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IL BARBIERE DI RIO

Roma. Non è più allegro come un tempo il barbiere Matteo (Diego Abatantuono), traboccante di stress, con negozio a Campo de' Fiori.

La spocchiosa ex moglie Silvia (Margaret Mazzantini), oltre ad avergli mollato i due ragazzi, pretende alimenti sempre  più corposi.

Così un bel giorno, dopo aver tanto parlato del Brasile con il collega Ugo (Rocco Papaleo), prende e vola a Rio, dove da vent'anni vive la sorella maggiore Angelina (Renata Fronzi).

Scambiato per uno pieno di soldi, il giovanotto sta al gioco, anche perchè gli viene comodo per incantare la bella mulatta Giorgina (Zuleika Dos Santos).

Peccato che la ragazza sia fidanzata, anzi sia di "proprietà", del veramente poco raccomandabile nipote Rocco (Giuseppe Oristano).

Doppia trasvolata.

IL BARBIERE DI RIO è una gracilissima e, a tratti, pure noiosa commedia diretta da Giovanni Veronesi, abituale partner di Pieraccioni.

Il regista, utilizzando una sceneggiatura assolutamente minima, gironzola in un Brasile da dépliant turistico, in un paese che è noto unicamente per la disincantata (e talvolta stupida) voglia di divertirsi.

La grazia del Brasile è resa attraverso le curve delle mulatte sulle solite spiagge, la bossa nova, il Corcovado, il Pão de Açúcar, ecc.

Il tutto attraversato da una processione di pittoresche quanto inutili macchiette.

L'incontenibile Diego Abatantuono si sbraccia e strepita per tutto il film in un lessico portoghese di stampo biscardiano.

In effetti IL BARBIERE DI RIO è interamente basata sulle (grandi) capacità di intrattenitore del suo protagonista. Malgrado la presenza di Diego Abatantuono sia, come sempre,  debordante ed istrionica, non basta a risollevare il tutto.

Parti di contorno per Maurizio Di Francesco, Ugo Conti, Salerno (la triade di "italians" vacanzieri in Brasile nda). Del tutto inutile, anche per l'assurdo personaggio interpretato, la cantante Irene Grandi.

Film non del tutto riuscito ma per i fan di Diego è comunque da guardare.

CAMERIERI

Italia, chissadove sul mare. E' proprio stanco il vecchio Loppi (Ciccio Ingrassia), gestore dell'ex glorioso ristorante Eden.

Ho venduto al mobiliere Azzaro (Carlo Croccolo), impenitente fedifrago e cafone arricchito, proprio quello che oggi festeggia le nozze d'oro con un pranzo, comunica agli smarriti camerieri prima di allontanarsi (su un'ambulanza).

Ci giochiamo tutti il posto!!! Chiarisce Loris Bianchi (Paolo Villaggio), maitre di sala della vecchia guardia che può vantare nel curriculum, tra l'altro, di aver servito addirittura alle dipendenze di Donna Rachele Mussolini, agli spaesati e spauriti colleghi Mario Tangaro (Diego Abatantuono), Agostino (Marco Messeri) e al fumantino cuoco Germano (Antonio Catania).

E intanto l'orrendo Azzaro figlio (Antonello Fassari), gioca al gatto con il topo.

L'ultima speranza? La schedina del Totocalcio...

CAMERIERI è una commedia corale decisamente più agro che dolce, sarcastica e disgustosa con sconfinamento nel malinconico. Attori in buona forma, ognuno calato nel suo personaggio alle prese con le miserie della vita, facente parte di un sottobosco formato da cinici, fanfaroni, uomini squallidi presi a schiaffi dalla vita, o semplicemente perdenti.

A conti fatti nel film c'è una summa di squallore, prepotenza, egoismo e vigliaccheria che ricorda moltissimo BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI, corredata da un sentore vagamente felliniano.

Sembra che il regista abbia lasciato molto all'estro degli attori, che sono talmente bravi che diventa impossibile fare una graduatoria di merito.

Si esagera un po' nel voler distruggere i protagonisti, tendendo a ripetere il concetto, ma nel complesso, ci troviamo di fronte a uno dei prodotti migliori usciti dalla commedia italiana degli anni '90, erroneamente scambiato da molti per un film frivolo.

Forse stona il liberatorio e zuccheroso lieto fine, ma CAMERIERI è quella che si dice una pellicola riuscita.

BELLI DI PAPA'

Milano. Vincenzo Liuzzi (Diego Abatantuono) è un imprenditore pugliese che ha raggiunto il successo al nord. Sua moglie è morta da qualche anno e i tre figli, viziati e nullafacenti, sono cresciuti nella sua assenza, ma anche in quella bambagia di cui i soldi di papà (e il suo senso di colpa) li ha circondati.

Matteo, il primogenito, tracima idee "da un milione di dollari" e progetti "innovativi" insensati.

Chiara (Matilde Gioli) frequenta locali alla moda ed promessa sposa del cialtrone Loris (Francesco Facchinetti), detto da Vincenzo "il coglione", PR di ristoranti trendy e reinventore della Milano da bere.

Andrea è iscritto a filosofia e in due anni non ha dato nemmeno un esame, ma in compenso si è portato a letto metà della facoltà over 50.

Vincenzo decide allora di inscenare una finta bancarotta e all'arrivo dei carabinieri se la svigna.

Via sulla vecchia Panda. Ragazzi miei, non abbiamo più un euro: datevi da fare. In pratica il piano del riccone è costringere i figli a rimboccarsi le maniche e provare un'esperienza nuova: lavorare per vivere.

Non solo, per dare più credibilità alla messinscena, si trasferisce con loro a Taranto, nella casa fatiscente dei suoi defunti genitori, allontanando i ragazzi dalle comodità della Milano vicina all'Europa.

BELLI DI PAPA' è commedia di costume che ha una premessa comica potente, ispirata a un film messicano di successo (evidentemente i "bamboccioni" sono di moda ad ogni latitudine) che purtroppo lascia presto intuire la banale conclusione.

La pellicola ha una prima mezzora non male, in cui il risaputo è però condito con trovate interessanti ed elevato dai dialoghi Abatantuono (che va col pilota automatico nda)-Catania. Però la pellicola poi continua in progressivo calo, che vede nell'educazione lavorativa un appiattimento verso il banale, solo qua e là ravvivato da momenti meno scontati.

La "riabilitazione" finale fa chiudere in modo zuccherosissimo.

Può bastare per una serata leggera. Spottone per la Regione Puglia compreso.

GRAND HOTEL EXCELSIOR

Gente che va, gente che viene. Questo è il Grand Hotel. Nel grande albergo di lusso, lo scorbutico direttore Taddeus (Adriano Celentano) cade nella rete della bionda cliente Ilde Vivaldi (Eleonora Giorgi), cotta di lui.

Nella hall si aggirano anche il pugile imbranato e pacioccone Pericle Caciotta (Carlo Verdone) e un ciarlatano che si fa chiamare il mago di Segrate (Diego Abatantuono).

Intanto il cameriere Costanzi (Enrico Montesano) prova a ricevere la figliola che studia in collegio in Svizzera senza farle scoprire il suo vero status sociale. 

GRAND HOTEL EXCELSIOR , strutturato con una serie di storielle parallele che si svolgono nel lussuoso hotel che da il titolo al film (facendo il verso al celebre Grand Hotel della Garbo nda) e girato nel momento di massimo fulgore della nuova commedia all'italiana anni '80, ne rappresenta il classico esempio.

Il tutto a cura di Castellano e Pipolo, che recluta la crema del cinema leggero italiano (dell'epoca), con sicuro ritorno al botteghino (di allora) anche se Celentano rifà il bisbetico, Montesano il finto conte e Abatantuono è il Ras vestito da Mago.

Film per famiglie: riflessioni e volgarità sono del tutto (e per fortuna) eliminate, come ogni riferimento all'attualità, anche se i dialoghi non sembrano eccezionali.

Eleonora Giorgi è come spesso gli capita bella ma decorativa e Claudia Mori appare in un cammeo di pochi attimi che non avrà minimamente faticato ad interpretare.

NEL CONTINENTE NERO

Malindi, Kenya. E' arrivato dall'Italia accompagnato dalla fidanzata Irene (Anna Falchi) il giovane imprenditore Alessandro Benini (Corso Salani),  per sistemare gli affari del padre, che non vedeva da vent'anni ed è morto in un misterioso (almeno all'apparenza) incidente aereo.

Il suo soggiorno nell'Africa nera, che doveva servire solo per le formalità di rito, si prolunga per settimane durante le quali il pacato giovane fa combutta, suo malgrado, con Fulvio Colombo (Diego Abatantuono), socio del padre, losco e spregiudicato affarista, trafficone ed invadente ma non privo di fascino da avventuriero.

Incontrerà, muovendosi nella little Italy dell'esotica località, un sottobosco di soggetti spesso loschi al limite della legge ma sicuramente oltre i bastioni di Orione del kitsch, oltre che dell'etica.

NEL CONTINENTE NERO diretto da Marco Risi è una pellicola  discreta ma abbastanza godibile, che può essere etichettata come  IL SORPASSO degli anni '90 con Abatantuono al posto di Gassman e Salani come Trintignant.

Cialtroneria, volgarità e gaglioffaggine dei personaggi sono mescolati a una vena di follia, a qualche graffiante critica di costume inquinata da un tiepido ma disturbante terzomondismo, a troppe divagazioni turistiche.

Il cinico faccendiere è un personaggio ben intepretato (sebbene Diego Abatantuono gigioneggi un po' troppo e rimanga spesso sopra le righe). Salani se la cava, ma merita una segnalazione il bravo Tony Sperandeo nei panni del ruvido missionario, veramente da incorniciare in quanto ad efficacia.

Meritava un pò di spazio in più.

Presente anche una carinissima Anna Falchi, gradevolmente a seno nudo, due (???) taglie di reggiseno fa.

Il titolo del film deriva dalla prima strofa di una canzonetta di successo dei "mitici" anni '60, "I Watussi".

FICO D'INDIA

Cavagnano (Lombardia). Anche il sindaco Lorenzo Milozzi (Renato Pozzetto) è una vittima dell' intollerabile coprifuoco serale.

Con tutti quei delinquenti per le strade, meglio starsene in casa, cosa non del tutto spiacevole quando si ha una moglie giovane e carina come Lia (Gloria Guida).

Guarda caso, l' irreprensibile ed attraente signora è anche l'unica femmina che non sia ancora caduta nella rete del playboy locale lo scapolone impenitente Ghigo Buccilli (Aldo Maccione), ricco proprietario di pescherecci.

E la tacca non verrà impressa, perché il "trapanatore" finirà sì nel letto che mancava alla sua vasta collezione, ma in assoluta immobilità per un infarto malandrino che gli cambierà la vita.

 FICO D'INDIA diretta dallo specialista Steno è una scontata ma simpatica commedia degli equivoci, meno volgare della media, che ironizza sugli intrallazzi e i pettegolezzi della provincia.

Il tutto avvalendosi di un duo di tutto rispetto: Renato Pozzetto, che spara un paio di battute gustose, in un ruolo finalmente un po' diverso dal solito e Aldo Maccione nei panni di un accanito playboy (e pescatore) che danno vita a gradevolissimi battibecchi.

Gloria Guida, al minimo sindacale in quanto a recitazione, moglie scontenta ed annoiata, si sfila la sottoveste con grazia e regala nudi sempre con grande eleganza e naturalezza.




Emerge timidamente con una gustosa prestazione un tipo che farà strada: Diego Abatantuono (il ruspante teppista notturno), anche se qui meno eccezzziunale che mai.

Tra i colpevoli, nell'inedita veste di sceneggiatore, s'annida perfino un insospettabile Raimondo Vianello.

IO NON HO PAURA

Italia meridionale, estate, fine anni settanta. I ruderi di un cascinale abbandonato, giochi di ragazzini lontani da casa, in mezzo al grano, al riparo dagli occhi dei genitori.

Ma un pomeriggio, quando è ora di tornare, Michele (Giuseppe Cristiano), dieci anni,  resta solo a cercare gli occhiali smarriti dalla sorellina.
Eccoli lì, accanto a una botola: che cosa nasconderà? E perché si trova proprio in quel luogo?

La curiosità è tanta e quando Michele scoperchia la botola sollevando la lamiera che la copre, quasi non crede ai suoi occhi.

Lì, in fondo, al buio, avvolto in una sudicia coperta, il volto spettrale, i capelli incolti, c’è Filippo (Maffia Di Pierro), un suo coetaneo, con lo sguardo reso cieco dal buio che tende le mani verso il trambusto che ha spalancato la sua prigione e implora: ho sete.
Michele, sconvolto, ricopre il buco, salta in bici con il cuore in gola e corre, corre a perdifiato.
Tornato a casa tace con gli amichetti, nè dice niente al ruvido papà camionista Pino (Dino Abbrescia) e alla triste mamma Anna (Aitana Sanchez-Gijon), ma appena può torna laggiù, armato di pane ed acqua con il ragazzino in catene.
E soprattutto gli parla, gli ridà una speranza.

Al Tg ha sentito una signora elegante scongiurare: ridatemi il mio Filippo.

Ma cosa ne sanno i miei genitori e chi è quell'arrogante milanese Sergio (Diego Abatantuono) che si è installato in casa mia e sembra dare ordini anche al mio papà?

IO NON HO PAURA è una agghiacciante, terribile eppure emozionante favola nera che Gabriele Salvatores ha tratto dal fortunato romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti.

Un cupo dramma psicologico, una storia minacciosa e scarna con scene suggestive e soleggiate, ma che non debordano.

La narrazione è scandita delle frequenti dissolvente al nero e delle riprese con la steadycam che sfiora i lucenti campi di grano.

Il grano e il cielo, gli animali e le colline, tutto concorre alla storia.

Tra gli eccellenti interpreti spicca per spontaneità il giovanissimo debuttante Giuseppe Cristiano.

Eccezzziunale...veramente

Tre episodi ambientati nel mondo del calcio degli anni '80. Il terrunciello Donato, capo degli ultra del Milan, manda all'ospedale l'interista Sandrino e rinnega la fede per rubargli Loredana (Stefania Sandrelli).

Il tifoso dell'Inter Franco fa un 13 da 800 milioni al Tocalcio e, abbandonati i suoi, si dà alla bella vita: ahimè, la vincita era un atroce scherzo degli amici.

Il camionista Tirzan, per vedere una partita della Juve in Belgio, corre col camion a rimorchio del collega slavo Greg: sarà castigato.

Commedia, che parte dal Derby (inteso come locale milanese) al grande schermo, a tratti davvero spiritosa dei fratelli Vanzina, che fa perno soprattutto sul protagonista (è il film che diede la notorietà a Diego Abatantuono, presente nei tre ruoli principali nda) e sulla sua parlata interregionale.
É cabaret più che cinema, con qualche figurina azzeccata, un linguaggio colorito da terrunciello, i cosiddetti tifosi sbeffeggiati senza pietà.

Abatantuono (prima dello sdoganamento successivo operato da Pupi Avati) vale, comunque, più del film.


GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA

Bologna, 1954. Al Bar Margherita di via Saragozza si danno quotidiano convegno i vitelloni dei dintorni. Quanto li invidia il diciottenne Taddeo (Pierpaolo Zizzi), che vive con la madre vedova (Katia Ricciarelli) e il nonno Carlo (Gianni Cavina), che prende lezioni, diciamo così, di piano dalla bella Ninni (Luisa Ranieri), e sogna di poter diventare un frequentatore della compagnia.

Si procura una macchina e un po' di fortuna e ottiene il soprannome di “Coso” e il ruolo di autista di Al (Diego Abatantuono), il boss del biliardo, nelle sue visite notturne al night club Esedra e poi ad un piatto di lasagne alla stazione.

È così che conosce Bep (Neri Marcorè), che non si toglie mai i guanti da guida perché il padre gli ha promesso una Porsche e che finirà nella rete della bella squillo Marcella (Laura Chiatti). E Gian (Fabio De Luigi), ingenuo aspirante cantante che ha ricevuto una lettera d'invito nientemeno che dal Festival di Sanremo (ma è uno scherzo del vendicativo Zanchi).

O l'assatanato ladro d'auto siculo Manuelo (Luigi Lo Cascio) che traffica in auto rubate (e per questo conoscerà l'onta della galera) e spoglia le donne con gli occhi, e Zanchi, Sarti, Pus e Mentos.

Gustoso, apppassionato, e perfido, ritratto di provincia, scritto e diretto con evidente trasporto da Pupi Avati, che si rivede nel personaggio del ragazzino ansioso di entrare nel gotha dei bamboccioni di mezzo secolo fa.

Nella Bologna ricostruita con eleganza (sotto i portici di Cuneo), impossibile scegliere il più bravo in un cast di molte stelle disposte a non pestarsi i piedi.

Purtroppo però lo svolgimento ti lascia per molto tempo con la sensazione che il film debba ancora ingranare, che stia per decollare da un momento all'altro. Ed invece il decollo non avviene mai.

Epicentro del racconto corale è ancora una volta una festina, un compleanno in casa, sequenza che vale molto del film e che irradia di cinico umorismo il resto, spingendoci, quasi, a perdonare la lentezza dell'amarcord.

VIUUULENTEMENTE MIA

Roma. Braccata da un fisco notoriamente famelico, la bella e senza scrupoli faccendiera Anna Tassotti (Laura Antonelli) decide che forse è meglio concedersi al tenace inseguitore, il maldestro agente di pubblica sicurezza Achille Cotone (Diego Abatantuono).

In realtà è soltanto un diversivo per fuggire dall'Italia e scappare in Spagna, precisamente ad Ibiza, in uno dei suoi tanti rifugi dorati.

Il povero (seicentomila lire al mese) poliziotto riesce a raggiungerla, nell'intento di portarla in carcere, dopo innumerevoli disavventure, evitando anche una diabolica trappola a base di lassativi.

Allora la bella miliardaria estrae l'ultima carta: un dossier segretissimo e scottante con cinquecento nomi eccellenti.

L'agente? Trasferito in Barbagia ma la sorpresa è dietro l'angolo.

VIUUULENTEMENTE MIA è una commedia alla pugliese, con il non ancor celebre "fenomeno" Diego Abatantuono (quindi prima maniera), che in mano al regista Carlo Vanzina riesce a essere un po' meno la macchietta di sé stesso, aiutato anche da una costruzione accurata diligente, che si trasforma in un lungo giro turistico sulle coste del Mediterraneo con splendidi squarci di Spagna, Corsica e Sardegna.


Quanto a panorami comunque nessun dubbio: il meglio lo offrono gli spettacolosi saliscendi della bellissima Laura Antonelli.

Il Diego italico straparla aiutandosi anche con esclamazioni di stretta proprietà di Totò (Ma mi faccia il piacere, per dirne una).

I FICHISSIMI

Milano, periferia della grande città. Romeo (Jerry Calà), posteggiatore meneghino purosangue, e il trasportatore di verdure Felice (Diego Abatantuono), immigrato pugliese ma ormai "integrato" e conquistato dalla vita del Nord, si odiano a vicenda e, piccoli ras di due bande rivali, cercano ogni pretesto per scontrarsi.

Il caso vuole che di li a poco Romeo si innamori della vezzosa Giulietta (Simona Mariani), ignorando che è la sorella del rivale. Quando lo scopre, per i due giovani amarsi diventa un inferno.

Felice li perseguita e cerca di mettergli letteralmente i bastoni tra le ruote in ogni modo, tanto da farlo andare fuori strada e costringerlo a una rapina al banco dei pegni per poter pagare i vistosi danni procurati con l'Ape.

Intanto, mentre il suo ganzo è in carcere, la disinvolta fanciulla corre all'altare con un altro.

I FICHISSIMI è una gustosa commedia di costume del giovane (all'epoca) figlio d'arte Carlo Vanzina, una serie di complicazioni amorose sul modello dichiarato di Giulietta e Romeo, con l'aggiunta di West Side Story di lana non proprio così grossa come farebbe intendere il titolo non proprio oxfordiano.

Confezionato per il pubblico popolare giovanile, è un miscuglio furbetto: imitazione dei modelli americani, rock, antagonismo Nord-Sud, parlata dialettal-giovanil-cabarettistica.

È il film che lancia definitivamente l'Abatantuono prima maniera, l'emergente terrunciello davvero buffo nei suoi azzeccati sproloqui in pugliese maccheronico. Un Diego trionfante, che dilaga in ogni scena, scaricando le sue più grandi battute, e oscurando il resto del cast, che pure anche nei comprimari ha qualcosa da offire. Come Jerry Calà, che ha meno talento, ma una pari carica di simpatia.

Cinema un po' facilone? Sì. Umorismo di grana non eccelsa? Non c'è dubbio. Humour pre-televisivo? In effetti. E con ciò?

IL TANGO DELLA GELOSIA

Roma. La non più giovanissima Lucia (Monica Vitti) si sente trascurata dal marito, il principe Giulio Lovanelli (Philippe Leroy), che stravede solo per i cavalli.

L'irritata gentildonna le inventa tutte per insinuare nel marito il tarlo del dubbio ed ingelosirlo anche inviando a se stessa interi mazzi di rose scarlatte, telefonate misteriose e miriadi di bigliettini compromettenti.

Il nobiluomo le affianca un corpulento gorilla milanese (o pugliese) Diego (Diego Abatantuono), pronto ad assecondare la strana richiesta della bionda signora, che gli chiede di ospitarla nel suo appartamento, dove il consorte dovrà sorprenderli nel nido d'amore in flagranza di tradimento.

Ma sul più bello oltre al coniuge, messo sul chi va là da alcune lettere anonime, arriva anche Nunzia (Jenny Tamburi), bellicosa fidanzata della guardia del corpo e i protagonisti dovranno districarsi da un inevitabile groviglio di malintesi e scambi di persona.

IL TANGO DELLA GELOSIA è una divertente e brillante commedia degli equivoci diretta dall'eterno Stefano Vanzina (in arte Steno) e sceneggiata dal figlio Enrico, rinfrescandola pièce teatrale di Aldo De Benedetti "Appuntamento d'amore", opportunamente rinfrescata dove le rughe erano più evidenti.

Monica Vitti è come al solito effervescente e Diego Abatantuono colorito per placida enfasi e linguaggio immaginoso.

Sotto le smorfie si intravedeva il grande attore.

IL RAS DEL QUARTIERE

Milano. L'ingenuo e mastodontico ragazzone Domingo (Diego Abatantuono) si è autoproclamato ras del quartiere, e, a capo di una banda di fedeli sbandati nazi-punk, tiene lontano la violenza.

Tolto dalle grinfie di una gang rivale un certo ragionier Gatti (Lino Troisi), apprende che l'uomo è un povero padre che sta perlustrando disperatamente la città alla ricerca della figlia Veronica (Isabella Ferrari), scappata di casa.

Cerca di lì, fruga di là, ecco che la ragazza viene pescata alla stazione centrale: questa non ci voleva, la (quasi) sbandata è diventata la ragazza proprio del poco raccomandabile Orson, il capo della gang rivale.

Per salvarla occorre l'aiuto del nuovo amico Jena (Mauro De Francesco).

IL RAS DEL QUARTIERE è una modestissima commedia costume dei giovani fratelli Vanzina, una parodia all'acqua di rose ambientata nella Milano notturna della gioventù dannata delle periferie urbane metropolitane, provando (maldestramente) a fare il verso nientemeno che a Hill e Carpenter


L'Abatantuono della prima maniera vale più dei suoi film, ma è un personaggio in cerca di autore e lo si sente, e così il film poggia sulle sue spalle, per sua e nostra fortuna all'ultima tappa del personaggio del terrunciello.

Da lì a poco apparira Pupi Avati, il primo ad intuirne lo straordinario talento.

Musiche dei Goblin e della Premiata Forneria Marconi.

MEDITERRANEO

Mar Egeo , 1941, secondo anno di guerra. C'è poco da presidiare sull'isoletta di Kastellorizo, tanto che gli otto soldati del Regio Esercito Italiano spediti a fare la guardia al bidone non sanno come passare le giornate.

Il manipolo è "guidato" sulla carta dal colto tenentino Montin (Claudio Bigagli), pittore dilettante e professore di lettere appassionato di Omero, ma di fatto dal solo militare di carriera presente nel gruppo: il sergente (i sottufficiali sono spesso la spina dorsale dell'esercito nda) Lo Russo (Diego Abatantuono), paladino dell'ordine e della disciplina molto più del loro tenente Montini, oltre che del cibo e delle belle donne.

Fra gli altri c'è l'attendente di Montini, un Farina (Giuseppe Cederna) timido e servizievole, c'è un mulattiere affezionatissimo alla sua mula, c'è un marconista al quale piace il sergente, c'è una coppia di fratelli montanari che col mare hanno ben poca confidenza, e un ultimo che pensa soltanto a scappare.

Appena arrivati, nessuno gli oppone resistenza (c'è solo una minacciosa scritta sui muri: «La Grecia è la tomba degli italiani»), ma con barche e radio fuori uso, nessuna notizia della patria lontana, è chiaro che la spedizione non sarà breve.

E mentre l'isola si ripopola di donne e bimbi, il disertore Noventa (Claudio Bisio)dà fuori di matto e l'attendente Farina si innamora della battona locale Vassilissa (Vanna Barba), che in tre anni addolcisce a tutti l'esilio forzato.

Derubati delle armi, ai nostri sarebbe difficile obbedire all'ordine di presidiare l'isola se il pope non procurasse fucili tenuti nascosti. Poiché l'occasione di sparare non si presenta, gli otto uomini decidono di rimanere, e così la loro missione militare si trasforma in una lunghissima vacanza passata quasi fuori del mondo. Fino all'inverno del 1943.

Finchè un giorno sopraggiunge un aviatore ad avvertirli che la guerra è finita l'8 settembre, ma quando gli inglesi vengono a prenderli non tutti accettano di tornare in Italia. L'attendente Farina alla fine ha sposato Vassilissa, la sua prima donna, e anche il sergente ha scelto di restare lontano dalla patria.

Quasi mezzo secolo dopo, il tenente andato nell'isola da turista li ritrova e li abbraccia. E ci ridono su sbucciando insieme melanzane.

MEDITERRANEO, terzo e opportunamente annunciato come ultimo della trilogia sul viaggio aperto da Marrakech e proseguito con Turné, il film diretto da Gabriele Salvatores è una commedia in agrodolce e dalla marcata vena antimilitarista che però non sembra sostenere la metafora di cui il regista, secondo quanto dichiara nelle interviste, l'ha voluta arricchire. «Dedicata a chi scappa», nasconde infatti in un sottosuolo irraggiungibile il significato di un elogio di chi, rifiutando la storia e la realtà, trova se stesso.

Salvatores & C. bagnano il tutto con il profumo di nostalgia (immancabili riferimenti al '68 compresi) pensando di giustificare il ritiro dalla vita sociale, da parte degli ex sessantottini, col loro sdegno nei confronti di un'Italia cresciuta diversa da quella per cui combatterono, ma nella scelta compiuta dai personaggi di Mediterraneo non si riesce a leggere una protesta altrettanto motivata contro i comandi militari che li hanno abbandonati al loro destino e contro un mondo che prevede il rovesciamento delle alleanze.

Sullo sfondo di un mare da impazzire e scenari di spazi infiniti e azzurri schianta depressione, l'elogio dell'amicizia virile, sulle difficoltà di crescere e la schiettezza di dialoghi spesso anacronistici, in una mistura di buffo e patetico con molti stereotipi e qualche leziosaggine ruffiana.

Senza ambizioni storiche, la favoletta si fa vedere anche per merito, s'intende, dei suoi interpreti,tutti bravi e simpatici, che danno luogo a un bel gioco di squadra attoriale: l'Abatantuono che fa il sergente imperioso e sboccato con toni spassosi, e gli altri ormai bene affiatati compagni di lavoro, fra i quali ci sono Claudio Bigagli e Giuseppe Cederna. Manca Fabrizio Bentivoglio, ma fra i nuovi venuti è grata all'occhio Vanna Barba.

Oscar per il film straniero.