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THE EXPATRIATE

Bruxelles. Rimasto da poco vedovo, Ben Logan (Aaron Eckhart) ha rassegnato le dimissioni da agente della Cia e ha deciso di svernare in Belgio per crescere la figlia adolescente Amy, che ha visto raramente negli ultimi quattordici anni.

Mentre è impegnato a ricostruire le basi di un rapporto con lei, che al momento è tutt'altro che semplice, Ben, esperto di sicurezza informatica e protezione dati, ha accettato di lavorare nella filiale di una multinazionale americana specializzata proprio in sistemi di sicurezza.
Il suo compito è quello di individuare i difetti in modo che la società migliori le sue tecnologie.

Almeno questo è quello che crede l'uomo, non sapendo di essere al centro di un ampio complotto internazionale, che lo farà diventare, insieme alla figlia, un uomo in fuga.

Ne seguirà un pericoloso gioco del gatto e del topo, con l'ex spione che utilizzare tutte le sue conoscenze per superare in astuzia i suoi cacciatori e scoprire la verità.

THE EXPATRIATE, film che non è uscito nelle sale cinematografiche italiane, non inizia male, con un esordio condoriano ed un americano in terra straniera che si trova ad affrontare un complotto senza l'aiuto della polizia come in FRANTIC, poi imbocca presto il solco delle classiche ed ordinarie spy story, non mancando di offrire una bella scarica di adrenalina fatta di sparatorie, inseguimenti e scazzottate che fanno da cornice a una situazione misteriosa.

Aaron Eckhart si impegna e se la cava discretamente e, pur se ingarbugliata, la trama regge fino alla fine. Peccato per l'epilogo sbrigativo ai confini del puerile.

 I TRE GIORNI DEL CONDOR sono lontani ma si può vedere!

IL CAVALIERE OSCURO

Gotham City. Il crimine organizzato in città, come da tradizione, ha le ore contate.

Batman, dalle orecchie nere sempre aguzze, dietro le quali si nasconde l'industriale miliardario Bruce Wayne (Christian Bale), il tenente James Gordon (Gary Oldman), il nuovo Procuratore Distrettuale Harvey Dent (Aaron Eckart), brillante ed incorruttibile, e alcuni improbabili epigoni dell'Uomo Pipistrello in imbottiture da hockey hanno dichiarato guerra ai criminali.

Sorpresa!!! La loro fortuna e i loro dollari, 68 milioni, mica bruscolini, accumulati in una banca di massima sicurezza, vengono rubati dal sadico Joker (Heath Ledger) che getterà la città nel disordine e nell'anarchia, al collasso della ragione.

«Ci sono uomini che vogliono solo vedere il mondo in fiamme», spiega filsoficamente il maggiordomo Alfred (Michael Caine), l'unico a conoscere l'identità segreta del suo padrone, Bruce Wayne, oltre al fido collaboratore, esperto di diavolerie, Lucius Fox (Morgan Freeman)

Infatti riempite le tasche di lame, polvere da sparo e sadismo, Joker sfiderà il cavaliere oscuro di Bruce Wayne, mettendo in scena un carnevale di sangue, sparatorie e tranelli e rivelerà il lato oscuro di Harvey Dent, l'eroe procuratore che applica la giustizia e agisce a volto scoperto.

IL CAVALIERE OSCURO di Christopher Nolan è senza dubbio un avvincente, spettacolare, pur se lungo, esplosivo fumetto avventuroso, che fa rivivere per l'ennesima volta (la settima, credo nda) l'eroe pipistrello, il supereroe delle comic stripes di Bob Kane.

Tra infiniti scoppi e accecanti effetti si muove un cast foltissimo e stellare  (pure Eric Roberts capo dei mafiosi), una sceneggiatura coi controfiocchi e un'ottima regia: in più, ambizioni di analisi antropologica e sociologica che non appaiono mal riposte.




Probabilmente il miglior Batman in cui fa l'ultima apparizione Heath Ledger, irriconoscibile per l'abuso di rossetto e cerone, Oscar postumo (meritato, credo), capace di interpretare il più anarchico, sadico e amorale dei criminali immaginabili. E quando parla questo cattivo travolgente è uno spasso.

WORLD INVASION

Los Angeles, Usa. Delle meteore luminose precipitano vicino alle coste marittime che costeggiano le principali metropoli, tra cui proprio Los Angeles. In realtà quelle che sembravano meteoriti in caduta libera sulla costa si scopriranno essere capsule contenenti alieni bipedi biomeccanici armati fino ai denti che non hanno ed essendo decisamente bellicosi non guardano tanto per il sottile: vogliono distruggere l'umanità e fare il pieno di acqua.

In una base militare vicina è di stanza un gruppo di coraggiosi marines, tra i quali spicca il veterano di lungo corso sergente Michael Nantz (Aaron Eckart).
Il marines ha una lunga carriera alle spalle ma si ritrova con un peso terribile sulla coscienza: la perdita di alcuni uomini nel corso di un'azione sotto il suo comando.

Malgrado il suo ritorno allo stato civile sia già stato decretato viene arruolato per una missione delicata agli ordini del tenentino Martinez, fresco fresco di Accademia. I militari hanno tre ore di tempo, infatti, per salvare dei civili chiusi in una stazione di polizia prima che l'Air Force inizi a bombardare a tappeto.

Più facile a dirsi che a farsi perché gli alieni invasori, feroci come dei predator, li braccano in ogni via, in ogni casa, su ogni mezzo.

Più che un film di fantascienza questo WORLD INVASION ricorda da vicino e fin da subito un «War Movies» facendoci presto rimpiangere prece­denti invasioni aliene ben più riuscite e coinvolgenti come il filosofico Indipendence Day o il curioso District 9.

Qui il regista, il sudafricano Jonathan Liebesman  fa un evidente verso al bellico Black Hawk Down di Ridley Scott,  che ci aveva mostrato come si possa prelevare a viva forza lo spettatore dalla sua comoda poltrona di platea e infilarlo nella più cruenta delle battaglie, senza possederne, però, la capacità artistica. Più simi­le, per certi versi, ad un fantadocumentario con quell' uso ripetuto e fastidioso (da mal di mare) di convulsi movimenti della macchina da presa.

Inoltre il regista non si preoccupa di creare un tessuto narrativo attorno all'azione. Tutto ciò non sembra interessare né a Liebesman, né tantomeno al suo sceneggiatore, il quale si limita a offrire l'ormai usurato background al protagonista Nantz e a far entrare in scena ogni tanto un personaggio nuovo.
L'interesse potrebbe allora risiedere in una nuova lettura degli alieni ma neppure questo accade. I ‘cattivi' vengono tenuti a distanza (dalla macchina da presa) e da lontano sembrano delle macchine da guerra. Quando poi se ne cattura uno si scopre invece che dai tempi di ALIEN gli esseri provenienti dal profondo spazio non si sono particolarmente evoluti rimanendo al livello di masse purulente e viscose (la scoperta del punto debole degli invasori è da cinepanettone nda).

Cosa resta allora? Restano quasi due ore di sparatorie, di grida, una invasione di effetti speciali e il volto volitivo di Aaron Eckhart. Oltre a un patriottismo quasi imbarazzante tanto è eccessivo.

LA PROMESSA

la promessa
Nevada (Usa) Manca poco e pescare trote da mattino a sera, non avere più nulla a che fare con omicidi, rapine, brutti ceffi e colleghi nevrotici non sarà più solo un sogno per il detective Jerry Black (Jack Nicholson).

Ormai  è giunto all’ultimo giorno in divisa: poche ore dietro le scartoffie, e poi addio per sempre alle grane della polizia. In un angolo sperduto della contea, però, qualcuno sta guastando la festa.
In maniera tragica poichè il cadavere martoriato di una bambina viene ritrovato nel bosco.

Chi ha violentato e ucciso la piccola Ginny? Aveva solo sette anni, deve promettermi che lo prenderà, mormora la madre al detective quasi pensionato.
Ecco il colpevole esulta, lo sbrigativo agente Stan Krolak (Aaron Echart): è il pellerossa con disturbi mentali Toby Jay (Benicio Del Toro), che sembra 'firmare' la propria confessione sottraendo una pistola a un poliziotto e sparandosi in bocca.

Il caso è chiuso. È lui il colpevole, nessun dubbio. Nessun dubbio? Il cocciuto agente neo pensionato è inquieto. Ha promesso alla madre della ragazzina che scoprirà il maniaco, a qualsiasi costo: e quel giovane suicida, per lui, non ha in realtà commesso nulla. Un tarlo nella coscienza, un’idea fissa. Ora che è in pensione, ora che potrebbe godersi la vita, non pensa ad altro. Indagherò da solo, giura, certo della presenza di un serial killer. Negli anni passati ci sono stati altri delitti analoghi nella zona (le piccole vittime sono tutte bambine con le stesse caratteristiche), l’assassino è di sicuro ancora a piede libero.

Forse Jerry è un po’ pazzo? Beve troppo, sente voci strane, qualche volta non c’è con la testa. È un visionario oppure il suo fiuto lo sta portando sulla pista giusta?
Una piccola stazione di servizio nella zona dei delitti sembra fare al caso suo: la compra, vi si installa, aspetta la preda, proprio come il pescatore lancia l’esca e resta lì, immobile e vigile, con gli occhi spalancati.
Anche sulla graziosa barista separanda Lori (Robin Wright Penn), che ha una bimba, Chrissy, perfetta come esca, visto per caratteristiche fisiche assomiglia alle bambine uccise.

Fatti avanti assassino.

Crudele e appassionante, LA PROMESSA è un dramma giallo immerso nelle atmosfere country, nella calma della provincia americana, dal ritmo blando che il regista a tempo perso Sean Penn (qui al suo terzo lungometraggio) ha tratto dal romanzo omonimo dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt.
Sospetti, visioni, essere e apparire, la calma della provincia americana e i suoi allucinati segreti, la luce e l’ombra, i paesaggi agresti e l’angoscia che distrugge.
Sean Penn rallenta la narrazione, scava nei personaggi, ci immerge nel dolore esistenziale di una missione che rasenta la follia.

La splendida fotografia esalta i bei paesaggi innevati e la recitazione, sorprendentemente sommessa, del luceferino (di solito) Jack Nicholson.

ERIN BROCKOVICH - Forte come la verità

Los Angeles. Dammi un lavoro qualunque nel tuo studio legale, implora la ancor giovane, appariscente e disperata Erin Brockovich (Julia Roberts) all'amico avvocaticchio Ed Masry (Albert Finney): ho tre figli da tirar su e due divorzi sulle spalle.

Riordinando vecchie pratiche immobiliari, la neo assunta, che ha un profondo senso della giustizia, scopre che uno stabilimento del colosso industriale Pacific Gas & Electric, società potente quanto corrotta, ha scaricato nelle falde acquifere di una cittadina dei liquami al cromo esavalente che hanno causato il cancro a 634 persone della contea di Hinkley.

La grintosa mamma, spalleggiata in maniera abbastanza tiepida dal riluttante legale,inizia la sua guerra personale, cercando testimoni, procurandosi a poco a poco la fiducia degli abitanti e raccogliendo firme.

E ora che abbiamo trovato prove in quantità, li citiamo in giudizio.

Chi vincerà tra Davide e Golia?

Appassionante e astuto dramma giudiziario, tratto da una storia vera, diretto dal regista a corrente alternata Steven Soderbergh, che si tuffa in una sacrosanta denuncia civile, in una storia eroica senza eroi.

Infatti Erin non ha nessuna delle caratteristiche dell'eroina. Erin è volgare (e fa di tutto per non nasconderlo), parla come uno scaricatore e può sembrare troppo "disponibile". Ma è solo la facciata, un modo per sgomitare e trovare la sua strada verso l'obiettivo.: trovare una vita diversa. Rimanendo una donna profondamente onesta, che ha sofferto e soffre e non sopporta di veder soffrire gli altri.



Se ne fa portavoce una Julia Roberts da Oscar, che pur tra minigonne ai minimi termini, tacchi da vertigine e tette in esplosiva mostra (è una vera gioia per gli occhi dei maschietti nda), riesce a offrire al personaggio il giusto equilibrio, coadiuvata da un Albert Finney più che mai in parte. Il film non cede mai alla retorica tanto che, caso più unico che raro, non mostra la seduta processuale in cui il giudice dà la vittoria alla povera gente (al popolo direbbe Nichi Vendola nda).

In definitiva un film sul coraggio di lottare.

Qualunque sia il tuo avversario.

THE BLACK DAHLIA

Arrivato alla fine, con fatica, dibattendosi e resistendo a stento a Morfeo, uno si domanda quale sia il senso di un film come THE BLACK DAHLIA, esercizio di stile lustro e seppiatissimo. Con brillantina anni quaranta.
Qualche bella idea formale che si unisce ad un goffo accumulo finale di eventi e personaggi che complica, trascura, rende pesante e stucchevole.

E il cast non aiuta: Hartnett, pettinatino e con quel cappellone, non ha il viso adatto, sembra un ragazzo troppo cresciuto. Ti aspetti sempre che da un momento all'altro tiri fuori una mazza da baseball per giocare.

La Scarlett, secondo me sopravvalutata come attrice, si affida interamente al suo labbro superiore, limitandosi a inturgidirlo attonita. Hilary Swank è brava ma non è propriamente una bellezza travolgente, tant'è vero che va in giro con una luce bianchissima costantemente piantata in faccia e truccata per annullarsi i lineamenti marcati il più possibile.

E poi da Brian De Palma , che con questo film aprì la 63° Mostra di Venezia, il regista della trilogia gangster SCARFACE (mitico),  GLI INTOCCABILI (bello),  CARLITO'S WAY (bellissimo), ti aspetteresti qualcosa all'altezza di cotanto successo filmico.
Invece questo suo ritorno al noir, al nero e alla notte, dentro e fuori, adattando un libro di uno scrittore, James Ellroy, che racconta e ricostruisce la storia dell'orrendo omicidio di un'ambiziosa attricetta di Hollywood, Elizabeth Betty Short, soprannominata The Black Dahlia, omicidio rimasto irrisolto nella giungla corrotta della Los Angeles Anni 40, mi lascia con l'amaro in bocca.

Il corpo della bella ritrovato non venne mai mostrato, troppo raccapricciante e ripugnante, nudo, tagliato a metà all'altezza della vita, gli organi interni svuotati, la bocca tagliata da un orecchio all'altro, come in una smorfia clownesca.




Quindi dicevamo Los Angeles, 1947. Lavorano gomito a gomito nella squadra omicidi gli ex-pugili, ora piedipiatti, Bucky Bleichert (Josh Hartnett) e Lee Blanchard (Aaron Eckhart) che sbattono contro il cadavere straziato di Betty Short, un attricetta porno lesbo e chissà cosa altro. I due, nei momenti di svago, compongono un inossidabile trio con la bionda Kay Lake (Scarlett Johansson), ex-pupa di un gangster prossimo a rimettere piede fuori dalla gattabuia.

La ragazza flirta con Lee, ma fa anche gli occhi dolci a Bucky, che resiste in nome dell'amicizia (fino a quando il collega non tira le cuoia). Anche perchè conosce, mentre indaga, visto che quella ragazza morta (la Dalia Nera) è diventata l'ossessione della città e dei due sbirri, la ricca, lesbica e disinibita (anche non nell'ordine) Madeleine Linscott (Hilary Swank), figlia di un Caltagirone (leggi palazzinaro) dell'epoca. Insomma quanto marcio gira per la città. Quanto dolore, compromessi, triangoli e deriva esistenziale, quando metti i piedi nel fango. Niente di nuovo o particolare, diremmo.

Insomma un deludente poliziesco dalla storia intricata. Con qualche citazione di film muti (L'uomo che ride) e con qualche scena truce e povera di reale suspence. Solo la scena della doppia caduta dalla balaustra (con relativa sparatoria sulle scale) è degna di nota. Attori appena passabili dei quali posso dire che basta la carrellata dei giudizi estetici espressa in precedenza, con la Scarlett che come dark lady mi lascia alquanto dubbioso. Fascinosa? Bah!!

Le immagini mostrate della Dalia sono solo quelle di una serie di pseudo provini in bianco e nero che Bucky guarda e riguarda. Insomma cinema nel cinema.

Un film fumoso. Elegante ma fumoso.