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C'ERA UNA VOLTA IL WEST

Red Land (Usa), fine Ottocento. Cinque personaggi si affrontano intorno a una preziosa sorgente: il faccendiere Morton (Gabriele Ferzetti), magnate dei binari che sogna di costruire una megaferrovia dall'Atlantico al Pacifico, ha bisogno dell'acqua per le sue locomotive e fa eliminare i proprietari legittimi, il sognatore e preveggente McBain e famiglia, dal suo feroce sicario Frank (Henry Fonda).

E così che si ritrova vedova la bellissima prostituta redenta Jill (Claudia Cardinale).

Il bandito Cheyenne (Jason Robards), accusato della strage proprio dei McBain.

L'innominato e cocciuto meticcio Armonica (Charles Bronson) che vuole vendicare il fratello, assassinato da Frank e i suoi sgherri.

Al quarto western Sergio Leone alza il tiro e serve in tavola caviale al posto degli spaghetti: una sorta di antologia del western in negativo.

In pratica con C'era una volta il West Leone cambia registro, toni narrativi e filosofia estetica rispetto alla trilogia del dollaro e sceglie di trasmetterci tutta la disillusione e il disincanto di un'epoca che tramonta.

La forza del film sta essenzialmente in due componenti: la regia, che è lenta, maestosa, filodrammatica ma mai eccessiva; ed i personaggi, dotati di un profilo psicologico tanto convincente da lasciare lo spettatore senza fiato.

Una storia appassionante e truce su un carrozzone carico di star che attraversa le praterie con passo solenne e tempi maliconici e dilatati.


PHILADELPHIA

Philadelfia. Il brillante avvocato in carriera Andrew Beckett (Tom Hanks) è licenziato su due piedi per inefficienza e inaffidabilità dal prestigioso studio legale dove lavora.

È una scusa: in realtà hanno appena scoperto che è omosessuale e malato di Aids.

Il giovanotto, cui non basta il sostegno dall'affettuosa famiglia e dalle carezze consolatorie del suo tenero compagno Miguel (Antonio Banderas), si rivolge al riluttante e grintoso collega di colore Joe Miller (Denzel Washington) per citare in giudizio il suo ex datore di lavoro, il cinico squalo Charles Wheeler (Jason Robards).

Ok, si va in Tribunale, dove la l'azzeccagarbugli Belinda Conine (Mary Steenburgen) tenta di fare le scarpe al sempre più debole attore (nel senso di colui che ha intentato causa).

PHILADELPHIA è un angoscioso melodramma sentimental-social-giudiziario (1ª produzione di alto costo, 25 milioni di dollari, sull'Aids), dell'ottimo regista Jonathan Demme ("Il silenzio degli innocenti", per capirci).

Bisogna ammettere che ha gioco facile nel provocare lo sdegno dello spettatore e buon gusto nell'evitarci pruriginose visioni di amplessi tra il macho Antonio Banderas e il misurato e straordinario Tom Hanks (Oscar meritato).

Il film è qualcosa di più di un onesto esempio di cinema civile: ne fanno testo alcune scene memorabili, la festa gay e la sequenza in cui Hanks ascolta Maria Callas in Andrea Chenier (4° atto) di Giordano, e la colonna musicale in cui Mozart, Spontini, Cilea, Catalani s'alternano a Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Neil Young.

Oscar anche a Bruce Springsteen per la canzone “Streets of Philadelphia”. <