disperatamente umani e autentici.

Virzì intende mettere a nudo e denunciare una serie fitta di mali nazionali. Anche se non in quest'ordine di importanza, i mali sono: le donne si vestono e si muovono come puttane da strada. Gli uomini più rappresentativi si esprimono in un romanesco gutturale e fetido (come Giorgio, appunto). Gli studenti di filosofia non si laureano, ma passano armi e bagagli nelle fila dei direttori editoriali e degli sceneggiatori televisivi.I sindacalisti sono perfetti deficienti. Le tenutarie di call center restano incinte dei loro capi supremi, ma non disdegnerebbero di farsi anche una laureata in filosofia.

E da ultimo,ma non ultima,c'è la questione del precariato, dei giovani che sognano un lavoro che mai si stabilizza.

P.S. A proposito di punti se non alti almeno rilevati, a metà film al sindacalista Giorgio si presenta Sonia tutta nuda. Pudibonda, la signorina si copre il seno. Il resto invece è lasciato in vista, a beneficio dell'audience. Allo stesso scopo la macchina da presa insiste poi sul rilievo (appunto) posteriore della bella Sonia. Insomma, nonostante il titolo, nel film di Virzì c'è vita anche didietro.