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QUANDO LA COPPIA SCOPPIA

Roma. Enrico Granata (Enrico Montesano), disegnatore satirico trentenne, vive una improvvisa crisi coniugale con la moglie Angela (Dalila Di Lazzaro), che gli confessa di punto in bianco di essere stufa di lui e di non amarlo più.

Di mezzo c'è la piccola figlia Anna ed un misterioso uomo di cui Enrico, ingelosito, carpendo le confidenze proprio della figlioletta, conoscerà solo le iniziali: PG, che poi scoprirà stanno per Piergiorgio Funari (Claude Brasseur), brillante fotografo e reporter francese, a cui la bambina sembra gradualmente affezionarsi.

Come faccio a riconquistare mia moglie e la mia bambina?

Equivoci a raffica.

QUANDO LA COPPIA SCOPPIA è una commedia datata diretta da Steno che prova a trattare in forma brillante il tema della separazione coniugale e della crisi individuale di un papà diviso tra i suoi istinti di gelosia e l'ideale dell'uomo forte e moderno.

L'approccio da commedia brillante mantenuto nella prima mezz'ora riesce a creare una buona situazione di partenza, che però finisce sprecata da uno svolgimento che non fa mai ridere davvero, soprattutto quando diventa palese la mancanza di valide idee, susseguendosi situazioni ripetitive.

Enrico Montesano recita in modo frenetico e, per la maggior parte del tempo, si spreca. I dialoghi spuntati e il ritmo troppo lento non aiutano. Lentezza che si accentua peraltro nella seconda parte nella quale anche gli attori sembrano sottotono.

Il finale è retorico e fa tutti felici e contenti.

Da segnalare un notevole nudo integrale fronte/retro della bella Daniela Poggi.

MI FACCIA CAUSA

Roma. E' una giornata piena per il giovane pretore Giovanni Pennisi (Christian De Sica), indulgente e paziente giudice delle malefatte altrui, non proprio integerrimo se è vero che sta costruendo sul terrazzo di casa una camera abusiva per la suocera rompicoglioni.

E come perde le staffe, da tifosissimo della Lazio, quando deve giudicare due ultrà giallorossi.

Poi gli sfilano davanti Luigi Marchetti (Gigi Proietti), ladruncolo di buon cuore messo fuorigioco dalle nuove tecnologie e da un furbo bimbo, Rosanna Bianchi (Stefania Sandrelli), avvenente impiegata ministeriale che alterna pratiche ministeriali a marchette, e Annibale Saraceni detto Rocky III (Enrico Montesano), un pugile fallito che s'improvvisa sequestratore di cani suo malgrado.

MI FACCIA CAUSA è una commediola in salsa giudiziaria non molto divertente del vecchio, grande ma ormai declinante Steno, un veterano della commedia all'italiana, pronto ad aggiornare agli anni ottanta un suo celebre film di trent'anni prima (Un giorno in pretura).

Bisogna ammettere che rimane piuttosto efficace nel tratteggiare un divertente e veritiero (anche se esasperato) ritratto del costume italico. Un’Italia minore e marginale ma quanto mai plausibile e colorita, colta nei suoi piccoli difetti o nei suoi miseri vizi.

Non tutti gli sketch, però, sono riusciti.

Un insolitamente bravo e giovane De Sica, in panni quasi seri, riesce a essere più convincente del solito. Inutile sottolineare che l'episodio più riuscito è quello di Proietti (e non solo per la storia) animale da palcoscenico e istrionico disegna il personaggio come solo lui sa fare.
Enrico Montesano qualche spanna sotto.

La florida Stefania Sandrelli (all'epoca quarantenne nda) in guèpière sta d'incanto.

PIEDONE A HONG KONG

Napoli. Si da parecchio da fare il vulcanico e manesco commissario Rizzo, detto Piedone (Bud Spencer) mentre indaga su un traffico di droga che parte dall'estremo Oriente.

I superiori non condividono i suoi sistemi e c'è perfino un inviato della narcotici di New York che lo sospetta come spia dei trafficanti.

Un paio di morti sospette convincono il monumentale sbirro della narcotici a trasferirsi nelle metropoli esotiche: Bangkok, Macao e infine Hong Kong.

Dopo aver distrutto un paio di locali e qualche dozzina di mascelle, metterà le manoni sull'insospettabile boss ombra.

PIEDONE A HONG KONG è il dignitoso sequel del primo episodio (anche se il prototipo appare superiore) che si mantiene in pieno nel solco della commistione tra commedia e poliziesco (ci sono diverse uccisioni in più rispetto a 2 anni prima).

Alla seconda tappa del suo giro del mondo, il sempre più imbronciato Bud Spencer, sotto l'occhio vigile di Steno, ci mette il cuore, l'anima e finalmente anche la voce e quando la scena si sposta in Oriente il vecchio regista sale in cattedra mostrandoci suggestive panoramiche di Bangkok e Hong Kong, che ora sembrano cartoline sbiadite.

Purtroppo a scapito del ritmo, che rallenta, con qualche lungaggine di troppo e qualche incongruenza (un bambino affidato a dei marinai?!?).

Fa piacere rivedere anche i personaggi più significativi del primo episodio (i numeri comici di Enzo Cannavale, per dire) e calzanti le musiche dei De Angelis.

Comunque anche nella lontana Asia la ricetta è la stessa: un sorriso e uno sganassone.

PIEDONE LO SBIRRO

piedone bud spencer
Napoli. Per via del fisico imponente e i modi anticonformisti e maneschi il commissario Rizzo (Bud Spencer) è stato ribattezzato Piedone.

Con disappunto suo e dell'indulgente brigadiere Caputo (Enzo Cannavale), il neo commissario capo Tabassi lo degrada.

Il monumentale e anticonformista sbirro si prenderà la rivincita arrivando ad avvalersi addirittura della collaborazione di camorristi "buoni" per epurare l'ambiente della malavita di Napoli.

PIEDONE LO SBIRRO è il primo (e più riuscito nda) tra i film dedicati all'energico ed anticonvenzionale ispettore Rizzo.

Diretto con grande bravura da Steno, rappresenta il frutto dell'intelligente commistione tra il poliziesco all'italiana (di ambientazione napoletana) e la commedia rappresentata sia dal personaggio principale sia dal suo comprimario Cannavale (tra i migliori caratteristi italiani), senza eccedere con le gag ma sostituendo le pistolettate con le scazzottate.

Questo è uno dei film in cui maggiormente emerge il Bud Spencer attore.
La pellicola si avvale di una riuscita colonna sonora ( ma non credo esistano pellicole di Bud e/o Terence con una colonna sonora trascurabile).

Seguito da PIEDONE A HONG KONG.

FICO D'INDIA

Cavagnano (Lombardia). Anche il sindaco Lorenzo Milozzi (Renato Pozzetto) è una vittima dell' intollerabile coprifuoco serale.

Con tutti quei delinquenti per le strade, meglio starsene in casa, cosa non del tutto spiacevole quando si ha una moglie giovane e carina come Lia (Gloria Guida).

Guarda caso, l' irreprensibile ed attraente signora è anche l'unica femmina che non sia ancora caduta nella rete del playboy locale lo scapolone impenitente Ghigo Buccilli (Aldo Maccione), ricco proprietario di pescherecci.

E la tacca non verrà impressa, perché il "trapanatore" finirà sì nel letto che mancava alla sua vasta collezione, ma in assoluta immobilità per un infarto malandrino che gli cambierà la vita.

 FICO D'INDIA diretta dallo specialista Steno è una scontata ma simpatica commedia degli equivoci, meno volgare della media, che ironizza sugli intrallazzi e i pettegolezzi della provincia.

Il tutto avvalendosi di un duo di tutto rispetto: Renato Pozzetto, che spara un paio di battute gustose, in un ruolo finalmente un po' diverso dal solito e Aldo Maccione nei panni di un accanito playboy (e pescatore) che danno vita a gradevolissimi battibecchi.

Gloria Guida, al minimo sindacale in quanto a recitazione, moglie scontenta ed annoiata, si sfila la sottoveste con grazia e regala nudi sempre con grande eleganza e naturalezza.




Emerge timidamente con una gustosa prestazione un tipo che farà strada: Diego Abatantuono (il ruspante teppista notturno), anche se qui meno eccezzziunale che mai.

Tra i colpevoli, nell'inedita veste di sceneggiatore, s'annida perfino un insospettabile Raimondo Vianello.

TRE TIGRI CONTRO TRE TIGRI

Tre episodi. Come soffre il pretino di campagna don Cimbolano (Renato Pozzetto) nel paese rosso: la chiesa è sempre vuota.

Più che la fede poterono le malelingue visto come accorrono i compagni quando si sparge la voce che lo sfigato pretino flirta con la vistosa Diana (Kirsten Gille), moglie del pastore italoamericano Joe Martini (Cochi Ponzoni).

La concorrenza insomma.

La disinvolta contessa Lucrezia Marini (Dalila Di Lazzaro) abborda il timido rappresentante Oscar Bertoletti (Enrico Montesano), e, ignorando che è un evaso, lo invita a fuggire con lei: che trappola, la ragazza è un’attrice dello Specchio segreto di Nanni Loy.

L’avvocaticchio fifone Scorza (Paolo Villaggio) è in volo, nonostante la sua fobia, su un piccolo aereo da turismo con la poco avvenente contessa Giada Nardi (Anna Mazzamauro).

Per salvare la megera dalla catalessi dovrebbe sedurla, anzi possederla più volte: meglio precipitare.

Difficile stabilire una gerarchia di valori tra i 3 episodi farseschi in chiave licenziosa, tutti di grana grossa, che compongono questa esile commediola a tre scomparti, diretta dal tandem Sergio Corbucci- Steno.

Una classica commedia ad episodi, diseguale, Anni Settanta, a cui non bisogna chiedere troppo se non un sano svago.

PIEDONE L'AFRICANO

Napoli. Appena sbarcato a Capodichino, un poliziotto sudafricano in missione segreta viene fatto secco. Il monumentale e poco paziente commissario partenopeo Rizzo (Bud Spencer), che attendeva notizie urgenti su un traffico transoceanico di droga e diamanti, non demorde e vola immediatamente a Johannesburg.

Diventa presto padre adottivo del piccolo Bodo, figlio dell'agente ucciso, e trova il fattivo appoggio dell'ex questurino Caputo (Enzo Cannavale), ora cameriere in un ristorante locale.

Dopo un lungo e periglioso inseguimento nel deserto del Namib, smaschera i loschi affari della Rossing Diamonds e lo scaltro e truffaldino trucco per nascondere la merce da esportare.

L'eterno Steno (Stefano Vanzina) racconta con grande garbo la solita favola avventurosa per minorenni (non troppo svegli) con il sempre simpatico Bud Spencer (Carlo Pedersoli), temporaneamente vedovo di Terence Hill, che cerca di tener dietro ai capricci dello sceneggiatore.

Inferiore ai precedenti "piedoni" (i tremendi cazzotti del giramondo Piedone sono qui alla 3ª puntata, già a Hong Kong e negli USA), ma ancora valido.

Lo schema non cambia e la svelenita violenza comica del grosso attore assicura il successo con i cattivi che volano come moscerini e i bambini che battono le mani.

In effetti qui si punta più ai buoni sentimenti che all'azione, mentre sul versante poliziesco non vi è rimasto molto. Troviamo ancora un bambinetto accanto al grande Bud, ma al posto del cinesino di Piedone a Hong Kong troviamo un negrettino con il compito di intenerire il cuore dello spettatore italico.

Gradevolissima nonché svaccata presenza della teutonica Dagmar Lassander, che qui respira gli ultimi momenti di gloria prima di essere relegata a meteora.

Seguito da Piedone d'Egitto.

DIO LI FA E POI LI ACCOPPIA

Italia centrale. L'integerrimo parrocco del piccolo paese Don Celeste (Johnny Dorelli), prete e cantautore, è vittima di uno scherzo di pessimo gusto proprio il giorno dell'anno in cui tutto vale: a Carnevale.

Quattro ragazze mascherate e assatanate lo tirano giù di peso dalla bici e una di loro, mascherata da diavolo, lo violenta sul prato.
 
Che scherzo da prete!!!

Confessa oggi, confessa domani il mite ma furibondo parroco riesce a scoprire la colpevole, la bella Paola (Marina Suma).
Ma il peggio deve ancora venire: la ragazza è incinta!

L'accomodante uomo di Chiesa la convince a non abortire e quando "il figlio della colpa" nasce, con il benestare delle gerarchie ecclesistiche, lo prende con sè, mentre il tribunale impone alla mamma di sposare il papà.

Che scandalo, soltanto il barbiere gay Dario (Lino Banfi) si schiera dalla parte del parroco.

DIO LI FA POI LI ACCOPPIA è una commediola esile esile diretta da uno Steno al minimo sindacale. Bisogna ammettere che il soggetto della commedia, di Bernardino Zapponi che l'ha sceneggiato con Enrico Vanzina, figlio del regista , è originale.

Purtroppo la comicità è limitata a qualche battuta di Lino Banfi e al sarcasmo del confidenziale Johnny Dorelli, ma tutto appare francamente buttato lì.

Appera evidente che fu un prodotto commerciale senza il desiderio di approfondimento della psicologia dei personaggi, che rimane alquanto superficiale.

L'elegante Johnny Dorelli tenta disperatamente di non scadere a macchietta.

Lino Banfi, nella parte di un gay isterico, giustamente, nemmeno ci prova.

Gli scambi di battute tra Dorelli e Banfi (soprattutto quando quest'ultimo è sull'orlo del suicidio) sono discretamente esilaranti!

Pruriginosa (almeno per me) la presenza dell'allora giovane e seducente Marina Suma, qui munita di mascherina da diavolessa, che mostrava un bel sorriso e uno splendido torace.

BONNIE E CLYDE ALL'ITALIANA

Roma. L'imbranatissimo Leo Gavazzi (Paolo Villaggio) fa il rappresentante, in disgrazia, di giocattoli: tutta colpa dell'elettronica se al giorno d'oggi non si vendono più né soldatini né bambole.

La sua vita cambia di colpo, in peggio, quando in banca incontra casualmente Giada Foschini (Ornella Muti), svampita annunciatrice ferroviaria orba come una talpa, infelice e frustrata come l'uomo incontrato.

Coinvolti in una rapina, i due diventano ostaggi dei banditi in fuga.

Riescono a scappare, per di più fregandosi il malloppo, e si ritrovano inseguiti, oltre che dai rapinatori inferociti, anche dalla polizia che, per uno scambio di foto, li crede una pericolosissima coppia di gangster.

Finalino rosa, perché lui si innamora di lei, che, a sua volta, complice la miopia, lo scambia per un adone.

Il vecchio Steno confeziona una commediola all'italiana casareccia, col risultato di prendere una sonora topica. Se l'idea di partenza non era male, lo svolgersi della vicenda invece purtroppo lo è.

Praticamente BONNIE E CLYDE ALL'ITALIANA  non fa mai ridere ma annoia, dal primo all'ultimo minuto.
E neanche le scene d'azione sono granché.

Paolo Villaggio fa un po' Fantozzi e un po' Fracchia, ammesso che tra i due esilaranti personaggi ci sia qualche differenza, dando luogo ad una serie di gag stantìe e ripetitive, un'ironia banale e priva di spunti innovativi.

Ornella Muti, truccata, inutilmente, da brutta, sembra la caricatura di un'attrice.

LA PATATA BOLLENTE

la patata bollenteTorino. Il gioviale Bernardo Mombelli (Renato Pozzetto) detto Gandi, ex pugile comunista che invece di combattere per diventare un campione preferisce la fabbrica per coerenza di pensiero, anche se per il suo impegno politico fa più il sindacalista che il metallurgico.

Adesso picchia soltanto fascisti (quando se lo meritano), guarda film russi, non vuole privilegi, critica il sindacato e lotta per la giustizia sociale.

Spinto da un'innata vocazione alla generosità, un giorno prende le difese di un giovanotto incontrato per caso, Claudio (Massimo Ranieri), che le sta buscando da una squadraccia neonazista e quindi ospita a casa e cura il riconoscente malcapitato.

I due diventano subito amici e l'intruso non si muove dalla nuova dimora, tanto più che ormai ha preso una irresistibile cotta per l'anfitrione.
Questi si adatta alla convivenza facendo però sorgere legittimi sospetti nella bella fidanzata (Edwige Fenech) e non solo.

Infatti la faccenda si complica perché la portiera spia i comportamenti equivoci dei due amici, i compagni di lavoro e la stessa fidanzata sospettano un passaggio all'altra sponda e temono per la moralità del rappresentante sindacale.

Si sparge la voce che "il Gandhi è un culo" e il partito corre ai ripari organizzando un viaggio premio in Russia, sorta di terra promessa per i comunisti di fine anni Settanta (il famoso "paradiso dei lavoratori", che ridere).

Come finirà? Matrimonio e trasloco dell'altro dopo il chiarimento di ogni equivoco.

LA PATATA BOLLENTE è un simpatico Vizietto all'italiana, acuto e spiritoso pur toccando il tema scottante dell'omosessualità, sorprendentemente a corto di volgarità, con Edwige Fenech e Massimo Ranieri bravi nella parte di due innamorati di sesso diverso che a un certo punto diventano addirittura complici.

Renato Pozzetto è al massimo della forma e incarna tutti i dubbi dell'integerrimo operaio comunista che teme di essere diventato gay e se ne fa un problema, perché un vero comunista deve essere macho (ma non erano i beceri fascisti a pensarla così? Bah!).

Un film intelligente che anticipa i tempi e pellicole più impegnate, critica i comportamenti convenzionali ed ipocriti di certa sinistra e tira fuori gli scheletri dagli armadi. Non dimentichiamo che negli anni Settanta un certo Pier Paolo Pasolini viene espulso dal partito comunista solo perché accusato di essere omosessuale. La frase che Steno fa pronunciare a Massimo Ranieri: "Metteteci nelle camere a gas, allora!", riflette il pensiero comune della morale comunista in quel periodo storico.

Steno si diverte a mettere alla berlina il comunista modello che sogna la Russia come un Paradiso da raggiungere, parla di eurocomunismo, si circonda di busti di Lenin, quadri di Marx e legge "L'Unità".

La Fenech, che si produce in uno spogliarello sconvolgente (citazione da Gilda) per verificare se fa ancora effetto su Gandhi, è più bella che mai in questa pellicola d'autore dove si spoglia poco, ma è soprattutto brava e forse ci lascia una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Renato Pozzetto è credibile nei panni di un operaio comunista in crisi, ma alla fine comprende che il partito "un giorno o l'altro dovrà affrontare anche quel problema lì" e che "non c'è niente di male a essere amico di un gay". "Hitler ha ammazzato parecchi froci, così come ha ammazzato gli ebrei" conclude.

Eccezionale anche quando va a lamentarsi dal direttore di stabilimento sputandogli una serie di colori (giallo paglierino, blu cobalto…) mimando che sarebbe anche tornato, o quando parla con la Fenech truccato.

Ma un plauso va anche a Ranieri, bravo, misurato e coraggioso, in una ruolo che poteva risultare eccessivamente macchiettistico e che invece l'attore riesce a interpretare con bravura, senza strafare. Belli e divertenti i duetti tra portinaio e moglie, la coppia di portinai Colosimo-Sportelli.

IL TANGO DELLA GELOSIA

Roma. La non più giovanissima Lucia (Monica Vitti) si sente trascurata dal marito, il principe Giulio Lovanelli (Philippe Leroy), che stravede solo per i cavalli.

L'irritata gentildonna le inventa tutte per insinuare nel marito il tarlo del dubbio ed ingelosirlo anche inviando a se stessa interi mazzi di rose scarlatte, telefonate misteriose e miriadi di bigliettini compromettenti.

Il nobiluomo le affianca un corpulento gorilla milanese (o pugliese) Diego (Diego Abatantuono), pronto ad assecondare la strana richiesta della bionda signora, che gli chiede di ospitarla nel suo appartamento, dove il consorte dovrà sorprenderli nel nido d'amore in flagranza di tradimento.

Ma sul più bello oltre al coniuge, messo sul chi va là da alcune lettere anonime, arriva anche Nunzia (Jenny Tamburi), bellicosa fidanzata della guardia del corpo e i protagonisti dovranno districarsi da un inevitabile groviglio di malintesi e scambi di persona.

IL TANGO DELLA GELOSIA è una divertente e brillante commedia degli equivoci diretta dall'eterno Stefano Vanzina (in arte Steno) e sceneggiata dal figlio Enrico, rinfrescandola pièce teatrale di Aldo De Benedetti "Appuntamento d'amore", opportunamente rinfrescata dove le rughe erano più evidenti.

Monica Vitti è come al solito effervescente e Diego Abatantuono colorito per placida enfasi e linguaggio immaginoso.

Sotto le smorfie si intravedeva il grande attore.

AMORI MIEI

Roma. La bionda Anna (Monica Vitti) si lamenta perchè secondo lei Marco (Johnny Dorelli), il giovane marito giornalista, le dedica poco tempo. Di fronte alle lamentele della donna il pover'uomo, veramente troppo preso dal lavoro per poterla ricambiare, la invita ad amarlo ... al cinquanta per cento.

Anna lo prende in parola e, detto fatto, per riempire il vuoto sposa anche un altro uomo, il maturo professore di psicologia Antonio (Enrico Maria Salerno), per il quale è Lisa.

Fingendo di dover viaggiare per motivi di lavoro, Anna (o Lisa) si divide equamente tra i due uomini e le due città senza sbagliare una mossa.

Finchè si annuncia l'arrivo di un figlio.

Ma chi è il padre? Per risolvere l'inestricabile dilemma, la titubante signora un bel giorno fa incontrare i mariti, che finiscono per diventare amici a tal punto da cornificare la moglie con la stessa amante, la debordante Deborah (Edwige Fenech).

La spiritosa Jaia Fiastri ha sceneggiato la propria commedia musicale, affidandone la regia al sempre elegante ed intramontabile Steno.

Il triangolo è sempre di moda. Basta riverniciarlo ed ecco una pochade abbastanza divertente e vagamente femminista, che non difetta ne di scaltrezza narrativa ne di ritmo.

Interpretazione maiuscola della Vitti (premio David di Donatello), bravi i maschietti, spiritosa la finta citrulla, svampita ochetta ma sovrabbondante di sex-appeal Edwige Fenech.

DOTTOR JEKYLL E GENTILE SIGNORA

Londra. Il perfido dottor Jekyll (Paolo Villaggio), peloso, mostruoso e cattivissimo, è il perfido consulente di una potente e bieca multinazionale, l'inglese Pantac, che ha invaso il mondo con ogni sorta di prodotti inquinanti e dannosi per la salute.

Non ritenendosi sufficientemente malvagio per arrecare danno all'umanità, l'imbranatissimo scienziato vuole sperimentare la pozione per diventare ancora più cattivo ma, da bravo pasticcione, fa uno sbaglio e trangugia la pozione magica, ma non si accorge che è un siero del bene: infatti in pochi minuti si trasforma in un angelico mister Hyde, tutto sorrisi e bontà.

Di lui si innamora la formosa segretaria Barbara Wembley (Edwige Fenech), che lo aiuta a far fallire un diabolico piano, da lui stesso ideato nelle vesti di Jekyll, per screditare l'ignara regina Elisabetta, coinvolgendola nella pubblicità di un micidiale "chewing-gum".

Ma adesso i killer hanno deciso di farlo fuori, su ordine dei capi della Pantac, allarmati dal pericoloso concorrente.

DOTTOR JEKYLL E GENTILE SIGNORA è una farsa demenziale, a tratti spiritosa, a tratti irritante, del vecchio e glorioso Steno, che capovolge l'intreccio del romanzo di Robert Louis Stevenson, servendosi di trucchi non proprio raffinati.

Paolo Villaggio, tutto smorfie e inciamponi, sembra prigioniero della figura di Fantozzi, con un umorismo sull'iperbole.

La splendida e sorridente Edwige Fenech è superdecorativa, specialmente svestita e rappresenta, probabilmente, la ragione principale per vedere il film. E' un bene per occhi, ma per il cinema...

I TARTASSATI

Roma. Lo zelante ed integerrimo servitore dello Stato, il maresciallo della tributaria Fabio Topponi (Aldo Fabrizi), colto da qualche sospetto, piomba nel negozio di tessuti del cavalier Torquato Pezzella (Totò). Questi evade regolarmente le tasse con l’aiuto del fidato ragionier Ettore Curto (Louis De Funès), un consulente di fiducia.

Per mettere riparo all’accurato accertamento e con l’aiuto del consulente suddetto, Pezzella cerca in tutti i modi di corrompere l’onesto funzionario, prima coprendolo di regali (puntualmente spediti all’indirizzo sbagliato) poi seguendolo in una battuta di caccia che si rivelerà deleteria.

Nel ritorno a casa dalla litigiosa gita in sidecar, un incidente costringe i due tapini a dividere la stessa stanza, letto a letto, in ospedale. E il sottufficiale scopre con sgomento che Tino (Luciano Marin), il figlio del cavaliere, corteggia la sua Laura (Cathia Caro).

I TARTASSATI è una divertentissima (ed attualissima!!!) commedia di Steno, che ironizza su uno dei mali cronici del Belpaese: come evadere le tasse? È un problema di sempre in Italia e questo film del 1959 ce lo testimonia, dimostrando che oltre cinquant’anni sono passati invano.
Nell’irresistibile girotondo di tasse e bustarelle, Totò rappresenta, in questo caso quasi prendendo il posto di Alberto Sordi, l’italiano pronto a tutto pur di frodare lo Stato, Fabrizi è invece il burbero di sempre ma incorruttibile. Gli impagabili protagonisti giocano ancora amabilmente a Guardie e ladri, sorretti da un dialogo a tratti davvero spassoso, e alla fine, anche qui, i due finiranno per comprendersi.

Questo non è un film “d’autore”, è un film di Totò e allora ciò che diviene interessante è l’accoppiata insolita Totò-Fabrizi. Il pubblico era ormai abituato a incontrare il principe De Curtis in compagnia di Peppino De Filippo che finiva con l’essere il ‘tartassato’ di turno. Ora i ruoli si ribaltano: è Totò a subire la determinata preponderanza del personaggio interpretato da Fabrizi (pare che i due, pur stimandosi, litigassero spesso sul set).

A proposito di ineliminabili vizi italici: fantastica la scena in cui Pezzella, ritenendo che il maresciallo abbia nostalgie fasciste, inanella una serie di allusioni favorevoli al passato regime salvo poi fare una precipitosa marcia indietro.

Un’ultima annotazione: nel ruolo del commercialista in questa coproduzione italo-francese troviamo un ancora non famoso e non iperattivo Louis de Funes.

LA POLIZIOTTA

Nell’immaginaria Ravedrate, in realtà Bergamo. Delusa dal pavido fidanzato negoziante di scarpe Claudio Ravazzi (Renato Pozzetto), guadagna centomila lire al mese la depressa Gianna Abbastanzi (Mariangela Melato), sfruttata come segretaria tuttofare da un avvocato sporcaccione, palpeggiata sull’autobus e cotta dell’assessore-commediografo Tarcisio Monti (Alberto Lionello).

Ecco l’occasione per cambiare vita: l’arruolamento tra i vigili urbani del paese.

Invano protesta il capitano maneggione Barcellini (Mario Carotenuto), l’inflessibile ragazza, appena vestita la divisa si identifica con il personaggio di Giovanna d’Arco che l’ha entusiasmata in una recita di guitti e decide di mettere a posto il mondo intero.

A furia di multe e di denunce, non guardando in faccia a nessuno, nemmeno al sindaco, Giovanna getta in crisi l’establishment provinciale e provoca un mezzo terremoto.

Solo il pretore innamorato Ruggero Patanè (Orazio Orlando) l’affianca nella lotta agli intoccabili. La poliziotta andrà fino in fondo e diventeranno inseparabili. In esilio. Dice infatti la didascalia finale: «…e vissero per sempre felici e contenti (in un’isola a sud della Sicilia)», sede disagiata dove il pretore verrà inviato a meditare sui rischi di intromettersi, sia pure per amore, nel gioco dei potenti.

LA POLIZIOTTA è una saporita commedia di costume del vecchio Steno, tornato allo pseudonimo di battaglia, che mette in scena con grande senso dell’umorismo e il minimo indispensabile di battutacce l’impari guerra di una coraggiosa paladina della pubblica moralità.

Il regista ha diretto il film con il piglio rivistaiolo di certe sue celebri commedie degli anni cinquanta (Un giorno in pretura) senza pretese intellettuali, senza nessuna finezza di realizzazione. LA POLIZIOTTA è una macchina per far ridere, dove a ciascun comico è lasciato lo spazio a lui congeniale.

Così Renato Pozzetto scherza sui registri di un surrealismo paradialettale, Alberto Lionello recita un gustoso carattere da pochade. Mario Carotenuto maneggia i tempi dello sketch e su tutti spicca e piroetta la brava e spiritosa Mariangela Melato, in punta di penna, tanto aguzza che sembra disegnata.

Gioca perfino a fare la vamp mentre striglia i sottomessi partner maschili.

MANI DI FATA

Roma. Che mortificazione per l'ingegnere Andrea (Renato Pozzetto) perdere l'impiego, vittima della crisi petrolifera, proprio mentre la moglie in carriera Franca (Eleonora Giorgi) diventa un top manager della moda.

E adesso come glielo dico? Meglio far finta di niente.

Così il professionista nasconde il licenziamento e si sostituisce alla collaboratrice domestica, riciclandosi come cuoco-cameriere e intascandone lo stipendio.

Quando la verità, come è ovvio, viene a galla, l'uomo è ormai un casalingo coi fiocchi, tanto da essere assunto, munito di grembiule e scopino d'ordinanza, dalla ricca contessa Irene (Sylva Koscina).

Ma la storiella non finisce qui.

MANI DI FATA è una divertente e garbata commedia messa in scena dal veterano Steno (il padre dei fratelli Vanzina nda), nella quale Renato Pozzetto sfodera la sua forma migliore nella parte del citrullo senza personalità.

Una favola surreale che cerca di tener agganciato il copione a una riconoscibile realtà sociale, burlandosi bonariamente dell'emancipazione femminile.

Eleonora Giorgi è carina e, forse, anche brava.

Peccato che resti sempre con i vestiti indosso.

BANANA JOE

In una non meglio precisata repubblichetta sudamericana sorge l’ignoto paese di Amantido, dove fa il bello, il cattivo e anche il tempo così e così, il rotondo commerciante di banane dal cuore d’oro Banana Joe (Bud Spencer).

E’ un genio del baratto : esporta frutti esotici e riceve in cambio tutto quanto serve per tirare avanti più che decorosamente, per sé e per gli indigeni del villaggio.

Senonchè il boss di San Cristobal (Gianfranco Barra) intende fare dello staterello una propria proprietà privata.

Guai in vista: bisogna far sloggiare il ciccione.

Operazione facile soltanto sulla carta.

Una brezza leggera e cauta di allegro anarchismo soffia attraverso questo BANANA JOE, favola comico-avventurosa per bambini diretta da Steno e tagliata su misura (anomala) per Bud Spencer, il “grosso” più simpatico del cinema italiano ed europeo.

Travestito da PIEDONE, da BULLDOZER o da chiunque altro, sbattuto a Miami oppure in Mozambico, insomma in qualsiasi posto riducibile a depliant turistico, il monumentale Bud Spencer, qui senza il suo socio fisso Terence Hill, non muta mai d’atteggiamento: come antipasto un sorrisino di sufficienza e per pranzo una valanga di pugni contro il prepotente di turno.

E a quelli, come per incanto, passa la voglia di riprovarci.

Almeno fino al prossimo film.

FEBBRE DA CAVALLO

Roma. Tre amiconi per la pelle, l’indossatore e attore di spot pubblicitari (mitico quello del VAT69) Mandrake (Gigi Proietti), il fannullone Er Pomata (Enrico Montesano) e il posteggiatore d’auto Felice (Francesco De Rosa), buttano alle Tris (le corse dei cavalli), puntando sempre su brocchi perdenti, pure i soldi che non hanno.

Nella continua illusione di azzeccare la clamorosa e risolutiva vincita milionaria (di lire).

Ma quando l’insoddisfatta fidanzata del capocordata, la barista Gabriella (una bella e giovane Catherine Spaak), su consiglio di una chiromante, gli dà la dritta giusta per un Tris milionario (la STRAfamosa : Soldatino, King, D’Artagnan), l’arruffone terzetto cambia puntata all’ultimo momento, perdendo l’occasione della vita.

E adesso chi lo dice a Gabriella? 

Il tentativo di rimediare al disastro si rivelerà ancora più catastrofico.

FEBBRE DA CAVALLO è una divertentissima commedia di Steno, ricca di momenti spassosissimi rimasti scolpiti nella memoria della commedia all’italiana.

Uno sguardo bonario sul tragicomico mondo del gioco, molto prima delle compulsive ed estranianti slot-machine, quasi sempre maltrattato dal cinema.



Insomma il mondo dell’ippica usato come sfondo di una divertente commedia all’italiana ben servita dagli estrosi Gigi Proietti ed Enrico Montesano, con il modesto appoggio di una spalla di complemento e della disimpegnata Catherine Spaak, che disegnano divertenti macchiette, facendo a meno delle parolacce.

Utilizzato in dosi da elefante il romanesco.

Nel corso degli anni è diventata un cult sulle TV private con un Fans Club a Roma e addirittura un sito internet.