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OPERAZIONE SAN GENNARO

Napoli. E' sbarcato in città il gangster americano Jack (Harry Guardino), scortato dalla finta suora Maggie (Senta Berger) con l'intenzione di rubare il tesoro di San Gennaro, valore trenta miliardi (di lire).

Considerata la necessità di avere uomini del posto per mettere a punto il colpo, chiedono consulenza a don Vincenzo 'O fenomeno (Totò), a suo agio in galera neanche fosse casa sua.

Il migliore sulla piazza, stando all'esperto carcerato, sarebbe il guappo Armanduccio Girasole detto Dudù (Nino Manfredi), capo di una raccogliticcia banda di mariuoli indigeni.

L'uomo giusto?

OPERAZIONE SAN GENNARO è una gustosa commedia diretta da Dino Risi, una specie di SOLITI IGNOTI alla pummarola, divertente anche se non travolgente.

Il film strappa qualche risata ma è troppo concentrato sul versante macchiettistico e flokloristico napoletano per essere veramente godibile.

Bravo ed ineccepibile come sempre Nino Manfredi mentre Senta Berger si limita ad essere bellissima.

Piccola partecipazione di Totò, quasi a voler benedire il film, che sebbene in un piccolo ruolo regala momenti spassosi.

Che grande coppia avrebbe potuto essere quella di Totò e Nino Manfredi con un pò di tempo in più.

TERESA

Romagna. La giovane vedova Teresa (Serena Grandi), con casa e ditta sulle spallle, è costretta a mettersi al volante del tir del defunto marito per pagare i debiti lasciati dal morituro.

Indebitato con il prepotente e ricco trasportatore Nabucco (Eros Pagni) che, invaghito della prorompente camionista, sarebbe disposto a un corrispettivo in natura o, meglio, un matrimonio tombale.

La prosperosa autotrasportatrice va su e giù per la penisola parando gli assalti di maschietti e maschiacci.

TERESA è una debole commedia stradale di uno svogliato e distratto Dino Risi, il leone della commedia all'italiana, probabilmente al suo peggior film.

Serena Grandi, aggressiva e ruspante, è meno peggio del previsto anzi, sembra strano, ma è lei a tenere in piedi, non soltanto con i suoi attributi fisici, pur in una parte inverosimile, questa storia d'amore con puzza di nafta.

Sempre straripante ma sorprendentemente pudica, anche se compressa in pantaloncini e magliette strizzatette, tenta di rincorrere qualche mito del passato.



Missione fallita.

Luca Barbareschi camionista romagnolo è inguardabile.

SONO FOTOGENICO

Roma. Si è messo in testa di diventare attore il nullafacente (rampollo di buona famiglia borghese) fanatico di cinema Antonio Barozzi (Renato Pozzetto) che dalla natia Laveno approda alla Pensione Primavera con i soldi di mamma e papà per inseguire il suo sogno.

Subito spolpato dall'avvocato manager Pedretti (Aldo Maccione) finisce in un giro di film a luci rosse e si lancia in uno svogliato flirt con Cinzia (Edwige Fenech), starlettina più delusa di lui e un pò lasciva, che lo accoglie tra le lenzuola per fare un dispetto al proprio uomo.
Dopo una serie di vicissitudini che lo portano anche a conoscere alcune stelle del cinema italiano, si illude di aver fatto centro quando il produttore italo americano Del Giudice (Michel Galabru) l'invita per un provino a Hollywood: chissà magari vinco l'Oscar.

Invece un incidente sul set lo azzopperà costringendolo a tornare a casa, sul natio lago, con le pive nel sacco.
Finirà per sposare la fidanzata storica e a lavorare in banca.

Pozzetto all'apice della carriera, tra le mani di un regista come Dino Risi: ne esce una gradevolissima commedia, che dipinge con una certa acidità il sottobosco delle produzioni romane che lui ben conosceva e che ironizza (in maniera quasi metacinematografica) sull'odissea senza fine dei tanti poveracci calati a Cinecittà col miraggio del cinema e puntualmente trombati, peggio dei comunisti alle elezioni.
Gli attori sono bravi, a cominciare dal protagonista, efficacemente retorico, un fuoriclasse nell'interpretare ruoli del genere, tra l'ingenuo e lo stralunato, ma sempre con solidi valori.
La Fenech, fidanzata del geloso Gino Santercole, ricopre un ruolo d'attrice opportunista e pronta ad infilarsi nel letto di un produttore per far carriera.

In più nel film ci sono scene comiche di rilievo assoluto (il provino in cui Pozzetto si denuda, la reazione davanti alla Fenech che si spoglia, Tognazzi che si ingrifa con la Del Santo... solo per citarne alcune) ed un Aldo Maccione semplicemente strepitoso (probabilmente il personaggio più riuscito).

Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Barbara Bouchet e Mario Monicelli nel ruolo di sé stessi nei vari cameo sono squisatamente autoironici.

Struggente ed esilarante, commuove e diverte; rappresenta l'arco della vita stessa. I sogni, le aspettative, la disillusione, la cruda realtà.

STRAZIAMI MA DI BACI SAZIAMI

Alatri, Ciociaria. L'ingenuo barbiere Balestrini Mario (Nino Manfredi) conosce ad una manifestazione-incontro di giovani cattolici la bella Di Giovanni Marisa (Pamela Tiffin).

Innamorato sul colpo si trasferisce senza pensarci su a Sacrofante Marche, ma il padre di lei si oppone fieramente alle nozze.

Dopo un mancato duplice suicidio, la fanciulla, perseguitata da una voce falsa ed infamante che la accusa di tradimento, scappa a Roma.
Una volta ristabilita la verità la cerca disperatamente, in trasferta a Roma per ritrovarla o morire.

La ritrova e i due capiscono di amarsi ancora, ma la sventurata ormai è infelicemente sposata con il sarto sordomuto Umberto Ciceri (Ugo Tognazzi).

Come sbarazzarsi dello scomodo marito? Ci penserà il destino.

STRAZIAMI MA DI BACI SAZIAMI è una originale e divertentissima (con un filo di amaro) commedia rosa di Dino Risi, che mette in scena una strana, complicata, assurda e struggente storia d'amore lunga quasi una vita.

Il copione, scritto con Age e Scarpelli (in vena), è una divertente parodia del mondo dei fotoromanzi rosa, uno sberleffo alla letteratura popolare, che comincia già con il titolo, un celebre verso di Creola, canzone-simbolo degli anni Trenta.

Se il pezzo forte sono i dialoghi mutuati dai fotoromanzi, con due o tre momenti esilaranti, i due protagonisti maschili sono strepitosi: un Manfredi bravo che non strafà (anche se, probabilmente, troppo vecchio per la parte nda) e uno splendido Tognazzi "fischiettante", con movenze, trucco e parrucca che ricordano Harpo Marx.

IL SORPASSO

Roma, Ferragosto. L'esuberante Bruno Cortona (Vittorio Gassman), quarantenne estroverso, edonista, seduttore, facilone, fallito (vive di espedienti), separato dalla moglie, con l'unica figlia di sedici anni Lilli (Catherine Spaak) fidanzata all'anziano industrialotto Bibi (Claudio Gora), incontra casualmente il timido, ben educato e riservato universitario Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant).

Questi, dopo una leggera titubanza (deve studiare), è affascinato dall'irruenza e dalla furia di vivere dell'immaturo quarantenne, e ben volentieri parte per una breve e pazza giornata, per un italianissimo on the road sulla Lancia Aurelia spider «decappottabile e supercompressa» (simbolo del ritrovato benessere del Paese nda) dell'occasionale, freschissimo e già inseparabile amicone.

Le ore passano veloci in un susseguirsi di episodi tragicomici, che danno luogo ad uno svezzamento a presa rapida fino all'epilogo, inatteso e drammatico, posto dietro una tragica curva: la morte dello studente causata dall'incoscienza dell'altro.

IL SORPASSO è un indimenticabile ritratto, frizzante e spregiudicato, dell'euforica Italia del boom, un autentico cult movie della cosiddetta commedia all'italiana, che è il capolavoro di Dino Risi.
La complementarietà dei caratteri dei due protagonisti è un supporto dalle solide basi. La sceneggiatura di Scola, Risi e Maccari è in perfetto equilibrio tra la commedia all'italiana e il dramma sociale, questo appena accennato con alcune allarmanti sequenze disseminate nel film e concluso nell'impietoso finale.

Il cialtronesco Gassman, finalmente libero, come lui stesso ammette, dai vincoli delle caratterizzazioni, dai ghigni classicheggianti, da luogo ad un inimitabile pezzo di bravura, più che mai in versione mattatore.

Distrugge con l'intuizione del superficiale i luoghi comuni che il giovane studente (un eccellente Jean-Louis Trintignant) si era costruito in un'intera vita, sui suoi parenti. Libera lo charme opaco di una zia del suo amico. In ogni spostamento, dalla Roma deserta, quasi metafisica, del mattino di Ferragosto e lungo le strade della Versilia fino alla Costa Azzurra, si gioca la sua dignità e persino la figura di padre. La partita a ping-pong con il "fidanzato" della figlia è al riguardo esemplare.

Davvero da incorniciare quel suo personaggio, cinico e generoso, aggressivo e sbruffone, volgare e malinconico.

Dino Risi, in un film veramente «epocale» (annata 1962), ha intrecciato con la sapienza di una vecchia volpe,la commedia dell'italianità e le perfidie del caso, la comicità e la tragedia, costruendo attorno alla sua coppia mal assortita un pungente spaccato della nuova Italia delle vacanze e della belle macchine, degli elettrodomestici e di una timida libertà sessuale, delle prime «seconde case» e del twist.

Spettacolare la colonna sonora, che unisce in un perfetto medley "Vecchio frac" e "Guarda come dondolo", regalandoci per sempre il profumo di un'epoca.

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Roma. Indagando sulla morte della giovane tossicodipendente Silvana (Agostina Belli), che si rivelerà poi essere una prostituta per uomini d'affari, l'intransigente e moralista giudice Mariano Bonifazi (Ugo Tognazzi) si convince, visti gli indizi, della colpevolezza di Lorenzo Santenocito (Vittorio Gassman).

Questi, spregiudicato e influente costruttore edilizio in camicia nera, si serviva della ragazza per ammorbidire i clienti più rognosi.

L'industriale è un osso duro e cerca di bloccare l'inchiesta, inventandosi perfino un falso testimone a favore.

Ma l'implacabile magistrato lo inchioda e lo arresta. E' davvero lui il responsabile?

Eh no, il diario della defunta lo scagiona completamente.

Ah sì? Allora è meglio distruggere la prova e rinviarlo a giudizio.

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO è una graffiante, ambigua e tagliente, come le migliori commedie all’italiana sanno essere, commedia di costume, che mette in luce usanze e pratiche deplorevoli non solo dei piani alti della società assai dure a morire ancor oggi (basti vedere i recenti scandali imprenditorial-governativi).

Con annessa visione amara e pessimista della società italiana del tempo tranquillamente estendibile anche alla dimensione odierna. Insomma pregi e difetti del popolo italiota.

I ricchi, i potenti, gli uomini di successo sono dei farabutti assurti alla loro posizione in maniera fraudolenta, ma da loro non si discostano poi più di tanto i poveri e gli onesti, la cui distanza da pratiche delinquenziali deriva non tanto da moralità quanto da incapacità ed impossibilità di metterle in pratica.

Dall'altro canto la sceneggiatura premonitrice di Age e Scarpelli picchia con maggior veemenza di Berlusconi sui guasti della giustizia a senso unico, amministrata secondo le proprie convinzioni, soprattutto politiche (chi vi ricorda?) non secondo le leggi.

Dino Risi dirige con mano sicura la superba coppia di mattatori messi in gioco. Ugo Tognazzi regala una misurata, lucida e amara interpretazione, mentre Gassman si conferma, una volta di più, uno dei più straordinari attori italiani, pur eccedendo a volte nei toni grotteschi.

IL COMMISSARIO LO GATTO

Roma. Tutto inizia con una gaffe in Vaticano. In presenza di un seminarista pugnalato a lume di luna nei giardini vaticani, la rituale domanda investigativa di rito ("Ha un alibi?") viene posta in maniera irriverente ed inopportuna addirittura al Santo Padre, cosa che costa al poco diplomatico Commissario Natale Lo Gatto (Lino Banfi) l'immediato trasferimento a Favignana.

Ah, che bella vita sull'isola, dove non si muove foglia, per lui e l'agente Gridelli (Maurizio Ferrini) che se la spassano con le belle turiste.

Finchè non scompare la rossa Wilma (Isabel Russinova).

Rapimento o, peggio, omicidio? 

Incalzato dal dimesso Ragusa (Maurizio Micheli) zelante cronista dell'Eco di Trapani e con la neanche tanto recondita speranza di finire in prima pagina, il commissario si butta a capofitta nell'inchiesta.

La soluzione? Ero in barca con Bettino Craxi, confessa candidamente la molto presunta vittima uscendo dalle acque blu.

IL COMMISSARIO LO GATTO è una commedia di costume che cerca (vanamente) appigli nell'attualità politica dell'epoca (il film è del 1986 nda) utilizzando lo schema dell'investigazione poliziesca come pretesto per gli intenti di satira sociale.

Dino Risi dirige con la solita pulizia, ma senza estri o scatti, passando da Vittorio Gassman a Lino Banfi che, per carità, nel suo genere è bravissimo, solo che qui cerca di contenersi autocastrandosi (artisticamente, si intende): così non fa ridere.

 Il film è comunque vedibile anche per la bella ed insolita ambientazione (le isole Egadi) e le hit degli anni Ottanta sempre in voga (Righeira, Cattaneo, Bertè e Russo).

SESSOMATTO

Nove episodi.

Signora, sono le otto: mentre la bella padrona dorme, il maggiordomo siculo ne ruba i favori.

Due cuori e una baracca: amori pecorecci di una coppia sottoproletaria che non si ferma nemmeno dopo il quindicesimo figlio.

Non è mai troppo tardi: il giovane avvocato gerontofilo snobba la giovane moglie per avanzare l’assedio a una anziana dama. Retromarcia finale: è troppo giovane.

Viaggio di nozze: uno sfiatato ambulante impotente, che diventa virile solo sui mezzi in movimento, elegge a talamo l’ascensore di casa.

Torna, piccina mia: un marito abbandonato e impiegato modello assolda una prostituta perché prenda le sembianze della consorte scomparsa.

Lavoratore italiano all’estero: il timido donatore di seme lavora sodo in Danimarca.


GIANCARLO GIANNINI & LAURA ANTONELLI

La vendetta: una coraggiosa vedova della lupara si vendica a letto uccidendo con giochi erotici il mafioso responsabile del delitto.

Un amore difficile: l'emigrato a Milano scopre che il travestito per cui spasima è il fratello.

L’ospite: un invitato timido viene quasi violentato da una coppia viziosa in un gioco morboso dell'affascinante padrona di casa a beneficio del consorte.

Questi gli episodi del film SESSOMATTO, in gran parte sguaiate barzellette dilatate, di carattere erotico con tutte le deviazioni assortite, diretto dal maestro dei film ad episodi, Dino Risi.

Fa da collante la straordinaria performance di Giancarlo Giannini che si manifesta soprattutto sul piano mimico (la postura corporea) e il plurilinguismo dialettale.

Laura Antonelli e Giancarlo Giannini peccano di generosità: lei si spoglia con molta disinvoltura e indubbia generosità, lui disperde in un solo film una quantità di caratterizzazioni sulle quali avrebbe potuto campare a lungo.

Negli abiti femminili del travestito, rifacendo Gilda e scodinzolando oscenamente, Alberto Lionello strappa il primo applauso della sua carriera cinematografica.