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40 gradi all'ombra del lenzuolo

Cinque episodi.

LA CAVALLONA. La focosa signora Emilia (Edwige Fenech), di rosso vestita, accetta con sempre maggior turbamento la corte di un insistente spasimante telefonico (Tomas Milian).

L'ATTIMO FUGGENTE. L'infoiato marito Filippo (Alberto Lionello) si traveste da autista con tanto di livrea e luccicante Rolls Royce per ritrovare la passione perduta con la bella moglie Esmeralda (Giovanna Ralli).

LA GUARDIA DEL CORPO. L'asfissiante gorilla Alex (Marty Feldman) si rivela un autentico angelo custode per la capricciosa ereditiera Marina (Dayle Haddon).

I SOLDI IN BOCCA. Lo sfacciato corriere di svalutate lire Salvatore (Enrico Montesano) con un colpo di genio seduce la bionda consorte (Barbara Bouchet) di un danaroso cliente.

UN POSTO TRANQUILLO. Il ragionier Serpetti (Aldo Maccione) salva Marinella (Sydne Rome) dal suicidio ma il suo cane geloso interrompe bruscamente il flirt.

40 GRADI ALL'OMBRA DEL LENZUOLO è una allegra e sexy commedia, ricca di cast ed ambientazioni. Un fritto misto di cinque barzellette piccanti e pruriginose condite con corna, tette e natiche.

Estremamente disuguale al suo interno, come spesso accadeva nei film a episodi che hanno segnato la commedia italiana, in particolare negli Anni Settanta.

Le cinque bellone del cast si spogliano tutte. Il minimo indispensabile la Ralli e la Rome, fortunatamente più generosamente Dayle Haddon, Barbara Bouchet e, soprattutto, Edwige Fenech.

Da segnalare l'inattesa interpretazione di un Tomas Milian irriconoscibile (parrucca ed occhiali a "fondo di bottiglia"), al vertice del trasformismo. Inoltre il suo episodio si avvale di una stupenda Edwige Fenech in reggicalze e tette al vento.

Presente come guest star l'allora in voga Marty Feldman. Lo stralunato attore dagli incredibili bulbi oculari e le mosse meccaniche nel suo episodio ricalca situazioni (e location) dell'analogo episodio sordiano in DI CHE SEGNO SEI?

Il più bravo in questo 40 GRADI ALL'OMBRA DEL LENZUOLO?

Probabilmente il sempre simpatico Enrico Montesano.

LA VERGINE, IL TORO E IL CAPRICORNO

Roma. Lo speculatore edilizio milanese Gianni Ferretti (Alberto Lionello), architetto nonchè galletto si tiene in forma con corsetta e tennis. Oltre che con il vizietto di tradire la moglie con le amiche della stessa, in aggiunta a dattilografe e segretarie dell'azienda.

La piacente moglie Gioia (Edwige Fenech) per un pò soffre in silenzio ma gli resta fedele, finchè decide di vendicarsi.

Se ne va in vacanza ad Ischia e fa giungere al sempre più preoccupato maritino le false voci dei propri tradimenti. Fino a sedurre quaranta camionisti.

Corne in vista, dunque, per il disperato maritino.

Fatti fessi un paio di maturi spasimanti, tra cui lo spiantato barone Felice Spezzaferri (Aldo Maccione), casca davvero tra le braccia del biondo mantenuto Patrizio (Ray Lovelock).

E il consorte? Tutto bene, si consolerà presto.

LA VERGINE, IL TORO E IL CAPRICORNO è l'ennesima pruriginosa commedia pseudoerotica anni '70 diretta da Luciano Martino, fratello dello stakanovista del genere, il celebre Sergio.

Una semplice storiella piena di cosce e corna che poteva durare la metà e  che alle consuete divertite volgarità aggiunge un'aria da pochade borghese.

L'indiscutibile spettacolosa Edwige Fenech, mai così in "vista" (e non butto nemmeno la Tanzi...), rasenta la perfezione e si può gustare in abbondanza. Lei naviga con in vento in poppa, esibendosi nelle sue, ormai, leggendarie docce.

A mio parere solo nell'INSEGNANTE Edwige è apparsa cosi bella.

Bisogna ammettere che il cast di questo LA VERGINE, IL TORO E IL CAPRICORNO è davvero eccellente.

C'è un Alberto Lionello, che la fa da padrone per tutto il film, forse estremamente logorroico, oltre a comprimari del calibro di Mario Carotenuto, Riccardo Garrone, Lia Tanzi, Aldo Maccione e Tiberio Murgia (tanto per citarne alcuni).

Alvaro Vitali, relegato a fare il cameriere, compare pochissimo e si limita a diventare rosso in faccia ripetendo l'adagio "Che Bona-che Bona".

Come dargli torto.

FICO D'INDIA

Cavagnano (Lombardia). Anche il sindaco Lorenzo Milozzi (Renato Pozzetto) è una vittima dell' intollerabile coprifuoco serale.

Con tutti quei delinquenti per le strade, meglio starsene in casa, cosa non del tutto spiacevole quando si ha una moglie giovane e carina come Lia (Gloria Guida).

Guarda caso, l' irreprensibile ed attraente signora è anche l'unica femmina che non sia ancora caduta nella rete del playboy locale lo scapolone impenitente Ghigo Buccilli (Aldo Maccione), ricco proprietario di pescherecci.

E la tacca non verrà impressa, perché il "trapanatore" finirà sì nel letto che mancava alla sua vasta collezione, ma in assoluta immobilità per un infarto malandrino che gli cambierà la vita.

 FICO D'INDIA diretta dallo specialista Steno è una scontata ma simpatica commedia degli equivoci, meno volgare della media, che ironizza sugli intrallazzi e i pettegolezzi della provincia.

Il tutto avvalendosi di un duo di tutto rispetto: Renato Pozzetto, che spara un paio di battute gustose, in un ruolo finalmente un po' diverso dal solito e Aldo Maccione nei panni di un accanito playboy (e pescatore) che danno vita a gradevolissimi battibecchi.

Gloria Guida, al minimo sindacale in quanto a recitazione, moglie scontenta ed annoiata, si sfila la sottoveste con grazia e regala nudi sempre con grande eleganza e naturalezza.




Emerge timidamente con una gustosa prestazione un tipo che farà strada: Diego Abatantuono (il ruspante teppista notturno), anche se qui meno eccezzziunale che mai.

Tra i colpevoli, nell'inedita veste di sceneggiatore, s'annida perfino un insospettabile Raimondo Vianello.

SONO FOTOGENICO

Roma. Si è messo in testa di diventare attore il nullafacente (rampollo di buona famiglia borghese) fanatico di cinema Antonio Barozzi (Renato Pozzetto) che dalla natia Laveno approda alla Pensione Primavera con i soldi di mamma e papà per inseguire il suo sogno.

Subito spolpato dall'avvocato manager Pedretti (Aldo Maccione) finisce in un giro di film a luci rosse e si lancia in uno svogliato flirt con Cinzia (Edwige Fenech), starlettina più delusa di lui e un pò lasciva, che lo accoglie tra le lenzuola per fare un dispetto al proprio uomo.
Dopo una serie di vicissitudini che lo portano anche a conoscere alcune stelle del cinema italiano, si illude di aver fatto centro quando il produttore italo americano Del Giudice (Michel Galabru) l'invita per un provino a Hollywood: chissà magari vinco l'Oscar.

Invece un incidente sul set lo azzopperà costringendolo a tornare a casa, sul natio lago, con le pive nel sacco.
Finirà per sposare la fidanzata storica e a lavorare in banca.

Pozzetto all'apice della carriera, tra le mani di un regista come Dino Risi: ne esce una gradevolissima commedia, che dipinge con una certa acidità il sottobosco delle produzioni romane che lui ben conosceva e che ironizza (in maniera quasi metacinematografica) sull'odissea senza fine dei tanti poveracci calati a Cinecittà col miraggio del cinema e puntualmente trombati, peggio dei comunisti alle elezioni.
Gli attori sono bravi, a cominciare dal protagonista, efficacemente retorico, un fuoriclasse nell'interpretare ruoli del genere, tra l'ingenuo e lo stralunato, ma sempre con solidi valori.
La Fenech, fidanzata del geloso Gino Santercole, ricopre un ruolo d'attrice opportunista e pronta ad infilarsi nel letto di un produttore per far carriera.

In più nel film ci sono scene comiche di rilievo assoluto (il provino in cui Pozzetto si denuda, la reazione davanti alla Fenech che si spoglia, Tognazzi che si ingrifa con la Del Santo... solo per citarne alcune) ed un Aldo Maccione semplicemente strepitoso (probabilmente il personaggio più riuscito).

Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Barbara Bouchet e Mario Monicelli nel ruolo di sé stessi nei vari cameo sono squisatamente autoironici.

Struggente ed esilarante, commuove e diverte; rappresenta l'arco della vita stessa. I sogni, le aspettative, la disillusione, la cruda realtà.