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F.B.I. PROTEZIONE TESTIMONI

Montreal, Canada. Si trasferisce proprio vicino al frustrato dentista Nicholas Oseransky (Matthew Perry), detestato anche dalla perfida moglie (che cerca di farlo uccidere), l'ex killer professionista al soldo della mafia di Chicago, Jimmy "Tulipano" Todesky (Bruce Willis).

Il problema che adesso l'ex assassino prezzolato ha tradito i suoi capi ed è divenuto informatore e testimone del Fbi.

 Inutile dire che è stato costretto alla fuga dai vecchi compari decisi a farlo fuori per vendicarsi dell'affronto.

Viste le circostanze, si alleano.
F.B.I. PROTEZIONE TESTIMONI è una vivace e disimpegnata commedia utile per una serata tranquilla.

Certo il film non brilla per inventiva né slanci registici, ma si lascia vedere senza incappare in molteplici sbadigli.

Ci si avvicina e lo si guarda per la presenza di Bruce Willis. Poi si scopre un film dalla trama prevedibile, con il cast più che la storia a fare la differenza.

Amanda Peet (ignuda) e Natasha Henstridege fanno la gara a chi è più bella.

Inutile dire che la statuaria biondona vince per distacco.

SYRIANA

Beirut. Mentre cento lavoratori pakistani perdono il posto presso i pozzi di petrolio di un emirato arabo rilevato dai cinesi, è in Libano per organizzare un attentato al principe ereditario arabo Nasir Al-Subai, il maturo e in disgrazia agente della Cia Bob Barnes (George Clooney), rapito e presto liberato, non prima di atroci torture, ma senza che abbia aperto bocca.

Il mancato bersaglio, scavalcato nella corsa al trono dall'inetto fratello, assume come consulente l'analista del mercato petrolifero Bryan Woodman (Matt Damon), ancora sconvolto dalla tragica morte del suo primogenito in una piscina di Marbella.
Cosa che ha spinto la moglie Julie (Amanda Peet) a rientrare in America con il bimbo più piccolo.

Intanto un piccolo businessman texano si assicura inspiegabilmente l'ambito mercato del Kazakhstan mentre un abbottonato avvocato afroamericano viene incaricato di indagare sul merger della sua compagnia con un gigante del petrolio.

Bum!!!!!!!!!!!!!!

SYRIANA, è un aggrovigliato thriller politico a scomparti multipli, incentrato sul rapporto tra terrorismo internazionale, politica estera americana e industrie petrolifere e basato sulle memorie di Robert Baer, ex agente della Cia impegnato nella lotta al terrorismo.

Ci sono petrolieri texani e petrolieri cinesi. Ci sono terroristi e agenti della Cia. Ci sono re e principi arabi, grandi studi legali, ayatollah, membri del congresso statunitense, militanti di Hezbollah, che il regista sballotta su e giù per il mondo, senza risparmiare personaggi (qualche spettatore perderà presto il filo nda).

Nel calderone che ribolle di petrolio si agitano conflitti sociali, fermenti religiosi, doppi e tripli giochi, corruzione da far impallidire i nostri burocrati. Il regista ha l'indubbio merito di non voler a tutti i costi sostenere una tesi o dare già la propria versione dei fatti.
Non esistono buoni o cattivi, non esistono vincitori o vinti, ma soltanto una condizione di perenne conflitto determinata da interessi economico-politici.

La "morale" è sintetizzata nelle parole di un personaggio, che dice: "La corruzione è l'intrusione del governo con le sue regole nei rendimenti del mercato. La corruzione ci tiene al sicuro e al caldo. La corruzione è la ragione della nostra vittoria".

George Clooney, barbuto ed ingrassato, si merita un Oscar come attore non protagonista, oltre che la medaglietta di attore dall'interesse verso il cinema socialmente impegnato.

Condivisibile. L'Oscar, dico.

X-FILES: VOGLIO CREDERCI

Somerset (West Virginia). In seguito alla scomparsa, rapita da chissachì, dell'agente federale Monica Bonnan il sensitivo Joe Crissman (Billy Connolly), prete spretato e pedofilo confesso, si presenta all'FBI con delle strane visioni che si collegano al suo rapimento.

L'agenzia investigativa, intenzionata a risolvere il caso e ritrovare la collega, decide di chiedere aiuto a Fox Mulder (David Duchovny), l'unico in grado di verificare l'autenticità della testimonianza dell'uomo.

Dana Scully (Gillian Anderson) viene incaricata di stanare l'ex compagno - che vive isolato in una casa in mezzo al nulla - e convincerlo a unirsi alle ricerche.

Se Mulder dovesse decidere di contribuire con le sue intuizioni, tutte le accuse nei suoi confronti verrebbero fatte cadere. 

Tuttavia, nei sei anni che sono passati dall'ultimo caso di "straordinaria quotidianità", Scully ha preso le distanze dal bureau perché stanca di inseguire mostri nelle tenebre e preferisce impegnarsi a trovare soluzioni e terapie a mostruose malattie nell'ospedale cattolico dove opera, mentre Mulder continua a essere ossessionato dal rapimento (extra-terrestre) della sorella.

E malgrado il sensitivo scovi sotto la neve un braccio umano (maschile) la dottoressa Dana sibila: che imbroglione.

Fox Mulder invece gli crede e guidati dalla 007 Dakota Whitney (Amanda Peet) e seguendo le dritte del veggente si mettono in caccia.

X-FILES: VOGLIO CREDERCI è un giallo fantascientifico alquanto inverosimile, ispirato, come si capisce chiaramente dal titolo all'omonimo telefilm e, come quello, destinato agli amanti del soprannaturale, con le deviazioni della scienza che si intrecciano al paranormale, con tra le righe i riferimenti religiosi che del serial erano uno dei motivi ricorrenti.

Smessi gli effetti speciali e la spettacolarità dell'esordio in lungo e dimenticata la cospirazione aliena, il nuovo spin-off della serie televisiva sci-fi più popolare di tutti i tempi si concentra sull'animo umano - i dubbi, i conflitti, il lato oscuro - e sul bisogno di credere e non arrendersi mai per arrivare alla verità.

Il creatore e regista televisivo della serie, Chris Carter, sfrutta il paesaggio innevato del Canada, dove sono state girate le prime cinque stagioni del telefilm, per ambientare l'ultima puntata del serial e chiudere definitivamente il cerchio.

E se risulta molto bella l'ambientazione e la fotografia dei monti innevati, la storia è alquanto insulsa e alcuni passaggi sono indisponenti per superficialità (Scully medico chirurgo tuttologo, i russi che fanno operazioni fantascientifiche in una baracca).

La psicologia dei protagonisti è rimasta intatta e la sintonia tra David Duchovny e Gillian Anderson, che è più attrante ora che 15 anni fa, è tangibile e assolutamente non scontata considerato il tempo che è passato dall'ultima "incarnazione" negli agenti Mulder e Scully.

I quali sembrano essere stati (ri)posti in una sorta di camera criogenetica uscendo di fatto plastificati ed indenni (s'intende su un piano meramente d'immagine) dal sopravanzare del tempo.

Non così, invece, per un plot che è rimasto blandamente ancorato ai vecchi racconti seriali di una fiction che ha fatto storia e che meglio sarebbe stato, per la "Generazione X-files", ricordarla com'era...

2012

India, 2009. In un centro di ricerca situato nelle profondità di una miniera di rame, viene rilevata un'improvvisa variazione dell'emissione dei neutrini solari e il conseguente surriscaldamento del nucleo terrestre. 

La scoperta viene studiata dal giovane scienziato Adrian Helmsley (Chiwetel Ejiofor), accorso sul posto, che stima il pericolo dei primi effetti sulla crosta solo nel lungo periodo e decide perciò, in accordo con gli interessi dei consiglieri del governo americano, di studiare un piano di evacuazione mantenendo all'oscuro l'opinione pubblica sulla futura minaccia globale.

Contrariamente a quanto stimato, dopo soli tre anni il mantello terrestre comincia a fondere e sulla costa californiana appaiono le prime gigantesche crepe.

Jackson Curtis (John Cusack), divorziato dalla moglie Kate (Amanda Peet), scrittore di romanzi di scarso successo e autista di limousine di un laido riccone russo, se ne accorge mentre si trova in campeggio coi due figli presso il parco di Yellowstone. Là, il lago si è completamente prosciugato e un conduttore radiofonico un tantino sopra le righe, Charlie Frost (Woody Harrelson), diffonde in diretta aggiornamenti sull'imminente fine del mondo...

Se 2012 venisse ridotto di un ora, eliminando quasi tutti i dialoghi, specie i definitivi e lacrimevoli commiati, saremmo al solito polpettone, già visto, catastrofico.

Invece qui siamo all'umorismo dato dai fiotti di retorica che il regista Roland Emmerich sparge a piene mani, mettendo in scena una catastrofe trionfalistica e rivendicando l'orgoglio di un cinema meramente ludico, senza sentire la necessità di realizzare kolossal raffinati che facciano gridare al capolavoro.

Fin dai tempi di Stargate e Independence Day, il suo progetto appare piuttosto un tentativo sistematico di allargare le dimensioni dello spazio e del tempo fino alla lacerazione, per poi raccontare, in fondo, sempre la stessa storia.

Padri valorosi , soldati intrepidi, scienziati geniali ed eroici presidenti a stelle e striscie (qui il nero, di colore, Danny Glover) e figlie orgogliose dei padri, (quasi tutte le figure declinate in maniera americanocentrica nda) sono i protagonisti senza macchia e senza spessore di storie inverosimili che, quando non trasudano un manierismo e un patriottismo esasperato, virano verso l'umorismo da quattro soldi e gli stereotipi più logori sulle varie popolazioni del mondo.

Ma sotto le crepe visibili di questa superficie, sotto ai sentimentalismi un tanto al chilo e ad un umanesimo incredibilmente naïf, si nasconde un nucleo pulsante di puro spettacolo.

Con 2012, Emmerich rende più evidente la componente popolare del suo cinema che, a differenza del gemello made in USA Michael Bay, non ricerca nello scontro, nella colluttazione fisica di corpi muscolari o meccanici perfetti, ma nel vecchio fascino di un carrozzone da luna park con tanto di imbonitore che irride ai ricchi (scemi) e ai potenti (cattivi).

Per quanto enormi possano apparire le proporzioni del cataclisma messo in scena, guardare un suo film è come aggirarsi per un parco di città in miniatura dove è ammesso sfasciare tutto, dove poter dar sfogo alle pulsioni distruttive più infantili.

E spettatori americani ed europei, che sicuramente apprezzeranno in maniera differente, saranno comunque uniti dall'arricchire gli azionisti della Sony, distributrice di 2012.
Loro sì potranno costruirsi, come nel film, un'arca alla faccia del pubblico. 

Pagante.

IDENTITA'

Nevada. Ci si ritrovano in dieci, sotto la tempesta e il diluvio incessante, a rifugiarsi nello squallido motel dello stranito Larry, in pieno deserto.

Le linee telefoniche sono interrotte, come pure le strade.
L’autista, ex poliziotto, Ed (John Cusack) cerca di tranquillizzare l’isterica attrice Caroline Suzanne (Rebecca De Mornay) e intanto ricuce alla meglio con ago e filo il collo di una donna da lui stesso appena investita, giunta col secondo marito e il loro taciturno bambino Timmy.

La giovane squillo Paris (Amanda Peet) nasconde un malloppo, mentre due freschi sposini danno inizio ai personali litigi.

Infine ecco il detective Rhodes (Ray Lotta) che si trascina, ammanettato, un pericoloso pluriomicida.

Il tempo per i convenevoli di rito ed ecco che, zac, spunta il primo di una serie di cadaveri. Inoltre il misterioso killer sembra intenzionato ad ucciderli uno dopo l'altro.

E interrogandosi sul perchè si voglia la morte di dieci perfetti sconosciuti, scoprono sinistre coincidenze: tutti sono nati il 10 maggio, tutti portano il nome di uno stato americano.

Ma la vera partita si sta giocando da tutt'altra parte, in una sala dove uno psichiatra deve convincere un giudice della Corte Suprema a ritirare la condanna a morte comminata al serial killer Malcom (interpretato da Pruitt Taylor Vince) con disturbi mentali. Che, guarda caso, ha compiuto una strage in un motel...

Zoppicante e poco avvincente giallo diretto da James Mangold che prende in maniera chiarissima spunto dal celebre classico di Agata Christie, “Dieci piccoli indiani”, per non dire di SEVEN e "Psyco", che ha il pregio di non disperdersi e non tirarla troppo per le lunghe, l’handicap di una soluzione che lascia alquanto perplessi (dopo un primo moto di sorpresa) e più di un incongruenza, nascosta dalle situazioni e dalle immagini.

Gli attori, un cast di quasi star (da Cusack a Liotta alla bella De Mornay) gridano tutti in maniera isterica nel tentativo di fingere bene di spaventarsi a morte.

Non ci riescono.

Film comunque da vedere.

HIGH CRIMES - CRIMINI DI STATO

San Francisco. Ti ho mentito, mi chiamo Ron Chapman, ammette l'impaurito Tom Kubik (Jim Caviezel) all'incredula moglie, l'avvocatessa in ascesa Claire (Ashley Judd).

La verità è saltata fuori dopo una fallita rapina nella loro villa: l'FBI ha arrestato l'uomo, accusandolo di aver ucciso nove civili nel 1988 in Salvador.

Si ritrova così in un penitenziario militare, in vista di un processo davanti alla corte marziale dal risultato scontato per tutti ma non per Claire.

Che, pur essendo un brillante avvocato non è in grado di difendere il marito nei tribunali militari e si fa affiancare dal tenente pivello Terry Embry (Adam Scott).

Non basta: convinta della sua innocenza, pur ammettendo di essere stato un sergente in missione di controguerriglia, recluterà un collega con le stellette, in pensione ed alcolista, Charlie Grimes (Morgan Freeman). Ma il loro tentativo non è ben visto dalle gerarchie, che paiono alla ricerca di un capro espiatorio più che di giustizia...

E alla fine, che amara sorpresa.

Un appena passabile giallo legale, che parte come un film di denuncia nella parte da corte marziale, dove emergono le illegalità di farabutti in divisa (molto, ma molto meglio CODICE D'ONORE).

Poi il copione vira sul thriller, finendo per assomigliare troppo al più appassionante "Doppio Taglio" (1985).

Insomma nessuna idea nuova, con un riciclaggio di tutti i clichè già visti (e meglio, come dicevamo prima) sullo scontro tra mentalità civile e militare e una presunta denuncia degli abusi del potere delle stellette e delle operazioni sotto copertura.

Appena sufficiente anche la sensuale Ashley Judd, mentre Morgan Freeman è svogliato come, per fortuna, non gli capita mai.