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PERICLE IL NERO

Bruxelles, plumbea e ostile. Pericle Scalzone (Riccardo Scamarcio), è un  «soldato» della camorra, agli ordini di don Luigi, un boss trasferitosi in Belgio, che ha il compito preciso di dare l'avvertimento alla vittima di turno che non vuole cedere svergognandola: niente spargimento di sangue, una botta in testa con un sacchetto pieno di sabbia e via con la sodomizzazione.

Un giorno, però, durante una spedizione punitiva per conto del boss, viene riconosciuto e fa fuori (apparentemente) la testimone, benvoluta dalla malavita.

Per lui è una condanna a morte che lo obbliga a scappare.

Troverà rifugio e un lampo di normalità tra le braccia di Anastasia, una madre separata con due bambini a carico, che lo accoglie senza giudicarlo e gli mostra la possibilità di una nuova esistenza.

Riuscirà l'imbambolato uomo che di lavoro "fa il culo alla gente" e non ricorda niente della sua infanzia a sfuggire a un passato ingombrante e pieno di interrogativi?

PERICLE IL NERO, diretto da Stefano Mordini è un noir italiano in cui l'oscuro lavoro del protagonista è parallelo alle plumbee atmosfere belghe e francesi in cui il film è ambientato.

In questo contesto il personaggio principale, in maniera tortuosa e non priva di contraddizioni, tenta un percorso di redenzione affrancandosi dalla violenta realtà di cui è intrisa la sua vita.

Film pregevole per stile di narrazione e ambientazione e segnato dall'efficace prova di Riccardo Scamarcio, piuttosto in parte e sorprendentemente bravo, nonostante la regia non faccia nulla per aiutarlo.

Qui è particolarmente trasandato, con il viso spento, i lineamenti stanchi e conferisce così al suo personaggio grande credibilità, anche recitativa. La delusione esistenziale emerge bene anche nei suoi entusiasmi mancati, o nella speranza trattenuta di un futuro possibile.

Mi chiedo solo perchè tanti (troppi?) dialoghi in francese.

ROMANZO CRIMINALE

Roma, primi anni '70. Non esita a far secco l'ostaggio l'impulsivo Libano (Pierfrancesco Favino), eppure la gang del più riflessivo Freddo (Kim Rossi Stuart), dal sequestro del barone Rosellini incassa tre miliardi.

Libanese ha un sogno. Per realizzare l'impresa senza precedenti di conquistare Roma mette su una banda spietata ed organizzata: così ci prendiamo la città.


Ma il commissario Scialoja (Stefano Accorsi) risale alla squillo Patrizia (Anna Mouglalis), che è la donna su cui ha messo gli occhi il fatuo Dandi (Claudio Santamaria), terzo cervello della banda, ma che irretisce lo sbirro, che cerca di conquistarle il cuore.

Ambizioso, aspro e violentissimo poliziesco, tratto dal fortunato romanzo di De Cataldo, ovvero le (ricamatissime) vicende della "Banda della Magliana" e dell'alternarsi dei suoi capi (il Libanese, il Freddo, il Dandi) che si sviluppano nell'arco di venticinque anni, intrecciandosi in modo indissolubile con la storia oscura dell'Italia delle stragi, del terrorismo e della strategia della tensione prima, dei ruggenti anni '80 e di Mani Pulite poi.

Avvincente e interminabile, stilisticamente ineccepibile, infiorato da sanguinose scene madri e attraversato da personaggi crudeli. In questo il regista Michele Placido (che si riserva anche un piccolo cameo e che si tiene in realtà lontano dall'approfondimento degli avvenimenti "politici") è aiutato da un gruppo di protagonisti tutti assolutamente adatti alla parte assegnata.

Con, in più, una perfetta dark lady interpretata da Anna Mouglalis, nel doppio ruolo di donna del boss e del commissario (ricorda l'ambiguità di Eva Kant, divisa tra Diabolik e Gekko), vero perno dei rapporti tra il mondo dei 'buoni' (un Accorsi in versione impiegatizia) e quello di coloro che buoni non saranno mai perché costantemente spinti da quello che il loro credo mafioso definisce un 'sentimento nobile': la vendetta.




Ingenuo negli inserti storici e negli spezzoni da documentario utili per far andare a braccetto le storie della Banda e del Paese.

Il finale dolciastro?

IL GRANDE SOGNO

Roma, autunno 1967. Ha un'insospettabile grinta sotto il viso d'angelo la piccola borghese Laura (Jasmine Trinca), studentessa universitaria di matrice cattolica pronta a lottare contro le "ingiustizie".
Lotta che si concretizza nel ribellarsi, in casa, in sintonia con i due fratelli minori, ai genitori, partecipando alla marcia per la fine della guerra in Vietnam, all'università ai professori ritenuti "parrucconi".

Nell'aula di Fisica presto occupata, diventa la ragazza dello studente leader del movimento studentesco Libero (Luca Argentero) e con lui sogna un mondo più giusto. 

Però poi cede al fascino dell'infiltrato Nicola (Riccardo Scamarcio), giovane poliziotto proveniente dal sud che ama il teatro e vorrebbe diventare attore (e proprio per questa voglia di "recitare" comandato allo scopo, cioè infiltrato, dal suo colonnello, un divertente Silvio Orlando), salvo allontanarlo disgustata quando lo incontra con i ferri del mestiere (elmetto e manganello) per una sacrosanta carica davanti alla facoltà.

Nicola, ormai innamorato, cercherà di ritrovarla sforzandosi anche di comprendere un mondo che gli è al contempo congeniale e lontano, in pratica il "caramba" è portato a simpatizzare con le idee della fanciulla (cioè la contestazione globale del sistema). O forse è solo Amore.

IL GRANDE SOGNO è un passabile dramma social-sentimentale, scritto, per un terzo, e diretto da Michele Placido. Gli anni sono quelli che precedono, attraversano e seguono il 1968 e i suoi rivolgimenti e il regista cerca di raccontare se stesso e la sua gioventù, rievocando attraverso il personaggio del tutto sommato bravo Riccardo Scamarcio, la propria giovinezza a due facce, dalla Celere all'Accademia.

Lo fa cercando di descrivere mondi differenti che si incontrano/scontrano in un periodo di fermenti sociali e culturali. Meglio la prima parte della seconda, girata con un'impronta molto "documentaristica", nonostante i fastidiosi stereotipi sulla contestazione e il linguaggio stantio, una di quelle belle foto color seppia che si tenta inutilmente di tenere vive.

Certo un giovane che vede il film si può far l'idea che finito il '68 sia finito tutto. Dopo la ricreazione tutti a casa. Come sappiamo, non è andata così. Per andare a casa molti ragazzi, molti ragazzi ci hanno messo parecchi anni. E non pochi di essi (leggi i fautori della lotta armata) alla vita di prima non ci sono più tornati.

In effetti è come se ci fossero due film in uno. 

L'uno narra delle vicende amorose di Nicola, Laura e Libero e l'altro delinea un ritratto di quegli anni esplorato con uno sguardo maledettamente unilaterale, spiccio ed elusivo. Uno sguardo che è ancora quello del poliziotto Michele che osserva, senza davvero comprenderlo fino in fondo, un tentativo di cambiare il mondo per lui tanto confuso quanto in fondo velleitario perché dai sogni ci si risveglia. Anche se faccio notare che i protagonisti avranno pure combattuto per cambiare il mondo ma alla fine si sono accomodati sulla comoda poltrona di borghese (vedi i titoli di coda). 

Insomma faticare stanca, protestare molto meno.

L'UOMO PERFETTO

Milano. Tra due mesi mi sposo con Paolo (Giampaolo Morelli), rivela l'artistoide apparentemente svampita Maria (Gabriella Pession) all'eterna amica del cuore Lucia (Francesca Inaudi), creativa in un'agenzia di advertising.

Senza nemmeno immaginare che l'altra è da sempre innamorata dell'avvocatino.

Sin da quando era un bambino cicciottello e sfigato, ben prima quindi della trasformazione in un ragazzo appetibile su piazza.

Glielo devo portare via, giura a se stessa, e colpita dal fascino dell'aspirante fotomodello Antonio (Riccardo Scamarcio), lo ingaggia per quattromila euro affinche seduca la promessa sposa e le lasci campo libero.

Lo spiantato bel tenebroso, mal sopportato ospite dello scontroso cognato divorziato Simone (Giuseppe Battiston), si mette all'opera, dopo una full immersion di conoscenza delle abitudini della promessa sposa, telecomandato dalla pubblicitaria, e fa presto breccia nell'inconsapevole vittima.

Ma il destino cambia spesso le regole del gioco.

L'UOMO PERFETTO è una commedia sentimentale, magari fragile, ma sicuramente disinvolta e non pretenziosa del recidivo Luca Lucini, regista pubblicitario, che aveva già mostrato di avere un debole per gli amori adolescenziali ("Tre metri sopra il cielo"), che stavolta sfrutta al meglio le sue capacità e una storia come tante con tuttavia diversi momenti divertenti.

Gli attori sono naturali ed esprimono con ironia e sentimento i loro ruoli. L'imperfetta ma estremamente affascinante Francesca Inaudi e il bel tenebroso Riccardo Scamarcio, passabile nel ruolo del finto cinico pronto a cadere cotto come una pera, ci concedono sorrisi nelle sequenze dell' "insegnamento".

Mentre una sexy Gabriella Pession fa la finta svampita persa nel suo mondo di teatro pallosamente impegnato e Feng Shuei.

Una sexy Gabriella Pession
Lucini dipinge una Milano grigia, piovosa e claustrofobica utilizzando la macchina da presa con sapienza ( e qualche bella intuizione) senza ostentare agilità costruite da pubblicitario e racconta il suo mondo con i macchiettismi tipici.

Il triangolo-quadrato amoroso procede con leggerezza evitando di toccare crisi generazionali e ideologiche, lasciando immaginare solo "baci rubati".

Per un risultato finale assolutamente godibile.

ITALIANS

Due episodi.

Lo scafato camionista Fortunato (Sergio Castellitto), dopo una vita passata a trasportare Ferrari rubate negli Emirati Arabi per conto di una ditta romana, ha deciso di ritirarsi e ha scelto il giovane Marcello (Riccardo Scamarcio) come suo successore. Per istruirlo al "lavoro" e fargli conoscere gli usi e costumi locali lo porta con sé, fingendosi padre e figlio, nel suo ultimo viaggio per Dubai.

La bisarca, con le sei Ferrari 430 rubate, fila nel desero dove un inaspettato posto di blocco sarà solo la prima complicazione di un avventuroso on the road con finale a sorpresa.

Il depresso ed impacciato dentista romano Giulio Cesare Carminati (Carlo Verdone) si lascia convincere dal socio e collega Fausto a recarsi a San Pietroburgo per un convegno che lui stesso ha organizzato ma al quale non vorrebbe partecipare. Inconsolabile da quando è stato lasciato dalla moglie e in astinenza da oltre un anno si lascerà guidare dal magnaccia Vito Calzone (Dario Bandiera), il promotore di una società russa che organizza viaggi extra-lusso a sfondo sessuale.

Peccato che la presunta squillo sia invece l'interpreta Vera (Ksenia Rappoport). Ed è solo l'inizio.

"Gli italiani sono il popolo che suona più di tutti al metal detector" è il risultato di un sondaggio del New York Times utilizzato come epigrafe umoristica per aprire il primo dei due episodi di questo ITALIANS, deludente commedia del regista Giovanni Veronesi.

Una citazione capace di contenere il succo di un film che vorrebbe raccontare con ironia il popolo tricolore (e i suoi secolari vizi) all'estero ma finisce per sciorinare una serie di convenzioni e luoghi comuni non andando oltre le caricature da barzelletta (italiani furbi, ladri e puttanieri) tra le smaccate marchette pubblicitarie.

Il primo siparietto è un on the road surreale (con Dubai che sostituisce Miami nell'immaginario della bella vita) fastidiosamente buonista e con un finale stonato, un timido colpo di scena.

Nel secondo, la prova recitativa di un Carlo Verdone (malgrado sia dotato di straordinario talento), ridotto a macchietta, è quasi irritante nella sua mimica.

Insomma la commedia dei luoghi comuni non si salva.

VERSO L'EDEN

Elias (Riccardo Scamarcio) è un giovane clandestino, dalla nazionalità imprecisata, che si butta a mare da un barcone di disperati nel momento in cui le motovedette della guardia costiera greca stanno per catturarlo.
La mattina dopo il sole lo sveglia sul bagnasciuga dell'Eden, un villaggio di vacanze per turisti ricchi e naturisti, concentrato di lussi, ozi e vizi occidentali.

Senza documenti e misteriosamente ignaro di tutto il candido Elias, trovati degli abiti da inserviente viene scambiato per tale e finisce risucchiato in un vortice di avventure, tentazioni e richieste di prestazioni. Le quali sono lavorative (facchino, idraulico) ma anche sessuali (sia da parte del capo del personale che di una benestante vacanziera tedesca con famiglia ad Amburgo).
Costretto a fuggire se non vuole essere arrestato e rimpatriato ha una meta precisa: Parigi.
Un mago prestigiatore, con cui ha dovuto collaborare per uno spettacolo di intrattenimento per gli ospiti, gli ha detto di andarlo a trovare al Lido.

Con tanti drammi, melodrammi e docu-drammi, nessuno aveva ancora si era cimentato nel racconto delle vicende legate alle migrazioni con aspetto favolistico. Ci pensa in maniera sorprendente (e buon ultimo) il regista Costa-Gavras in questa saga cucita addosso al fascino adolescenziale di Scamarcio, a cui ha ritagliato la parte assolutamente poco credibile del "candido clandestino bello". Fra signore tedesche in cerca d'affetto, prestigiatori di passaggio, russi arricchiti e razzisti, e , davvero il peggio del film, tutte le macchiette di etero/gay che sembra abbiano in testa solo di farsi il malcapitato Scamarcio

Inoltre il viaggio di Elias risulta assemblato con la somma delle inverosimiglianze tutte magari possibili se prese singolarmente ma con uno straordinario effetto favolistico (anche se non necessariamente con happy end) nell'accumulo che le rende spesso risibili, episodi inoltre troppo diseguali per sorreggere un'idea sicuramente originale quanto balzana e anacronistica.

Tutto questo va detto fatta salva l'interpretazione di Riccardo Scamarcio che non è pessimo, anche grazie al fatto che è costretto a parlare poco, e tutto sommato è una delle poche cose che si salvano nel film. In effetti il nostro recita anche troppo bene tra una turista vogliosa, una venditrice di volatili un po' in carne e due camionisti tedeschi gay solo apparentemente pericolosi. Il meglio del film, ma niente di trascendentale, sta in certi episodi umoristici (la coppia di greci litigiosi, o i due camionisti tedeschi gay), drammatici (il lavoro in un'azienda che ricicla elettrodomestici), o addirittura ottimistici (a Parigi c'è chi lo aiuta).

C'è modo e modo di affrontare il complesso tema dell'emigrazione clandestina. Quello scelto dal regista greco è il meno credibile. Forse cinematograficamente godibile, ma comunque meno credibile.

MIO FRATELLO E' FIGLIO UNICO

Latina, 1962. In quegli anni nell'Italia proletaria di provincia la vita non era facile. Le famiglie dovevano far crescere i figli con quello che avevano, dando loro una buona educazione.
Mentre si muove tra le architetture razionaliste dell'ex Littoria e di Sabaudia (città tirate su dal nulla dal fascismo nda) si sente un pesce fuor d’acqua, soprattutto in famiglia, il terzogenito Accio, cresciuto in seminario, appassionato di latino, che si iscrive, come atto di ribellione al conformismo imperante, al Movimento Sociale, istigato dal venditore ambulante di lenzuola Mario (Luca Zingaretti).

«Vedi la torre comunale? Fu costruita in 235 giorni».

Partecipa ad azioni violente, a cortei con le catene e il saluto romano. Fuori dagli schemi del fascino a buon mercato dei tempi della contestazione.

I cattolicissimi (immigrati veneti molto devoti) papà (Massimo Popolizio) e mamma (Angela Finocchiaro) stravedono per gli altri due figli, il più bello dei fratelli, l'operaio sinistrorso e attivista sindacale Malarico (Riccardo Scamarcio), benvoluto, adorato dalle donne, molto popolare, che lavora col padre in fabbrica, e l’aspirante concertista Violetta.

Passano gli anni, il fascista in erba cresce (Elio Germano) e s’innamora della graziosa Francesca (Diane Fleri), la fidanzatina francese del fratello, anche se, quando Mario è arrestato, s’imbarca sulla nave scuola di sua moglie Bella (Anna Bonaiuto).

Forse ho sbagliato tutto. Ma io non mollo.

Acuta, vivace, veloce, ben scritta, ben costruita e ben recitata, tratta dal romanzo "Il fasciocomunista" di Angelo Pennacchi, commedia (anche se scavalca il confine del dramma, con morti e feriti) dolceamara diretta da Daniele Lucchetti, troppo sbrigativa nel finale, che con marcata inflessione laziale ripercorre quindici anni di travagliata storia italiana, mescolando conflitto generazionale, lotta di classe, ardori sentimentali, guerra civile, tenendo in primo piano il complesso rapporto tra nero e rosso, tra due uomini/fratelli/amici per la pelle che condividevano gioie e miserie.
Luchetti da un impronta personale al suo cinema, tocca la politica, la affronta, ma ciò che gli importa veramente sono le persone, perché sono loro che fanno il mondo. Ieri, oggi, domani. Quei volti, quindi, che lui approccia nei dettagli, a volte con la camera a mano, per dare ai protagonisti quel qualcosa di incerto, sono l'anima dei suoi film.

Non c’è gara tra l’espressivo (e superlativo) Elio Germano, nella rappresentazione di un personaggio carico di rabbia commovente e impotente ingenuità, e il monocorde Riccardo Scamarcio, che ha il solo pregio di bucare lo schermo con i suoi occhi verdi. Troppo poco.
Intorno a loro si muovono la Finocchiaro, magnifica madre, e Zingaretti, fedelissimo al Duce, perfetti comprimari di un dramma estremamente personale.

La crescita di un uomo, forse non era mai stata così profonda nel cinema italiano attuale e, se tralasciamo benevolmente gli ultimi venti minuti, troppo frettolosi, scopriamo come la fatica e il dolore di vivere di personaggi umani-troppo-umani malmenati dalla microstoria quotidiana può essere raccontata con la forza delle immagini e delle parole.

Assolutamente consigliato.