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IL PERSONAGGIO: PIERFRANCESCO FAVINO

Da Cinecittà a Hollywood passando per il teatro e la tv.

PIERFRANCESCO FAVINO è un attore che fa della versatilità uno dei suoi punti di forza.

A proprio agio sia in parti drammatiche sia in quelle più leggere, è capace di calarsi con estrema meticolosità nel ruolo da interpretare, regalando personaggi davvero indimenticabili.

Molto richiesto dal cinema internazionale, ha lavorato con registi del calibro di Spike Lee (MIRACOLO A S.ANNA) e Ron Howard, recitando anche al fianco di Tom Hanks, Ben Stiller (UNA NOTTE AL MUSEO) e Brad Pitt (WORLD WAR Z).

Ottimo imitatore di voci, recentemente ha dato prova di grande senso dell'umorismo e istrionismo al Festival di Sanremo 2018, che ha condotto accanto a Claudio Baglioni e Michelle Hunziker

WORLD WAR Z

Philadelphia. Gerry Lane (Brad Pitt), in un giorno come tanti, è in auto con la sua famiglia, bloccato nel traffico della città.

L'uomo, un ex -impiegato delle Nazioni Unite che ha vissuto in zone calde del mondo, ritiratosi a vita privata per dedicarsi alla famiglia, ha la sensazione che non si tratti del classico ingorgo.

Il cielo da lì a poco si riempie di elicotteri della polizia, e gli agenti in motocicletta sfrecciano all'impazzata da tutte le parti: la città è in preda al caos.

Ovunque per le strade, orde di persone  infette, cadaveri ambulanti, si avventano ferocemente sugli altri, contagiandoli con un morso di un virus letale che in pochi secondi trasforma gli esseri umani in creature irriconoscibili e feroci, insomma nemici pericolosi.

Le origini del virus sono sconosciute, mentre il numero delle persone infette cresce di giorno in giorno, raggiungendo rapidamente i livelli di una pandemia globale. Le ipotesi che questa epidemia possa sopraffare gli eserciti di tutto il mondo ed arrivare a distruggere i governi e le popolazioni, fanno accettare a Lane il ritorno in servizio pur di mettere in salvo la propria famiglia su una portaerei: il prezzo da pagare è combattere in prima persona, memore del suo pericoloso passato di agente ONU.

Parte dunque alla ricerca del luogo del primo contagio, di scorta ad un promettente immunologo, nel disperato tentativo di raccogliere informazioni in giro per il mondo, nella speranza di isolare il virus e poter approntare un vaccino capace di combattere questa terribile epidemia che minaccia la sopravvivenza del genere umano, e fermarla.

La Plan B di Brad Pitt e soci ha scelto il libro di Max Brooks "World War Z: An Oral History of the Zombie War" per farne un blockbuster tutto adrenalina e clima da fine dei tempi. La "rabbia" famelica di cui sono portatori gli zombie ( i "non morti") si diffonde nel film diretto da Marc Forster come una pandemia moderna e le tante inquadrature dall'alto ne sottolineano efficacemente lo spargimento capillare, come arterie di un unico mondiale organismo sociale che si colorano di rosso, sulle strade e sui monitor del potere, ridotto all'impotenza di fronte alla possibilità che sull'umanità venga scritta la parola fine.

Dentro s'intravede il ricordo di 28 giorni dopo (gli zombie qui presenti non sono i classici morti viventi che camminano strascicando i passi nda)  e  le sequenze pensate per le piattaforme di gioco di Resident Evil.

Più che horror, un film d'azione, dal ritmo frenetico. Al centro della storia, il personaggio interpretato dal carismatico protagonista, il sex-symbol in servizio permanente effettivo Brad Pitt e nel cast, tra gli altri, il nostro Pierfrancesco Favino, che sbriga la faccenda in maniera credibile.

La storia è dinamica, sferzante, ansiogena a tratti, e scorre via rapidissima quasi quanto le corse travolgenti che compiono i suoi protagonisti zombie.

World War Z è un blockbuster e fa il suo dovere di blockbuster: puro intrattenimento e divertimento.

Inutile il 3D.

ROMANZO DI UNA STRAGE

Milano, 12 dicembre 1969. Fa una strage la bomba alla Banca dell'Agricoltura di Piazza Fontana: diciasette morti e ottantotto feriti.

La polizia, in piena tensione, ferma, tra gli altri, Giuseppe Pinelli (Pierframcesco Favino), un ferroviere milanese. Marito, padre e anarchico anima e ispira il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa.

Luigi Calabresi (Valerio Mastrandea) è vice-responsabile della Polizia Politica della Questura di Milano. Marito, padre e commissario segue e sorveglia le opinioni politiche della sinistra extraparlamentare. Impegnati con intelligenza e rigore su fronti opposti, ostinati e contrari, si sono sempre incontrati e scontrati tra un corteo e una convocazione in questura.

Questa volta il gioco è più duro e l'anarchico, interrogato per tre giorni, si trova a respingere con forza le accuse del commissario. Ma allora chi è stato?

Pinelli muore in circostanze misteriose, precipitando dalla finestra dell'Ufficio di Calabresi. Assente al momento del tragico evento, il commissario finisce per diventarne responsabile e vittima.
Finendo la sua esistenza sull'asfalto chiazzato di rosso. Sangue.

ROMANZO DI UNA STRAGE è un appassionante dramma di Marco Tullio Giordana, che ricostruisce (secondo lui, ovvio nda) una delle più cupe pagine di storia italiana, mettendo in scena una miriade di personaggi, che rischiano di confondere il pubblico più giovane (ma ci sarà stato in sala il pubblico più giovane?).

Il film tiene comunque bene, la tensione c'è, anche se manca la rappresentazione della follia risoluta di Lotta Continua e degli intellettuali annessi, da sempre disponibili a firmare per cattive cause perse, campagne d'odio verso i servitori dello Stato, colpevoli a prescindere, come direbbe Totò. Che almeno faceva ridere.

Lascia inoltre perplessi la teoria delle due bombe: quella anarchica per far rumore (che buontemponi questi anarchici) e quella "cattiva" neofascista per uccidere. Bah!

Eccellenti le ricostruzioni di ambienti e convincenti i due protagonisti, Favino e Mastandrea, due anime sacrificabili alla ragion di stato.

ACAB - ALL COPS ARE BASTARDS

Roma. I celerini Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro (Filippo Nigro) e Mazinga (Marco Giallini) fanno la guerra in città, nelle strade, stipati come sardine dentro il furgone di servizio.

Non sono semplicemente colleghi,  sono 'fratelli' dentro gli stadi, lungo le strade e intorno alle piazze che 'ripuliscono' la domenica dagli ultras del tifo organizzato (per ammazzarli) e i giorni in avanzo dai clandestini, dagli sfrattati, dai delinquenti e dalle puttane.

Sono figli di una Roma proletaria, con fascinazioni di destra, direbbe il bravo critico. Attaccati alle loro radici e ai loro valori, dico io.

Vittime della rabbia di delinquenti che tirano pietre fuori dalle curve, chiamati a fronteggiare operai, poveri Cristi come loro, che manifestano, inquilini abusivi e immigrati clandestini usano la violenza per difendere uno Stato che non li merita, per difendersi ma anche per farsi giustizia da sè.

I manganelli lavorano sodo, anche perchè i poliziotti devono pur sfogare i propri rancori familiari.

ACAB - ALL COPS ARE BASTARDS  di Stefano Sollima (figlio d'arte, il padre è quello di Sandokan, per dire nda) è un riuscito film di genere che assomiglia a un poliziottesco anni Settanta teso e ben girato. Un noir in piena regola: metropoli da girone infernale, totale assenza di personaggi positivi, vite private allo sbando (con annessa qualche banalità).

Un opera che vorrebbe mostrare come vivono, cosa pensano e come picchiano gli agenti del reparto celere in Italia. E quanto parlano. Qui in romanesco strettissimo.

Acab è l'acronimo di All cops are bastards (tutti i poliziotti sono bastardi), titolo di un brano del gruppo rock The 4-skins risalente al 1979, divenuto uno slogan tra gli ultras.

Il regista ha il merito di mettere in piazza uomini che in città abbandonate dallo Stato, devono buttare giù dal balcone i panni di un vecchio sotto sfratto o comparire dal giudice, per difendersi dall'accusa di abuso di potere.

Biasimati e disapprovati, malpagati, male addestrati e nulla equipaggiati, devono agire immediatamente, privilegiando l'efficacia ai valori democratici. Là fuori il controllo gerarchico si allenta e gli uomini restano soli con la paura di un 'nemico interno' e la libertà d'azione di fare il male, di fare male, di farsi male.

Certo la visione non è neutrale, anzi parziale,visto che nel film i celerini hanno un background fascista, rispondono all'odio con l'odio, ricorrono alla giustizia fai date e sono provvisti di uno spirito di corpo che va al di là della legge, quando si tratta di coprirsi a vicenda. E chi esce dal branco, per far rispettare le regole, viene bollato come "infame".

Io ho inteso la pellicola come un film di denuncia contro la classe politica, la quale nulla compie per rendere più agevole il lavoro delle forze dell'ordine.

Buttati dentro persino tre assaggi sul fattaccio della Diaz, su Raciti e su Sandri: un bignamino dei fatti di cronaca degli ultimi anni (che danno spunto ad affermazioni non del tutto condivisibili). 

Esteticamente ACAB è una meraviglia per gli occhi: l'eccellente fotografia esalta le magnifiche scene d'azione.

LA VITA FACILE

Kenya. E' perplesso il medico italiano Luca (Stefano Accorsi), idealista, che lavora e si prodiga nella savana, solo, fatta eccezione per un'infermiera e qualche aiutante, in un piccolo ed improvvisato ospedale umanitario.

E' in arrivo da Roma l'amico e collega Mario (Pierfrancesco Favino), uno stimato chirurgo di una clinica privata, che lo raggiunge con la scusa di volerlo rivedere dopo anni di distanza, ma in realtà mira ad allontanarsi opportunisticamente e brevemente dal luogo di lavoro.

Spavaldo e traffichino è in fuga dall'Italia causa mandato di cattura. Che cosa avrà combinato nel Bel Paese?

Quando, malgrado le diverse scelte di vita, Mario e Luca ritrovano le ragioni dell'amicizia che li aveva tanto legati in passato, si presenta in Africa a complicare la situazione anche la bella Ginevra (Vittoria Puccini), moglie viziata e capricciosa di Mario ed ex amante di Luca, fuggita da Roma dopo che si è vista entrare i carabinieri in casa. 

Gli equilibri faticosamente raggiunti saltano e la vita si ripresta a svolte e imprevisti.

LA VITA FACILE di Lucio Pellegrini è una commedia che tenta la strada ibrida tra la commedia all'italiana che mette alla berlina i vizi italioti (malasanità, tangenti, pochi scrupoli ed arrivismo) e il sentimento (odio, amore e corna), rimanendo simpatica ma poco eccitante, pur senza sbavature evidenti.
Senza dimenticare il volontariato e lo sfondo da mal d'Africa, un'Africa poco turistica fotografata benissimo.

Il finale solo vagamente cattivello sembra un tantino posticcio.

ROMANZO CRIMINALE

Roma, primi anni '70. Non esita a far secco l'ostaggio l'impulsivo Libano (Pierfrancesco Favino), eppure la gang del più riflessivo Freddo (Kim Rossi Stuart), dal sequestro del barone Rosellini incassa tre miliardi.

Libanese ha un sogno. Per realizzare l'impresa senza precedenti di conquistare Roma mette su una banda spietata ed organizzata: così ci prendiamo la città.


Ma il commissario Scialoja (Stefano Accorsi) risale alla squillo Patrizia (Anna Mouglalis), che è la donna su cui ha messo gli occhi il fatuo Dandi (Claudio Santamaria), terzo cervello della banda, ma che irretisce lo sbirro, che cerca di conquistarle il cuore.

Ambizioso, aspro e violentissimo poliziesco, tratto dal fortunato romanzo di De Cataldo, ovvero le (ricamatissime) vicende della "Banda della Magliana" e dell'alternarsi dei suoi capi (il Libanese, il Freddo, il Dandi) che si sviluppano nell'arco di venticinque anni, intrecciandosi in modo indissolubile con la storia oscura dell'Italia delle stragi, del terrorismo e della strategia della tensione prima, dei ruggenti anni '80 e di Mani Pulite poi.

Avvincente e interminabile, stilisticamente ineccepibile, infiorato da sanguinose scene madri e attraversato da personaggi crudeli. In questo il regista Michele Placido (che si riserva anche un piccolo cameo e che si tiene in realtà lontano dall'approfondimento degli avvenimenti "politici") è aiutato da un gruppo di protagonisti tutti assolutamente adatti alla parte assegnata.

Con, in più, una perfetta dark lady interpretata da Anna Mouglalis, nel doppio ruolo di donna del boss e del commissario (ricorda l'ambiguità di Eva Kant, divisa tra Diabolik e Gekko), vero perno dei rapporti tra il mondo dei 'buoni' (un Accorsi in versione impiegatizia) e quello di coloro che buoni non saranno mai perché costantemente spinti da quello che il loro credo mafioso definisce un 'sentimento nobile': la vendetta.




Ingenuo negli inserti storici e negli spezzoni da documentario utili per far andare a braccetto le storie della Banda e del Paese.

Il finale dolciastro?

SATURNO CONTRO

Roma. Soffre in silenzio il nullafacente che vive di rendita Sergio (Ennio Fantastichini), piantato dallo scrittore di successo (scrive favole per ragazzi nda) Davide (Pierfrancesco Favino) per Lorenzo (Luca Argentero), un giovane pubblicitario che ama profondamente la vita e i suoi amici (banalità. Chi non ama la vita?)

Intorno alla loro tavola, sempre ricca e generosa, si tutti gli amici più cari.

Angelica (Margherita Buy), due figli, psicologa avversaria del fumo e sostenitrice dell’amicizia che però non sospetta che il marito funzionario di banca Antonio (Stefano Accorsi), in bancarotta esistenziale, flirti con l’avvenente fiorista Laura (Isabella Ferrari); Neval (Serra Yilmaz), traduttrice turca che “interpreta” gli umori dei compagni; Roberto, marito “sbirro” di Neval a cui tartaglia il suo amore; Roberta (Ambra Angiolini), appassionata di oroscopi, che lavora quando è lucida con Saturno contro, e di coca. Per finire l’ultimo arrivato, il neolaureato in medicina con velleità letterarie Paolo, new entry bisessuale.

Durante una delle tante affollatissime cene, Lorenzo cade in coma. Sulla panca dell’ospedale gli amici veglieranno il suo sonno, in attesa della ricongiunzione e della ricomposizione del loro mondo affettivo. Insomma il coccolone fatale spalancherà occhi e cuori.

Ferzan Ozpetek torna a girare la storia di un gruppo di amici in un interno, evoluzione di quello gioioso delle Fate ignoranti e a filmare l’amore gay e la socializzazione tra omosessuali ed eterosessuali. Ne viene fuori un melodramma sentimentale, più che lento, immobile, forzato, politicamente correttissimo, anche troppo.

A temi già triti e ritriti, la famiglia allargata a comune gay, la diffidenza del mondo normale (i repeat: normale), aggiunge eutanasia (fatta balenare più che sceneggiata) e pacs. Il gruppo di amici, col ciglio orientato all’umido, tutti naturalmente bravi, capaci e appartenenti all’unica classe che sembra per Ozpetek visibile e quindi pensabile: la borghesia.

Tutti così presi da un unica cosa : l’amore oppure la vita vissuta per l’amore (non per amare). In altre parole: quando la pancia è piena…

L’ideologia borghese di Ozpetek vorrebbe rappresentare qualcosa di importante senza farne mai una questione politica, e così si rimuove la cultura borghese, quella della famiglia, della proprietà, della religione, per sostituirla con quella dei sentimentalismi, degli economicismi e dei narcisismi di massa.

Nel mondo ideale di Ozpetek il brutto non esiste e l’indesiderabile è bandito. Anche la morte è un segno fastidioso da rimuovere e sostituire con la bellezza piena e risvegliata di Lorenzo.

Da segnalare anche qualche fastidiosa banalità come la necessità della morte a risolvere e a impietosire un padre che non “condivide” la natura del figlio.

Emerge per classe Milena Vukotic, infermiera all’antica, ma non troppo.

L'ULTIMO BACIO

Roma. Aspetto un bambino, annuncia Giulia (Giovanna Mezzogiorno), mandando in crisi Carlo (Stefano Accorsi) e facendo sentire improvvisamente vecchia l’insoddisfatta mamma Anna (Stefania Sandrelli).

Il futuro padre festeggia con questa spina nel cuore l’addio al celibato di Marco (Pierfrancesco Favino), sul punto di sposarsi per interesse, insieme con gli amiconi di sempre, Adriano ( Giorgio Pasotti), che odia la moglie, Alberto e Paolo, ciascuno con qualche intimo turbamento.

Al rinfresco, dopo il matrimonio, il giovane resta folgorato dall’apparizione delle grazie di Francesca (Martina Stella) avvenente liceale: devo essere impazzito, cosa ci faccio con una liceale che ha dodici anni meno di me?

Eppure ormai ha perso la testa e Giulia mangia la foglia perchè , è noto, le bugie hanno vita breve. I sentimenti si palesano, poi salgono di tono e tutti alla fine stanno peggio.

Su, che la vita è bella.

L'ULTIMO BACIO, stilisticamente ordinata, è una garbata e astuta commedia social-sentimentale , terza opera del regista Gabriele Muccino, che dimostra di conoscere bene l’arte di sedurre il pubblico, anche perchè sa far recitare gli attori. E non è poco.

Al suo terzo film il regista passa dagli adolescenti arrabbiati e ribelli di “Ecco fatto” e “Come te nessuno mai” a ragazzi più grandi, ma non meno immaturi, Peter Pan incalliti con appresso mogli urlanti e suocere in crisi matrimoniale.

La storia, che in fondo è banale e stereotipata, è raccontata con grazia, la vena malinconica sovrasta l’umorismo e in fondo più di qualcuno potrà riconoscersi negli interpreti (soprattutto chi mastica il romanesco). 
Alla presenza dei quali è sicuramente dovuto molto del successo de L'ULTIMO BACIO , che è anche il titolo della struggente canzone di Carmen Consoli inserita nella colonna sonora.

Gli pseudoamanti del cinema italiano, che scambiano quest’autore fin troppo fortunato per un novello Visconti, dovrebbero stare calmi evitando di parlare in maniera troppo entusiasta di attori da fiction Tv, come Martina Stella, e magari trascurano quelli veramente bravi, come Pierfrancesco Favino e Claudio Santamaria.

EL ALAMEIN - LA LINEA DEL FUOCO

Egitto, ottobre 1942. Marcisce da quattro mesi sotto il sole del deserto e le cannonate inglesi, la malridotta compagnia del rassegnato Tenente Fiore (un credibile Emilio Solfrizzi).

L’esercito italiano è bloccato presso El Alamein a un centinaio di chilometri da Alessandria. L’avanzata dell’Asse è stata fermata dalla depressione di El-Qattara, una striscia desertica che si è rivelata insuperabile.

E questa è Storia. Pubblica.

Non è quello che sognava lo studentello idealista volontario Serra (Paolo Briguglia). E questa è storia privata.

Quella che dà le linee guida al film, seguendo le vicende di alcuni soldati della divisione Pavia ed è narrata in una sorta di diario, tenuto dal suddetto soldato Serra, volontario
universitario, come già detto, che è partito entusiasta di servire la Patria e vedere l’Africa e convinto che la vittoria fosse una pura e semplice formalità. 

La propaganda fa brutti scherzi.

Purtroppo per noi El Alamein fu una sconfitta (onorevole e con sprazzi di eroismo) e determinò, con Stalingrado, probabilmente (chi può dirlo?) l’inversione di tendenza della seconda guerra mondiale.
Del gruppo fanno parte anche il sergente Rizzo (Pierfrancesco Favino) e Spagna (Luciano Scarpa).

Di giorno tutti rintanati in trincea, pregando che la bomba in arrivo non c’entri proprio la tua buca, a divincolarsi tra noia e dissenteria; di notte fuori, a zonzo per il deserto, a caccia di mine.
Viveri e acqua scarseggiano, non arrivano nè i rinforzi, nè i rifornimenti promessi, ma l’ordine è di tenere la posizione ad ogni costo, anzi no, bisogna ripiegare.

Nel momento dello sbando il gruppo cammina e cammina, non si sa per dove.

Il nemico bombarda dal cielo, grazie alla sua superiorità aerea, e ora attacca anche via terra
Sfiniti e abbandonati al proprio destino i pochi superstiti sentono avvicinarsi il nemico sempre più. Motivato ed organizzato (soprattutto). E con esso la fine.

L’ultimo pensiero alla cara Italia, chissà se ti rivedremo dopo.

E poi la battaglia furibonda. Fino all’ ultimo uomo degno di questo nome.

Tutti sappiamo (o dovremmo saperlo, comprese femmine e cantanti) che El Alamein significa sconfitta eroica con gravi perdite inflitte al nemico, con soldati che affrontarono i carri armati con le bottiglie incendiarie.

Significa anche divisione Folgore, diventata leggendaria e citata nel film solo casualmente.
Appassionato, scarno e toccante (perche no?) film di guerra, diretto con una certa sobrietà dal regista Enzo Monteleone, basato sulle vicende tratte dai diari quotidiani dei nostri soldati, non adeguatamente supportati in un avventura bellica che si è rivelata, alla fine, disastrosa.

Ma siccome l’Italia non è un popolo di eserciti ma un popolo di eroi, rimane il mito e l’eroismo, senza dimenticare che molti di quei soldati era povera gente portata via da casa per andare nel deserto, la famosa avventura coloniale (che non fu solo negativa).

Il sergente veneto dice “che mi manca sono i prati dietro casa mia” e lo dice bene, senza banalità e retorica, come lo poteva dire un contadino veneto.

Dopo la battaglia notturna la scena si apre ai giorni nostri, nel cimitero di El Alamein, con migliaia di nomi e di “ignoto” sulle tombe. Per un momento la camera inquadra un uomo di spalle. Probabilmente è il soldato Serra, sopravvissuto.

EL ALAMEIN - LA LINEA DEL FUOCO è un buon film italiano, un eroismo senza grancassa ne effetti speciali all’americana, con protagonisti misurati e spontanei, per certi versi struggenti, tra vita in trincea, discorsi e dolore.

Tanto dolore.

MIRACOLO A S.ANNA

"Nel tempo dell'inganno dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell


New York anni ottanta. Lo sportello delle Poste è tenuto aperto da un impiegato di colore non di primo pelo. "Dei francobolli, grazie". Spara. L'impiegato, non lo sportello.

A un passo dalla sua "LA 25ª ORA" (la pensione) "Fà la cosa giusta". E la polizia (cameo di John Turturro) a chiedersi se questo arrugginito impiegato, valido combattente della seconda guerra mondiale, addirittura portatore sano di una "Purple Hearth" (una medaglia al valore, per le femmine e i cantanti nda), si fosse fatto come un CLOCKERS.
E adesso che abbiamo dato sfoggio della nostra conoscenza della filmografia del regista afroamericano Spike Lee possiamo passare alle cose serie.

L'A.N.P.I. , l'associazione custode della sacra vulgata resistenziale, che è qualcosa di molto vicino ad un cadavere in avanzato stato di decomposizione, per limiti di età, se non altro, avrebbe fatto meglio a leggere prima di parlare.
A leggere quello che, con asciutte righe apparse all'inizio, il buon Spaik, icona della cinefilia "democratica" planetaria, mette bene in chiaro dall'inizio.
Quelle righe che indicano chiaramente che si tratta di una "fictional story", tratta da un romanzo omonimo di James Mc Bride.
Anche se le stesse righe ci dicono che il regista di "Miracolo a S. Anna" può vedere la strage di S.Anna di Stazzema (Lucca) (purtroppo tutto vero. Qui Mc Bride non si è inventato niente) del 12 agosto 1944, dove 560 civili inermi furono trucidati dalla XVI divisione germanica in ritirata distruttiva, con gli occhi dell'americano di pelle scura, che si può permettere sincerità precluse ad un regista di pelle bianca e soprattutto vietate ad un bianco italiano.
Perchè, stupendosi come se gli americani fossero rimasti ai tempi di Rossella O'Hara, il buon Spike ha dovuto affrontare le grida di rabbia ed odio di quell'antifascismo strumentale, quel simulacro logoro tenuto artificiosamente in vita per poter giustificare la costante presa invasiva sulla nostra società. Quello che negli anni, nel nostro paese, è diventata una professione a tempo pieno ben remunerata, categoria "reducismo resistenziale". Una vera è propria religione di Stato, con i suoi sacerdoti e tutta una sua liturgia da seguire, con tanto di messaggio salvifico: segui i precetti partigiani, fai professione di fede e avrai vita politica garantita in eterno.
Povero e ingenuo Spaike! Fa quasi tenerezza. Lui parlava di "fictional story". Comunque si sa che i romanzi, come i film, si scrivono perchè essendo storie immaginarie, permettono di dire la verità.
E adesso torniamo allo sparatore. E indietro tutta con i flash-back: il coetaneo italo-americano a cui il valoroso ex-soldato a sparato con una Luger germanica (simbolismo) aveva della ruggine con lui, risalente ai tempi della guerra.
Nella Toscana del 1944, presa in mezzo dagli scontri tra alleati e nazisti, una pattuglia di soldati americani della divisione Buffalo (composta da ragazzi di colore) si trova dispersa oltre le linee nemiche. Colpa degli inetti e razzisti ufficiali bianchi (che vengono dipinti peggio dei germanici).
I 4 sono di pelle scura e, come tutta la divisione, considerati "carne da cannone". Visto che si trovano nei pasticci per colpa loro (uno di essi, grande e grosso e bonaccione,si è anche attardato per salvare un bambino toscano di sette anni sette) che se la cavino da soli.
Il gruppetto, mentre tutto intorno si spara allegramente (si sa! i militari non sono per niente civili) trovano rifugio in un paesino delle Alpi Apuane, dove potranno familiarizzare con un pò di italiani, dal notabile fascista (l'unico fascista in scena è vecchio e rincoglionito nda) e la figlia, dal partigiano coraggioso e dilaniato dai sensi di colpa a quello traditore.
Non durerà molto perchè i tedeschi arriveranno in forze.
Vengono mescolate, in circa 2 ore e mezzo (forse un pò troppo), eccidi, guerra, arte e un certa aurea di misticismo (che francamente, ho fatto fatica a comprendere). Spaziando tra le nostre Alpi, nella parte centrale, New York (all'inizio) e puntatina finale su una splendida spiaggia di Nassau (Bahamas) per la chiusura. Le due "debolezze" che definisco di sapore "hollywoodiano", in contrasto con le italiche cose. Per carità non momenti fracassoni o simili, da film americano, insomma.
Nel cast ha trovato posto anche il nostro, tra gli altri, Pierfrancesco Favino (il partigiano Peppi), Omero Antonutti (il vecchi fascista) e Valentina Cervi (la figlia del fascista), gradevolmente presente a seno nudo e, in maniera antistorica (ma quante volte ve lo deve dire Spaike che trattasi di "fictional story"??) con scarpe a incrocio sul davanti. Tacco sette. Credo (non ne sono sicuro ma sono scusato: io guardavo il seno). Antistorico ma sexy. La mise non il seno.



L' A.N.P.I. dicevamo. L'attentato di lesa Resistenza e per la figura del partigiano "Grande Farfalla", mandante morale della strage. E questo è il punto cruciale: Spike ha detto quello che anche i sassi delle montagne sapevano. Cioè che i partigiani, malgrado conoscessero le direttive della famigerata "Legge Kesselring" (per ogni soldato germanico morto, dieci civili uccisi per rappresaglia), se ne fregavano. Tendevano degli agguati e poi via, a nascondersi sulle montagne. Cose che per i civili era una vera iattura: scatenavano le rappresaglie e non abbreviarono (tali azioni para-militari) nemmeno di un giorno l'esito del conflitto mondiale, deciso nelle pianure della Mitteleuropa.
E queste sono le cose di casa nostra.
Negritudine.
In realtà il film è un inno alla Divisione Buffalo, un risarcimento morale alla "carne da cannone" che ha combattuto e vinto come gli altri (anche se "Glory, uomini di gloria" di Zwick del 1987 mi ha entusiasmato di più. Altro contesto, stesso riconoscimento morale ai combattenti di colore).
Conclusione, purtroppo per l'A.N.P.I:
1) il film ha rafforzato la mia posizione nell' A.N.E.F. (accà nisciuno è fesso) e la mia modesta convinzione che il massimo rispetto è dovuto ai soldati che hanno combattuto (parlo degli italici) con le stellette al collo. E parlare di luce ed ombre della Resistenza non è sacrilego. Un tizio, mi pare si chiamasse Indro Montanelli e, pare, facesse il giornalista (di razza) disse che in Italia c'erano state più guerre: quella degli alleati "liberatori" contro i tedeschi "invasori" (in realtà invasori tutti e due). Quella del Regno del Sud contro la Repubblica Sociale del Nord, quella degli antifascisti contro i fascisti. E infine, quella di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, degli antifascisti tra loro per il tentativo comunista di assumere l'esclusiva della lotta al fascismo facendo fuori, in nome di essa, tutti gli altri.
2) Come cambiano i tempi. Per fortuna. Oggi, in caso, non verrebbero a liberarmi dalla dittatura degli energumeni di colore. Verrà Sarah Palin, in tacchi a spillo. Tacco 10. Credo (ma io sono scusato. Di solito guardo….).