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LA BATTAGLIA DEI GIGANTI

Ardenne, dicembre 1944. E' proprio convinto il tenente colonnello Daniel Kiley (Henry Fonda): i crucchi stanno preparando qualcosa di grosso!!!

Purtroppo, malgrado svolazzi in lungo e in largo con un aereo da ricognizione, non riesce a trovare le prove necessarie per convincere i suoi superiori che i tedeschi stanno preparando una grande controffensiva, con gran dispiego di mezzi corazzati.

Al comando dell'operazione è stato messo il valido, inflessibile e invasato colonnello delle Waffen-SS Hessler (Robert Shaw).

Riusciranno gli americani a bordo degli Sherman a fermare i potenti e corazzati panzer tigre?

LA BATTAGLIA DEI GIGANTI è un robusto quanto convenzionale film bellico come se ne facevano una volta: messa in scena grandiosa, scene di battaglia realistiche e spettacolari, grande colonna sonora.

Seppure un po' lungo il non annoia anche grazie alle belle interpretazioni di un cast particolarmente ricco: Shaw è un nazista maniaco credibilissimo, Savalas regala qualche momento ironico, Fonda e Ryan di classe come sempre.

Purtroppo il finale sembra troppo sbrigativo: vedere i tedeschi perdere la guerra perché finiscono la benzina e tornano a casa a piedi sfocia nella comicità involontaria.

E pensare che fino a 5 minuti prima stavano vincendo...

Consigliato ai nostalgici del genere.

MUSSOLINI ULTIMO ATTO

Milano, aprile 1945. Il deposto Benito Mussolini (Rod Steiger) cerca appoggio dal cardinale Schuster (Henry Fonda) che lo invita ad arrendersi.

Il Duce progetta di continuare la sua guerra in Valtellina, anche se non esclude una pace con Winston Churchill o un lasciapassare per la Svizzera.

Ti starò vicino fino alla fine, mormora la giovane amante Claretta Petacci (Lisa Gastoni).

MUSSOLINI ULTIMO ATTO è un dignitoso dramma storico di Carlo Lizzani, che ricostruisce, con un ottimo cast, gli ultimi giorni di Benito Mussolini, secondo la versione ufficial-resistenziale.

Dell''italico Dux, ormai stanco e spento, cerca di spiegarne dubbi, paure e tormenti, dando molto spazio alla vibrante figura di Claretta Petacci, interpretata da Lisa Gastoni.

Sovrastata, come tutti gli altri, da un misuratissimo Rod Steiger (molto somigliante), un Duce ringiovanito di quasi quindici anni.

Bisogna però ammettere che al di là delle considerazioni politiche, il film (più incentrato sulla psicologia del personaggio principale che sul contesto storico, tutto sommato secondario) si rivela piuttosto freddo ed impersonale.

Un distacco che alla lunga diventa noia.

IL MIO NOME E' NESSUNO

Texas, 1899. Prima di appendere la colt al chiodo, il leggendario pistolero Jack Beauregard (Henry Fonda), ormai vecchio, decide di lasciare il West e partire per l'Europa.

Sulla sua strada incontra un giovanotto (Terence Hill), da sempre suo fervido ammiratore, che gli si mette alle costole, costringendo il sempre svelto cowboy a un'ultima, memorabile impresa...

IL MIO NOME E' NESSUNO è un originale western del nuovo corso, scanzonato, allegro e divertente ma anche malinconico.

Film interessante che rimane a metà tra il classico e la parodia del western, a metà strada tra il proseguimento ideale dei Trinità (manca Bud Spencer e per molti versi è meglio dei suoi "genitori") e una dissacrazione con ironia dei classici temi del western leoniano, forse un po' troppo parodistico.

Il grande Henry Fonda, con tutta la sua classe, si presta con spiritosa modestia a fare da spalla all'emergente ed esuberante faccia da schiaffi Mario Girotti, autoribattezzatosi con un nome d'arte che gli porterà fortuna e quattrini: Terence Hill.

Lirismo, grandi temi musicali, silenzi, distese sterminate, ma anche schiaffoni ed un po' di buonismo. Tutto gustosissimo. Un altro modo per raccontare la fine del west, ed il pensionamento dei suoi eroi.

Al tutto vanno sommate le musiche di Ennio Morricone che, inutile dirlo, piacciono.
Ideato e prodotto da Sergio Leone, la cui mano in alcune scene è visibile, ma il resto è tutto di Tonino Valerii.

UOMINI E COBRA

Arizona, 1883. Dopo la rapina, l'occhialuto bandito pel di carota Paris Pitman junior (Kirk Douglas), spaccone e risoluto, elimina i complici sparandogli alle spalle e nasconde il ricco malloppo (500 mila dollari) in una tana di cobra.

Rintracciato, per caso, in un bordello dal derubato, è sbattuto per dieci anni in una galera polverosa ed isolata nel deserto.

Ben presto, a pugni e calci, riceve il messaggio del direttore: metà dei soldi e ti libero.

Purtroppo non fa in tempo a minacciare che tira le cuoia per mano di un galeotto nel mezzo di una rivolta.

Però com'è democratico ed onesto il nuovo direttore, il flemmatico ex sceriffo zoppo Woodward A. Lopeman (Henry Fonda), apparentemente dimesso ma integro e determinato.

Finale a sorpresa.

UOMINI E COBRA è un originale, ingegnoso, ironico e crudele western carcerario che riesce a rinnovare il tradizionale conflitto tra buoni e cattivi. L'andatura lenta, comunque ben equilibrata tra sequenze d'azione e parti più leggere, ruota attorno al duello psicologico tra i due eccellenti protagonisti, Kirk Douglas ed Henry Fonda, che "duettano" attorniati da un nugolo caratteristi super.

Strepitoso ed imprevedibile il finale beffardo, da incorniciare.

C'ERA UNA VOLTA IL WEST

Red Land (Usa), fine Ottocento. Cinque personaggi si affrontano intorno a una preziosa sorgente: il faccendiere Morton (Gabriele Ferzetti), magnate dei binari che sogna di costruire una megaferrovia dall'Atlantico al Pacifico, ha bisogno dell'acqua per le sue locomotive e fa eliminare i proprietari legittimi, il sognatore e preveggente McBain e famiglia, dal suo feroce sicario Frank (Henry Fonda).

E così che si ritrova vedova la bellissima prostituta redenta Jill (Claudia Cardinale).

Il bandito Cheyenne (Jason Robards), accusato della strage proprio dei McBain.

L'innominato e cocciuto meticcio Armonica (Charles Bronson) che vuole vendicare il fratello, assassinato da Frank e i suoi sgherri.

Al quarto western Sergio Leone alza il tiro e serve in tavola caviale al posto degli spaghetti: una sorta di antologia del western in negativo.

In pratica con C'era una volta il West Leone cambia registro, toni narrativi e filosofia estetica rispetto alla trilogia del dollaro e sceglie di trasmetterci tutta la disillusione e il disincanto di un'epoca che tramonta.

La forza del film sta essenzialmente in due componenti: la regia, che è lenta, maestosa, filodrammatica ma mai eccessiva; ed i personaggi, dotati di un profilo psicologico tanto convincente da lasciare lo spettatore senza fiato.

Una storia appassionante e truce su un carrozzone carico di star che attraversa le praterie con passo solenne e tempi maliconici e dilatati.


IL GIORNO PIU' LUNGO

Normandia, 6 giugno 1944. E' il D-Day, il giorno prescelto dagli angloamericani, dopo mille titubanze e altrettanti rinvii, per lo sbarco alleato nella Francia occupata dai nazisti, l'evento risolutore della Seconda Guerra Mondiale. Gli agguerriti tedeschi della Wehrmacht, che come in tutti film hollywoodiani dormono saporitamente (al pari di pellerossa, serbi e iracheni), non si accorgono che al largo staziona una flotta lunga chilometri.

Intanto dal cielo piovono i paracadutisti dell'82esima e 101esima divisione Airborne (le aquile urlanti) che occupano una cittadina strategicamente fondamentale, Saint-Mère Eglise. E dalla spiaggia (poco) illuminata dalla luna piombano i reparti d'assalto. Per Hitler è il principio della fine.

Epico, spettacolare, fragoroso, ultrapatriottico filmone di guerra in bianco e nero diretto a più mani, ma il vero regista è il megaproduttore, con un budget smisurato, Darryl Zanuck, che inventò perfino una particina per la sua ultima fiamma, la rossa Irina Demick, innestata in un cast di 44 attori di varie nazionalità, tutti di buon nome. Nessun protagonista, ma tutti personaggi importanti, con la storia che si sviluppa su più fronti.

Tratto da un celebre libro di Ryan, racconta la storia in forma di cronaca quasi da pseudocumentario. Il tutto con intenti autocelebrativi e nessun momento critico, come si faceva in quegli anni (erano passati solo quindici anni dall'evento e qualche palettata di retorica era inevitabile).
Non temete, non ci si annoia di certo con questo film-cronaca, in mezzo alle tante fragorose battaglie (Oscar per la fotografia e gli effetti speciali) e a un superlativo cast davvero irripetibile, impossibile da citare (causa chilometrico elenco) per intero.

Certo poi verrà Spielberg...però, quanto erano buoni gli americani prima del Vietnam.