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PROFESSIONE ATTRICE: AMY ADAMS

E' nata a Vicenza ma (purtroppo per noi) è americana. Padre militare della SETAF dello United States Army, famiglia mormone, destino hollywoodiano.

Per AMY ADAMS dopo tante serie tv, il debutto, profetico, fu in BELLA DA MORIRE.

In effetti bellissima, ha dovuto faticare da morire per arrivare in cima.

La prima parte vera fu l'infermiera (con apparecchio dentale) innamorata di Leonardo Di Caprio in PROVA A PRENDERMI.

Dopo, non l'ha presa più nessuno: LA GUERRA DI CHARLIE WILSON, IL DUBBIO, THE FIGHTER, AMERICAN HUSTLE (mai stata così eccitante...), BIG EYES, ARRIVAL, ANIMALI NOTTURNI.

E ora, tornando dal cinema alla tv, è protagonista e ispiratrice (fu lei a leggere per prima l'omonimo romanzo) della miniserie già di culto SHARP OBJECT di Jean-Marc Vallée.

Storie (nere) di abusi, autolesionismo, alcol e bullismo...

Da tutto il peggio, ha tirato fuori il meglio.

Quello che fanno le grandi attrici.



THE FIGHTER

Lowell, Massachusetts (Usa), 1993. Asfalta le strade con il padre il fragile pugile part-time Micky Ward (Mark Wahlberg), separato e padre della piccola Kasie.

Per manager ha l'avida, asfissiante ed egoista Alice (Melissa Leo), madre di altrettanti odiose figlie in fotocopia, oltre che del tossico Dicky Eklund (Christian Bale).

Lo schizzato Dickie è stato un pugile promettente e, così si narra, una volta ha addirittura messo al tappeto Sugar Ray Robinson. Sbruffone e sregolato, dopo un lampo di fama Dickie ha accartocciato la propria esistenza nei fumi del crack.

Micky, timido e schivo, è un vero talento ma, soffocato dalla ‘fama” di Dickie, idolatrato nella cittadina periferica in cui vivono, e dall’asfissiante e numerosa famiglia, non riesce a tirar fuori le proprie potenzialità.

Fino a quando Micky viene mandato allo sbaraglio in un incontro e da lì cresce pian piano il desiderio di affrancarsi da una famiglia davvero troppo pesante da sopportare.

L'incontro con l'avvenente barista Charlene (Amy Adams) offre un ulteriore impulso a questa separazione. Non sarà un percorso facile ma il fratellone sarà in grado di rimettere in riga la sua vita pur di spingere il fratellino verso il titolo.

E ora botte da orbi!!!

THE FIGHTER è un sofferto, emozionante dramma, ambientato in una di quelle cittadine operaie, dove tutti sono poveri e all'apparenza infelici, e che parla di personaggi e vicende reali.

Buon film di riscatto e perdono, costruito con una sceneggiatura che mette in risalto i rapporti e i conflitti coi personaggi, lasciando la boxe in un piano minore. Tutti gli elementi resi benissimo da un cast in ottima forma: Bale certamente è aiutato dall'interpretare un personaggio più complesso, ma il suo talento nel mostrare un uomo che ha buttato via la sua vita e quella della sua famiglia è reso in maniera convincente ed efficace, a un millimetro dalla macchietta.

I due protagonisti trovano il riscatto sul ring, ma solo Christian Bale arraffa l'Oscar, con Melissa Leo.

Non un capolavoro, ma sicuramente un film coinvolgente.

LA GUERRA DI CHARLIE WILSON

Washington, aprile 1980. Rappresentante per il Texas al congresso americano, il concreto deputato Charlie Wilson (Tom Hanks) ama il whisky e le belle ragazze, ma la donna della sua vita è la platinata miliardaria Joanne Herrings (Julia Roberts), paladina della fede cristiana e della lotta al comunismo.

Inutile aggiungere che i furtivi amplessi , oltre che al piacere, mirano anche al dovere (fondi).

Ora il suo cruccio, in piena Guerra Fredda, è replicare per le rime all'invasione sovietica in Afghanistan: con soli cinque milioni di dollari di aiuti che resistenza possono opporre i valorosi mujaheddin a carri armati ed elicotteri di ultima generazione?

In otto anni, con l'appoggio dello scafato agente della CIA Gustav Avrakatos (Philip Seymour Hoffman) porterà il montepremi bellico a un miliardo di dollari.

Gli odiati comunisti battuti.

LA GUERRA DI CHARLIE WILSON è un eccellente dramma politico, tratto dalla storia di un personaggio realmente esistito (sembra la cosa più incredibile del film nda), a metà strada dalla commedia, costellato di dialoghi scintillanti e diretto con brio dal veterano regista Mike Nichols (IL LAUREATO, per dire).

Amante di donne, alcol e cocaina, Wilson riuscì attraverso un'improbabile alleanza tra il Mossad israeliano, l'Egitto e il Pakistan a far avere alla resistenza afgana ciò di cui aveva più bisogno: armi, missili controcarro e terra-aria per abbattere gli elicotteri russi.

Mentre Robert Redford è solito lanciarsi contro la politica americana con dei quasi-trattato (l'ottimo LEONI PER AGNELLI per esempio), Mike Nichols punta sulla farsa. Le due pellicole, in ogni caso, sembrano condividere un punto di vista, quello di mostrare una strategia estera americana un po' casuale, per motivi interni e spesso con ignoranza. Fermandosi di solito quando le armi tacciono e bisognerebbe aiutare la ricostruzione "civile".

Hollywood mette dunque in luce gli aspetti più sconclusionati e casuali della politica, tra religione e nazionalismo, esibendo una sfiducia nelle istituzioni dal sapore di campagna elettorale, comunque efficace nel dissacrare quei monumenti intoccabili dell'autorità trattati spesso con reverenza (la CIA, il Congresso).

Il personaggio lo consentiva e Tom Hanks, nel valzer dei cinici,  seppur inadatto al ruolo del deputato dai facili costumi con occhiali, whisky e bretelle, si cala nella parte con intensità burlesca, anche grazie alla compagnia di Julia Roberts (sempre sexy in bikini) e dello strepitoso ed impagabile Philip Seymour Hoffmann.

Unico appunto: trattato sbrigativamente il punto essenziale, lo scorcio sul futuro, cioè che quegli stessi mujaheddin si sono ritorti contro l'America stessa.

Insomma russi cattivi, l'America è il bene e ci si dimentica di Bin Laden...

PROVA A PRENDERMI

New York, 1963. Frank W. Abagnale Jr. (Leonardo Di Caprio) è il tipico quindicenne americano di buona famiglia degli anni '60. Ma l'improvviso dissesto finanziario del padre e il divorzio dei genitori piombano nella sua vita all'improvviso. Scosso soprattutto dalla separazione dei genitori scappa di casa.

Ma come sbarcare il lunario? Irrompe, pur non avendo nessun requisito, a cominciare dall'età, come co-pilota alla Pan Am, grazie ad una divisa da pilota della stessa compagnia.

Nel suo dna ci sono evidentemente tracce degli imbrogli di papà Frank senior (Christopher Walken), se grazie alla stessa divisa e ad una macchina marcatrice per alterare i numeri, comincia a cambiare assegni fasulli in quantità industriale, tanto da entrare presto nel mirino dell'Fbi, che gli sguinzaglia dietro l'agente scelto Carl Hanratty (Tom Hanks), esperto in frodi bancarie e come il suo antagonista solo al mondo.

Una faccia tosta da non credere e un'abilità diabolica nei travestimenti rischiano di far impazzire l'ostinato segugio.

Ci vorranno anni per stanarlo ma tra i due finirà per crearsi un insolito rapporto filiale.

PROVA A PRENDERMI è una scorrevole, nonostante la durata consistente, e spigliata commedia poliziesca che Steven Spielberg, che dirige con ironico brio (vuole divertirsi e si vede nda), ha tratto dalle autocelebrative memorie di un leggendario ex truffatore.

Cast superlativo, regia impeccabile memore tanto della commedia di costume quanto della suspence hitchcockiana, un tono leggero mantenuto per due ore.

Tanto di cappello alla magnifica ricostruzione d'epoca (con tanto di titoli di testa in stile anni '60, musiche alla Henry Mancini, scelta dei colori e tutto il resto) e ai due misurati protagonisti, il volutamente grigio Tom Hanks e il viso d'angelo (e da schiaffi) Leonardo Di Caprio, per un ottimo esempio di cinema di entertainment.

UNA NOTTE AL MUSEO 2 - LA FUGA

Larry Daley (Ben Stiller) non è più il guardiano del Museo di Storia Naturale, ha fatto fortuna e ora è un giovane imprenditore, reso ricco dall'invenzione della torcia elettrica fosforescente, tra le altre cose.

Malgrado il successo ( e i soldi) non è troppo soddisfatto e sente che qualcosa gli manca.
Quel qualcosa che trova nelle sue sempre più sporadiche visite al vecchio museo.
Ma non è più tempo di statue di cera e plastiche, il Museo di Storia Naturale si sta infatti sbarazzando delle vecchie ricostruzioni come delle piccole miniature. Imballate in casse da viaggio le vecchie attrazioni sono destinate all'archivio federale dello Smithsonian Museum di Washington.

Per uno scherzo della solita scimmietta però assieme alle statue viene imballata anche la tavola egizia che ha il potere di animarle e che, portata a Washington, darà vita a tutto lo Smithsonian Museum compreso Kahmunrah, fratello di quell'Ahkmenrah combattuto e sconfitto nel primo episodio.

L'omino viene così invocato dagli antichi amici inanimati , precisamente al telefono dal cowboy Jedediah (Owen Wilson), soldatini di piombo, animali impagliati e statue di marmo.

Giunto al volo nel museo più grande del mondo, Larry si trova a fronteggiare il megalomane faraone suddetto, ansioso di conquistare il mondo con l'appoggio di altri due illustri complici tornati a vivere, Napoleone e Al Capone.

Tra parentesi l'apparizione di Bonaparte arriva a pennello per i traduttori italiani, che ci infilano una battuta (nè particolarmente comica ma neanche feroce): "Ho dei discendenti in Italia, c'è ne uno alla mia altezza, molto potente e spiritoso, lo conoscono tutti perchè una volta cantava sulle navi".

Battuta che consacra Berlusconi come icona pop.

Scritto e diretto dal recidivo Shawn Levy, autore della già modesta commediola di tre anni prima, che comunque un'ideuzza ce l'aveva, con i personaggi del museo di storia naturale che improvvisamnte prendono vita, non devia in nulla rispetto a quello che ci si aspetta da un sequel hollywoodiano, che nove volte su dieci è una bufala, un'inutile rifrittura dell'episodio pilota.
Se là ogni tanto si rideva, qui ci si annoia e si sbadiglia soltanto.
Anche il percorso del protagonista sarà quello già visto: il personaggio di Larry nonostante l'evoluzione e il successo professionale è allo stesso punto di partenza del primo film, se lì cercava un lavoro per realizzarsi qui non si sente realizzato con il lavoro che ha e la risposta sarà ancora una volta il museo.

Nel frenetico guazzabuglio, esasperato dalla colonna sonora a tutta randa, si agitano Lincoln, Ottavio, che parla in romanesco, Einstein, il generale Custer, il presidente Theodore Roosvelt (ancora il defilato Robin Williams) e la pioniera dell'aviazione Amelia Earhart (la bella Amy Adams). Storia americana, insomma.

Che sbatte fragorosamente contro l'adattamento italiano che non solo abusa arbitrariamente di parlate dialettali ma opera anche una serie di cambiamenti nei dialoghi inserendo provinciali riferimenti all'attualità nostrana.

Riferimenti che non solo cozzano con il film (Napoleone che parla come Berlusconi, Custer che dice di pettinarsi con 100 colpi di spazzola e il cowboy che afferma: "Sei matto come Cavallo Pazzo!") ma che sono anche incomprensibili ad un bambino.
L'unica battuta decente?

Quella sul Pensatore di Rodin: "A furia di pensare è caduto in depressione".

Non basta.