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INNOCENZA E TURBAMENTO

Sicilia. Vacilla già in seminario la vocazione del giovanissimo Tonino (Roberto Cenci) che teme di aver preso il peggio dal poco raccomandabile padre, il barone Niscemi (Vittorio Caprioli).

Questi, sporcaccione patentato nonchè uxoricida, è appena uscito dal gabbio dopo essersi fatto cinque anni dentro ed è appena convolato a nuove nozze con la bellissima e assai più verde Carmela (Edwige Fenech).

Quant'è b(u)ona la matrigna, e non solo di carattere, mormora il ragazzo tornato malinconicamente a casa.

Inoltre c'è, a far vacillare la vocazione, il perennemente allupato nonno Salvatore (Lionel Stander) che finisce in ospedale dopo l'ennesimo convegno amoroso.

Ma l'ultimo pensiero del vecchio peccatore è proprio per il nipotino: cara figliola, devi fargli tu da nave scuola.

Ottimo consiglio.

INNOCENZA E TURBAMENTO è una tremenda commediaccia del filone erotico, un sotto-MALIZIA, sudaticcio e morbosetto. La vocazione religiosa e il peccato carnale. Una scelta difficile, reprimere gli istinti e rinunciare alla carne.

Sembra che il regista Massimo Dallamano pretenda di dare qualche (insopportabile) lezioncina di morale prima di venire al sodo.

Inutile dire che trattasi di aggettivo pertinente trattandosi della sfolgorante Edwige Fenech senza veli.

Insomma tutto serve a far sì che il peccato, ma a spettatore già estenuato, arrivi. Vale a dire che il seminarista Cenci (mediocrissimo ed insignificante) si faccia la Fenech (sempre bella e brava, qui al massimo splendore).

Monotono e allineato alla vacuità di situazioni ben scritte, ma mal recitate.

In definitiva possiamo dire che INNOCENZA E TURBAMENTO va visto perchè c'è la Divina Edwige. E tanto basti.

40 gradi all'ombra del lenzuolo

Cinque episodi.

LA CAVALLONA. La focosa signora Emilia (Edwige Fenech), di rosso vestita, accetta con sempre maggior turbamento la corte di un insistente spasimante telefonico (Tomas Milian).

L'ATTIMO FUGGENTE. L'infoiato marito Filippo (Alberto Lionello) si traveste da autista con tanto di livrea e luccicante Rolls Royce per ritrovare la passione perduta con la bella moglie Esmeralda (Giovanna Ralli).

LA GUARDIA DEL CORPO. L'asfissiante gorilla Alex (Marty Feldman) si rivela un autentico angelo custode per la capricciosa ereditiera Marina (Dayle Haddon).

I SOLDI IN BOCCA. Lo sfacciato corriere di svalutate lire Salvatore (Enrico Montesano) con un colpo di genio seduce la bionda consorte (Barbara Bouchet) di un danaroso cliente.

UN POSTO TRANQUILLO. Il ragionier Serpetti (Aldo Maccione) salva Marinella (Sydne Rome) dal suicidio ma il suo cane geloso interrompe bruscamente il flirt.

40 GRADI ALL'OMBRA DEL LENZUOLO è una allegra e sexy commedia, ricca di cast ed ambientazioni. Un fritto misto di cinque barzellette piccanti e pruriginose condite con corna, tette e natiche.

Estremamente disuguale al suo interno, come spesso accadeva nei film a episodi che hanno segnato la commedia italiana, in particolare negli Anni Settanta.

Le cinque bellone del cast si spogliano tutte. Il minimo indispensabile la Ralli e la Rome, fortunatamente più generosamente Dayle Haddon, Barbara Bouchet e, soprattutto, Edwige Fenech.

Da segnalare l'inattesa interpretazione di un Tomas Milian irriconoscibile (parrucca ed occhiali a "fondo di bottiglia"), al vertice del trasformismo. Inoltre il suo episodio si avvale di una stupenda Edwige Fenech in reggicalze e tette al vento.

Presente come guest star l'allora in voga Marty Feldman. Lo stralunato attore dagli incredibili bulbi oculari e le mosse meccaniche nel suo episodio ricalca situazioni (e location) dell'analogo episodio sordiano in DI CHE SEGNO SEI?

Il più bravo in questo 40 GRADI ALL'OMBRA DEL LENZUOLO?

Probabilmente il sempre simpatico Enrico Montesano.

LA SIGNORA GIOCA BENE A SCOPA?

Parma. Il cocciuto Matteo Camagliulo (Carlo Giuffrè), napoletano trapiantato al Nord, lascia inevitabilmente al tavolo da poker i guadagni del suo negozio di scarpe.

Per la disperazione del socio in affari Peppino (Enzo Cannavale).

Inseguito dal pensiero degli assegni firmati a vuoto prende una storica decisione, trasformandosi in gigolò per signore ricche ed annoiate.

Come le allupate sorelle Monica (Franca Valeri), pittrice di nudi, e Giulia (Didi Perego), amante del sesso nelle stalle.

All'inizio tutto bene, poi l'attività si fa frenetica e il poveretto inizia inevitabilmente a perdere colpi.

Anche perchè nella casa si è aggiunta Eva (Edwige Fenech), di gran lunga la puledra più bella della scuderia. Pur se affetta da idromania (consuma rapporti solo in presenza di docce, vasche, acquazzoni... insomma getti o specchi d'acqua).

Niente di meglio per salvare capra e cavoli che alternarsi con il rachitico commesso Tonino (Carlo Delle Piane), insospettabilmente "ben fornito" a dispetto del fisico gracilino.

Questi è prontissimo a subentrare al padrone del negozio nell'alcova.

Purtroppo ultrarapido anche a soffiargli la più bella.

LA SIGNORA GIOCA BENE A SCOPA? è una commedia pseuderotica dai doppi sensi a raffica.

A partire dal raffinatissimo titolo.

Oltre il titolo allegorico, bisogna notare la presenza, sotto la direzione di Giuliano Carnimeo (MIA MOGLIE TORNA A SCUOLA), di un cast significativo composto da nomi di ottimi caratteristi (Giuffrè, Delle Piane, Gigi Ballista, Oreste Lionello, Enzo Cannavale e, soprattutto, Franca Valeri).

In sintesi LA SIGNORA GIOCA BENE A SCOPA? è un filmetto risibile con la presenza di eccellenti attori. Cose che capitavano negli Anni Settanta, quando per la pagnotta gente come Carlo Giuffrè, con la sua aria da gatto sornione, e  Franca Valeri partecipavano a pellicole del genere.

Il brutto e bravo Carlo Delle Piane deve accendere un cero a sant'Avati Pupi.

Senza di lui oggi sarebbe ancora incollato alla serratura di qualche camera da letto.

Come sempre bellissima la Fenech.

GRAZIE... NONNA

Pisa. L'ingegner Pino Persichetti (Enrico Simonetti), industrialotto dei cristalli, apprende con profondo stupore e disappunto che dal lontano Venezuela è in arrivo la seconda, e sconosciuta, moglie di suo padre, defunto laggiù.

Vacci tu all'aeroporto, intima al primogenito Giorgio, che a sua volta scarica la scomoda incombenza sul fratello minore Carletto (Giusva Fioravanti).

Per poco non prendo un colpo al ragazzotto quando si trova davanti alla nonna Maria Juana (Edwige Fenech).

Altro che vecchia, la donna è una conturbante superbambola da leccarsi i baffi.

Inutile dire che i tre maschi della famiglia finiscono in piena tempesta ormonale.

A cui si aggiunge, a provare a finire nel suo letto, anche il precettore di latino del più piccolo, l'ingordo fra' Domenico (Gianfranco D'Angelo).

Per la disperazione della florida governante Celeste.

GRAZIE... NONNA è una commedia pseudoerotica del regista Sergio Martinelli, fortemente indebitata con i classici samperiani GRAZIE ZIA e MALIZIA, (da cui prende in prestito anche la scena madre), per le pruriginose situazioni casalinghe.

La pellicola si avvale di un paio di nudi della divina Edwige Fenech, in verità qui meno aggraziata del solito.

In GRAZIE... NONNA l'erotismo è blando e la storia è davvero difficile da digerire, dilungata com'è nei tempi e indebolita dai pessimi dialoghi.

Il turbato ragazzino che desidererebbe approfittare della nave scuola di classe è il futuro terrorista nero Giusva Fioravanti.

LA POLIZIOTTA DELLA SQUADRA DEL BUON COSTUME

Roma. Continua a combattere il crimine con le sue "doti" la poliziotta Gianna DAmico (Edwige Fenech).

Doti sexy apprezzate anche dal collega appuntato Tarallo (Alvaro Vitali) e dal commissario Scappavia (Lino Banfi).

Accorrendo alla richiesta d'aiuto del piccolo Armandino, che non ritrova la madre, la determinata ed avvenente poliziotta si mette alla ricerca della donna scomparsa.

Sfidando i suoi dubbiosi superiori e giungendo ad indagare su un incredibile giro di prostituzione.

Per sventare l'odioso mercimonio non le resta che farsi credere una spogliarellista ed infilarsi nel night club del malavitoso italo-americano Joe Maccherone, per risalire ai vertici dell'organizzazione

Riuscirà la sexy poliziotta a sgominare l'odioso traffico ed assicurare i malviventi alla galera?

LA POLIZIOTTA DELLA SQUADRA DEL BUON COSTUME è il seguito de' LA POLIZIOTTA FA CARRIERA del 1976, dalla medesima trama alquanto inconsistente.

Secondo film di una trilogia che ha per protagonista Edwige Fenech, inverosimilmente romana, nei panni (ridotti) di una improbabilissima poliziotta.

Certamente piace agli estimatori del genere (la Fenech è sempre la Fenech nda) che troveranno godimento nelle forme della protagonista, la divina Edwige Fenech, più che nella struttura comica quasi infantile che si abbina a frizzi e lazzi di terz'ordine.

Una trama quasi ridicola gonfiata all'inverosimile da scenette e inseguimenti che dovrebbero far ridere ma che in realtà annoiano dopo pochi minuti.

Con l'aggiunta di qualche bottiglia di whisky J&B (siamo pur sempre in pieno 70' style).

Inutile dire che non manca la scena della doccia, come da copione.

Il corto circuito erotico bella donna-uniforme da poliziotta è elementare ma, evidentemente, all'epoca tirava molto.

In sintesi con LA POLIZIOTTA DELLA SQUADRA DEL BUON COSTUME siamo nel trash.

LA VERGINE, IL TORO E IL CAPRICORNO

Roma. Lo speculatore edilizio milanese Gianni Ferretti (Alberto Lionello), architetto nonchè galletto si tiene in forma con corsetta e tennis. Oltre che con il vizietto di tradire la moglie con le amiche della stessa, in aggiunta a dattilografe e segretarie dell'azienda.

La piacente moglie Gioia (Edwige Fenech) per un pò soffre in silenzio ma gli resta fedele, finchè decide di vendicarsi.

Se ne va in vacanza ad Ischia e fa giungere al sempre più preoccupato maritino le false voci dei propri tradimenti. Fino a sedurre quaranta camionisti.

Corne in vista, dunque, per il disperato maritino.

Fatti fessi un paio di maturi spasimanti, tra cui lo spiantato barone Felice Spezzaferri (Aldo Maccione), casca davvero tra le braccia del biondo mantenuto Patrizio (Ray Lovelock).

E il consorte? Tutto bene, si consolerà presto.

LA VERGINE, IL TORO E IL CAPRICORNO è l'ennesima pruriginosa commedia pseudoerotica anni '70 diretta da Luciano Martino, fratello dello stakanovista del genere, il celebre Sergio.

Una semplice storiella piena di cosce e corna che poteva durare la metà e  che alle consuete divertite volgarità aggiunge un'aria da pochade borghese.

L'indiscutibile spettacolosa Edwige Fenech, mai così in "vista" (e non butto nemmeno la Tanzi...), rasenta la perfezione e si può gustare in abbondanza. Lei naviga con in vento in poppa, esibendosi nelle sue, ormai, leggendarie docce.

A mio parere solo nell'INSEGNANTE Edwige è apparsa cosi bella.

Bisogna ammettere che il cast di questo LA VERGINE, IL TORO E IL CAPRICORNO è davvero eccellente.

C'è un Alberto Lionello, che la fa da padrone per tutto il film, forse estremamente logorroico, oltre a comprimari del calibro di Mario Carotenuto, Riccardo Garrone, Lia Tanzi, Aldo Maccione e Tiberio Murgia (tanto per citarne alcuni).

Alvaro Vitali, relegato a fare il cameriere, compare pochissimo e si limita a diventare rosso in faccia ripetendo l'adagio "Che Bona-che Bona".

Come dargli torto.

LA POLIZIOTTA FA CARRIERA

Roma. La bellissima, tosta e risoluta Gianna Amicucci (Edwige Fenech), figlia di un modesto e rassegnato portinaio, a furia di leggere gialli si è messa in testa di fare la poliziotta.

Così potrà finalmente emulare le gesta dei suoi intrepidi eroi.

Per entrare nelle forze dell'ordine non basta però la determinazione, ci vuole anche una robusta spinta, leggi "italica" raccomandazione.

Indossati i panni del tutore dell'ordine, l'eccesso di zelo la mette però presto nei guai.

Prima svela l'adulterio del solito parlamentare zozzone, poi si fa sorprendere in un giro di squillo, dove si era infiltrata sotto copertura per stretti motivi di servizio.

Alla fine la verità trionfa: dopo un infinita serie di quiproquò, riuscirà a sventare un ricco giro di droga e arresterà il pluriricercato Borotalco (Riccardo Garrone).

Decorata al valor civile.

LA POLIZIOTTA FA CARRIERA è una stupidissima commedia pseudoerotica che mescola pecoreccio e poliziesco, in un'improbabile avventura della poliziotta più sexy del nostro cinema, piuttosto.

In pratica un evidente e goffo tentativo di sfruttare l’onda lunga del successo de LA POLIZIOTTA (è stato girato l'anno precedente ed interpretato da Mariangela Melato) buttandola, come si dice in gergo, in caciara.

Tutto s’involgarisce: dall'ambientazione al contesto sociologico.E doppi sensi sparati ad altezza uomo.


E' evidente che il regista Michele Massimo Tarantini cerca la via della farsa rispetto al collega Steno.

Nei panni della poliziotta c'è la polposa Fenech (simpaticamente improbabile come semi coatta romanesca), che è sempre un bel vedere, ed è il solo motivo, pruriginoso, per godere del film, visto che sta benissimo in divisa.

Senza ancora meglio.

CORNETTI ALLA CREMA

Roma. E' un sarto di abiti talari il misurato Domenico Petruzzelli (Lino Banfi). Visto il tipo di lavoro la sua immagine è consacrata alle "nobili" personalità che ne frequentano la casa.

Salutata la morigerata moglie Elena (Milena Vukotic) si reca per lavoro in quel di Rovigo.

E' qui che incontra casualmente la polposa e spumeggiante Marianna (Edwige Fenech), che sogna di diventare cantante lirica, e se ne infatua.

Giunta a sorpresa nella Capitale al maldestro aspirante fedifrago non resta che chiedere all'amico di sempre Gabriele Arcangeli (Gianni Cavina), autentico e perennemente allupato sciupafemmine: mi lasci l'appartamento e mi reggi il gioco, fingendo di essere il vicino di casa?

Il suo tentativo di portare a termine la sua prima esperienza extraconiugale darà luogo a una serie di equivoci, figuracce e fratture multiple.

CORNETTI ALLA CREMA è una commedia classica all'italiana, diretta da Sergio Martino, che non si discosta molto dai prodotti tipici del periodo, con qualche sapido riferimento ad una morale bigotta di certi ambienti.

Un film dalla comicità sgangherata (il cui valore non si discosta molto da SPAGHETTI A MEZZANOTTE), con un Banfi in grandissima forma, che dà il meglio di sé nelle dinamiche familiari.

Cavina gli fa da spalla quasi impeccabile, mentre la Fenech, in splendidissima forma (come in RICCHI RICCHISSIMI...PRATICAMENTE IN MUTANDE è più bella che mai!) è la più incredibile cantante rodigina che si potesse immaginare, ma alla Fenech del 1981 si perdona tutto, proprio tutto.

IL PARAMEDICO

Roma. L'infermiere Mario Migli (Enrico Montesano) tira la cinghia al Policlinico, mentre la moglie Nina (Edwige Fenech) si rimbabisce con il telecomando in mano, tra ciarlatani dell'etere.

Poi lui vince da una lotteria un'auto di lusso, una Fiat Argenta argentata, e senza dire nulla in casa si dà alla bella vita, fingendosi un medico di fama, entrando nei salotti che contano e finendo a letto con una bella signora dell'alta società (Daniela Poggi).


Sennonchè un manipolo di terroristi dopo il colpo fugge proprio con la sua macchina.

Altro che bella vita.

Va a finire in galera e riesce a uscire solo facendo il "pentito".

IL PARAMEDICO è una una sconclusionata paracommedia dall'impianto comico che rimescola quello che passa il convento dell'attualità dei primi anni ottanta, virando presto verso argomenti cupi e seriosi.

Dai brigatisti alla P2 (chiamata nel film B2), dai primari d'oro ai giudici faziosi, dai deputati mafiosi alla tv che crea teledipendenza.

Il film è pienamente anni '80: per il genere di automobili che girano, l'arredamento delle case e tanti altri particolari (come il boom delle televisioni private e i loro assurdi programmi).

Nel guazzabuglio ideologico, la sempre polposa Edwige Fenech nella versione casalinga disperata è stranamente casta e perde la partita con la bionda Daniela Poggi, che però gioca il jolly: un sublime nudo integrale. Veloce ma mozzafiato.

Sponsor, nel film, l’allora novità in casa Fiat: l’ammiraglia “Argenta” (oggi da museo dell'automobile).

SABATO, DOMENICA E VENERDI

Tre episodi.

SABATO: Il ragionier Labrocca (Lino Banfi) rinuncia a malincuore al weekend al mare con l'opprimente fidanzata (Milena Vukotic) per far da accompagnatore a un ingegnere giapponese.

Che palle! Pensa l'impiegatuccio.

Invece alla resa dei conti il tecnico nipponico si rivela un'affascinante donna (Edwige Fenech). Confetti, figli e ristorante pugliese nella terra del Sol Levante.

DOMENICA: La bionda sicula Enza (Barbara Bouchet), tutt'altro che integerrima e abbandonata dall'amante, messa alle strette dall'arrivo dall'arrivo del padre severissimo, finge di essere sposata con l'ignaro camionista Mario (Michele Placido).

Fiori d'arancio a sorpresa. 

VENERDI': Il burbero Ambrose Costantin (Adriano Celentano), impresario del balletto Les Porte-bonheur, si batte per impedire ad una delle sue ballerine di abbandonare le scene per sposarsi con un gangster.

SABATO, DOMENICA E VENERDI' è una pellicola a episodi che procede nel solco della tradizione di certa commedia (sexy o meno) italiana: un terzetto, al solito disomogeneo, tenuto insieme dal giorno della settimana in cui si svolgono le storie.

Di gran marca gli interpreti, tra cui spiccano le due bellone, la Divina Edwige Fenech e Barbara Bouchet.

SABATO, diretto dal grande Sergio Martino, è ancora una volta il miglior esemplare del terzetto ed è all'appannaggio della comicità pugliese di uno scatenato Lino Banfi.

DOMENICA è l'episodio più spento e noioso, nonostante Barbara Bouchet (poco credibile nei panni siculi).

L'ultimo episodio, con il molleggiato che anticipa il suo episodio di GRAND HOTEL EXCELSIOR, è il più fiacco, malgrado le coloriture da non-sense.

LA SOLDATESSA ALLA VISITA MILITARE

Che sconquasso nel polveroso accampamento militare all'arrivo del prosperoso sottotenente Eva Marini (Edwige Fenech), ufficiale medico.

Il comandante dell'arrapatissima truppa, colonnello Fiaschetti (Renzo Montagnani), fa subito il galletto.

Così come i più assatanati marmittoni, tenuto a stento a freno dal cappellano militare (Enrico Beruschi), dall'ufficiale medico (Leo Gullotta) e dal ruvido sergente.

Mentre resiste a tutti gli assalti, la debordante soldatina niente può davanti al fascino (???) del ruvido troglodita sardo in grigioverde (Michele Gammino), davanti al quale alzerà bandiera bianca, dopo aver, ovviamente, abbassato le mutandine.

LA SOLDATESSA ALLA VISITA MILITARE è una tremenda commediaccia scorreggiona, è il caso di dirlo, da caporale in libera uscita.

Un filmetto costruito da Nando Cicero su misura per le nudità della Fenech, esperta di docce dagli anni settanta, per poi propinare la consueta mitragliata di barzellette, battutacce e rumori corporali di svariati tipi.

Anche Renzo Montagnani e Mario Carotenuto, gli attori che dovrebbero garantire maggiore spessore, sono sotto al loro solito livello.

Insomma un film flatulente, che fa "aria" da tutte le parti, con sketch da indigestione dove si tocca il fondo della volgarità e che finiscono per essere anti-umoristici.

Non tutti i film appartenenti al filone della commedia sexy sono da buttare, ma questo è vistosamente pessimo.

Da notare infine che, in un film che si immagina ambientato in Sardegna, l'unico sardo, Tiberio Murgia, fa la parte dell'ufficiale inglese...

L'INSEGNANTE

Palermo. Accompagnato sulla cattiva strada da due compagnucci più balordi di lui, il foruncoloso ginnasiale siculo Francesco (Alfredo Pea) pensa al sesso più che allo studio, compresi gli scherzi ai danni del maliconico supplente (Carlo Delle Piane).

Ma è figlio dell'onorevole Fifi Mottola (Vittorio Caprioli), corrotto e corruttore, dunque raccomandato.

Per cui il Preside, professor Margana (Mario Carotenuto), aspirante al ruolo di Provveditore, chiude spesso un occhio, anzi due.

Come aiutarlo (nel sesso e nello studio)?  Niente di meglio che portargli in casa Giovanna (Edwige Fenech), giovane e piacente docente di italiano, latino e greco.

La tempesta (ormonale) perfetta:  una lunga fantasia (o utopia) masturbatoria senza ritegno, fino al lieto fine.

L'INSEGNANTE è il classico film della commedia sexy all'italiana (che inizierà una serie di professioniste, come la dottoressa, la poliziotta, la pretora e insegnanti varie nda), dalla trama appena abbozzata che appoggia tutto il peso della sceneggiatura sull'ampia capacità toracica della protagonista.

Una Edwige Fenech da infarto, che non si mostra neanche tanto, promossa sul campo insegnante sexy per antonomasia.

La comicità è scarna e il nudo è poco, ma l'atmosfera che si respira è molto erotica.

Sicuramente uno dei più famosi (e più redditizi) prodotti della comicità "bassa" nel cinema italiano dei '70.

 Il film vede la presenza di molti caratteristi (dal politico al bidello passando per il preside) e da tutti i vizi italiani di sempre (corruttela, raccomandazioni ecc.).

Il regista Nando Cicero  deforma i personaggi fino alla caricatura, fino allo scarabocchio: si salva dallo sfregio solo la Fenech, una bellissima che alloggia dalle Orsoline ed è fidanzata con il prof di ginnastica che la trascura!!!

Ma lei è un sogno, appunto.

LA PATATA BOLLENTE

la patata bollenteTorino. Il gioviale Bernardo Mombelli (Renato Pozzetto) detto Gandi, ex pugile comunista che invece di combattere per diventare un campione preferisce la fabbrica per coerenza di pensiero, anche se per il suo impegno politico fa più il sindacalista che il metallurgico.

Adesso picchia soltanto fascisti (quando se lo meritano), guarda film russi, non vuole privilegi, critica il sindacato e lotta per la giustizia sociale.

Spinto da un'innata vocazione alla generosità, un giorno prende le difese di un giovanotto incontrato per caso, Claudio (Massimo Ranieri), che le sta buscando da una squadraccia neonazista e quindi ospita a casa e cura il riconoscente malcapitato.

I due diventano subito amici e l'intruso non si muove dalla nuova dimora, tanto più che ormai ha preso una irresistibile cotta per l'anfitrione.
Questi si adatta alla convivenza facendo però sorgere legittimi sospetti nella bella fidanzata (Edwige Fenech) e non solo.

Infatti la faccenda si complica perché la portiera spia i comportamenti equivoci dei due amici, i compagni di lavoro e la stessa fidanzata sospettano un passaggio all'altra sponda e temono per la moralità del rappresentante sindacale.

Si sparge la voce che "il Gandhi è un culo" e il partito corre ai ripari organizzando un viaggio premio in Russia, sorta di terra promessa per i comunisti di fine anni Settanta (il famoso "paradiso dei lavoratori", che ridere).

Come finirà? Matrimonio e trasloco dell'altro dopo il chiarimento di ogni equivoco.

LA PATATA BOLLENTE è un simpatico Vizietto all'italiana, acuto e spiritoso pur toccando il tema scottante dell'omosessualità, sorprendentemente a corto di volgarità, con Edwige Fenech e Massimo Ranieri bravi nella parte di due innamorati di sesso diverso che a un certo punto diventano addirittura complici.

Renato Pozzetto è al massimo della forma e incarna tutti i dubbi dell'integerrimo operaio comunista che teme di essere diventato gay e se ne fa un problema, perché un vero comunista deve essere macho (ma non erano i beceri fascisti a pensarla così? Bah!).

Un film intelligente che anticipa i tempi e pellicole più impegnate, critica i comportamenti convenzionali ed ipocriti di certa sinistra e tira fuori gli scheletri dagli armadi. Non dimentichiamo che negli anni Settanta un certo Pier Paolo Pasolini viene espulso dal partito comunista solo perché accusato di essere omosessuale. La frase che Steno fa pronunciare a Massimo Ranieri: "Metteteci nelle camere a gas, allora!", riflette il pensiero comune della morale comunista in quel periodo storico.

Steno si diverte a mettere alla berlina il comunista modello che sogna la Russia come un Paradiso da raggiungere, parla di eurocomunismo, si circonda di busti di Lenin, quadri di Marx e legge "L'Unità".

La Fenech, che si produce in uno spogliarello sconvolgente (citazione da Gilda) per verificare se fa ancora effetto su Gandhi, è più bella che mai in questa pellicola d'autore dove si spoglia poco, ma è soprattutto brava e forse ci lascia una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Renato Pozzetto è credibile nei panni di un operaio comunista in crisi, ma alla fine comprende che il partito "un giorno o l'altro dovrà affrontare anche quel problema lì" e che "non c'è niente di male a essere amico di un gay". "Hitler ha ammazzato parecchi froci, così come ha ammazzato gli ebrei" conclude.

Eccezionale anche quando va a lamentarsi dal direttore di stabilimento sputandogli una serie di colori (giallo paglierino, blu cobalto…) mimando che sarebbe anche tornato, o quando parla con la Fenech truccato.

Ma un plauso va anche a Ranieri, bravo, misurato e coraggioso, in una ruolo che poteva risultare eccessivamente macchiettistico e che invece l'attore riesce a interpretare con bravura, senza strafare. Belli e divertenti i duetti tra portinaio e moglie, la coppia di portinai Colosimo-Sportelli.

SONO FOTOGENICO

Roma. Si è messo in testa di diventare attore il nullafacente (rampollo di buona famiglia borghese) fanatico di cinema Antonio Barozzi (Renato Pozzetto) che dalla natia Laveno approda alla Pensione Primavera con i soldi di mamma e papà per inseguire il suo sogno.

Subito spolpato dall'avvocato manager Pedretti (Aldo Maccione) finisce in un giro di film a luci rosse e si lancia in uno svogliato flirt con Cinzia (Edwige Fenech), starlettina più delusa di lui e un pò lasciva, che lo accoglie tra le lenzuola per fare un dispetto al proprio uomo.
Dopo una serie di vicissitudini che lo portano anche a conoscere alcune stelle del cinema italiano, si illude di aver fatto centro quando il produttore italo americano Del Giudice (Michel Galabru) l'invita per un provino a Hollywood: chissà magari vinco l'Oscar.

Invece un incidente sul set lo azzopperà costringendolo a tornare a casa, sul natio lago, con le pive nel sacco.
Finirà per sposare la fidanzata storica e a lavorare in banca.

Pozzetto all'apice della carriera, tra le mani di un regista come Dino Risi: ne esce una gradevolissima commedia, che dipinge con una certa acidità il sottobosco delle produzioni romane che lui ben conosceva e che ironizza (in maniera quasi metacinematografica) sull'odissea senza fine dei tanti poveracci calati a Cinecittà col miraggio del cinema e puntualmente trombati, peggio dei comunisti alle elezioni.
Gli attori sono bravi, a cominciare dal protagonista, efficacemente retorico, un fuoriclasse nell'interpretare ruoli del genere, tra l'ingenuo e lo stralunato, ma sempre con solidi valori.
La Fenech, fidanzata del geloso Gino Santercole, ricopre un ruolo d'attrice opportunista e pronta ad infilarsi nel letto di un produttore per far carriera.

In più nel film ci sono scene comiche di rilievo assoluto (il provino in cui Pozzetto si denuda, la reazione davanti alla Fenech che si spoglia, Tognazzi che si ingrifa con la Del Santo... solo per citarne alcune) ed un Aldo Maccione semplicemente strepitoso (probabilmente il personaggio più riuscito).

Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Barbara Bouchet e Mario Monicelli nel ruolo di sé stessi nei vari cameo sono squisatamente autoironici.

Struggente ed esilarante, commuove e diverte; rappresenta l'arco della vita stessa. I sogni, le aspettative, la disillusione, la cruda realtà.

LO STRANO VIZIO DELLA SIGNORA WARDH

Vienna. Arriva in città l'inquieta Julie (Edwige Fenech), ricca e bellissima moglie di un finanziere, Neil (Alberto De Mendoza), che la trascura, cosa che l'ha spinta in passato in una tempestosa relazione, un focoso flirt sadomaso, con Jean, un sadico che ha in qualche modo segnato la psiche della donna, proprio mentre avviene una serie di brutali omicidi che coinvolgono giovani donne, assassinate a rasoiate da un misterioso killer.

Proprio a Vienna Julie si imbatte nuovamente nel fantasma del suo passato, quel beffardo Jean (Ivan Rassimov), che cerca in qualche modo di riattirare a se la bella signora sado-maso. Una sera,ad una serata mondana organizzata dalla sua amica Carol Baxter, Julie conosce George Corot (George Hilton), affascinante neo erede con Carol di una grossa fortuna di un loro zio comune.

Attratta dall’uomo, non sa resistere alla corte serrata, anche grazie all'assenteismo del consorte, e così Julie inizia una relazione con il nuovo seduttore, ma Jean non si dà per vinto e continua a perseguitare la donna.

Intanto, mentre passeggia nel parco, Carol viene uccisa dal killer del rasoio, credendola Julie: la poveretta aveva sostituito l’amica ad un appuntamento al quale doveva recarsi proprio la signora Wardh, ricattata telefonicamente.

Non passa tanto tempo che anche Julie viene aggredita, ma riesce a salvarsi; convinta che si tratti di Jean, Julie si reca a casa di quest’ultimo con il marito, e scopre che Jean è stato assassinato nella sua vasca da bagno, indovinate come: proprio a colpi di rasoio.



Forse è meglio cambiare aria con il nuovo seduttore: cara, che ne dici della Spagna? Ma la sorpresa è dietro l'angolo.

Diretto da Sergio Martino nel 1971, "Lo strano vizio della signora Wardh" ebbe un lusinghiero successo di pubblico, facendo da apri pista al genere thriller all’italiana, infatti è considerato il vero caposcuola del giallo italiano, che avrebbe avuto, tra i maggiori esponenti, Lucio Fulci e Dario Argento.

Giocato sul doppio binario erotismo/morte, il film, pur sorretto da una buona colonna sonora, aveva però dei buchi abbastanza notevoli nella sceneggiatura, a tratti inverosimile e a tratti tirata per i capelli e permantenere alta la tensione inanella continui colpi di scena, quasi sempre macabri.

Il tutto tra gran lusso, scene di nudo (un erotismo piuttosto spinto, ma anche morboso e deviante) e inquadrature originalissime (basti pensare alla scena in cui vediamo un uomo che viene ucciso riflesso negli occhiali da sole dell'assassino, in nero e armato di rasoio).

Non sarà un capolavoro, ma sicuramente uno dei più originale thriller italiani del decennio. Tanto che Dario Argento riprenderà in "Quattro mosche di velluto grigio" la scena dell’uccisione della ragazza nello spettrale parco di Schonbrunn e il regista americano Brian De Palma, nel 1980, prese ispirazione proprio da questo film per il suo VESTITO PER UCCIDERE.

Il titolo? Venne spiegato dallo stesso regista Sergio Martino l'anno successivo, nel film "Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho le chiavi" (uno dei biglietti anonimi che la polposa Fenech, allora ventiduenne, riceve).

CATTIVI PENSIERI

Milano. L'aeroporto di Linate è chiuso per nebbia e il gelosissimo avvocato Mario Marani (Ugo Tognazzi) è costretto a ritornare, inatteso, a casa perché il suo volo è stato cancellato.

L'affascinante moglie Francesca (Edwige Fenech) dorme beatamente, ma il marito obnubilato dalle (inesistenti) corna, si accorge che nel ripostiglio si nasconde una persona: spuntano due piedi, inequivocabilmente maschili.

Convinto che sia l'amante di Francesca, in un primo momento l'avvocato fa finta di nulla, chiude a chiave il ripostiglio e, la mattina seguente, parte con la dolce metà, apparentemente tranquillo, per una lunga vacanza in giro per l'Italia, con lo scopo di scoprire chi sia l'amante.

Il viaggio è un tormento, dovunque ha incubi osceni: chi sarà mai l'amante della mia disonesta (e conturbante) signora? 

Fa bene l'azzeccagarbugli geloso a rodersi il fegato con sempre più lussuriose allucinazioni? Se ne accorgerà al ritorno.

CATTIVI PENSIERI è un originale quanto sboccata commedia erotica del regista part-time Ugo Tognazzi, una lunga dissertazione sull'adulterio (o volgarmente sulle corna). Inutile dire che il Tognazzi regista è di caratura nettamente inferiore al Tognazzi attore.

Infatti, incredibile a dirsi ma vero: film soporifero, nonostante le nudità fenechiane che assicurano un'alta temperatura erotica.

Il suo pretenzioso film, sceneggiato con Enzo Jannacci e Beppe Viola, è un tentativo di satira dei licenziosi trastulli della buona borghesia, un rifacimento in età avanzata della pellicola IL MAGNIFICO CORNUTO diretto (con altro spessore) da Antonio Pietrangeli molti anni addietro (1964), con la splendida Claudia Cardinale.

Però che spettacolo anche la conturbante Edwige Fenech, così nuda e così bella.

AMORI MIEI

Roma. La bionda Anna (Monica Vitti) si lamenta perchè secondo lei Marco (Johnny Dorelli), il giovane marito giornalista, le dedica poco tempo. Di fronte alle lamentele della donna il pover'uomo, veramente troppo preso dal lavoro per poterla ricambiare, la invita ad amarlo ... al cinquanta per cento.

Anna lo prende in parola e, detto fatto, per riempire il vuoto sposa anche un altro uomo, il maturo professore di psicologia Antonio (Enrico Maria Salerno), per il quale è Lisa.

Fingendo di dover viaggiare per motivi di lavoro, Anna (o Lisa) si divide equamente tra i due uomini e le due città senza sbagliare una mossa.

Finchè si annuncia l'arrivo di un figlio.

Ma chi è il padre? Per risolvere l'inestricabile dilemma, la titubante signora un bel giorno fa incontrare i mariti, che finiscono per diventare amici a tal punto da cornificare la moglie con la stessa amante, la debordante Deborah (Edwige Fenech).

La spiritosa Jaia Fiastri ha sceneggiato la propria commedia musicale, affidandone la regia al sempre elegante ed intramontabile Steno.

Il triangolo è sempre di moda. Basta riverniciarlo ed ecco una pochade abbastanza divertente e vagamente femminista, che non difetta ne di scaltrezza narrativa ne di ritmo.

Interpretazione maiuscola della Vitti (premio David di Donatello), bravi i maschietti, spiritosa la finta citrulla, svampita ochetta ma sovrabbondante di sex-appeal Edwige Fenech.

DOTTOR JEKYLL E GENTILE SIGNORA

Londra. Il perfido dottor Jekyll (Paolo Villaggio), peloso, mostruoso e cattivissimo, è il perfido consulente di una potente e bieca multinazionale, l'inglese Pantac, che ha invaso il mondo con ogni sorta di prodotti inquinanti e dannosi per la salute.

Non ritenendosi sufficientemente malvagio per arrecare danno all'umanità, l'imbranatissimo scienziato vuole sperimentare la pozione per diventare ancora più cattivo ma, da bravo pasticcione, fa uno sbaglio e trangugia la pozione magica, ma non si accorge che è un siero del bene: infatti in pochi minuti si trasforma in un angelico mister Hyde, tutto sorrisi e bontà.

Di lui si innamora la formosa segretaria Barbara Wembley (Edwige Fenech), che lo aiuta a far fallire un diabolico piano, da lui stesso ideato nelle vesti di Jekyll, per screditare l'ignara regina Elisabetta, coinvolgendola nella pubblicità di un micidiale "chewing-gum".

Ma adesso i killer hanno deciso di farlo fuori, su ordine dei capi della Pantac, allarmati dal pericoloso concorrente.

DOTTOR JEKYLL E GENTILE SIGNORA è una farsa demenziale, a tratti spiritosa, a tratti irritante, del vecchio e glorioso Steno, che capovolge l'intreccio del romanzo di Robert Louis Stevenson, servendosi di trucchi non proprio raffinati.

Paolo Villaggio, tutto smorfie e inciamponi, sembra prigioniero della figura di Fantozzi, con un umorismo sull'iperbole.

La splendida e sorridente Edwige Fenech è superdecorativa, specialmente svestita e rappresenta, probabilmente, la ragione principale per vedere il film. E' un bene per occhi, ma per il cinema...

RICCHI, RICCHISSIMI...PRATICAMENTE IN MUTANDE

Tre episodi collegati da un punto di partenza comune, un'aula della pretura di Roma dove si svolgono i processi.

Lo squattrinato Cesare (Pippo Franco), in vacanza al mare, costruisce una baracca abusiva proprio sulla spiaggia, ma la sua e quella della sua famiglia, diciamo, "libertà d'azione" è limitata dall'arrivo di un gruppo di nudisti, uno dei quali, abbastanza fornito, dalla cintola in giù, riesce anche a fregargli la moglie.

Completano la disfatta i solerti vigili urbani, arrivati per sbatterlo dentro.

L'ingenuo Mario (Lino Banfi), marito di un'industriale modenese, si fa raggirare al Grand Hotel da un'avventuriera altoatesina (Janet Agren) spacciatasi per una manager tedesca.

Il tonto Alberto (Renato Pozzetto), proprietario di un cantiere navale in profondo rosso, trova un acquirente per la vendita risolutrice di uno yacht nell'emiro arabo Omar Abdull (George Hilton) cui tenta di far fare un "giro di prova" anche con la bella moglie Francesca (Edwige Fenech). Il problema è che all'emiro piacciono i maschietti.

RICCHI, RICCHISSIMI...PRATICAMENTE IN MUTANDE, diretta da Sergio Martino, è una farsa a tre corsie, appena appena sgangherata nello svolgimento, anche se il terzo episodio è abbastanza divertente.

Punto a sfavore per la visione: le seducenti protagoniste si spogliano, stranamente, con parsimonia.

LA MOGLIE IN VACANZA...L'AMANTE IN CITTA'

Parma. L'industrialotto Andrea Damiano (Renzo Montagnani) ha il suo bel daffare tra la bella moglie Valeria (Barbara Bouchet) e l'affascinante amante Giulia (Edwige Fenech).

Amante tenace che briga continuamente per far divorziare il bell'industriale e così sposarla.

Lui non sa, e nemmeno lo sospetta, ma la consorte cornuta sta meditando di tradirlo con il baldo dipendente Giovanni (Tullio Solenghi), che per darsi un tono ha millantato un titolo di conte.

Le due coppie clandestine, dopo aver organizzato di soppiatto i piani per le vacanze, si ritroveranno puntualmente nello stesso albergo sulle nevi di Courmayeur.

Dove soltanto Giulia ha il coraggio di presentarsi a petto in fuori.

LA MOGLIE IN VACANZA...L'AMANTE IN CITTA' è la tipica pellicola di grana grossa appartenente al filone della commedia all'italiana di serie B, diretto da Sergio Martino, che ogni tanto qualche risata la strappa.

Renzo Montagnani è abbastanza bravo ma le seducentissime Edwige Fenech e Barbara Bouchet sono quelle che fanno tenere gli occhi aperti, pur con qualche sbadiglio, per non perdere superfici piccanti.