Visualizzazione post con etichetta woody harrelson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta woody harrelson. Mostra tutti i post

PALMETTO - UN TORBIDO INGANNO

Palmetto (Florida). Si è fatto ingiustamente due anni al gabbio il cronista Harry Barber (Woody Harrelson) atteso all'uscita dall'innamoratissima fidanzata, la scultrice pop Nina (Gina Gershon).

Accalappiato al bar dalla bionda Rhea (Elisabeth She), seconda moglie del ricco, vecchio e malandato Felix Melroux, il giornalista in bolletta accetta un incarico all'apparenza facile facile.

Fare da anonimo telefonista nel finto rapimento della sua figliastra Odette (Chloe Sevigny).

La ricompensa sarà il dieci per cento del riscatto fissato in mezzo milione di dollari.

Ma la ragazzina, come la matrigna, gli fa il piedino, e il remissivo giovane è ormai nei guai fino al collo.

PALMETTO - TORBIDO INGANNO è un thriller torrido, spruzzato di erotismo, un noir in piena regola della serie "nessuno è quel che sembra".

Chissà perché, lo cercavo da tempo. Ora che l'ho visto posso dire che non è un brutto film. Sicuramente, si è visto di meglio, ma certamente anche di peggio.

La regia è scolastica, ma la storia, benché non originalissima (il solito pollastro che per colpa di una bella donna si mette nei guai), è coinvolgente al punto giusto ed è narrata con buon ritmo (fatto non trascurabile visto che si sfiorano le due ore).

Inoltre la pellicola tenta (talvolta riuscendoci, anche grazie ad alcuni riusciti accorgimenti stilistici) di riallacciarsi alle atmosfere dei grandi classici del genere usciti tra il '40 e il '60.

L'oggetto dell'irresistibile desiderio è la seducente bambola Elisabeth Shue. La bella attrice (lontani i tempi della ragazzina di COCKTAIL) è sexy al punto giusto. 

La sua dark lady rasenta la caricatura, ma in qualche bollente scena fa alzare la temperatura di colpo...

L'incredibile pollo, il fesso che si crede dritto e si mette con dritti molto più dritti è il sudatissimo Woody Harrelson.

NOW YOU SEE ME - I MAGHI DEL CRIMINE

USA. Daniel Atlas (Jesse Eisenberg) è un mago delle carte con cui produce effetti magici e seduce fanciulle. Merritt McKinney (Woody Harrelson) è un ipnotista abile a scovare per strada spettatori suggestionabili. Henley Reeves (Isla Fisher) è l'ex assistente di Daniel che pratica la grande illusione e l'escapologia. E Jack Wilder è il classico prestigiatore di strada che chiama in causa un volontario e poi gli sottrae il portafoglio senza restituirlo alla fine del gioco.

Sconosciuti, o quasi, l'uno all'altro ricevono una carta dei Tarocchi che li identifica e li invita a un misterioso appuntamento "che cambierà le loro vite".

Las Vegas, un anno dopo. Si ritrovano su un rutilante palcoscenico i Quattro Cavalieri davanti a una platea di spettatori rapiti dalle loro esibizioni.

Pezzo forte della serata: rapinare una banca a Parigi, senza ovviamente muoversi dal teatro, e far letteralmente piovere il malloppo sulle teste del pubblico in visibilio.

E' il trionfo.

Immediatamente fermati dall'FBI e poi rilasciati per mancanze di prove, i quattro illusionisti, abili dissimulatori fino all'ultimo, coltivano un'illusione più grande: rubare ai ricchi per dare ai poveri.

Spetterà all'agente speciale Dylan Hobbs (Mark Ruffalo), affiancata dall'Interpol nella gradevole presenza della collega francese Alma Dray, scovare il trucco e sventare il "magico" piano dei maghi del crimine.

NOW YOU SEE ME- I MAGHI DEL CRIMINE è una baracconata ipercinetica non proprio memorabile che unisce, in maniera abbastanza inedita, la magia e le sue illusioni al thriller poliziesco, mettendo nel mirino l'odierna crisi del capitalismo. Un mondo in cui banche e mondo della finanza sembrano essere i nuovi ladri che tante famiglie comuni hanno ridotto sul lastrico.

Indubbiamente gli spettacolari numeri di magia sono realizzati con effetti speciali all'avanguardia e la resa visiva è spettacolare. Per di più sorretta da un cast ricchissimo, con ben due mostri sacri (Caine e Freeman ottimi come sempre).

Si arriva con qualche sbadiglio al finale disonesto, al limite ai limiti dell'inverosimile.

Noioso.



SESSO E POTERE

Washington. Che scandalo a undici giorni dalle elezioni per la Presidenza degli Stati Uniti: il presidente in carica ha messo le mani addosso a una ragazza scout in visita di gruppo alla Casa Bianca, la cosa s'é risaputa, lo scandalo comincia a montare, le elezioni presidenziali sono imminenti, bisogna rimediare, fare qualcosa, creare un diversivo.

Proprio per distrarre la stampa, l'astuto consigliere esperto in comunicazione di massa Conrad Brean (Robert De Niro) pensa a una finta guerra. Con chi? Nientemeno che con l'Albania. Perchè l'Albania? Perchè no?

Vola quindi a Hollywood, con l'efficiente segretaria Winnie Ames (Anne Heche), dal potente e talentuoso produttore hollywoodiano Stanley Motts (Dustin Hoffman), che in studio costruisce uno sfondo fasullo, poi riprende una ragazza impaurita che vaga tra le macerie in fiamme di un inesistente paese bombardato.

Ciliegina sulla torta ecco uno psicopatico tirato fuori di prigione, che battezzato sergente William Schumann (Woody Harrelson), fornisce un'anima alla guerra nella persona di un eroe del campo di battaglia e una voce nelle accorate ballate del musicista country Willie Nelson.

Il bidone è pronto: l'America lo berrà?

SESSO E POTERE è una cinica e profetica commedia di Barry Levinson (SFERA), che inventa una storia ai limiti del grottesco con largo anticipo sull'affare Monica Lewinsky: come dire che la fantasia corre ben più veloce del la realtà.

I giochi di potere nella politica non sono propriamente fantascienza ma una triste realtà.

La pungente satira ogni tanto va sopra le righe, ma lascia comunque il segno. Merito anche dei due divertiti primattori, gli impagabili ciarlatani Dustin Hoffman, a briglia sciolta sia nel variopinto look che nelle battute, e Bob De Niro.

Le battute non sembrano lasciate al caso né sono prive di significato, ma bisogna tenere il ritmo perché si tratta spesso di sottile ed argutissima ironia

Notevole la giovanissima Kirsten Dunst nei panni della ragazzina "albanese" e simpatico cameo di Woody Harrelson.

La versione italiana del titolo è inspiegabile.

THE WAR - IL PIANETA DELLE SCIMMIE

Terra, anno 2028. Tra uomini e scimmie ormai è guerra totale. Da una parte Cesare, condottiero giusto e malinconico, che abbandona presto l'idea di raggiungere la pace con la fazione nemica.

Di fronte a lui lo spietato colonnello McCullough (Woody Harrelson) e le sue truppe armate fino ai denti.

Il militare ribelle (gli uomini sono divisi in due fazioni nda) si rifiuta di cedere il Pianeta ai primati e, al grido di "siamo noi l'inizio e la fine", marcia con le sue truppe per distruggerli tutti. E quando l'ufficialone stermina molti primati tra cui moglie e figlio maggiore di Cesare, per la scimmia resta solo la vendetta.

A scapito anche del resto del branco che pagherà l'ira del condottiero, finendo prigioniero in una sorta di gulag.

Addentratosi con un pugno di scimmie in una landa innevata, però, Cesare incontrerà una bimba muta, l'unica creatura che sembra possedere ancora un briciolo di umanità.

Quale sarà l'esito del conflitto e il destino delle due specie e di tutto il pianeta?

THE WAR - IL PIANETA DELLE SCIMMIE costituisce la chiusura ideale della trilogia di reebot (termine utilizzato per indicare il riavvio di una saga cinematografica nda) de IL PIANETA DELLE SCIMMIE.

L'idea di fondo è che con questo cupo, a tratti molto duro e struggente terzo capitolo, raggiunga l'apice il conflitto tra scimmie ed esseri umani, con un braccio di ferro finale che decida chi debba ereditare il pianeta.

E concludere la vicenda di Cesare, la scimmia superintelligente che comanda gli animali ribelli.

Ottima la regia di Matt Reeves, soprattutto nel gestire i tre colpi di scena finali. Girato con discreto ritmo, evita allo spettatore pause troppo prolungate, puntando su, rabbia, follia e cieca vendetta, che possono trasformare il pianeta in un inferno in terra.

Woody Harrelson è impegnato in una spudorata imitazione kurtziana nel ruolo del colonnello fuori di testa.

Come se non fosse abbastanza chiaro il debito con APOCALYPSE NOW, a un certo punto su un muro si legge "Ape-pocalype now".

Molto suggestive ambientazioni e fotografia. Da vedere.



LA SOTTILE LINEA ROSSA

Guadalcanal, Sud Pacifico, novembre 1942. Il ruvido colonnello Tall (Nick Nolte) è perplesso: come mai i giapponesi non hanno sparato neanche un colpo durante lo sbarco delle truppe a stelle e strisce?

Semplice, i musi gialli si sono asserragliati in cima alla collina.

Venite a prenderci, sembrano dire, mentre osservano i nemici che avanzano con cautela.

Nel plotone di marines guidato dal cinico sergente Welsh (Seahn Penn) si è infiltrato il disertore pentito Witt (Jim Caviezel), ma è un suicidio arrampicarsi lassù per conquistare la postazione, come fa notare il prudente capitano Staros (Elias Koteas) all'ambizioso superiore, vista la natura del terreno.

Si ritenga destituito, e ora all'assalto, miei prodi.

LA SOTTILE LINEA ROSSA è un crudele e prolisso dramma militar pacifista del redivivo Terrence Malick (ha girato il film dopo una sosta di vent'anni esatti nda), che mette i brividi con gli orrori della guerra.

Inutile ricordare che Guadalcanal fu la battaglia più difficile e cruenta della guerra nel Pacifico, per la natura del terreno, per l'importanza strategica attribuita a quella piccola isola, per la resistenza suicida dei soldati del Sol Levante.

Purtroppo si disperde cercando di star dietro ai troppi personaggi e riesce ad irritare nella pedante lezione di morale impartita dalla voce fuori campo.

Il regista, che dirige con uno stile personalissimo, traduce il pensiero dei soldati, ed ecco discorsi astratti sul bene e sul male, sull'amore, sul destino, tutto questo in mezzo alle battaglie.

Il cast, straricco, funziona benissimo, con interpretazioni che, quando non sono strepitose, mai sono meno di ottime.

Pellicola, infatti, di facce straordinarie, di sguardi intrisi di paura e smarrimento, di urla straziate di dolore profondo, di gesti piccoli e esagitati perfettamente inseriti nel momento e nel contesto.

John Travolta e George Clooney fanno una comparsata lasciando le rogne al magnifico Sean Penn e al sorprendente John Caviezel.

CODICE 999

Atlanta (Usa). Michael (Chiwetel Ejiofor) e la sua banda sono capaci di colpi grossi, fragorosi assalti alle banche in perfetta calma: sono ex militari e poliziotti corrotti, addestrati, armati, senza scrupoli.

La russa Irina Vaslov (Kate Winslet), biondissima e con Stella di Davide al collo,  però, li tiene in pugno, e questa volta chiede qualcosa di veramente suicida: l'unico modo per accontentarla sembra essere quello di far scattare un 999, "Agente a terra!".

Solo uccidendo un agente, infatti, e sfruttando il richiamo di tutte le volanti in servizio sul luogo, Michael e i suoi avranno tutto il tempo di andare a segno nell'assalto più difficile di tutti, nel tentativo di liberarsi per sempre della spietata zarina bionda e dei suoi sionisti gangster russi, la "versione ebrea di Cosa Nostra".

Se poi quell'agente è il giovane sbirro Chris (Casey Affleck), nuovo del reparto e nipote dello scafato sergente Jeffrey (Woody Harrelson), ancora meglio.

O forse no.

CODICE 999 è  un eccitante poliziesco ad alto tasso di violenza e poca luce, ambientato in un mondo dove la corruzione dilaga e la malavita fa le leggi.

Regista che ha già dimostrato il suo valore, John Hillcoat si conferma con questo thriller poliziesco che mostra efficacemente un contesto a dir poco torbido, nel quale deviazione e corruzione sono di casa.

Ricorda per stile il miglior Michael Mann e se la storia non è particolarmente originale, la resa è di primo livello, così come la prova degli attori, Casey Affleck (che, personalmente, non sbaglia un copione) e Woody Harrelson in testa.

Notevole, anche se la locandina potrebbe essere fuorviante.

PROPOSTA INDECENTE

Las Vegas. Hanno scelto il casinò come ultima spiaggia gli indebitati sposini Diana (Demi Moore) e David (Woody Harrelson).

Mentre la squattrinata coppia tenta la sorte al gioco ecco apparire tra i tavoli verdi il cinico, fascinoso e danaroso paperone John Gage (Robert Redford) che propone un patto sorprendente: mia giovane e bella signora, staccherò per te un assegno da un milione di dollari per una notte d'amore.

L'offerta turba il loro ménage.

Vincerà il vil danaro o trionferà l'amore?

PROPOSTA INDECENTE è un astuto e improbabile dramma sentimentale, leccato e vergognosamente ipocrita, un po' troppo sopravvalutato rispetto ai suoi meriti.

Costellato di dialoghi tremendamente scemi, risulta una pruderia dilatata ad arte per un pubblico in vena di finte trasgressioni scandalose e torbide.

Il regista, Adrian Lyne, scopre l'acqua calda: i soldi, si sa, sono un'attrattiva fortissima; soprattutto per chi ne ha disperato bisogno.

La premessa è comunque sbagliata: nonostante già all'epoca il divo fosse un pò appassito, novantanove donne su cento tra gli ottanta e i sedici anni sarebbero andate con Robert Redford anche gratis.

Da segnalare una Demi Moore da cardiopalma.

IL FUOCO DELLA VENDETTA

Braddock, Pennsylvania (USA). Il povero cristo Russell Baze (Christian Bale) ha una vita dura. E' un onesto operaio della Carrie Fornace che cerca di vivere una vita decente fra non poche preoccupazioni.

Si prende cura del padre, ex operaio della fonderia, malato terminale. Si accolla i debiti accumulati a forza di scommesse dal più aggressivo fratello Rodney (Casey Affleck), quattro volte soldato in Iraq e ora senza lavoro.Nel mentre sogna un futuro migliore con l'amata fidanzata Lena (Zoe Saldana). 

Brucia la fiamma del risentimento sociale in petto a Rodney, anima persa, un eterno disoccupato che, come tutti i reduci, si sente (giustamente, direi) tradito dal suo paese, quello per il quale ha combattuto (RAMBO dice niente?): animato da un desiderio di morte che lo porta a cercare continuamente lo scontro, si mette in un brutto di giro di debiti e incontri di boxe clandestini (a mani nude), gestiti da un capetto locale (Willem Dafoe).

La scarsa speranza nel futuro nutrita dai protagonisti si azzera in un attimo.

Uscito dal carcere dopo aver causato un incidente d'auto, Russell cerca di far riflettere il fratello. Invano.

In un drive-in nel nulla sugli Appalachi Casey rimane impigliato in un regolamento di conti tra il boss cittadino e il boss di montagna De Groat (Woody Harrelson), piccolo principe che detta leggi a suon di pugni e rivoltella, mentre lo sceriffo (Forest Whitaker) ha rubato la donna a Russell mentre lui scontava il carcere.

Papà Baze muore di cancro e la polizia non sembra in grado di aiutarlo.

Non resta che la rabbia e la vendetta.

IL FUOCO DELLA VENDETTA (Out of the Furnace) è una storia di fuoco ed acciaio nell' America operaia e disperata che, seppur ambientato nella fine dell'era Bush, rievoca le atmosfere del cinema hollywoodiano anni '70.

Un dramma grintoso sulla famiglia, il destino e la giustizia dalla confezione estetica, davvero ammirevole per struggente e malinconica bellezza, grazie a una fotografia livida che rappresenta perfettamente i colori del disagio.

Non c'è un raggio di luce, comunque, nella cittadina della cosiddetta "Rust Belt" manifatturiera, quella regione postindustriale Usa, colpita dalla depressione economica e contemporaneamente da un collasso etico e sociale, dove declino e decadenza urbana si fanno largo e dove soltanto il legame familiare e la lealtà tra fratelli ha un senso.

Il risultato è un film ben riuscito, anche grazie alla recitazione limpida e tesa degli interpreti, dal malinconico Christina Bale in testa (convince il suo personaggio di fratello protettivo)  e Casey Affleck, e un parterre di attori da antologia che comprende Woody Harrelson, Willem Dafoe, Sam Shepard e Forrest Whitaker.

Il film cui IL FUCO DELLA VENDETTA fa più evidente riferimento è IL CACCIATORE di Michael Cimino (oltre l'ambientazione industriale è citato esplicitamente nella scena del cervo graziato quando ne incrocia lo sguardo), e nella dinamica fondamentale fra i due fratelli, molto simile a quella fra i ruoli interpretati nel '78 da Robert De Niro e Christopher Walken.

E a dispetto del titolo (che significa "fuori dalla fornace" e fa riferimento all'acciaieria, cuore pulsante della cittadina e strumento di sopravvivenza per l'intera comunità), racconta i suoi personaggi, nessuno escluso, come immersi in un inferno incandescente dal quale è difficile uscire vivi.

Finale violento e asciutto.

NON E' UN PAESE PER VECCHI

Texas, 1980. Llewelyn Moss (Josh Brolin), un ex saldatore e reduce del Vietnam, arriva casualmente quando la mattanza tra spacciatori nel deserto è finita da poco: un tappeto raccapricciante di sangue e sabbia, nell'aria desertica e desolata solo dei fuoristrada circondati da cadaveri.

Chiaramente lo scambio è andato male.

Il carico è di eroina e in una valigetta ci sono due milioni di dollari. Che fare?

Il denaro tenta tanto, troppo, anche se Moss sa che quella scelta sarà la scelta che gli cambierà la vita.
Quell'inaspettata "fortuna" potrebbe portare un sacco di guai.

Moss sceglie di provarci.

Quello che non sa l'improvvisato ladro è che il  sanguinario killer psicopatico Anton Chigurth (Javier Bardem) fuori dall’ordinario (già l’arma che usa…),  può rintracciarlo grazie al trasmettitore nascosto tra le banconote.

La reazione a catena sarà sanguinosa e neppure il disilluso sceriffo Bell (Tommy Lee Jones)  può riuscire ad arginare la barbarie dell'era contemporanea.

NON E' UN PAESE PER VECCHI è un eccitante e crudele thriller che, seppur ambientato negli Ottanta, è strettamente imparentato col western. La differenza è che, anziché cowboys e pistoleri, lo percorrono corrieri della droga e gente pronta anche alle peggiori efferatezze per possederla e per spacciarla.

Una storia carica di violenza e tensione (le uccisioni abbondano), a cura fratelli Coen, la cui originalità è  divenuto ormai un marchio di fabbrica, dove Javier Bardem, dall'agghiacciante maschera grottesca si guadagna un meritato Oscar, insieme a film, regia e sceneggiatura non originale.

Peccato che il finale tronco colga in contropiede e lasci a bocca aperta. Tra sorpresa e rabbia, ma che non stona affatto.

Forse (e dico forse) non un capolavoro ma da vedere assolutamente.

INCONTRIAMOCI A LAS VEGAS

Las Vegas. Sono nei guai gli organizzatori della serata del match per il mondiale di Tyson: cercano disperatamente un sottoclou visto che i designati si sono spalmati: uno per la coca in eccesso, l'altro su un palo.

50 mila dollari a cranio è l'offerta dei ricchi proprietari di Hotel-Casinò. E i due pugili disoccupati di Los Angeles, gli amici Cesar Dominguez (Antonio Banderas) e Vince Boudreau (Woody Harrelson) accettano di corsa.

Quindi, imbarcata la disinvolta Grace (Lolita Davidovich), fidanzata del primo ed ex del secondo, si mettono in viaggio nel deserto, dove tra un amarcord e una litigata raccolgono la sboccata Lia (Lucy Liu).

INCONTRIAMOCI A LAS VEGAS è una passabile quanto poco conosciuta commedia, che racconta in modo incisivo la rude amicizia tra i due protagonisti.

Peccato per il linguaggio (anche se sono pugili mica scolaretti), eccessivamente sguaiato, tra battute e doppi sensi a sfondo sessuale, di cui si fanno portavoce anche le due voluttuose signorine, fino al finale forse troppo caramelloso.

Meglio la prima parte, che sembra quasi un road movie.

Da segnalare la sfilata di divi attorno al ring del Mandala Bay.

AFTER THE SUNSET

Paradise Island (Bahamas). Le aragoste sono una delizia, ma dopo sei mesi stufano. Così il raffinato e geniale ladro di diamanti Max (Pierce Brosnan), in dorato riposo con la sensuale complice-amante Lola (Salma Hayek), che pretende il ritiro dalle imprese rischiose e la pensione mentre lui non ne ha voglia, decide di rimettersi in pista.

Incamerati i primi due, ruberemo anche il terzo diamante di Napoleone, guarda caso, in sorvegliatissima esposizione sulla mastodontica nave di crociera ancorata lì al largo.

Ma il tenace e frustrato agente dell' Fbi Stan (Woody Harrelson), che lo insegue da sette anni senza cavare un ragno dal buco, lo tallona da presso, certo che il boccone è troppo ghiotto per il ladro incallito.

Fa quindi piedino alla bella poliziotta locale Sophie, che lo avverte: il gioiello fa gola anche al boss locale Moorè (Don Cheadle).

AFTER THE SUNSET è un fragile, per non dire inconsistente, giallorosa del genere commedie "per signore", del poco raccomandabile regista Brett Ratner, che gira a vuoto per un'ora e mezza, cercando di far convivere azione e umorismo.

La prima è uno sfrontato riciccìamento di vicende già viste, il secondo puramente virtuale, ricco com'è di battute penose, pur se pronunciate il luoghi tra il lussurioso e il lussureggiante.

Lo svogliato Pierce Brosnan e la maliziosa Salma Hayek, nel caso con il sex-appeal di cui è generosamente dotata al guinzaglio, sono insopportabili nel ruolo dei gattini innamorati.

Rimane l'allegria della vicenda. 

E quindi folclore caraibico, grossi fiori dai vivi colori, bel mare, drink analcolici con l'ombrellino nel bicchiere, grandi alberghi, personaggi di colore buffi o criminali, ristoranti di pesce, aragosta, pareos, turisti in mutande e/o bruciati dal sole, un vero repertorio dei luoghi comuni tropicali.

salma hayek nakedE la godibile Salma Hayek, naturalmente.

Fateveli bastare.

P.s. Il titolo allude al sogno dell'innamorata, sedere tranquilli sulla veranda dopo il tramonto ammirando in silenzio il sopravvenire della notte e la bellezza della Natura.

SETTE ANIME

Fine dei titoli di testa. Un respiro affannato e i bip dei tasti, poi una voce flebile, quella di un uomo che al telefono chiama un'ambulanza. «Qualcuno si è suicidato» dice. «Chi?» chiede l'operatore. «Io» risponde l'uomo.

Los Angeles. Le acque blu del mare solcate da un nuotatore in controluce, mentre la voce fuori campo dichiara: «In sette giorni Dio ha creato il mondo, in sette secondi io ho distrutto il mio

Ha una lista di sette nomi, altrettante persone che potrebbero aver presto bisogno di lui, il malinconico manager aerospaziale Ben Thomas (Will Smith), sposato con Sara.
Ma perchè è tormentato da quel giornale che riporta la notizia di un incidente stradale con tuttui quei morti?

E come mai si finge un agente delle entrate quando avvicina la bella tipografa Emily Posa (Rosario Dawson), che è in attesa di un trapianto urgente per una malformazione cardiaca?

Che strano tipo, ha regalato la splendida villa con altrettanto splendida vista sull'oceano a una certa Connie, una messicana con due bambini piccoli, picchiata dal fidanzato, per rifugiarsi in uno squallido motel di infimo ordine.

Allora, pover'uomo?

SETTE ANIME è un aggrovigliato, toccante e coinvolgente melodramma del regista Gabriele Muccino, che torna sul luogo del delitto, Hollywood, ancora per dirigere Will Smith che interpreta il suo ruolo al meglio, cercando di dare un tono duro e allo stesso tempo fragile interiormente al personaggio, in una storia d'amore e disperazione. E di riscatto spirituale, un riscatto che metta a tacere il dolore provocato e il rimorso patito.
Rendendo al meglio l'idea del peso della scelta di un uomo lungo il cammino della redenzione.

Muccino è in grado di elaborare ogni aspetto della messinscena, Will Smith è un virtuoso della recitazione e la partner Rosario Dawson possiede una presenza strepitosa, da togliere il fiato.

Non so se definirlo capolavoro o se mettere l'accento sulle fatto che sia implausibile e sdolcinato. Come un sogno. Ma siamo al cinema. Che è un pò la stessa cosa.

Non trovate?

2012

India, 2009. In un centro di ricerca situato nelle profondità di una miniera di rame, viene rilevata un'improvvisa variazione dell'emissione dei neutrini solari e il conseguente surriscaldamento del nucleo terrestre. 

La scoperta viene studiata dal giovane scienziato Adrian Helmsley (Chiwetel Ejiofor), accorso sul posto, che stima il pericolo dei primi effetti sulla crosta solo nel lungo periodo e decide perciò, in accordo con gli interessi dei consiglieri del governo americano, di studiare un piano di evacuazione mantenendo all'oscuro l'opinione pubblica sulla futura minaccia globale.

Contrariamente a quanto stimato, dopo soli tre anni il mantello terrestre comincia a fondere e sulla costa californiana appaiono le prime gigantesche crepe.

Jackson Curtis (John Cusack), divorziato dalla moglie Kate (Amanda Peet), scrittore di romanzi di scarso successo e autista di limousine di un laido riccone russo, se ne accorge mentre si trova in campeggio coi due figli presso il parco di Yellowstone. Là, il lago si è completamente prosciugato e un conduttore radiofonico un tantino sopra le righe, Charlie Frost (Woody Harrelson), diffonde in diretta aggiornamenti sull'imminente fine del mondo...

Se 2012 venisse ridotto di un ora, eliminando quasi tutti i dialoghi, specie i definitivi e lacrimevoli commiati, saremmo al solito polpettone, già visto, catastrofico.

Invece qui siamo all'umorismo dato dai fiotti di retorica che il regista Roland Emmerich sparge a piene mani, mettendo in scena una catastrofe trionfalistica e rivendicando l'orgoglio di un cinema meramente ludico, senza sentire la necessità di realizzare kolossal raffinati che facciano gridare al capolavoro.

Fin dai tempi di Stargate e Independence Day, il suo progetto appare piuttosto un tentativo sistematico di allargare le dimensioni dello spazio e del tempo fino alla lacerazione, per poi raccontare, in fondo, sempre la stessa storia.

Padri valorosi , soldati intrepidi, scienziati geniali ed eroici presidenti a stelle e striscie (qui il nero, di colore, Danny Glover) e figlie orgogliose dei padri, (quasi tutte le figure declinate in maniera americanocentrica nda) sono i protagonisti senza macchia e senza spessore di storie inverosimili che, quando non trasudano un manierismo e un patriottismo esasperato, virano verso l'umorismo da quattro soldi e gli stereotipi più logori sulle varie popolazioni del mondo.

Ma sotto le crepe visibili di questa superficie, sotto ai sentimentalismi un tanto al chilo e ad un umanesimo incredibilmente naïf, si nasconde un nucleo pulsante di puro spettacolo.

Con 2012, Emmerich rende più evidente la componente popolare del suo cinema che, a differenza del gemello made in USA Michael Bay, non ricerca nello scontro, nella colluttazione fisica di corpi muscolari o meccanici perfetti, ma nel vecchio fascino di un carrozzone da luna park con tanto di imbonitore che irride ai ricchi (scemi) e ai potenti (cattivi).

Per quanto enormi possano apparire le proporzioni del cataclisma messo in scena, guardare un suo film è come aggirarsi per un parco di città in miniatura dove è ammesso sfasciare tutto, dove poter dar sfogo alle pulsioni distruttive più infantili.

E spettatori americani ed europei, che sicuramente apprezzeranno in maniera differente, saranno comunque uniti dall'arricchire gli azionisti della Sony, distributrice di 2012.
Loro sì potranno costruirsi, come nel film, un'arca alla faccia del pubblico. 

Pagante.

MONEY TRAIN

New York. Sulle prime sorride il giudizioso agente nero John (Wesley Snipes) a quella che sembra una battuta dello scriteriato ed indebitatissimo fratellastro (per adozione) e collega bianco Charlie (Woody Harrelson): perchè non svaligiamo il treno dei soldi?

Invece il balordo, nei guai per debiti di gioco, ha davvero in mente la folle idea di ripulire il convoglio speciale che ogni mattina passa a prelevare gli incassi delle biglietterie delle stazioni della metropolitana. Centinaia di migliaia di dollari.

Nulla di più facile per due che lavorano già là sotto come agenti della polizia di sicurezza.

L'appuntamento con l'impresa folle è per la notte di Capodanno. Pur riluttante, il saggio John l'asseconda, e il tandem salta a bordo.


Che goduria fregare l'odioso padrone delle ferriere Donald Patterson (Robert Blake), sperando che non ci vada di mezzo la bella e polposa poliziotta portoricana Grace Santiago (Jennifer Lopez).

MONEY TRAIN è un simpatico e spettacolare poliziesco, diretto da Joseph Ruben, a due facce: comincia come ritratto di una strana coppia e del loro conflittuale rapporto e diventa un film su un colpo grosso, occasione per una spettacolare sequenza mozzafiato, pigiando sull'acceleratore degli effetti speciali, facendo incetta di violenza ed ironia.

Tiene costantemente sulla graticola protagonisti e pubblico, distratti solo dal passaggio della spettacolosa Jennifer Lopez, in qualche scena in versione supersexy.