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LE ETA' DI LULU'

Madrid, anni sessanta. E' una bella porcellina la quindicenne bene Lulù (Francesca Neri), che se la fa con il navigato maialone Pablo (Oscar Ladoire), in un inesauribile girotondo di giochini perversi.

Consumati da reciproca passione, i due ben presto si sposano, allargando presto il ménage al travestito Ely (Maria Barranco).

Durante uno dei festini un pò spinti, la signora si concede (di schiena) a un mandrillesco sconosciuto sotto l'occhio allupato del marito, subito pronto a gettarsi nella mischia.

Toh, è mio fratello Marcelo.

La calorosa ninofomane fa poi collezione di maschietti assortiti anche nei locali gay e in tuguri frequentati dai più immondi masochisti.

Finchè alla porta bussa addrittura la polizia franchista.

LE ETA' DI LULU' è un noiosissimo pasticciaccio erotico dello spagnolo Bigas Luna, che mesta nel torbido con  le varie fasi di Lulù (una graziosa Francesca Neri in un ruolo scabroso) verso la "liberazione" sessuale, vittima dei giochi erotici del marito.

La storia, una sorta di 9 Settimane e 1/2 mescolata con LOLITA, spinge molto sul pedale dell'estremo. Soprattutto nelle frequentazioni ambigue di Lulù (il locale gay, quello sado-maso, il transessuale Ely che si sacrifica per la ragazza)  in una messa in scena più scabrosa che erotica.

Malgrado la velleità di raccontare l'erotismo con l'ottica femminile, strizza troppo l'occhio ai guardoni con occhi sorta di depravazione sessuale.

Insomma un film ipocrita, fintamente trasgressivo, con finale moraleggiante.

LE ETA' DI LULU' probabilmente è un film per uomini soli.

CARNE TREMULA

Madrid, 1970. Proprio mentre il Generalissimo Francisco Franco emana il decreto che proclamava l'abolizione di libertà o diritti, lo stato d'emergenza su tutto il territorio nazionale, nasce Victor, da madre di facili costumi (Penelope Cruz) su un autobus fuori servizio diretto all'ospedale.

Vent'anni dopo. Resta di sale l'ormai ventenne Victor (Liberto Rabal) quando bussa alla porta della ricca e viziata Elena (Francesca Neri). Ma come, una settimana fa mi hai amato con passione nel bagno di una discoteca  e oggi mi spiani la pistola in faccia?

L'inizio della tragedia che segnerà la sua vita: uno sparo fa accorrere, chiamati dai vicini, i poliziotti David (Javier Bardem) e Sancho (Josè Sancho), afflitto da doloroso mal di corna curato dall'alcol, visto che la moglie Clara (Angela Molina) lo tradisce proprio con il collega.



La maxirissa si conclude con David in ospedale e Victor in galera, anche se a ferire il piedipiatti con una pallottola in apparenza vagante, che lo rende paraplegico, è stato il collega.

Quattro anni dopo l'innocente condannato esce, e mentre medita la vendetta, scopre che Elena ha sposato l'ex poliziotto sulla sedia a rotelle nel frattempo divenuto un campione di basket (per disabili, ovvio).

Meglio, ci sarà più gusto. Intanto faccio pratica con Clara, esperta amante ed infelice moglie.



CARNE TREMULA è un bizzarro melodramma, una storia di pallottole vaganti e di tradimenti incrociati, ben scritto e diretto, che riesce a coinvolgere lo spettatore per tutto l'arco della sua durata, anche quello (come me nda) meno amante del regista spagnolo Pedro Almodovar, che racconta trent'anni di storia spagnola con il suo stile ricco di invenzioni stilistiche.

La nostra Francesca Neri ci mette la sua splendida silhouette. Immagino che molti di questo film ricorderanno solo il sesso tra il disabile e la Neri (inevitabilmente un cunnilingus).

Gli astiosi riferimenti politici del regista  si condensano nella frase, detta dal giovane protagonista (la constatazione di un lieto fine?), che oggi, oltre un quarto di secolo dopo, "la Spagna non ha più paura".

Avvisate il regista: in tempi di spread e bolle immobiliari forse non è più così.

SUD


In una domenica di elezioni in un paesino del Sud, quattro disoccupati disperati, tre meridionali e un eritreo, guidati dall'ex sindacalista Ciro (Silvio Orlando) si sono impadroniti di un seggio della scuo­la. Ce l'hanno con i maneggi del ras politico locale, l'onorevole Canavacciuolo (Renato Carpentieri), la cui bella figlia Lucia (Francesca Neri) è presa in ostaggio, per caso, insieme col fidanzato Gianni (Gigio Alberti).

Il poker di sbandati a questo punto non sa che fare, ma intanto si gode l'arrivo in forze dei carabi­nieri e l'effimera popolarità portata dal cronista televisivo d'assalto di turno (Claudio Bisio).

Dopo la quadrilogia del viaggio (e della fuga), con il suo 7° film Gabriele Salvatores sposa la rivolta dei poveri, disoccupati ed emarginati, in un minestrone socia­le sopra le righe, che se la prende alla rinfusa con la tv spazzatura e i politi­canti corrotti, lasciando in bocca il sapore di terribile mega-spot leoncavallino.

Le affinità con i film precedenti esistono, anche le astuzie, gli stereotipi, il barcamenarsi tra le mode e l'impegno, tra cinema d'autore e cinema di spettacolo.



Ma il dramma ha il sapore d'operetta e l'umorismo è a dir poco zoppicante.

Tutto urlato e sudaticcio, fotografato bene ma completamente privo di verve, di consistenza, di qualità artistica.


La colonna sonora è scandita dal rap degli Assalti Frontali e dei 99 Posse.

Che pena la dedica finale riservata ai centri sociali.

AL LUPO AL LUPO


Roma. È il nevrotico pianista Vanni Sagonà (Sergio Rubini) a lanciare l'allarme ai fratelli: papà, il famoso scultore Mario, è sparito da vari giorni.

Così con la sorella, l'irrequieta borghese Livia (Francesca Neri), che sta attraversando un burrascoso rapporto matrimoniale e conducendo una relazione clandestina dagli esiti incerti, e il fratello, l'effervescente dj Gregorio (Carlo Verdone), si lanciano all'inseguimento a Siena, nella casa maremmana sul mare, fino all'epilogo sulle Alpi Apuane.

E nel lungo viaggio i tre hanno modo di scoprirsi (la seducente Francesca Neri anche in senso pieno).

AL LUPO AL LUPO è una ambiziosa commedia, probabilmente un filino lunga, psicologica di Carlo Verdone, in cui il viaggio dei tre fratelli alla ricerca del padre scomparso viene affrontato con molta delicatezza dal Verdone regista, che sceglie toni intimistici in cui la malinconia ha un posto dominante.

Bisogna dire che il regista scava nell'intimità dei personaggi senza aver il coraggio di rinunciare a caricature assortite ma le situazioni simpatiche servono evidentemente a sdrammatizzano l'alone di malinconia che caratterizza la pellicola.

Il tema dei rapporti familiari è uno dei preferiti da Carlo Verdone (Io e mia sorella) ed è al centro di questo film a cui si affianca un'altro elemento ad esso collegato: la ricerca delle radici e della propria identità.

Ottima prova di tutto il cast; efficace la fotografia dei luoghi della memoria, con ambientazioni tutte da vedere (le terre senesi, le terme di Bagno Vignoni).

Da segnalare la tardiva entrata in scena dell'attore-regista: a mezz'ora dall'inizio!

DANNI COLLATERALI

Los Angeles. Si macera nel dolore il maturo capitano dei vigili del fuoco Gordon Brewster (Arnold Schwarzenegger), bravo marito, buon padre, che ha visto, senza poter intervenire, la bella moglie in carriera e bambino saltare in aria nell'attentato terroristico al consolato colombiano, messa a punto e rivendicato dal leader rivoluzionario El Lobo.

Cia e Fbi sembrano tentennare troppo per il povero padre che, settimane dopo, parte solo a cercare l'attentatore in Colombia, penetra nella giungla e si infiltra tra i ribelli in un amen.

Presto scoperto (ma vah!!), potrebbero lisciargli il pelo se non ci fosse l'intervento di Selena (Francesca Neri), la bella moglie straniera, con un passato complicato, del capo.

Il muscoloso pompiere le crede sulla parola e oltre a lei porta in California anche suo figlio adottivo Claudio.
Si ma chi è l'attentatore? Sorpresa finale.

Sciatto, sgangherato e prevedibile film d'azione che finì per ricevere una pubblicità retroattiva dalla tragedia dell'11 settembre, avvenimento tragico che costrinse la produzione a mostrare buon gusto con lo slittamento dell'uscita della pellicola di qualche mese, giusto in tempo per giovarsi del new deal patriottico a stelle e strisce.
FRANCESCA NERI

Diretto dall'irriconoscibile Andrew Davis (Il fuggitivo) è un'altra storia di giustizia privata innestata in un contesto di violenza, costruito sui bicipiti allenati e sull'espressione incarognita dell'imbolsito Schwarzy, in una versione, nell'idea iniziale, meno catastrofica e più 'artigianale', nei panni di un uomo non abituato all'azione e costretto ad arrangiarsi con quello che ha a disposizione per cavarsela: idea peraltro naufragata con lo scorrere del plot e l'esplosione della voglia di vendetta e distruzione del protagonista, progressivamente trasformatosi nell'ennesimo Terminator della serie.

Con meno ironia.

La spaesata Francesca Neri, tragicamente fuori parte, avrebbe diritto di chiedere i danni.
Con parsimonia.