Visualizzazione post con etichetta christian bale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta christian bale. Mostra tutti i post

THE FIGHTER

Lowell, Massachusetts (Usa), 1993. Asfalta le strade con il padre il fragile pugile part-time Micky Ward (Mark Wahlberg), separato e padre della piccola Kasie.

Per manager ha l'avida, asfissiante ed egoista Alice (Melissa Leo), madre di altrettanti odiose figlie in fotocopia, oltre che del tossico Dicky Eklund (Christian Bale).

Lo schizzato Dickie è stato un pugile promettente e, così si narra, una volta ha addirittura messo al tappeto Sugar Ray Robinson. Sbruffone e sregolato, dopo un lampo di fama Dickie ha accartocciato la propria esistenza nei fumi del crack.

Micky, timido e schivo, è un vero talento ma, soffocato dalla ‘fama” di Dickie, idolatrato nella cittadina periferica in cui vivono, e dall’asfissiante e numerosa famiglia, non riesce a tirar fuori le proprie potenzialità.

Fino a quando Micky viene mandato allo sbaraglio in un incontro e da lì cresce pian piano il desiderio di affrancarsi da una famiglia davvero troppo pesante da sopportare.

L'incontro con l'avvenente barista Charlene (Amy Adams) offre un ulteriore impulso a questa separazione. Non sarà un percorso facile ma il fratellone sarà in grado di rimettere in riga la sua vita pur di spingere il fratellino verso il titolo.

E ora botte da orbi!!!

THE FIGHTER è un sofferto, emozionante dramma, ambientato in una di quelle cittadine operaie, dove tutti sono poveri e all'apparenza infelici, e che parla di personaggi e vicende reali.

Buon film di riscatto e perdono, costruito con una sceneggiatura che mette in risalto i rapporti e i conflitti coi personaggi, lasciando la boxe in un piano minore. Tutti gli elementi resi benissimo da un cast in ottima forma: Bale certamente è aiutato dall'interpretare un personaggio più complesso, ma il suo talento nel mostrare un uomo che ha buttato via la sua vita e quella della sua famiglia è reso in maniera convincente ed efficace, a un millimetro dalla macchietta.

I due protagonisti trovano il riscatto sul ring, ma solo Christian Bale arraffa l'Oscar, con Melissa Leo.

Non un capolavoro, ma sicuramente un film coinvolgente.

IL FUOCO DELLA VENDETTA

Braddock, Pennsylvania (USA). Il povero cristo Russell Baze (Christian Bale) ha una vita dura. E' un onesto operaio della Carrie Fornace che cerca di vivere una vita decente fra non poche preoccupazioni.

Si prende cura del padre, ex operaio della fonderia, malato terminale. Si accolla i debiti accumulati a forza di scommesse dal più aggressivo fratello Rodney (Casey Affleck), quattro volte soldato in Iraq e ora senza lavoro.Nel mentre sogna un futuro migliore con l'amata fidanzata Lena (Zoe Saldana). 

Brucia la fiamma del risentimento sociale in petto a Rodney, anima persa, un eterno disoccupato che, come tutti i reduci, si sente (giustamente, direi) tradito dal suo paese, quello per il quale ha combattuto (RAMBO dice niente?): animato da un desiderio di morte che lo porta a cercare continuamente lo scontro, si mette in un brutto di giro di debiti e incontri di boxe clandestini (a mani nude), gestiti da un capetto locale (Willem Dafoe).

La scarsa speranza nel futuro nutrita dai protagonisti si azzera in un attimo.

Uscito dal carcere dopo aver causato un incidente d'auto, Russell cerca di far riflettere il fratello. Invano.

In un drive-in nel nulla sugli Appalachi Casey rimane impigliato in un regolamento di conti tra il boss cittadino e il boss di montagna De Groat (Woody Harrelson), piccolo principe che detta leggi a suon di pugni e rivoltella, mentre lo sceriffo (Forest Whitaker) ha rubato la donna a Russell mentre lui scontava il carcere.

Papà Baze muore di cancro e la polizia non sembra in grado di aiutarlo.

Non resta che la rabbia e la vendetta.

IL FUOCO DELLA VENDETTA (Out of the Furnace) è una storia di fuoco ed acciaio nell' America operaia e disperata che, seppur ambientato nella fine dell'era Bush, rievoca le atmosfere del cinema hollywoodiano anni '70.

Un dramma grintoso sulla famiglia, il destino e la giustizia dalla confezione estetica, davvero ammirevole per struggente e malinconica bellezza, grazie a una fotografia livida che rappresenta perfettamente i colori del disagio.

Non c'è un raggio di luce, comunque, nella cittadina della cosiddetta "Rust Belt" manifatturiera, quella regione postindustriale Usa, colpita dalla depressione economica e contemporaneamente da un collasso etico e sociale, dove declino e decadenza urbana si fanno largo e dove soltanto il legame familiare e la lealtà tra fratelli ha un senso.

Il risultato è un film ben riuscito, anche grazie alla recitazione limpida e tesa degli interpreti, dal malinconico Christina Bale in testa (convince il suo personaggio di fratello protettivo)  e Casey Affleck, e un parterre di attori da antologia che comprende Woody Harrelson, Willem Dafoe, Sam Shepard e Forrest Whitaker.

Il film cui IL FUCO DELLA VENDETTA fa più evidente riferimento è IL CACCIATORE di Michael Cimino (oltre l'ambientazione industriale è citato esplicitamente nella scena del cervo graziato quando ne incrocia lo sguardo), e nella dinamica fondamentale fra i due fratelli, molto simile a quella fra i ruoli interpretati nel '78 da Robert De Niro e Christopher Walken.

E a dispetto del titolo (che significa "fuori dalla fornace" e fa riferimento all'acciaieria, cuore pulsante della cittadina e strumento di sopravvivenza per l'intera comunità), racconta i suoi personaggi, nessuno escluso, come immersi in un inferno incandescente dal quale è difficile uscire vivi.

Finale violento e asciutto.

IL CAVALIERE OSCURO - IL RITORNO

Gotham City. Otto anni dopo la morte di Harvey Dent, la città è apparentemente pulita, ad eccezione della coscienza del commissario Gordon (Gary Oldman).

Il similpipistrello Batman, ovvero l'eccentrico orfano riccone Bruce Wayne (Christian Bale) vive in volontario esilio nel suo Manor, con il solo paterno maggiordomo Alfred (Michael Caine) incapace di trovare un senso dopo la scomparsa di Rachel.

Ma ora deve tornare sui propri passi per fermare il terrorista psicopatico Bane (Tom Hardy), mercenario reso mostruoso da una maschera antidolorifica.

Il carognisissimo incrocio tra Emiliano Zapata e Robin Hood prima riduce la Wayne Enterprises in bancarotta e poi le soffia il segretissimo reattore nucleare convertendo il nucleo, pensato per produrre energia pulita, in un inarrestabile ordigno atomico.

Mentre Bruce è rinchiuso in una prigione impossibile, con la schiena spezzata, Bane instaura a Gotham City una tirannia del proletariato che è un vero e proprio regime del terrore e affida il detonatore della bomba nelle mani di un cittadino misterioso.

Mi fido o non mi fido della suadente Miranda (Marion Cotillard)?

IL CAVALIERE OSCURO. IL RITORNO è l'estenuante epilogo, anche per durata, della trilogia fantastica del popolare raddrizzatore di torti a cura di Christopher Nolan, che miscela al meglio la componente d'azione a quella introspettiva riuscendo a relegare spesso il protagonista ai margini senza mai perdere in intensità.
Magari qualche dimenticabile personaggio in meno avrebbe aiutato la comprensione.

Tra il secondo e il terzo capitolo della bat saga non c'è apparentemente soluzione di continuità, ma a ben guardare la formula non è quella del seguito quanto piuttosto quella della ripetizione, che garantirà il gradimento dell'ultimo tomo a chi aveva già (giustamente) apprezzato il secondo, ma allo stesso tempo porta a riapprezzare il primo, che acquisisce in prospettiva il valore aggiunto di una maggior libertà e inventiva.


Eccellente presenza (per ragioni tutt'altro che artistiche) quella di Anne Catwoman Hathaway, che fugge facendo salti mortali su un assassino tacco dodici.

IL CAVALIERE OSCURO

Gotham City. Il crimine organizzato in città, come da tradizione, ha le ore contate.

Batman, dalle orecchie nere sempre aguzze, dietro le quali si nasconde l'industriale miliardario Bruce Wayne (Christian Bale), il tenente James Gordon (Gary Oldman), il nuovo Procuratore Distrettuale Harvey Dent (Aaron Eckart), brillante ed incorruttibile, e alcuni improbabili epigoni dell'Uomo Pipistrello in imbottiture da hockey hanno dichiarato guerra ai criminali.

Sorpresa!!! La loro fortuna e i loro dollari, 68 milioni, mica bruscolini, accumulati in una banca di massima sicurezza, vengono rubati dal sadico Joker (Heath Ledger) che getterà la città nel disordine e nell'anarchia, al collasso della ragione.

«Ci sono uomini che vogliono solo vedere il mondo in fiamme», spiega filsoficamente il maggiordomo Alfred (Michael Caine), l'unico a conoscere l'identità segreta del suo padrone, Bruce Wayne, oltre al fido collaboratore, esperto di diavolerie, Lucius Fox (Morgan Freeman)

Infatti riempite le tasche di lame, polvere da sparo e sadismo, Joker sfiderà il cavaliere oscuro di Bruce Wayne, mettendo in scena un carnevale di sangue, sparatorie e tranelli e rivelerà il lato oscuro di Harvey Dent, l'eroe procuratore che applica la giustizia e agisce a volto scoperto.

IL CAVALIERE OSCURO di Christopher Nolan è senza dubbio un avvincente, spettacolare, pur se lungo, esplosivo fumetto avventuroso, che fa rivivere per l'ennesima volta (la settima, credo nda) l'eroe pipistrello, il supereroe delle comic stripes di Bob Kane.

Tra infiniti scoppi e accecanti effetti si muove un cast foltissimo e stellare  (pure Eric Roberts capo dei mafiosi), una sceneggiatura coi controfiocchi e un'ottima regia: in più, ambizioni di analisi antropologica e sociologica che non appaiono mal riposte.




Probabilmente il miglior Batman in cui fa l'ultima apparizione Heath Ledger, irriconoscibile per l'abuso di rossetto e cerone, Oscar postumo (meritato, credo), capace di interpretare il più anarchico, sadico e amorale dei criminali immaginabili. E quando parla questo cattivo travolgente è uno spasso.

BATMAN BEGINS

Gotham City. Bruce Wayne (Christian Bale), giovane rampollo erede di un illuminato filantropo, vede i suoi genitori assassinati da un rapinatore. Incapace di liberarsi del senso di colpa, inizia un vagabondaggio che lo porta fin sulle vette dell'Himalaia, dove Ra's Al Ghul e l'ambiguo maestro Ducard (Liam Neeson) lo iniziano alla via del loro culto ninja, addestrandolo alle arti marziali.

Wayne è deciso a servire la giustizia e tornato a Gotham City, trova in Carmine Falcone (Tom Wilkinson), potente trafficante di droga, in combutta con l'altrettanto crudele dottor Crane (Cillian Murphy),corrotto psichiatra, i due più acerrimi nemici, dietro ai quali però pare celarsi qualcuno di ancor più potente. L'unico modo per combatterli è diventare un simbolo, che dia forza e speranza alla gente.

Quindi spalleggiato dal fedele maggiordomo Alfred (Michael Caine) e dallo scienziato dell'azienda Lucius Fox (Morgan Freeman), che lo dota di ricchi gadget tecnologici, indossa un abito nero, con maschera e mantello, e vola sulla città per sconfiggere il Male.

Per chi non l'avesse capito, questo simbolo si chiamerà Batman, l'uomo-pipistrello (Bruce Wayne ha il terrore dei pipistrelli) terrore dei criminali nella metropoli della corruzione.

Troverà un alleato nel poliziotto onesto (raro come un tartufo bianco nella metropoli corrotta) Gordon (Gary Oldman) e l'amore nel sostituto procuratore Rachel Dawes (Katie Holmes).

BATMAN BEGINS è un assordante e cupo, ma indubbiamente di ottima fattura, fumetto fantastico, tratto come sempre dalle striscie di Bob Kane, scritto e diretto da Christopher Nolan, specializzato nell'esplorazione dei meandri più fangosi della mente umana, pronto a tuffarsi nella giovinezza del popolare supereroe, per precedere nella narrazione tutti i film che gli sono succeduti.

Questo quinto capitolo della moderna traduzione in pellicola di uno tra gli eroi a fumetti più amati di sempre è, come dicevo, ben confezionato, ed è quasi tutto merito dello stesso regista: Nolan immerge la trama in un'atmosfera cupa ma non barocca ed elude abilmente gli stereotipi pacchiani (in agguato ad ogni angolo nei film tratti da fumetti).

Un'ultima menzione per Christian Bale, ottimo in un cast stellare ma sottotono: finalmente un volto credibile per il Cavaliere Oscuro.

E l'ironia del beffardo Michael Caine delizierà i più grandi.



QUEL TRENO PER YUMA

Arizona, fine Ottocento. E' il terrore di banche e diligenze la banda del feroce pluriomicida Ben Wade (Russell Crowe).

Il capoclan è catturato nel saloon, dopo che si è rinfrancato con la bella tenutaria. Ma ora viene il difficile: chi si prenderà la briga (e il rischio) di portarlo fino a Yuma, via treno, per il processo?

Per duecento dollari si offre a far parte della scorta di cinque coraggiosi l'indebitato contadino (sta per perdere il ranch) Dan Evans (Christian Bale),che conduce una vita durissima, zoppo per una ferita di guerra, con moglie e due ragazzi a carico.

Lungo la strada verso il treno delle 3 e 10, il fuorilegge sghignazza sotto i baffi: sa bene che la gang, agli ordini del sadico vice Charlie Prince (Ben Foster), è pronta per salvarlo. Infatti la scorta si assottiglia.

E durante il cammino parlano, parlano, spiegano. Nel viaggio i due cominciano con l'odiarsi, continuano col rispettarsi, finiscono (quasi) amici, anche se il contadino non rinuncia al suo compito, anche quando rimane solo senza alcuna speranza di caricare il prigioniero su quel treno delle tre e dieci.
Nel frattempo il figlio maggiore di Evans è costretto a crescere in fretta e a diventare uomo nel dolore, e la faticosa integrità del contadino ha finito col conquistare il bandito.

Ambizioso remake, con molte variazioni, di un film in bianco e nero con l'identico titolo, del 1957, interpretato da Glenn Ford e Van Heflin.
Allora c'era il "western", coi suoi codici semplici, reiterati, banali e magnifici e col finale rassicurante.
C'era il buono e c'era il cattivo che poi era anche lui buono. Soprattutto c'era l'eroe, quell'"eroe", che nel cinema di oggi, e non solo nel cinema, è soltanto uno da sfottere.

Adesso il western è un genere desolato. Da allora è cambiato il pubblico, il cinema, è cambiata la chimica. È cambiato tutto. Allora valeva un storia semplice, un unico segmento.
Se si dimentica il classico di Delmer Daves, se lo si lascia vivere autonomamente, il film diretto da James Mangold è un'intensa avventura, un po' troppo spiegata, con tanta violenza in più, sparatorie a non finire e un numero considerevole di cadaveri.

Bravi i nemici per la pelle Russell Crowe e Christian Bale (il ragazzino de "L'Impero del sole").

Peccato per il finale a capocchia.

L'IMPERO DEL SOLE

Shanghai, 1941. Jim Graham (Christian Bale) ha undici anni: canta nel coro della chiesa, colleziona modellini di aerei, sogna di fare il pilota, partecipa a feste mascherate.

La fanciullezza dorata finisce all’alba della guerra cino-giapponese e il piccolo, figlio di un ricco diplomatico inglese si trova nel bel mezzo dei furori guerreschi.

Mentre i giapponesi bombardano a tutta randa e occupano la città, il ragazzino non ritrova più i genitori, dispersi chissà dove nella confusione del fuggi-fuggi generale, nel trionfo più totale del panico.

La sua casa è requisita e saccheggiata e lui, rimasto solo, deve arrangiarsi.

Fa lega con due soldatacci americani, Basie (John Malkovic) e Frank (Joe Pantoliano) che lo istruiscono e così impara a sopravvivere nella città preda del caos e nel campo di internamento, ormai scuola di vita, in cui assiste a penosissime scene.

Si ciba di vermi per vincere la fame e si salva a stento dalle rappresaglie nipponiche, ma non cessa dall'entusiasmarsi per le imprese aviatorie. Addirittura in visibilio lo mandano i cerimoniali recitati dai kamikaze prima di partire per le loro azioni suicide.

Si arriva così al 1945, quando Jim un giorno d'agosto vede un lampo accecante di luce bianca (è l'atomica su Nagasaki), poi perde un coetaneo con cui ha fraternizzato, ed esulta per l'arrivo dei parà americani. Fuori di senno per quanto ha visto e patito, il ragazzo finisce col ritrovare i genitori, ma il suo abbraccio alla mamma è senza sorrisi benché la città sia in festa per la liberazione.

Chissà da quante cicatrici è rimasto segnato...

L'IMPERO DEL SOLE è un appassionato e interminabile dramma di Steven Spielberg, fino ad allora maestro del fantastico, che dimostra di aver anche talento psicologico.

La prima mezz’ora è davvero grande cinema e alcune sequenze d’azione (il tragico distacco in mezzo alla folla tra madre e figlio) sono memorabili.

Il giovanissimo protagonista, Christian Bale, è uno dei rari bimbi prodigio che, crescendo, ha saputo mantenere uno standard interpretativo di alto livello.

IL MANDOLINO DEL CAPITANO CORELLI

Cefalonia (Grecia), 1940. Nell'isola occupata dai nazisti, con in comando il galante capitano Weber (un soldato, invece che nazista), arriva il contingente italiano del capitano Antonio Corelli (Nicholas Cage).

La fiera Pelagia (Penelope Cruz), figlia del ben più sagio e prudente medico condotto Iannis (John Hurt), dopo l'iniziale diffidenza, si innamora del sensibile ufficiale italico, che maneggia meglio il mandolino della pistola, che nel frattempo le si è insediato in casa, ma non può lasciarsi andare nelle braccia dello stesso.

E' già fidanzata con il partigiano analfabeta Mandras (Christian Bale), che si è fatto curare dalla mamma Drosoula (Irene Papas) ed è lesto lesto tornato tra le fila dei partigiani.

Ed ecco la tanto attesa notizia dello sbarco alleato in Sicilia.

E' l'inizio dei tormenti dei nostri soldati (come sempre con direttive "all'italiana". Cioè nessuna direttiva): se noi ci arrendiamo, che faranno i germanici?

IL MANDOLINO DEL CAPITANO CORELLI è un appassionato melodramma sentimental-bellico tratto dal romanzo di Louis de Bernières e diretto dall'inglese John Madden che cavalca a suo piacimento (alla grossa nda) il quadro storico della nota vicenda dell'8 settembre del '43 quando i soldati italiani consegnarono le armi e furono poi trucidati dai nazisti.

Sentimento, amore, separazione e accorato-strappalacrime ritorno finale. Con padre medico saggio e italiani che girano sui camion sempre cantando: La donna è mobile, Giovinezza giovinezza, Santa Lucia.

Oltre alla necessità di un pò di sintesi e pur in un contesto edulcorato e fasullo (nessuno, per esempio, è meno italiano del monoespressivo Cage) un gradino sù la fiammeggiante Penelope Cruz.