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ROBA DA RICCHI

Tre episodi, tutti ambientati a Montecarlo.
L'innocuo pretonzolo don Vittorino (Renato Pozzetto) riceve un ordine dall'alto. Deve sedurre la florida principessa monegasca Topazia (Francesca Dellera) per guarirla da una turba sessuale che impedisce un matrimonio assai gradito tra le mura del Vaticano. Il Don però non è dotato solo di fede...

Il goffo assicuratore Attilio (Paolo Villaggio) si fa abbindolare dalla prosperosa truffatrice Dora (Serena Grandi), che si dilegua con una polizza milionaria (in lire nda) dopo aver fatto fesso anche il complice e marito Guidobaldo (Maurizio Micheli)

Il ricco commendatore barese Aldo (Lino Banfi), su consiglio di una psicoterapeuta (Milena Vukotic), procura alla nevrotica moglie Mapi (Laura Antonelli) un amante villano ma superdotato, nell'ingenua convinzione che si tratti di un gay.

ROBA DA RICCHI è una stantia e poco divertente commediola balneare diretta di malavoglia da Sergio Corbucci e pur in presenza di un cast nutritissimo.

Le gag si spostano in Costa Azzurra, ma il clima è lo stesso di RIMINI RIMINI.

Tre grossi nomi per tre episodi banali e totalmente slegati tra loro dove Villaggio fa il Villaggio (praticamente in versione fantozziana), Banfi il Banfi e Pozzetto idem.

Nessuna novità quindi nel panorama della commedia anni 80. Alla fine si ricorderà la bellezza opulenta di Serena Grandi (e i suoi strip) e l'episodio di Banfi, l'unico con una storia che si digerisce meglio ed anche l'unico che ha qualche gag, grazie soprattutto alla verve del barese, che fa veramente ridere.

Un occhio a Claudia Gerini, molti anni prima del lancio con Carlo Verdone.

DJANGO

Arizona, 1865. Il taciturno reduce nordista Django (Franco Nero), occhi azzurri, passo pesante e cappellone sugli occhi, arriva nello sperduto e fangoso paesello trascinando una cassa da morto, col desiderio di vendicare la moglie assassinata dal fanatico e malvagio maggiore Jackson, comandante d'una minacciosa setta di incappucciati.

Dopo aver fatto assaggiare agli uomini del maggiore il contenuto (in piombo) della cassa (da morto) Django prova anche a rimpinguare le sue casse con l'oro del maggiore.

E per riuscire nell'impresa che sceglie l'alleanza con l'avido Hugo Rodriguez, ambiguo generale messicano cui aveva salvato la vita, alla guida di un esercito di straccioni aspiranti rivoluzionari.

Ma non tutto andrà secondo i suoi piani.

DJANGO , sanguinolento e violentissimo (dopo 3 minuti ci sono 9 morti ammazzati. Allo scoccare della mezz'ora, siamo a quota 48 nda), fangoso e sgargiante, è uno dei pilastri dello spaghetti western, che con un esasperata dose di sadismo tenta di replicare il successo di PER UN PUGNO DI DOLLARI.

Pur ammettendo che Sergio Corbucci non è Sergio Leone e Franco Nero non è Clint Eastwood, il film ha un suo perché grazie all'impressionante caratterizzazione del protagonista (una spettrale macchina da guerra in carne e ossa) oltre che alla grintosa regia del regista (fulminanti l'inizio e la fine).

Rispetto ai film di Leone, al quale ovviamente qui ci si ispira (e qua e là copia), l'ambientazione è molto più lugubre, crepuscolare e dalla polvere si passa al fango, terreno più fertile per la disperazione e la "morte in vita" del protagonista.

Comunque da vedere.

TRE TIGRI CONTRO TRE TIGRI

Tre episodi. Come soffre il pretino di campagna don Cimbolano (Renato Pozzetto) nel paese rosso: la chiesa è sempre vuota.

Più che la fede poterono le malelingue visto come accorrono i compagni quando si sparge la voce che lo sfigato pretino flirta con la vistosa Diana (Kirsten Gille), moglie del pastore italoamericano Joe Martini (Cochi Ponzoni).

La concorrenza insomma.

La disinvolta contessa Lucrezia Marini (Dalila Di Lazzaro) abborda il timido rappresentante Oscar Bertoletti (Enrico Montesano), e, ignorando che è un evaso, lo invita a fuggire con lei: che trappola, la ragazza è un’attrice dello Specchio segreto di Nanni Loy.

L’avvocaticchio fifone Scorza (Paolo Villaggio) è in volo, nonostante la sua fobia, su un piccolo aereo da turismo con la poco avvenente contessa Giada Nardi (Anna Mazzamauro).

Per salvare la megera dalla catalessi dovrebbe sedurla, anzi possederla più volte: meglio precipitare.

Difficile stabilire una gerarchia di valori tra i 3 episodi farseschi in chiave licenziosa, tutti di grana grossa, che compongono questa esile commediola a tre scomparti, diretta dal tandem Sergio Corbucci- Steno.

Una classica commedia ad episodi, diseguale, Anni Settanta, a cui non bisogna chiedere troppo se non un sano svago.

PARI E DISPARI

 Florida. Una banda di sfrontati allibratori clandestini imperversa sulla costa. Il guardiamarina Johnny Firpo (TerenceHill) è incaricato dai piani alti di scoprire le primule rosse dell'azzardo, ma lui di gioco non sa proprio nulla.

Perché dunque non farsi aiutare da Charlie (Bud Spencer), nerboruto camionista, fratello per parte di padre, che proprio a carte ha perduto una fortuna?

PARI E DISPARI di Sergio Corbucci è l' ennesima avventura esile esile (cazzotti esclusi, ovviamente) ma gradevole, stavolta ambientata sotto il sole della Florida, tra paesaggi da cartolina, e costruita su misura per una coppia, qui colta nel  massimo momento di popolarità, destinata a un'intesa eterna.

Niente di nuovo né di originale, ma la coppia funziona ancora e diverte.

Diretto da un solido professionista come Corbucci, il film non è certamente un capolavoro ma diverte nella sua miscela di azione (ma con zero violenza nonostante le celebri scazzottate come nella migliore tradizione della coppia) e momenti comici.

Il tutto è accompagnato, come spesso accade nei film della coppia, da una colonna sonora piacevole, leggera e frizzante, come la pellicola.

Il signor Robinson - Mostruosa storia d'amore e d'avventure

Era in crociera il signor Roberto Minghelli (Paolo Villaggio) quando in un colmo di sfortuna si trasforma in naufrago. Il piccolo-borghese non ci mette molto a capire che quella su cui si trova è proprio un'isola deserta.

Però proprio quando si era abituato alla vita in solitaria (pappagallo a parte) si imbatte in una bella indigena, che chiama, alla maniera del famoso naufrago Crusoe, Venerdì (Zeudi Araya).

Ma la civiltà, peggio, la moglie, lo recupera.

Diretto da Sergio Corbucci, IL SIGNOR ROBINSON - MOSTRUOSA STORIA D'AMORE E D'AVVENTURA è la parodia della civiltà dei consumi e di una pellicola di Lina Wertmüller, una commedia completamente affidata alla comicità diseguale di Paolo Villaggio (il comico genovese, che fantozzeggia, è unico protagonista per almeno un terzo dell'intera durata della pellicola con gag dall' alterno rendimento nda) e al fascino esotico di Zeudi Araya.

Nonostante si cerchi di evidenziare una intelligente (???) critica sociale, al consumismo e al frenetico mondo moderno, il film non è altro che una fiacca e risaputa commediola in cui Villaggio rifà il suo storico personaggio senza avere a che fare con colleghi e superiori, anche se, a onor del vero, all'epoca il personaggio non era ancora macchiato della sua ripetitività.

Il film vive di gag, alcune un po' troppo sceme, altre simpatiche e altre ancora così assurde da strappare persino un sorriso (il boomerang che colpisce regolarmente il protagonista, o il cocco che non si rompe, perchè va svitato!).

Meglio la prima metà, con Villaggio alle prese col cibo, col riparo e con mille inconvenienti.
Poi, con l'arrivo di Venerdì, tende un po' a ripetersi, anche se ci sono ancora spunti comici (la TV di Venerdì, Magdu, "mugugnini" , le prove da superare).

Esilarante, sempre nella prima parte, l'attaccamento che il personaggio dimostra nei confronti delle "sane" abitudini civili (il cinema, la tv, la radio con Tutto il calcio minuto per minuto).

Non manca un momento malinconico: quando in frac cammina solo sulla spiaggia.

L'Araya solare e sexy.

Superba la location (la spiaggia di Cala Luna).

RIMINI RIMINI

Cinque episodi sulla spiaggia di Rimini.

Il severissimo fustigatore del malcostume, il pretore Ermenegildo Morelli (Paolo Villaggio) si fa ingenuamente sedurre dalla spogliarellista Lula (Serena Grandi) che utilizza tutte le "armi" a sua disposizione, facendolo innamorare follemente. Alla fine il povero magistrato resta nudo in mare e aspetta che tutti se ne vadano.

L'inconsolabile vedova Noce (Laura Antonelli), grazie ai tre fratelli amorosi (burinissimi macellai) che si impegnano a tirare su il morale della sorella, trova in un guitto da varietà (Maurizio Micheli) l'inatteso lenitivo per le sue pene.

L'affascinante signora Liliana (Eleonora Brigliadori) invece viene spinta tra le braccia forti e virili di un culturista da una sua amica, ma finirà sedotta (cornificando il marito) dal figlio della donna, di dodici anni...

Il truffatore di bassa lega Gianni (Jerry Calà) tenta di abbindolare un ricco industriale in yacht, offrendogli una moglie noleggiata sul marciapiede.

Si sono messi in 9 a scrivere il copione di questa episodica commediaccia balneare, ad episodi che si incastrano, diretta da Sergio Corbucci: vari tipi da spiaggia, corna, facezie da spiaggia, barzellette sceneggiate, un vero festival del pecoreccio.

RIMINI RIMINI è un film più grossolano che divertente, più scemotto che malizioso (malgrado tette al vento e cosce lunghe).

Tra le bellone presenti la meno vestita (cioè nuda) è l'opulenta Serena Grandi, che è come il rancio: ottima e abbondante.


Rimane uno dei "capolavori" del cinema trash anni '80, che comunque si rivelò di discreto impatto alla sua uscita cinematografica, soprattutto grazie alla promessa di far vedere l'oggetto dei desideri di quegli anni.

Ovvero le enormi ma gradevoli tette della bella e procace Serena Grandi.

Niente di strano: sono gli anni dell’edonismo reganiano, della Milano da bere, degli Yuppies, gli anni delle cicale e dell’effimero.

E il cinema segue la moda, la cavalca e inevitabilmente si sbraca.

I DUE MARESCIALLI

Scalitto (Calabria), 8 settembre 1943. Antonio Capurro (Totò) compie i suoi "colpi" in abito talare.

Il maresciallo dei carabinieri Vittorio Cottone (Vittorio De Sica) sta finalmente per arrestarlo quando l'ennesimo bombardamento li mette ko entrambi e il mariuolo, riavutosi per primo, indossa dell'altro, lasciandogli l'abito talare e dandosela ovviamente a gambe.

Il finto maresciallo accetta di collaborare con l'isterico tenente tedesco Kessler e con l'arrogante podestà in camicia nera Pennica (Gianni Agus), mentre il sacerdote per forza si rifugia nella parrocchia di Don Nicola.

Capurro finirà deportato in Germania ma il maresciallo Cottone avrà modo di rendersi conto che il ladruncolo si è salvato.

E che non ha perso né il pelo né il vizio.

Si barcamena tra satira e commedia grottesca scivolando poi nella farsa questo film diretto da un giovane Sergio Corbucci, facendosi beffe del tragico guazzabuglio, non solo ideologico, seguito all'8 settembre.

Gli interpreti sono abbastanza scatenati: l'ottimo Totò e il funzionale gigione De Sica ovviamente, che danno vita ad irresistibili duetti, formidabile coppia di grandissimi.

Da segnalare anche il Gianni Agus "camerata".

QUESTO E QUELLO

Due episodi.

"Questo... amore impossibile".
Il timido Giulio (Renato Pozzetto) è un disegnatore di fumetti che non ha ancora ben deciso se essere punk o hippie ed è anche piombato in crisi di ispirazione.
Viene messo in contatto dal preoccupatissimo editore Oreste (Gianni Agus) con la bionda Lucilla (Janet Agren), arruolata per fargli ritrovare la fantasia e superare il blocco creativo.

Missione compiuta poichè il disegnatore si innamora subito e, nel tentativo di manifestarle tutto il suo amore in tavole di fumetti, ritrova la vena creativa perduta.

Sorpresa! Altro che fatina, l'attraente fanciulla è una strega giramondo.


"Quello del basco rosso"
L'irreprensibile Sandro Cipollini (Nino Manfredi), attempato scrittore sessantenne di romanzi di insicuro insuccesso, ritrova a Montecatini l'antica fiamma Dora (Sylva Koscina), disperata perchè la figliola Daniela non riesce a consumare con il fidanzato.

Ci penserà il maturo amico di mamma, involontario protagonista dei traumi infantili della giovane inibita, a risvegliarle i sensi, ma gli viene un coccolone.

Commediaccia pseudoerotica diretta da Sergio Corbucci, scritta e sceneggiata anche dai due simpatici protagonisti maschili, che tengono banco un tempo ciascuno, che inclina verso la farsa di livello elementare, caricando tutto sulle spalle degli attori, con sceneggiatura arronzata e regia pure.



Purtroppo trattasi di tipico esempio del basso livello ripetitivo cui era arrivata la commedia all'italiana negli anni '80, con volgarità galattica e umorismo prossimo allo zero.

Da segnalare anche (un colpevole) Nino Manfredi senza veli.

Fortunatamente solo di spalle.

GIALLO NAPOLETANO

Napoli. Don Raffaele Capece (Marcello Mastroianni), professore di mandolino classico canta Napoli sui marciapiedi per guadagnarsi da vivere. 

Il poveretto è afflitto da due guai insanabili: una gamba che lo fa zoppicare (colpa della poliomielite), e un padre, Natale Capece (Peppino De Filippo) che, incallito giocatore, sperpera al lotto e alla tombola tutti i guadagni del figlio.

Ed è proprio per questo vizio del suo dissennato genitore che don Raffaele viene mandato da un camorrista effemminato (Beppe Barra) a fare una serenata alle cinque del mattino sotto un albergo del lungomare.

Tempo due minuti e qualche sparo e il povero Capece vede volar giù dalla finestra uno dei destinatari del poco gradito omaggio musicale, un giovane giamaicano.

Da quel momento l’eroe di GIALLO NAPOLETANO non ha più pace e finisce per trovarsi coinvolto in una serie di misteriosi omicidi, in un crescendo indecifrabile, dei quali sono vittime il giovane giamaicano anzidetto, un biscazziere clandestino e un nano.
 
Inghippi nei quali c'entrano un famoso e ricco direttore d'orchestra e l'amante, la cantante lirica drogata Elizabeth Over (Zeudi Araya), il figlio del musicista e la moglie, la bella infermiera Vittoria Navarro (Ornella Muti), una ambigua madre superiora e due tipacci ricattatori.

La posta del ricatto è un bel gruzzolo di milioni, per avere i quali è però indispensabile entrare in possesso di una preziosa bobina, in cui è registrata la prova di un delitto commesso durante la seconda guerra mondiale, una vecchia storia degli anni di guerra, l’uccisione impunita di un ebreo rimasto murato dietro a una parete.

Cercando di evitare anche il commissario milanese (Renato Pozzetto) che lo tampina e dopo averne viste d'ogni colore e aver più volte rischiato la pelle, don Raffaele verrà finalmente a capo del complicatissimo intrigo. 

E i soldi? Saranno suoi.

GIALLO NAPOLETANO è una spassosa commedia intinta nel giallo diretta dal regista Sergio Corbucci, che ne annuncia il tono fin dalla prima immagine, che vede accostati i ritratti di Hitchcock e di Totò, e rimane fedele all’assunto.

Probabilmente il regista si sarà divertito un sacco con i suoi sceneggiatori a scrivere e dirigere questo canovaccio volutamente macchinoso di sgangherata efficacia.

I duetti di Mastroianni, che si esibisce in un esercizio di alto macchiettismo buffonesco, con Peppino De Filippo (qui nel suo ultimo film), sono uno spasso. E chi non riderebbe a sentire l’antico interprete di Natale in casa Cupiello ripetere ostinato: «A me il presepe non mi è mai piaciuto»?

Il fascino ordinario dell'italica Ornella Muti e sovrastato dallo splendore esotico della pantera Zeudi Araya.

MI FACCIO LA BARCA

Civitavecchia. Il dentista Piero Savelli (Johnny Dorelli) e la moglie Roberta (Laura Antonelli) sono separati da cinque anni e nei cinque anni dalla separazione l'intraprendente signora è diventata una donna d’affari con un giro di relazioni danarose e brillanti.

Johnny non ci sta a sentire che i bambini esaltano le imbarcazioni dei vari «zii» amici di mamma, perciò in vista delle vacanze che deve trascorrere con loro decide: Mi faccio la barca.

L'ex marito, lasciata la clinica, come tutte le estati, va a prendere i figlioletti, Claudio e Fiorella, che da accordi gli toccano per quindici giorni all'anno. Lo accompagneranno nella piccola crociera con la nuovissima "BIBA", il modesto cabinato che il dentista si è potuto permettere e che ancora ha finito di pagare.

Roberta, ospite del solenne panfilo "KABIR", ove, tra l'altro, si trova il suo spasimante, il ricco playboy Attilio (Christian De Sica), assistendo alle peripezie iniziali dell'impacciato Piero e, preoccupata per i bambini, si fa assumere dal consorte come mozzo con funzioni di cuoca.



Al largo della Costa Smeralda, dopo l'assalto di due pirati fuggiti dall'Asinara, come prevedibile riesploderà l'amore. La conclusione dell’avventura vede la riconciliazione fra marito e moglie associati nell’impresa di recuperare dalla cabina della barca affondata la fede nuziale di lei: un modo subacqueo per dire no al divorzio.

MI FACCIO LA BARCA è una commedia estiva, la storia classica dell’italiano un po’ più che medio attirato dal miraggio della nautica, scioccherella e moderatamente spassosa, dello stakanovista Sergio Corbucci (anche tre film all'anno), tirata via senza andare troppo per il sottile.




Se Johnny Dorelli che scivola, inciampa, batte la zucca con infaticabile brio, è un gran simpaticone, Laura Antonelli straripa dal bikini senza mai ammainarlo.