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LA GRANDE BELLEZZA

Roma. Nella capitale dai ritmi festaioli e superficiali si muovono dame dell'alta società, arricchiti, politici, criminali di alto bordo, nobili decaduti, alti prelati, artisti ed intellettuali veri o presunti.

Il famigerato "generone", tra gloria passata e degrado presente.

Che, in un clima da Basso Impero, tesse trame di rapporti inconsistenti, fagocitato da una Babilonia disperata che si agita negli splendidi palazzi antichi, nelle ville sterminate, nelle terrazze vista Colosseo.

Tutto quanto è visto e lucidamente descritto con gli occhi, perennemente annacquati dal gin tonic, di Jep Gambardella (Toni Servillo), 65 anni, scrittore riciclatosi come colorista per un magazine femminile senza nome.

In pratica un napoletano trasferitosi nella capitale con un unico obiettivo, pienamente centrato: diventare il centro della vita mondana (il folgorante incipit).

E intanto assiste a questa sfilata di umanità fatua e disfatta.

Ecco Romano (Carlo Verdone), autore teatrale deluso. La vanesia Orietta (Isabella Ferrari), Stefania (Galatea Ranzi), egocentrica scrittrice radical chic "organica" al partito (comunista, va da sè nda), Viola (Pamela Villoresi), ricca borghese con un figlio pazzo (Luca Marinelli) e il clero distratto e sordo.

E il vicino di casa silenzioso ed ostile che nasconde segreti inconfessabili.

E infine c'è Ramona (Sabrina Ferilli), quarantenne spogliarellista malata che affascina Jep con la sua spontaneità coatta.

LA GRANDE BELLEZZA è un affresco ferocemente italiano che descrive la decadenza italiana e romana e la fa diventare avamposto della decadenza mondiale, capitale globale del Declino Occidentale.

Un film splendido in personaggi, visioni e parole che il regista Paolo Sorrentino, consapevolmente felliniano (?) mette in scena come un glorioso funerale a una città/civiltà in decomposizione.

Tutta la fatica dell'esistenza è travestita da ingannevole divertimento in puro stile neocafonal. Per fortuna sullo sfondo c'è Roma d'estate, stupenda e indifferente.

Insomma ROMA CAPOCCIA si diverte da morire.



Con le élite che si nutrono di sarcasmo, si crogiolano nel kitsch, con il sesso come tappezzeria.

Bisogna ricordare che prima di questo LA GRANDE BELLEZZA, il regista era già stimato a livello internazionale tanto da aver diretto Sean Penn in THE MUST BE THE PLACE.

Indimenticabile il massacro delle certezze della supponente radical-chic impegnata e de' sinistra in terrazza, realizzato con parole affilate e ben assestate da un disincantato Jep.

LA GRANDE BELLEZZA è un bel gioiello che brilla su un cumulo di rifiuti.

Fotografia bellissima.

"Finisce tutto così, con la morte. Prima però c'era la vita, nascosta dal bla bla bla..."

GRANDE, GROSSO E...VERDONE

Tre episodi. Mentre si prepara al raduno dei boyscout, il candido Leo Nuvolone, sposato con Tecla (Geppi Cucciari) e con due figli paffuti, scopre che nella camera a fianco la madre è defunta. Urge sepoltura.

L'autoritario e pignolo prof Callisto soffre per l'imbranato ed introverso figlio ventenne Severiano.
Sei grande, devi sistemarti.
Le preoccupazioni genitoriali non gli fanno passare un appetito immoderato per le squillo.

Il negoziante arricchito Moreno Vecchiarutti va in vacanza in un grande albergo di Taormina con la moglie Enza Sessa (Claudia Gerini) e il figlio Steven.

La famigliola coatta vuole riunirsi grazie alla vacanza.

GRANDE, GROSSO E...VERDONE è una temeraria commedia, amarissima sotto la buccia allegra, in tre atti di Carlo Verdone, puntuale interprete dei ruoli principali, che riesuma i suoi antichi e mitici personaggi, tutti decisamente invecchiati, inaciditi ed incattiviti.

L'episodio migliore è sicuramente il terzo, quelle delle caratterizzazioni burine, non solo grazie alle gradevoli forme di Claudia Gerini.

Lo ammetteranno anche i fan sfegatati di Carlo Verdone: questo film non fa ridere. Mai.

IO, LORO E LARA

Roma. Torna a casa dopo dieci anni passati in Africa, il sacerdote missionario Carlo (Carlo Verdone) per una crisi di fede. Viene mandato dai suoi superiori a casa per ritrovare se stesso in famiglia.

Appena rimesso piede in casa scopre con sgomento che papà Alberto (Sergio Fiorentini), generale in pensione e vedovo, che inalbera un parrucchino color carota, ha appena sposato Olga, la badante moldava, ovviamente molto più giovane di lui.

Inutile dire che l'uomo si sente rinato in quella che si può chiamare seconda vita e la vizia senza sosta.

Un matrimonio che ha mandato su tutte le furie il resto della sua famiglia, cioè gli altri due figli, l'isterica ed ipocrita psicologa Bea (Anna Bonaiuto), mamma di adolescente emo e fuori di testa per l'abbandono del marito, e l'agente di borsa erotomane e cocainomane Luigi (Marco Giallini): quella ci mangia i nostri soldi!!!

Ma ecco che la presunta approfittatrice muore d'infarto. Proprio la morte dell'amante tuttavia costringerà don Carlo ad entrare in contatto con la disinvolta e conturbante Lara (Laura Chiatti), figlia di Olga, diventata proprietaria dell'appartamento che una volta apparteneva alla famiglia e che accetta di ospitare lo sbigottito sacerdote.

Riuscirà l'allargatissimo nucleo familiare a ritrovare la pace?

IO, LORO E LARA di e con Carlo Verdone ha i toni comico-amari di un quadretto familiare desolante di cinquantenni, tutto sommato una commedia piacevole e ben fatta anche se troppo lunga e rimpinzata con qualche inutile figura di contorno (su tutte la figlia emo con amica a rimorchio) e scontate banalità sociali (le immigrate sfruttate).
Carlo Verdone, che è ironico ma non cinico, oltre che di buoni sentimenti, risolve tutto in un volesome bene.

Forse va bene cosi.

7 CHILI IN 7 GIORNI

Roma. L'estetista romano Alfio (Carlo Verdone) e il milanese Silvano (Renato Pozzetto), fornitore di pornoshop, credono di aver avuto l'idea giusta per fare quattrini: aprire e gestire una clinica privata per ciccioni, ricavata da un casale abbandonato, promettendo dimagrimenti miracolosi.

Gli aspiranti magri arrivano a schiere, sottoposti a strani metodi coercitivi basati prevalentemente sul... digiuno in quello che assomiglia a un vero e proprio lager.

Inoltre quando i clienti scoprono di non aver perso un grammo scoppia la rivolta.

Fallita l'impresa, non resta che trasfomare la clinica in una più godereccia trattoria, "Ai due porconi", dove ci si abboffa a non finire.

7 CHILI IN 7 GIORNI è il fiacco e prolisso esordio alla regia di Luca Verdone, il minore dei fratelli, che per il battesimo si fa aiutare dal fratellone Carlo.
Il risultato è controverso, nel senso che la struttura è semplicistica e barzellettara, ricchissima di gag e battute banali e già viste e sentite.

Quella che voleva (?) essere, probabilmente, una satira sulla borghesia sovrappeso e sull'imperante moda delle diete, alla voglia di magrezza e al business del dimagrimento tanto in voga durante gli anni '80 ( e non solo nda) si risolve in una serie di gag a raffica tra grassoni che sbuffano, piatti desolatamente vuoti e sfibranti lezioni di ginnastica.

Il film si salva dal naufragio totale, come spesso capita alla commedia all'italiana, solo grazie alla presenza di alcuni simpatici caratteristi a contorno dei protagonisti, a cominciare dalla tanto amata e indimenticata Sora Lella.

GRAND HOTEL EXCELSIOR

Gente che va, gente che viene. Questo è il Grand Hotel. Nel grande albergo di lusso, lo scorbutico direttore Taddeus (Adriano Celentano) cade nella rete della bionda cliente Ilde Vivaldi (Eleonora Giorgi), cotta di lui.

Nella hall si aggirano anche il pugile imbranato e pacioccone Pericle Caciotta (Carlo Verdone) e un ciarlatano che si fa chiamare il mago di Segrate (Diego Abatantuono).

Intanto il cameriere Costanzi (Enrico Montesano) prova a ricevere la figliola che studia in collegio in Svizzera senza farle scoprire il suo vero status sociale. 

GRAND HOTEL EXCELSIOR , strutturato con una serie di storielle parallele che si svolgono nel lussuoso hotel che da il titolo al film (facendo il verso al celebre Grand Hotel della Garbo nda) e girato nel momento di massimo fulgore della nuova commedia all'italiana anni '80, ne rappresenta il classico esempio.

Il tutto a cura di Castellano e Pipolo, che recluta la crema del cinema leggero italiano (dell'epoca), con sicuro ritorno al botteghino (di allora) anche se Celentano rifà il bisbetico, Montesano il finto conte e Abatantuono è il Ras vestito da Mago.

Film per famiglie: riflessioni e volgarità sono del tutto (e per fortuna) eliminate, come ogni riferimento all'attualità, anche se i dialoghi non sembrano eccezionali.

Eleonora Giorgi è come spesso gli capita bella ma decorativa e Claudia Mori appare in un cammeo di pochi attimi che non avrà minimamente faticato ad interpretare.

ACQUA E SAPONE

Roma. La giovanissima fotomodella americana Sandy (Natasha Hovey) arriva con l'oppressiva madre (Florinda Bolkan) nella Capitale.

Per non interromperle gli studi, mammà pensa di ingaggiare padre Spinetti, attempato e quotato sacerdote che insegna musica in un collegio femminile, come precettore.

Senonché l'estemporaneo bidello con laurea Rolando (Carlo Verdone), sempre in attesa di un lavoro più consono al suo titolo di studio, ne prende il posto e il gioco (degli equivoci) è fatto.
Con questo ACQUA E SAPONE Carlo Verdone cuce con garbo il suo spiritoso quarto film, una commedia sentimentale che ha grazia e originalità pur mantenendo i toni grotteschi.

Il personaggio un po' ingenuo, che si invaghisce di ragazze "impossibili" e si mette in situazioni più grandi di lui, è un classico della cinematografia di Verdone; questa è una delle sue prime prove sull'argomento e rimane forse una delle più spontanee, gustosa e divertente.

Grazie a una recitazione più misurata dei primi lavori ma comunque spassosa (diventerà in seguito una caratteristica dell'attore), Verdone riesce a condurre con un buon ritmo questa vicenda sentimentale che non manca di strappare qualche risata. Insomma un perfetto mix di romanticismo e comicità.

Il regista (e attore) azzecca anche la scelta degli attori (Bracconeri nella parte del solito burino, la sora Lella, che quando è in scena è un gran divertimento, una funzionale Natasha Hovey, eterea ed irraggiungibil.

AL LUPO AL LUPO


Roma. È il nevrotico pianista Vanni Sagonà (Sergio Rubini) a lanciare l'allarme ai fratelli: papà, il famoso scultore Mario, è sparito da vari giorni.

Così con la sorella, l'irrequieta borghese Livia (Francesca Neri), che sta attraversando un burrascoso rapporto matrimoniale e conducendo una relazione clandestina dagli esiti incerti, e il fratello, l'effervescente dj Gregorio (Carlo Verdone), si lanciano all'inseguimento a Siena, nella casa maremmana sul mare, fino all'epilogo sulle Alpi Apuane.

E nel lungo viaggio i tre hanno modo di scoprirsi (la seducente Francesca Neri anche in senso pieno).

AL LUPO AL LUPO è una ambiziosa commedia, probabilmente un filino lunga, psicologica di Carlo Verdone, in cui il viaggio dei tre fratelli alla ricerca del padre scomparso viene affrontato con molta delicatezza dal Verdone regista, che sceglie toni intimistici in cui la malinconia ha un posto dominante.

Bisogna dire che il regista scava nell'intimità dei personaggi senza aver il coraggio di rinunciare a caricature assortite ma le situazioni simpatiche servono evidentemente a sdrammatizzano l'alone di malinconia che caratterizza la pellicola.

Il tema dei rapporti familiari è uno dei preferiti da Carlo Verdone (Io e mia sorella) ed è al centro di questo film a cui si affianca un'altro elemento ad esso collegato: la ricerca delle radici e della propria identità.

Ottima prova di tutto il cast; efficace la fotografia dei luoghi della memoria, con ambientazioni tutte da vedere (le terre senesi, le terme di Bagno Vignoni).

Da segnalare la tardiva entrata in scena dell'attore-regista: a mezz'ora dall'inizio!

STASERA A CASA DI ALICE

Roma. Hanno sposato due ricche sorelle Saverio (Carlo Verdone) e Filippo (Sergio Castellitto) che ora sono cognati, amici e soci nella gestione di un'agenzia di viaggi, specializzata in pellegrinaggi.

Gli affari vanno bene finchè Filippo prende un'irresistibile sbandata per la bella doppiatrice di film porno Alice (Ornella Muti), una specie di hippy troppo bella, ma è scoperto dalla moglie Gigliola (Cinzia Leone), la quale invita Saverio a riportare in seno alla famiglia la pecorella smarrita (il quasi adultero è scappato di casa).

Il buon samaritano si precipita nella casa della bella pronto a fare una scenata memorabile e invece resta immediatamente folgorato.

Ecco lo scontro: la donna, pur dando poco o niente, non respinge del tutto i due cognati che adesso, anche per un seguito di equivoci e di incidenti, diventano ferocissimi rivali, mentre alle loro spalle le rispettive famiglie prima si disperano poi scendono durissime in guerra.

Si potrebbe arrivare a una catastrofe (anche perché ai due adulteri le mogli, che sono le vere titolari dell’agenzia, hanno tagliato i viveri) ma la bella ammaliatrice risolve tutto andandosene verso altri lidi, e i nostri “eroi”, così, sconfitti ma rappacificati, ritorneranno all’ovile: dove li attende, com’è chiaro, il cristiano perdono.

STASERA A CASA DI ALICE è una commedia brillante, non sempre spiritosa e con qualche avvitamento nell'intreccio, dell'acuto regista/attore romano Carlo Verdone, che intende sbeffeggiare con garbata ironia i vizi storici degli italiani ma non ha il coraggio di andare fino in fondo, servendo allo spettatore un finale bigotto, perbenista e moralista (la famiglia è salva e nessuno "consuma" il rapporto con Alice). Si concede solo qualche "malizia" sul mercato del turismo religioso.




Bravina Ornella Muti, anche se francamente fuori età per la parte, che rende con efficacia il fascino e l'ambiguità del personaggio, forte e fragile allo stesso tempo. Insomma il sorridente triangolo dei protagonisti se la cava malgrado il copione.

C'ERA UN CINESE IN COMA

Roma. Lo squallido impresario Ercole Preziosi (Carlo Verdone), che gestisce un traffico di artisti di terza schiera, un pacco di piccolo attori, prestigiatori, incantatori di donne-serpente, acrobati, ballerinette e duetti sfacciati, s'infiamma (professionalmente) per l'autista, lo studente siciliano Nicola (Beppe Fiorello), che sembra avere un suo esclusivo talentaccio spettacolare, a mezza strada fra lo spogliarello e il cabaret.

Conquistato dalla barzelletta del cinese in coma, approfitta dell'incidente capitato al personaggio-attrazione di punta della scuderia per promuovere il suo dipendente e lo butta senza preavviso in pasto al pubblico.

Incredibilmente il ragazzo calca il palco con inaspettata maestria ed ha successo.

Da qui la parabola ascendente professionalmente e discendente moralmente: il ragazzotto, travolto dalla fulminea popolarità, diventa un divetto arrogante, e indossato il nome d'arte di Niki Renda, passa dalle feste rionali a firmare un contratto televisivo con annesso ricco ingaggio, umiliando il pigmalione: ora al volante siedi tu.

Finchè non arriva anche l'implicazione sentimental-privata, perché l'ingrata star non trascura di sedurre Maruska, la giovanissima figlia dell'altro.

Pur amando molto Verdone, in questa sguaiata commedia, non troviamo lampi (forse solo il talento d'attore) e l'ottimo Carlo (autore, in società, anche di soggetto e sceneggiatura), al suo primo vero flop, è irriconoscibile.

Di Beppe Fiorello si nota che la stoffa c'è.

Il tentativo di perfida satira sulla volgarità e le bassezze presenti in un certo mondo dello spettacolo basato esclusivamente sul sesso, sull'esibizione corporale e sul linguaggio lascivo, si arena presto nelle secche delle macchiette e delle parolacce, mentre i caratteri dei personaggi restano soltanto abbozzati. Insomma lmanca la vitalità, la freschezza e l'arguzia a cui ci ha abituato.

ITALIANS

Due episodi.

Lo scafato camionista Fortunato (Sergio Castellitto), dopo una vita passata a trasportare Ferrari rubate negli Emirati Arabi per conto di una ditta romana, ha deciso di ritirarsi e ha scelto il giovane Marcello (Riccardo Scamarcio) come suo successore. Per istruirlo al "lavoro" e fargli conoscere gli usi e costumi locali lo porta con sé, fingendosi padre e figlio, nel suo ultimo viaggio per Dubai.

La bisarca, con le sei Ferrari 430 rubate, fila nel desero dove un inaspettato posto di blocco sarà solo la prima complicazione di un avventuroso on the road con finale a sorpresa.

Il depresso ed impacciato dentista romano Giulio Cesare Carminati (Carlo Verdone) si lascia convincere dal socio e collega Fausto a recarsi a San Pietroburgo per un convegno che lui stesso ha organizzato ma al quale non vorrebbe partecipare. Inconsolabile da quando è stato lasciato dalla moglie e in astinenza da oltre un anno si lascerà guidare dal magnaccia Vito Calzone (Dario Bandiera), il promotore di una società russa che organizza viaggi extra-lusso a sfondo sessuale.

Peccato che la presunta squillo sia invece l'interpreta Vera (Ksenia Rappoport). Ed è solo l'inizio.

"Gli italiani sono il popolo che suona più di tutti al metal detector" è il risultato di un sondaggio del New York Times utilizzato come epigrafe umoristica per aprire il primo dei due episodi di questo ITALIANS, deludente commedia del regista Giovanni Veronesi.

Una citazione capace di contenere il succo di un film che vorrebbe raccontare con ironia il popolo tricolore (e i suoi secolari vizi) all'estero ma finisce per sciorinare una serie di convenzioni e luoghi comuni non andando oltre le caricature da barzelletta (italiani furbi, ladri e puttanieri) tra le smaccate marchette pubblicitarie.

Il primo siparietto è un on the road surreale (con Dubai che sostituisce Miami nell'immaginario della bella vita) fastidiosamente buonista e con un finale stonato, un timido colpo di scena.

Nel secondo, la prova recitativa di un Carlo Verdone (malgrado sia dotato di straordinario talento), ridotto a macchietta, è quasi irritante nella sua mimica.

Insomma la commedia dei luoghi comuni non si salva.

L'amore è eterno finchè dura

Roma. Adesso te ne vai, tuona a muso duro la psicologa televisiva Tiziana Mercuri (Laura Morante) al marito, l'ottico cinquantenne Gilberto (Carlo Verdone), dopo che è venuto casualmente a galla che si è fatto coinvolgere in un cosiddetto (innocente) “speed-date”, incontri per cuori solitari in cui i protagonisti devono trovare un partner in 3 minuti.

Arrestato, deve confessare tutto in presenza della moglie, da cui la reazione suddetta.
Sbattuto fuori di casa trova rifugio ed ospitalità dal socio salutista Andrea (Rodolfo Corsato), che convive conn la comprensiva immobiliarista Carlotta (Stefania Rocca).

Ancora innamorato della moglie e preoccupato per i contraccolpi che potrebbe subire la figlia adolescente Marta, cerca di rifarsi sotto, salvo scoprire che la signoraha una relazione poco platonica con l'amico chirurgo Guido (Antonio Catania).

Comincia a tentare di avviare nuove relazioni che falliscono tutte. Salvo scoprire che l'amore è a due passi: proprio con la compagna dell'amico che lo ha ospitato.

L'AMORE E' ETERNO FINCHE' DURA è una piacevole, acuta e garbata commedia sentimentale di un sempre più maturo (non nel senso dell'età) Carlo Verdone regista, che s'interroga con frizzante umorismo e un filo di malinconia, messe in scena dal Carlo Verdone attore, attorno alla crisi della coppia borghese, dove il puntuale calo del desiderio ha spesso un rimedio miracoloso: un nuovo partner.

In questo film Verdone torna al suo cinema più vero liberandosi dai personaggi divertenti ma limitati per regalare al pubblico una riflessione malincomica su questi nostri tempi privi di punti di riferimento.

Dialoghi spiritosi, attori in forma per rappresentare un match coniugale, argomento eterno per il cinema e il teatro, in cui alla fine non si dà una vera soluzione ma solo un suggerimento vagamente filosofico: nelle complicate faccende sentimentali nessuno ha la soluzione in tasca.

E’il consumismo dei sentimenti ad essere messo sotto accusa dal «malincomico» Verdone, quel modo di voler avere e provare sempre qualcosa di più e più in fretta, come in un montaggio tv da spot che si occupi del cuore e delle sue scorciatoie.

Ecco dunque la famigliola tipo con tradimento incorporato ed ecco il nostro Carlo che si divide equamente tra Stefania Rocca e Laura Morante, due nuove, importanti entrate nel suo già folto harem cinematografico.

Il titolo? Un piccolo capolavoro.

IN VIAGGIO CON PAPA'

Roma. Lo scafato Armando Ferretti (Alberto Sordi), ricco, sottaniere ed egoista uomo d'affari più vicino ai sessanta che ai cinquanta, si ritrova tra i piedi, piombato a casa sua di sorpresa, il figlio Cristiano (Carlo Verdone), timido, introverso e con la passione per l'ecologia, tanto candido da sembrare scemo, proprio mentre sta andando in Liguria da Federica (Tiziana Plini), giunonica rampolla di un suo ignaro cliente, per iniziare una nuova vita con lei.

Invano papà cerca di liberarsi alla svelta dell'importuno ragazzone ma è costretto a portarselo appresso, visto che quello vuole imbarcarsi per la Corsica dove lo attendono gli amici di una comune itinerante agli ordini del solito furbo ed impostore santone.

Lungo la via il genitore, parlando, scontrandosi e confessandosi constata la poca dimestichezza del figlio con l'altro sesso e tenta di spingerlo fra le braccia di tutte le signorinelle, dando, quando occorre, anche lezioni pratiche.

Chi la fa l'aspetti. E soprattutto quale dei due educherà l'altro?

IN VIAGGIO CON PAPA' dell'Alberto Sordi regista è il tentativo di imboccare la strada della comicità casereccia ma del genere perbenista : per affiancare due generazioni nel rimpianto delle belle famiglie italiane, sciupate dai nuovi costumi, e per sollecitare mediante la satira amarognola il recupero dei buoni sentimenti. Ossia confronto, con vittoria finale dell'amor paterno, tra papà Armando e il figliolone Cristiano, venuti da due opposti pianeti.

Il tutto ricordando alla lontana IL SORPASSO con lo sbruffone e l'imbranato fianco a fianco in una scorreria attraverso gli italici vizi.

Alla fine molti predicozzi moraleggianti, un abbondante turpiloquio e qualche bella cartolina.

UN SACCO BELLO

Roma, tra il 14 e il 15 agosto. Tre episodi incrociati.

Lo sfrontato bulletto di periferia Enzo (Carlo Verdone)si dà l'ultima aggiustatina allo specchio e all'armamentario prima di partire con la spider nera per Cracovia in cerca di congressi carnali con belle polacche: peccato che il suo amico ed accompagnatore Sergio (Renato Scarpa) si senta male dopo pochi chilometri.

Il capellone in tunica bianca Ruggero (Carlo Verdone), scappato di casa da due anni per aggregarsi alla comunità hippy dei Bambini di Dio, mentre distribuisce volantini è riacciuffato da papà Mario (Mario Brega), esuberante comunista, che lo trascina in un consiglio di famiglia: così gli tocca l'esame di tre miciali rompiballe.

Il timido giovanotto mammone, il perito elettronico Leo (Carlo Verdone), asfissiato da una mamma che gli passa in setaccio amici (e amiche), in partenza per Ladispoli è agganciato da una bella e spregiudicata turista spagnola, Marisol (Veronica Miriel), che lo coinvolge in una sua love story.

UN SACCO BELLO rappresenta il fortunato esordio del regista Carlo Verdone che è al servizio del Verdone attore passando con notevole disinvoltura da un personaggio all'altro (non solo nei 3 personaggi principali, ma anche in altri 3 gustosi personaggi minori), ma sa anche dirigere gli altri, dando vita ad una commedia acuta e spiritosissima.

Tutti personaggi raccontati con ironia e affetto e qualche ritratto è azzeccato in pieno, qualche altro meno, ma la stoffa è di prima qualità. La volgarità è assente (ed è una notizia, nella commedia all'italiana odierna nda), malgrado il ricorso alla macchietta e all'immancabile overdose di romanesco.

David di Donatello a Carlo Verdone attore.

TROPPO FORTE

Roma. Giubbotto e atteggiamento da duro, il giovane borgataro romano Oscar Pettinari, cavalca la moto sparandole grosse su un modestissimo passato di controfigura cinematografica.

In effetti sogna un futuro da attore cinematografico, o almeno da stunt-man.
Scartato come comparsa dal set di un kolossal, si aggira depresso nei viali di Cinecittà quando viene agganciato da un avvocaticchio (Alberto Sordi): dammi retta, fatti investire da quel grosso produttore americano, avrai un risarcimento super con l'aggiunta di una ricca scrittura.

Malconsigliato il ragazzone si butta contro la Rolls Royce, ma alla guida c'è l'attrice Nancy (Stella Hall). Altro che milioni, lei non ha un dollaro, e per di più nell'incidente la giovane attrice resta ferita davvero e per questo perde la parte.

La ragazza si installa a casa di Oscar in attesa del marito con cui tornare in America.

Sarà per un altra volta.

TROPPO FORTE è il 6° film del simpatico e indubbiamente dotato Carlo Verdone regista e 1° che ha per ambiente il cinema.

La macchietta del trasteverino che vive nei miti di Rambo, a sua volta riedizione dell'americano a Roma inventato da Alberto Sordi, qui presente in una particina, è miscelata con la tendenza all'umore malinconico, dando luogo ad una commedia leggera e graziosa. Si ride.

SONO PAZZO DI IRIS BLOND

Il romantico Romeo (Carlo Verdone) è un musicista pop in piena crisi. La sua compagna lo ha tradito con un amico che, per di più, fa parte della band in cui lui suona. Per cercare risposte ai problemi della sua vita si rivolge a una chiromante napoletana la quale gli predice che una donna dal nome floreale, cantante e amante della poesia sarà il suo vero grande amore.

Finito a fare il pianista su una nave da crociera incontra la belga Marguerite (Andrea Ferréol), in là con gli anni e appassionata cantante dell'opera di Jacques Brel.

I due fanno coppia nei locali di Bruxelles, finchè una sera al già disamorato giovanotto il caso gli farà incontrare Iris (Claudia Gerini), bionda cameriera (di origini italiane) in un fast food cittadino. Le piace cantare, scrive poesie dozzinali e taglia gli uomini come rami secchi…

Liquidata , con qualche ammaccatura, la tardona, il musicista scopre che la fanciulla ha anche una gran voce e finisce stracotto di lei, che invece, lo tiene sulla corda.
Artisticamente il tandem funziona molto bene ed ecco all'orizzonte una scrittura a Parigi: purtroppo solo per Iris.

SONO PAZZO DI IRIS BLOND è una piacevole e misurata (anche troppo) commedia rosa di Carlo Verdone , una storia d'amore in agrodolce, non banale, in cui l'autore è bravissimo ad amalgare umorismo e tenerezza.

Anche perché ha al suo fianco una vera e bella (in tutti i sensi) partner: Claudia Gerini.

Dopo averla avuta con sé nell'episodio più divertente di "Viaggi di nozze" le propone qui un ruolo completamente diverso da quello della coatta romana e l'attrice dimostra di saperlo portare sullo schermo al meglio. Se nella parte iniziale del film il regista forza un leggermente i toni nella caratterizzazione del personaggio interpretato da Andrea Ferreol con le sue manie esistenzialiste e un barboncino con vestitino, da quando entra in scena Iris la storia assume il tono amaro dell’illusione che corre veloce verso la frantumazione.


Naturalmente il Verdone attore ha una grossa fetta di merito, bravo com'è a delineare i tormenti del goffo e delicato personaggio, convinto di essere un Pigmalione (pronto anche a mascherare in inglese la pochezza dei versi della sua protetta) mentre non si accorge che Iris procede per un percorso del tutto personale che non si può neppure definire arrivista quanto piuttosto incapace di guardare bisogni dell'altro.

Il Verdone sceneggiatore si cuce addosso un personaggio che non va mai sopra le righe nel suo mettersi a disposizione sperando di ottenere in cambio l'amore. Ma nella vita non funziona così.

E in questo caso anche al cinema.

CUORI NELLA TORMENTA

Portovenere, Italia. Appena scesi dalla nave su cui lavorano, fanno comunella il depresso cuoco di bordo napoletano Raffaele (Lello Arena) e l’esuberante e brillante sottufficiale di Marina romano Walter, pronuncia Uòlter (Carlo Verdone).

Il primo invita subito l'amico a casa, con la malcelata speranza di avere in cambio qualche indirizzo di un harem a quanto pare fornitissimo (tutte balle, nella tristanzuola realtà di donne neanche l’ombra).

Fatalmente riescono nell’impresa di innamorarsi entrambi, all’insaputa l’uno dell’altro, della bella sognatrice Sonia (Marina Suma), telefonista della Sip dalla faccia pulita, con velleità artistiche (teatrali, per la precisione).

Ma mentre la ragazza preferisce il brillante Walter, Raffaele si illude di essere ricambiato per la messa in scena di una doppia delusione: amore perduto e amicizia tradita.

CUORI NELLA TORMENTA è una divertente pur se fragile commedia dell’esordiente (e allora promettente) Enrico Oldoini che da vita, in parte, ad una parodia del melodramma sentimentale (come suggerisce il titolo, lo stesso di un film di Carlo Campogalliani del 1941) ed in parte offre una variazione farsesca delle vecchie commedie hollywoodiane, sbeffeggiando, senza esagerare, il cinema sentimentale degli anni quaranta.

Nella spassosa altalena degli equivoci si muove con garbo il ben assortito duo Carlo Verdone – Lello Arena, imbattibili nella caratterizzazione dei rispettivi personaggi (l’avvilito e lo sbruffone conta balle).

Graziosissima e fresca Marina Suma.