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IL CITTADINO SI RIBELLA

Genova. C'è poco da scherzare con i tre risoluti banditi mascherati che irrompono in banca col mitra spianato.

Quando l'ingegner Carlo Antonelli (Franco Nero) prova a difendere il frutto del suo lavoro (le banconote appena messe sul banco del versamento), si becca una sonora legnata.

Lasciato sanguinante per terra, si rende subito conto che la polizia tentenna nelle indagini necessarie per acciuffare i malfattori. E il commissario di turno (Renzo Palmer) non si sbatte più di tanto.

Cosi, corroso dalla rabbia e l'impotenza, decide di vendicarsi da sè. Immortalato in flagrante il giovane ladruncolo Tommy (Gian Carlo Prete), lo ricatta.

Costringendolo prima a fornirgli un mini arsenale, poi, col pretesto di un colpo miliardario, a farlo entrare nel giro della mala.

Ecco i tre mascalzoni e il covo. La polizia, avvisata, arriva tardi.

Va bene, fingerò di esser stato rapito. Mamma mia il gioco si fa duro, che rischio.

IL CITTADINO SI RIBELLA è un violentissimo poliziesco al pesto del multiforme Enzo Girolami (qui col solito pseudonimo di Enzo G. Castellari).

Accattivanti movimenti della macchina da presa, ritmo e inseguimenti come si deve. Chi dirige il film crede in quello che fa, anche quando gli snodi sono abbastanza incredibili (la fuga dalla botola…), giocando la carta dell’immedesimazione dello spettatore nel cittadino comune, tenuto desto da un bel montaggio.

Probabilmente il primo film italiano di quelli che si insinuano nel profondo solco dei giustizieri solitari, dove ai pestaggi si mescolano sacrosanti inviti all'insubordinazione civile.

Il protagonista Franco Nero è come al solito perfetto nella parte dell'eroe che si fa strada da sé.

Nel caso in questione però, la psicologia del personaggio principale viene delineata con maggior cura rispetto ad altri prodotti del genere e risulta essere in costante mutamento.

Purtroppo gli rimane poco tempo per ritemprarsi con la sensuale Barbara Bach. Peccato.

Comunque gli amanti del genere apprezzeranno non poco IL CITTADINO SI RIBELLA.

MUSSOLINI ULTIMO ATTO

Milano, aprile 1945. Il deposto Benito Mussolini (Rod Steiger) cerca appoggio dal cardinale Schuster (Henry Fonda) che lo invita ad arrendersi.

Il Duce progetta di continuare la sua guerra in Valtellina, anche se non esclude una pace con Winston Churchill o un lasciapassare per la Svizzera.

Ti starò vicino fino alla fine, mormora la giovane amante Claretta Petacci (Lisa Gastoni).

MUSSOLINI ULTIMO ATTO è un dignitoso dramma storico di Carlo Lizzani, che ricostruisce, con un ottimo cast, gli ultimi giorni di Benito Mussolini, secondo la versione ufficial-resistenziale.

Dell''italico Dux, ormai stanco e spento, cerca di spiegarne dubbi, paure e tormenti, dando molto spazio alla vibrante figura di Claretta Petacci, interpretata da Lisa Gastoni.

Sovrastata, come tutti gli altri, da un misuratissimo Rod Steiger (molto somigliante), un Duce ringiovanito di quasi quindici anni.

Bisogna però ammettere che al di là delle considerazioni politiche, il film (più incentrato sulla psicologia del personaggio principale che sul contesto storico, tutto sommato secondario) si rivela piuttosto freddo ed impersonale.

Un distacco che alla lunga diventa noia.

DJANGO

Arizona, 1865. Il taciturno reduce nordista Django (Franco Nero), occhi azzurri, passo pesante e cappellone sugli occhi, arriva nello sperduto e fangoso paesello trascinando una cassa da morto, col desiderio di vendicare la moglie assassinata dal fanatico e malvagio maggiore Jackson, comandante d'una minacciosa setta di incappucciati.

Dopo aver fatto assaggiare agli uomini del maggiore il contenuto (in piombo) della cassa (da morto) Django prova anche a rimpinguare le sue casse con l'oro del maggiore.

E per riuscire nell'impresa che sceglie l'alleanza con l'avido Hugo Rodriguez, ambiguo generale messicano cui aveva salvato la vita, alla guida di un esercito di straccioni aspiranti rivoluzionari.

Ma non tutto andrà secondo i suoi piani.

DJANGO , sanguinolento e violentissimo (dopo 3 minuti ci sono 9 morti ammazzati. Allo scoccare della mezz'ora, siamo a quota 48 nda), fangoso e sgargiante, è uno dei pilastri dello spaghetti western, che con un esasperata dose di sadismo tenta di replicare il successo di PER UN PUGNO DI DOLLARI.

Pur ammettendo che Sergio Corbucci non è Sergio Leone e Franco Nero non è Clint Eastwood, il film ha un suo perché grazie all'impressionante caratterizzazione del protagonista (una spettrale macchina da guerra in carne e ossa) oltre che alla grintosa regia del regista (fulminanti l'inizio e la fine).

Rispetto ai film di Leone, al quale ovviamente qui ci si ispira (e qua e là copia), l'ambientazione è molto più lugubre, crepuscolare e dalla polvere si passa al fango, terreno più fertile per la disperazione e la "morte in vita" del protagonista.

Comunque da vedere.

58 MINUTI PER MORIRE

Washington, vigilia di Natale. Il ruvido tenente di polizia John McClane (Bruce Willis) va a zonzo per l'aeroporto innevato in attesa che atterri la moglie Holly (Bonnie Bedelia), proprio mentre è in arrivo anche un volo militare, a bordo del quale c'è il deposto dittatore Esperanza (Franco Nero), che gli Stati Uniti intendono processare per narcotraffico.

Ma ecco che una squadra di ex-militari super addestrati prende il controllo (elettronico) della torre e avverte spianando le armi: o lo liberate o qui atterreranno 18 carcasse d'aereo (gli aerei attesi per l'atterraggio).

Di buona lena arriva un manipolo di militari delle forze speciali, ma il nostro eroe John McClane non ci pensa minimamente a stare a guardare.

58 MINUTI PER MORIRE è una sarabanda iperveloce, spettacolare e fragorosa di azione violenta (con altissimo numero di morti ammazzati. Si contano 264 cadaveri) diretta da Renny Harlin, che sfiora l'iperbole senza temere il ridicolo, corretta da una forte dose di parodia autoironica.

Non folgorante come il primo, nell'originale americano DIE HARD - TRAPPOLA DI CRISTALLO (ormai il nostro eroe John McClane lo conosciamo) di cui è il fantasmagorico seguito, e non avvincente come il terzo, vede il simpatico e poderoso Bruce Willis impegnato in incredibili acrobazie anche in motoslitta, al confronto del quale il ben più parco ammazzacattivi JAMES BOND fa la figura del dilettante.

L'ambientazione aereoportuale, ipertecnologica, giustifica scene ad alto tasso di spettacolarità anche se l'azione tende più a disperdersi. 

Accanto ai cattivi-cattivissimi (fra cui il nostro Nero!), ci sono i doppiogiochisti e questo inietta un pò di sale nella trama, a parte l'ovvio epilogo rosa, qui particolarmente fiammeggiante.

Poco impegnativo, divertente.

IL GIORNO DELLA CIVETTA

Sicilia. Il piccolo imprenditore edile Colasberna ha vinto l'appalto sbagliato e viene trovato cadavere vicino alla casa della riservata ma bella (la più bella del paese nda) Rosa Nicolosi (Claudia Cardinale), il cui marito è misteriosamente sparito proprio lo stesso giorno.

La donna, chiusa nel suo ostinato silenzio, si rifiuta di collaborare col giovane ufficiale incaricato delle indagini,animato da impegno civile, il capitano dei carabinieri Bellodi (Franco Nero), arrivato dal continente, Parma per la precisione, la cui inchiesta porta comunque lo scompiglio nel clan dell'intoccabile don Mariano Arena (Lee J.Cobb).

E si dipinge il quadro di una mafia edilizia e della Sicilia, dove uno che ha vinto una gara per un appalto edilizio, può essere ucciso da quelli cui, anche senza volerlo, ha danneggiato.

Un delitto, ovviamente, compiuto per mano di un sicario e destinato a rimanere impunito, perché non appena i carabinieri si mettono in moto, si scontrano, come d’uso, contro l’abituale muro di silenzio e di omertà. 

Poiché però, questa volta, a guidare le indagini dei carabinieri, c’è il tenace capitano per nulla turbato dal clima di mafia che lo circonda, i responsabili dell’omicidio debbono rapidamente architettare tutta una messa in scena per evitare di essere scoperti e, nel caso, incriminati.

Tentano di far credere, cioè, che l’ucciso sia stato coinvolto in un delitto d’onore e chiamano perciò in causa una delle più belle donne del paese, Rosa, appunto.

La faccenda è montata molto bene, le clientele dei veri responsabili del fattaccio sanno il fatto loro e a poco a poco, così, la verità finisce per dissolversi in un mare di ipotesi contrastanti.

Eppure l'ufficiale è straconvinto che qualcuno sa. Sarà il viscido spione Parrineddu (Serge Reggiani) o il quaquaraquà Zecchinetta (Gaetano Cimarosa) o il focoso Pizzuco (Nemiah Persoff)?

Il boss e i maggiorenti locali, alla fine, se la caveranno, l'uomo di legge (troppo zelante per i capi?) farà le valigie. Lo Stato ha perso.

Tratto dallo splendido omonimo romanzo (1961) di Leonardo Sciascia, IL GIORNO DELLA CIVETTA è un vibrante dramma sociale diretto da Damiano Damiani:.

Robusto, efficace, denso e rabbioso (soprattutto nell'impotenza dell'uomo di legge), civilmente impegnato nella sua immersione in una terra splendida, la Sicilia, ma prigioniera dell'omertà.

La Sicilia della mafia pervasiva ma ancora pre-industria del crimine, non ancora piovra, se vogliamo.
Quella dell’omertà e dei delitti impuniti. Quella di certi loschi giri di affari, di certi loschi appalti, di certe dubbie clientele sorrette, in segreto, da questa o quella parte politica. La Sicilia di Sciascia, in sintesi.

L’intrigo, a volte, può apparire esagerato, in certi suoi passaggi, persino poco chiaro, ma la galleria di personaggi che lo sorregge è incisiva e robusta, il ritmo intenso e quasi a suspence che lo anima è quanto mai convincente e, soprattutto, la lingua e lo stile con cui Damiani lo ha vestito d’immagini sono particolarmente asciutti e rigorosi, intenzionalmente lontani dagli abituali luoghi comuni siciliani, dal folclore, dal macchiettismo.

Il veemente Franco Nero trova nel capitano nordista in urto con la diffidenza isolana il miglior personaggio della carriera.
Claudia Cardinale, con un viso smagrito ma che lancia bagliori, è bellissima e fiera, anche nella sconfitta morale.

I personaggi gridano, urlano, esprimono passioni autentiche, autentici travagli; hanno, a volte, l’impeto di un western (la Sicilia della mafia se bene intesa e interpretata potrebbe essere la cornice più autentica, geografica e morale, di genuini western italiani) hanno incubi e terrori veri, vere paure. Li vedi agire nell’ombra con angoscia.

Lee J. Cobb è il cinico capomafia, tratteggiato non solo da tinte fosche, ma anche complesse, perfino con qualche lampo di umanità.

E i caratteristi sono di livello elevato.

Film da scuola del cinema.