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LA GUERRA DI CHARLIE WILSON

Washington, aprile 1980. Rappresentante per il Texas al congresso americano, il concreto deputato Charlie Wilson (Tom Hanks) ama il whisky e le belle ragazze, ma la donna della sua vita è la platinata miliardaria Joanne Herrings (Julia Roberts), paladina della fede cristiana e della lotta al comunismo.

Inutile aggiungere che i furtivi amplessi , oltre che al piacere, mirano anche al dovere (fondi).

Ora il suo cruccio, in piena Guerra Fredda, è replicare per le rime all'invasione sovietica in Afghanistan: con soli cinque milioni di dollari di aiuti che resistenza possono opporre i valorosi mujaheddin a carri armati ed elicotteri di ultima generazione?

In otto anni, con l'appoggio dello scafato agente della CIA Gustav Avrakatos (Philip Seymour Hoffman) porterà il montepremi bellico a un miliardo di dollari.

Gli odiati comunisti battuti.

LA GUERRA DI CHARLIE WILSON è un eccellente dramma politico, tratto dalla storia di un personaggio realmente esistito (sembra la cosa più incredibile del film nda), a metà strada dalla commedia, costellato di dialoghi scintillanti e diretto con brio dal veterano regista Mike Nichols (IL LAUREATO, per dire).

Amante di donne, alcol e cocaina, Wilson riuscì attraverso un'improbabile alleanza tra il Mossad israeliano, l'Egitto e il Pakistan a far avere alla resistenza afgana ciò di cui aveva più bisogno: armi, missili controcarro e terra-aria per abbattere gli elicotteri russi.

Mentre Robert Redford è solito lanciarsi contro la politica americana con dei quasi-trattato (l'ottimo LEONI PER AGNELLI per esempio), Mike Nichols punta sulla farsa. Le due pellicole, in ogni caso, sembrano condividere un punto di vista, quello di mostrare una strategia estera americana un po' casuale, per motivi interni e spesso con ignoranza. Fermandosi di solito quando le armi tacciono e bisognerebbe aiutare la ricostruzione "civile".

Hollywood mette dunque in luce gli aspetti più sconclusionati e casuali della politica, tra religione e nazionalismo, esibendo una sfiducia nelle istituzioni dal sapore di campagna elettorale, comunque efficace nel dissacrare quei monumenti intoccabili dell'autorità trattati spesso con reverenza (la CIA, il Congresso).

Il personaggio lo consentiva e Tom Hanks, nel valzer dei cinici,  seppur inadatto al ruolo del deputato dai facili costumi con occhiali, whisky e bretelle, si cala nella parte con intensità burlesca, anche grazie alla compagnia di Julia Roberts (sempre sexy in bikini) e dello strepitoso ed impagabile Philip Seymour Hoffmann.

Unico appunto: trattato sbrigativamente il punto essenziale, lo scorcio sul futuro, cioè che quegli stessi mujaheddin si sono ritorti contro l'America stessa.

Insomma russi cattivi, l'America è il bene e ci si dimentica di Bin Laden...

INSONNIA D'AMORE

Seattle (Usa). E' preda della solitudine da un anno e mezzo l'ancor giovane architetto vedovo Sam (Tom Hanks).
La vigilia di Natale  il figliolo, il piccolo Jonah, che vorrebbe un'altra mamma, più che altro per il padre, mette in contatto proprio il recalcitrante papà con la logorroica speaker, salva anime in pena, di una radio privata.

Le confidenze carpite dalla suadente conduttrice a padre e figlio, incantano poi la giornalista rampante Annie (Meg Ryan), casualmente in ascolto mentre è alla guida, in viaggio da Baltimora per raggiungere il promesso sposo Walter (Bill Pullman).

Un amore poco granitico visto che si spappola subito nel confronto con quello nascente.

Appuntamento con il destino a New York. Si, ma quando? Proprio nel giorno di San Valentino.

INSONNIA D'AMORE è una discreta commedia diretta da una specialista del genere, già sceneggiatrice dell'ottimo HARRY TI PRESENTO SALLY, Nora Ephron. Attraverso un brillante gioco di inseguimenti ed innamoramento dapprima ideale, poi reale, il film conduce in porto un finale sentimentale (e forse troppo zuccheroso) attraverso una buona sceneggiatura (che indulge un po' troppo nel sentimentalismo, specie nel ritratto del protagonista maschile), abilissima a dosare lacrime e sorrisi.

Inutile dire che il tasso di ruffianeria e prevedibilità è elevato, unito a carezzevoli musiche.




Praticamente perfetti per le loro parti i due attori protagonisti, carini, affiatati e in grande forma.

C'E' POST@ PER TE

New York. E' triste la graziosa (ma nubile) Kathleen Kelly (Meg Ryan): sulla sua piccola libreria per bambini, The Shop Around the Corner, incombe come una minaccia mortale l'apertura del grande emporio all'angolo dello squalo (celibe) Joe Fox (Tom Hanks).

I due, che nella realtà sono professionalmente rivali e nei loro scontri ciascuno dei due cava il peggio dell'altro, ignorano di essere i cinguettanti colombi che, nascosti da un nickname, sono pronti a scambiarsi ogni sera confidenze e sospiri via internet.

C'E' POST@ PER TE è una zuccherosa ma piacevole e scaltra commedia rosa, rifacimento (con opportuno rinfresco, le mail al posto delle lettere nda) del classico del cinema sentimentale "Scrivimi fermo posta" (1940) di E. Lubitsch.

Bisogna dire che la regista Nora Ephron, già sceneggiatrice di HARRY TI PRESENTO SALLY , rimane una delle poche specialiste della commedia sentimentale, ma basata su vecchie idee altrui: il suo INSONNIA D'AMORE (sempre con Meg Ryan e Tom Hanks del 1993) risaliva al 1939, ovvero a "A Love Affair" di Leo McCarey.

I simpatici Meg Ryan e Tom Hanks si calano perfettamente nella parte della ragazza che sogna il principe azzurro e del ragazzo un po' imbranato che fatica a dichiararsi a voce. 

Si accapigliano di presenza e si fanno gli occhi dolci al computer. Per fortuna che c'è internet, che fa miracoli!

Da segnalare una New York autunnale fotografata davvero bene.

L'AMORE ALL'IMPROVVISO - LARRY CROWNE

America di Obama, quella della crisi, dove la gente perde il lavoro (e la casa) dall'oggi al domani. Larry Crowne (Tom Hanks), più volte impiegato del mese, lavora con passione e attenzione per una catena di negozi dal tempo del suo congedo dalla Marina.

Viene però licenziato in tronco. Motivazione: non ha un titolo di studio superiore e quindi non potrà mai fare carriera, in pratica sarà sempre il primo della lista ad essere depennato.

D'altra parte dal congedo in Marina, aveva subito avuto bisogno di lavorare e quindi non aveva potuto proseguire gli studi. Decide però di farlo ora pensando che non sia mai troppo tardi.

Si iscrive a un corso di economia condotto dal giapponese professor Matsutani e a quello di Parlare in Pubblico 217 tenuto dalla professoressa Mercedes Tainot (Julia Roberts), svogliata e sprezzante, che ha perso motivazioni nell'insegnamento anche a causa della sua precaria situazione coniugale, un matrimonio ormai alla fine (il marito scroccone preferisce navigare nei siti porno, ossessionato dai seni grossi) e una predilezione per i drink (alcolici) ghiacciati.

Larry fa subito amicizia con una giovane studentessa, Celestia, che lo "adotta", lo introduce in un gruppo di garbati amanti delle due ruote (vespa e affini) e cerca di cambiarne il look un po' troppo fuori moda.

Le rate del mutuo incombono ma siamo in America. Quando sembri definitivamente con le gomme a terra, c'è sempre la possibilità di rifarti, anche con l'amore improvviso.

L'AMORE ALL'IMPROVVISO di e con Tom Hanks è una favoletta bella e buona, raccontata dal regista alla Frank Capra senza averne le sue capacità narrative, finendo nell'esagerare nel pensare positivo.

La discreta premessa per una storia (anche se vista e rivista) che poteva essere interessante per un'analisi dell'odierna diffusa insicurezza ma, pur partendo da un tema sociologico contemporaneo (un licenziamento improvviso), il film a poco a poco si allontana da questo intento per trasformarsi in un'occasione al fine di raccontare una storia d'amore.

L'unica vera cattiva del film: la Banca. Anche se questo è vero ad ogni latitudine.

Quanto all'attore, Tom Hanks con quella faccia un po' così e quell'espressione un po' così è perfetto per interpretare il ruolo di Larry Crowne. Chi meglio di lui incarna gli ideali americani? Basta dare una ripassata alla sua filmografia per verificare come, da vent'anni a questa parte, molti dei sogni made in USA siano stati coltivati dai suoi personaggi.

Julia Roberts è sempre un bel vedere. Come le sue gambe, ripetutamente inquadrate.

LADYKILLERS

Mississippi (Usa). Fa breccia nel cuore della svagata vedova Munson (Irma P. Hall) la forbita eloquenza del bizzarro e sedicente letterato, professor Goldthwait Higginson Dorrflom (Tom Hanks).

Volentieri quindi l'anziana signora di colore affitta una camera al ciarlatano, interessato alla vasta cantina.

Dove s'installa con quattro colleghi meno raffinati: proveremo qui le nostre musiche sacre rinascimentali.

E i manigoldi sfondata la parete di tufo, preparano l'assalto al caveau con il ricco malloppo del contiguo casinò galleggiante.

Coen, basta la parola. Tutto quel che toccano diventa oro.

Specialmente nelle recensioni, magari un pò meno al botteghino, visto gli incassi di questo LADYKILLERS, che, nonostante sia ritenuto uno dei film meno riusciti dei fratelli Coen, per noi rimane un delizioso giallorosa, per raffinatezza e cinefilia.

Anche se i fratelli di Minneapolis sembrano un pò in soggezione nel rimettere in scena il delizioso "La signora omicidi" di mezzo secolo prima, usato come l'occasione per raccontare con sottile ironia il Sud degli States rivisitandone la cultura musicale

Un difetto: il nuovo acquisto Tom Hanks sembra completamente lasciato alla deriva e vederlo interagire col rapper afro-americano ipersboccato è svilente.

Vi suggerisco di seguire un personaggio importante ma che potrebbe non sembrare tale: il gatto.

Fatelo e non ve ne pentirete.

PROVA A PRENDERMI

New York, 1963. Frank W. Abagnale Jr. (Leonardo Di Caprio) è il tipico quindicenne americano di buona famiglia degli anni '60. Ma l'improvviso dissesto finanziario del padre e il divorzio dei genitori piombano nella sua vita all'improvviso. Scosso soprattutto dalla separazione dei genitori scappa di casa.

Ma come sbarcare il lunario? Irrompe, pur non avendo nessun requisito, a cominciare dall'età, come co-pilota alla Pan Am, grazie ad una divisa da pilota della stessa compagnia.

Nel suo dna ci sono evidentemente tracce degli imbrogli di papà Frank senior (Christopher Walken), se grazie alla stessa divisa e ad una macchina marcatrice per alterare i numeri, comincia a cambiare assegni fasulli in quantità industriale, tanto da entrare presto nel mirino dell'Fbi, che gli sguinzaglia dietro l'agente scelto Carl Hanratty (Tom Hanks), esperto in frodi bancarie e come il suo antagonista solo al mondo.

Una faccia tosta da non credere e un'abilità diabolica nei travestimenti rischiano di far impazzire l'ostinato segugio.

Ci vorranno anni per stanarlo ma tra i due finirà per crearsi un insolito rapporto filiale.

PROVA A PRENDERMI è una scorrevole, nonostante la durata consistente, e spigliata commedia poliziesca che Steven Spielberg, che dirige con ironico brio (vuole divertirsi e si vede nda), ha tratto dalle autocelebrative memorie di un leggendario ex truffatore.

Cast superlativo, regia impeccabile memore tanto della commedia di costume quanto della suspence hitchcockiana, un tono leggero mantenuto per due ore.

Tanto di cappello alla magnifica ricostruzione d'epoca (con tanto di titoli di testa in stile anni '60, musiche alla Henry Mancini, scelta dei colori e tutto il resto) e ai due misurati protagonisti, il volutamente grigio Tom Hanks e il viso d'angelo (e da schiaffi) Leonardo Di Caprio, per un ottimo esempio di cinema di entertainment.

FORREST GUMP


Savannah, Georgia (Usa), anni sessanta. Il timido, complessato e malaticcio Forrest Gump (Tom Hanks) è sempre stato considerato un fessacchiotto, scarsa intelligenza accoppiata a generosità di cuore, da tutti fuorchè dalla tenera mamma d’acciaio (Sally Field).

Poi un giorno la svolta: la comprensiva coetanea Jenny Cyrran (Robin Wright), figura fondamentale di tutta la sua vita, lo incita a una corsa sfrenata per sfuggire alle angherie di tre compagni teppistelli.

Caspita che velocità!! Senza protesi sembra Jessie Owens (bianco), tanto da diventare presto campione di football, con relativa laurea annessa.

Si arruola e finisce in Vietnam dove salva l’ufficiale comandante del suo reparto, Dan Taylor (Gary Sinise), da morte certa. 

Decorato dal Congresso, sempre innamorato delle sua bella, fa i miliardi, per caso, con la pesca dei gamberi, diventa una specie di guru, è ricevuto da tre presidenti alla Casa Bianca, sempre per caso provoca lo scandalo Watergate, dopo anni di attesa sposa il suo grande amore che gli dà un figlio e muore di qualcosa che assomiglia all’Aids (erano gli anni novanta nda).

FORREST GUMP è una piacevole e originalissima commedia social-sentimentale diretta da Robert Zemeckis, che con grande intuito psicologico, la consueta scaltrezza, un pizzico di poesia e magistrali effetti speciali, attraversa trent’anni di storia a stelle e strisce inneggiando all’uguaglianza.

Il messaggio è semplice: anche nei panni di un (presunto) cretino può nascondersi un genio.

FORREST GUMP è un film che non ti fa pensare ma sentire, oppure ti fa pensare al modo con cui si sente. Un geniale intrecciarsi di emozioni e sentimenti che pervade il film dalla prima all’ultima scena. Perfetto Tom Hanks, idiota gentile anche nei minimi dettagli.

Efficaci e magistralmente sfruttati gli effetti speciali con nuove (all’epoca) tecniche di editing digitale che consentirono a Robert Zemeckis di inserire Hanks in vecchi telegiornali accanto a Nixon, Kennedy, Johnson, John Lennon e di moltiplicare le comparse davanti al Lincoln Memorial di Washington.

Pioggia di lacrime e di Oscar: film, regia, attore protagonista, sceneggiatura, effetti speciali, montaggio.

CAST AWAY

cast away locandinaMemphis (Usa), vigilia di Natale. Tornerò per Capodanno, promette alla moglie Kelly (Helen Hunt) l’agente di una compagnia di trasporti Chuck Noland (Tom Hanks), prima di imbarcarsi sull’aereo.

Mentre da Memphis vola verso la Tailandia per lavoro una bufera fa precipitare il mezzo: unico superstite nel disastro, si risveglia su un isola deserta. Solo. Si tratta di sopravvivere.

E’ dura per un uomo civilizzato procurarsi cibo ed acqua senza scaffali a portata di mano, riuscire ad accendere il fuoco, trovare un rifugio per ripararsi dalle intemperie.

Beve il succo delle noci di cocco, succhia la polpa dei granchi, si ferisce coi coralli.

Per non impazzire di solitudine inventa un amico immaginario, un pallone bianco da volley, battezzato Wilson, su cui ha disegnato un volto umano per avere qualcuno con cui parlare.

Passano gli anni, ma quattro son lunghi, e allora si fa una zattera per percorrere la strada verso la civiltà.

Ce la farà il nostro eroe a tornare a casa?

CAST AWAY è un emozionante, con qualche noioso passaggio a vuoto e un paio di scene umanamente toccanti, dramma sulla sopravvivenza, che rivernicia le avventure di Robinson Crusoe, un tantinello poco credibili, o comunque meno, all’inizio del terzo millennio.

La prima parte è perfetta; l’ultima, tirata in lungo, un’inutile orpello.

L'isola solitaria non è un paradiso perduto, è un inferno. Valgono di più i rapporti. Meglio se si trasformano in sentimenti forti. Ed è questa la differenza con Robinson Crusoe, che trecento anni prima lasciava la sua isola, dopo ventotto anni, a malincuore. 

Spaventoso (dunque magnifico) l'incidente aereo. E quell'isola sempre grigia, sempre tempestosa.

Il sempre bravo, come e più di sempre, Tom Hanks tra l’una e l’altra, girate ad un anno di distanza, perse ben ventidue chili.

Probabilmente recuperati in dollari.

IL CODICE DA VINCI

Parigi. Nelle sale buie e vuote del Louvre, il fanatico monaco Silas (Paul Bettany), sicario del vescovo Aringarosa (Alfred Molina), ammazza l'anziano curatore del museo. Il cadavere dell'uomo viene ritrovato ricoperto di strani segni e nella posizione dell'uomo di Vitruvio di Leonardo Da Vinci. Delle scritte sul suo corpo coinvolgono Robert Langdon (Tom Hanks), un esperto di simbologia religiosa, che aveva un appuntamento con la vittima.

Lo sbrigativo commissario Bezu Fache (Jean Reno) punta subito il dito su di lui, costringendolo, aiutato dalla vispa nipotina della vittima, la criptologa Sophie Neveu (Audrey Tautou), a svignarsela con sottobraccio un marchingegno inventato da Leonardo da Vinci.

E' l'inizio di una ricerca che potrebbe portare a uno sconvolgimento della fede cristiana.

I due fuggitivi trovano quindi rifugio nella villa del teologo Leigh Teabing (Ian McKellen). Ma killer e polizia sono sulle tracce.

De IL CODICE DA VINCI si è detto e scritto a dismisura tanto da costruire, alla sua presentazione dell'epoca, un'attesa per il film decisamente al di là delle sue qualità.

Nella realtà il film del regista Ron Howard è un ingarbugliato e prolisso giallo, tratto dal bestseller di Dan Brown, riciclandone le farneticazioni religiose del romanzo (Maria Maddalena era moglie di Gesù Cristo, Topo Gigio era un templare ect. ect.).

Le falsificazioni storiche di Dan Brown unite alle dispute religiose di ieri e di oggi (Opus Dei, Sacro Graal, Templari) vengono collocate in flashback virati e tremolanti che sanno molto di posticcio, mentre i due protagonisti procedono di casella in casella come nel gioco dell'oca, con l'aggiunta di un pò di violenza.

I credenti, o meglio, i cattolici, avevano motivo di temere questo film perché nel romanzo la tensione narrativa è sostenuta con una scrittura da autore di best seller consumato e se è vero come è vero che il cinema raggiunge masse che non hanno mai letto un libro in vita loro le ansie erano quasi giustificate. Ma, come è scritto a premessa del libro, la storia è opera di fantasia: personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell'autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione e sullo schermo l'inverosimiglianza diventa assolutamente evidente.

Tra il caveau di una banca e la cripta di una chiesa antica, mentre si descrivono i prelati come avrebbe potuto farlo un mangiapreti romagnolo del secolo scorso, si dipana un thriller di appena sufficiente fattura con influssi da road movie.

Ma davvero nulla di più.

Tom Hanks appare particolarmente svogliato, svegliato solo dal fruscio dei dollari del cachet, mentre la monocorde Audrey Tautou sembra ancora immersa nel fantastico mondo di Amèlie.

Fatela doppiare da un'attrice, per favore.

IL MIGLIO VERDE

Could Mountain (Louisiana), 1935. Nella prigione, tutto sommato umana e a "conduzione familiare", il capo dei cinque secondini è il veterano Paul Edgecomb (Tom Hanks), un cuore d'oro che raramente usa il pugno di ferro.

Per esempio con il sadico e vile collega raccomandato Percy Wetmore (Doug Hutchison), che ha il brutto vizio di sfogare le proprie meschine frustrazioni sui reclusi, come il monumentale, dalla pelle color cioccolata, John Coffey (Michael Clarke Duncan), accusato di aver stuprato ed ucciso due bambine (ma è innocente).

Il gigante , che si rivelerà un uomo candido e gentile, dimostra di avere singolari doti taumaturgiche, poteri quasi divini: guarisce malati gravi e, in un caso, riporta alla vita un morto.

Gli basteranno ad evitare il corridoio che conduce alla sedia elettrica?

Il miglio verde è infatti, in slang, il percorso dei condannati a morte. Soggetto che ha sempre un forte appeal cinematografico.

Avvincente e toccante , anche se afflitto da un anacronistico buonismo alla Frank Capra, film diretto dal dotato Frank Darabont (Le ali della libertà) tratto da un romanzo dell'inesauribile Stephen King.

La storia vive nella memoria del capo dei secondini che era stato a sua volta "miracolato" dal condannato. Tutto gira bene, del resto King ha spalle talmente robuste da sostenere anche qualche lentezza di troppo. Tom Hanks, come sempre, è un protagonista credibile, appassionato e appassionante.

Un avvertimento: impossibile non commuoversi.

APOLLO 13

Cape Kennedy, 11 aprile 1970. Viaggiano in direzione della Luna sul razzo Saturno V il cosmonauta esperto Jim Lovell (Tom Hanks) e i meno esperti Jack Swigert (Kevin Bacon) e Fred Haise (Bill Paxton).

“Houston abbiamo un problema”, improvvisamente risuona nella base della Nasa a terra: c’è un problema a bordo della piccola navicella Apollo 13 lanciata in orbita dal razzo suddetto.

Cosa è successo? Il guasto tecnico è rappresentato dallo scoppio di un serbatoio per l’ossigeno, e a terra il centro di controllo della missione lunare diretto dal ruvido Gene Krantz (Ed Harris) prepara l’inatteso piano di emergenza per far rientare sani e salvi e tre viaggiatori dello spazio.

Anche se malato viene convocato Ken Mattingly (Gary Sinise), che avrebbe dovuto essere sulla navetta: farai delle simulazioni per capire quello che accade lassù e come metterci una pezza.

E mentre i tre cosmonauti s’apprestano ad affrontare nella speranza la difficile situazione, l’America a stelle e strisce attende col fiato sospeso.

APOLLO 13  è un enfatico, prolisso e scontato kolossal claustrofobico del regista Don Howard, che mette in scena una storia vera risalente al periodo avventuroso della conquista dello spazio con ammirevole senso dello spettacolo.

La suspense di questo thriller spaziale non è propriamente al massimo (la storia è nota, quindi scontata nel finale) e il film è pervaso da un eccessivo patriottismo, orgoglio yankee non raro per i filmoni hollywoodiani (“Non abbiamo mai perso un americano nello spazio, non cominceremo adesso.”)

Tanto è bastato per guadagnarsi due Oscar minori (montaggio e sonoro) su nove nomination.
Come già detto, nonostante il lavorio incessante degli esemplari protagonisti, chi conosce già l’episodio rischia di annoiarsi.

SPLASH - UNA SIRENA A MANHATTAN

New York, Manhattan. Una biondissima vamp muta (Daryl Hannah) esce dalle acque, nuda come la Venere di Milo, proprio sotto la Statua della Libertà. Ovviamente finisce dritta dritta al Commissariato.

In mano ha i documenti del timido commerciante di frutta all’ingrosso Alan Bauer (Tom Hanks), da lei salvato il giorno prima dall’annegamento.

Il giovine, che lavora in società con il fratello spara balle Freddy (John Candy), non sospetta minimamente che quelle due belle e lunghe gambe si trasformano in una coda appena toccano l’acqua.

Già, la verità è che Madison in realtà è una sirena. Lei rimane in casa sua ed è subito amore.

Frattanto l’ittiologo Walter Kornbluth (Eugene Levy) le dà la caccia avendo intuito la sua vera identità.

SPLASH - UNA SIRENA A MANHATTAN è una commedia appena passabile del dotato Ron Howard, una favoletta per adulti, moderatamente spassosa e con qualche battuta decente.

Tom Hanks era veramente magro, ancora lontano dal successo di FORREST GUMP.

Daryl Hannah, splendida ex-fiamma del povero John John Kennedy, è veramente uno schianto di sirena.

Col cavolo che Ulisse tornava da Penelope incontrando una sirena siffatta

PHILADELPHIA

Philadelfia. Il brillante avvocato in carriera Andrew Beckett (Tom Hanks) è licenziato su due piedi per inefficienza e inaffidabilità dal prestigioso studio legale dove lavora.

È una scusa: in realtà hanno appena scoperto che è omosessuale e malato di Aids.

Il giovanotto, cui non basta il sostegno dall'affettuosa famiglia e dalle carezze consolatorie del suo tenero compagno Miguel (Antonio Banderas), si rivolge al riluttante e grintoso collega di colore Joe Miller (Denzel Washington) per citare in giudizio il suo ex datore di lavoro, il cinico squalo Charles Wheeler (Jason Robards).

Ok, si va in Tribunale, dove la l'azzeccagarbugli Belinda Conine (Mary Steenburgen) tenta di fare le scarpe al sempre più debole attore (nel senso di colui che ha intentato causa).

PHILADELPHIA è un angoscioso melodramma sentimental-social-giudiziario (1ª produzione di alto costo, 25 milioni di dollari, sull'Aids), dell'ottimo regista Jonathan Demme ("Il silenzio degli innocenti", per capirci).

Bisogna ammettere che ha gioco facile nel provocare lo sdegno dello spettatore e buon gusto nell'evitarci pruriginose visioni di amplessi tra il macho Antonio Banderas e il misurato e straordinario Tom Hanks (Oscar meritato).

Il film è qualcosa di più di un onesto esempio di cinema civile: ne fanno testo alcune scene memorabili, la festa gay e la sequenza in cui Hanks ascolta Maria Callas in Andrea Chenier (4° atto) di Giordano, e la colonna musicale in cui Mozart, Spontini, Cilea, Catalani s'alternano a Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Neil Young.

Oscar anche a Bruce Springsteen per la canzone “Streets of Philadelphia”. <

ERA MIO PADRE

Illinois (USA) 1931, anni del proibizionismo. Il taciturno ed affettuoso padre di famiglia Michael "l'angelo" Sullivan (Tom Hanks), sposato con la rassegnata Annie, è, segretamente, il killer di punta del gangster irlandese John Rooney (Paul Newman),che controlla tutte le attività illecite e che lo considera il figlio che avrebbe voluto, apprezzandolo ben più dell'inetto figlio Connor.

Una notte, dopo averlo seguito di nascosto, di un sanguinoso regolamento di conti è terrorizzato testimone il primo figlio del sicario, Michael junior (Tyler Hoechlin): terrà il segreto, si affretta a giurare il padre al boss.

Niente da fare, la moglie e il figlio più piccolo di Sullivan vengono mandati al Creatore, mentre il papà e il ragazzino cominciano a girovagare per salvare la pelle e preparare la vendetta, inseguiti dal sadico killer fotografo dei morituri Maguire (Jude Law).

Si innesca una reazione a catena, e Sullivan non potrà far altro che ingaggiare una lotta con la malavita, un percorso che lo porterà alla liberazione solo a costo dell' annientamento, per garantire al figlio superstite un futuro "pulito"

ERA MIO PADRE è un bellissimo e struggente dramma poliziesco con personaggi da tragedia greca, diretto bene dal regista Sam Mendes, al suo secondo film dopo lo scabroso dramma social-familiare AMERICAN BEAUTY. Film nel quale Tom Hanks affronta anche il primo ruolo da "cattivo", ruolo che l'attore disegna in tutta la sua crudeltà, ma anche nella sua umanità.

Un film cupo, disperato ed angosciante, dove la pioggia incessante bagna i volti induriti dei magnifici protagonisti, incastrati nelle tremende scelte imposte dai rispettivi ruoli.

Da cineteca l'interpretazione di Paul Newman, in un ruolo storicamente del padrino Marlon Brando, fatta senza ghirigori, ma magistralmente capace di far comprendere lo strazio del padre sottomesso alle ineluttabili regole d'onore.

Assolutamente consigliata la visione.