Visualizzazione post con etichetta ashley judd. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ashley judd. Mostra tutti i post

CROSSING OVER

Los Angeles. L'agente dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement) Max Brogan (Harrison Ford) ha il compito di ostacolare con tutti i mezzi legali l'immigrazione clandestina negli Stati Uniti.

Opera nell'area del confine con il Messico ed è incapace di trattare le persone come fossero puri e semplici pacchi da accettare o rinviare al mittente. Prende così a cuore la sorte del piccolo Juan, figlio di una clandestina arrestata.

Per la green card l'aspirante e piacente attrice australiana Claire Shepard (Alice Eve) si concede al laido funzionario Cole Frankel (Ray Liotta), la cui moglie, l'avvocatessa Denise (Ashley Judd) difende l'adolescente bengalese Taslima, sospetta filoterrorista.

Nel mezzo l'adolescente coreano Yong Kim che si fa coinvolgere in una banda di giovani criminali

E lo sfacciato cantante Gavin Kossei (Jim Sturgess) si finge ebreo ortodosso.

Ambizioso, data la complessità delle vicende, ma poco avvincente dramma sociale (a volte davvero lento) questo CROSSING OVER diretto da Wayne Kramer che collega, faticosamente, svariati personaggi uniti dall'ansia del permesso di soggiorno nel paese con la burocrazia più ottusa, toccando il fondo nelle scivolate nel patetico, come il sermone dello sbirro davanti al neorapinatore con gli occhi a mandorla al supermercato.

Nell'interpolare le storie infatti il regista gira un film decisamente sbilanciato a favore di una maggiore attenzione ai bisogni di chi chiede di entrare negli States dichiarandolo da subito grazie al personaggio interpretato da Harrison Ford.

Strisciante, il pessimismo di fondo.

Ben visibile invece la stupenda e sensuale Alice Eve che, distesa sul letto tra lenzuola di seta, mostra il suo affascinante e delizioso seno 'da coppa di champagne'. E non solo...

HEAT - LA SFIDA

Los Angeles. Il professionista del crimine (specialità della casa: rapine) Neil McCauley (Robert De Niro), che rispetta la competenza delinquente e l'amicizia virile, a capo di una piccola ma selezionata banda, sta arricchendo la lunga carriera con un colpo clamoroso: l'assalto a un furgone blindato ben fornito.

Purtroppo il solito componente folle ammazza, senza motivo plausibile e a sangue freddo, due guardie, obbligando il capo a farlo fuori (una cosa è la rapina, un'altra è l'omicidio).

Allo stesso tempo tempo però il nevrotico tenente Vincent Hanna (Al Pacino) è chiamato a scatenare l'instancabile caccia. Il poliziotto è un uomo logoro, infelice nella vita privata, che rispetta la professionalità, non ammette la sconfitta, è insofferente: “Comprensione? L'abbiamo finita ieri. Oggi non abbiamo tempo”.

Mentre il piedipiatti scarica la terza moglie Justine (Diane Venora), il gangster si innamora della bella grafica Eady (Amy Brenneman). Non intende tornare in prigione mai più e pur se intende compiere un ultimo colpo decisivo prima di ritirarsi dal crimine per andare lontano insieme con la ragazza di cui s'é innamorato, ha un saldo principio: “Non far entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi netti”

È il confronto tra due professionisti. Il professionista del crimine, è la preda; il poliziotto, professionista nella lotta contro il crimine, è il cacciatore. Per entrambi la professione è una vocazione, quasi un'ossessione. Cacciatore e lepre si incontrano alla tavola calda: ricordati il settimo comandamento. Le ultime parole famose.

Purtroppo il tirapiedi Chris Shiherlis (Val Kilmer) perde la testa per le infedeltà della bionda consorte Charlene (Ashley Judd) e la faccenda , anche per via di uno spione, si complica.

HEAT - LA SFIDA è un poliziesco/action metropolitano (strutturato come un western) ambizioso e struggente, logorroico e romantico, fascinoso e coinvolgente, che circoscrive l'azione (ma la rapina iniziale è fantastica per ritmo e montaggio) per indugiare sulla descrizione dei caratteri dei personaggi e del loro ambiente familiare, che è notevole.

Diretto dal regista Michael Mann, con un cast di lusso, rimane un film assai personale e, nel suo genere, uno dei più intensi del decennio nel suo rischioso equilibrio tra azione e scavo psicologico.
Inevitabile per lo spettatore il confronto tra i grandi istrioni italoamericani, per la seconda volta insieme ( erano stati insieme nel cast del Padrino - Parte II di Francis Ford Coppola, ma senza mai incontrarsi nella stessa scena), un De Niro asciutto, sotto le righe, e Al Pacino, teatrale, sopra le righe.

Tutt'e due, in momenti differenti dei Sessanta, hanno studiato recitazione ai mitici Studios, ricavando dallo stesso maestro insegnamenti opposti: lo stile d'interpretazione di De Niro è tutto interiore, minimalista, profondo; quello di Pacino è tutto esteriore, gridato, furente.

Stabilire quale dei due sia più bravo è questione di gusti: io me li incarto e porto a casa con gusto entrambi.

Stavolta, durante le due ore e tre quarti di Heat, sono uno accanto all'altro unicamente in un paio di scene cruciali: un incontro al caffè (quasi un omaggio alle loro carriere nda) in cui criminale e poliziotto debbono riconoscersi simili nella malinconia di vite perdute e nella contemplazione sfiduciata del mondo, facce differenti d'un analogo destino di morte, paure, violenze, inseguimenti, solitudine; e il duello finale nel quale uno soltanto può restare vivo ed è molto difficile digerire che uno dei due perda.

Molto interessante l'uso del suono nella scena iniziale dell'assalto al furgone: tutto avviene in un silenzio rotto appena da rumori funzionali, senza musiche invadenti, senza parole né dilatazioni sonore.

Questa inconsueta afonia dà alle operazioni criminali e poliziesche il senso d'una efficienza veloce, sicura, e insieme la solennità del rito che più si ripete nelle nostre metropoli (non con la stessa grazia recitativa, purtroppo).

IL COLLEZIONISTA

Durham, North Carolina (Usa). Il maturo criminologo afroamericano Alex Cross (Morgan Freeman), studioso e saggista, dirigente della polizia a Washington si precipita nel campus universitario da dove è improvvisamente scomparsa la nipote Naomi, promettente violinista.

Il poliziotto, ostacolato dagli arroganti colleghi locali, scopre che le belle ragazze scomparse sono addirittura otto, due delle quali, già morte, sono state ritrovate nei boschi legate, torturate, con accanto un biglietto: il killer si firma con il nome d’arte di Casanova.

Lo psicologo intuisce di non trovarsi di fronte a un serial killer: “È un collezionista”, uno che sequestra e tiene prigioniere ragazze per il proprio piacere, per nutrire il proprio senso d’onnipotenza, e che le uccide soltanto se e quando disubbidiscono alle regole da lui imposte.

Pur con le difficoltà crescenti date dalle rivalità tra diverse forze di polizia locali e nazionali, con l’aiuto d’una giovane e terrorizzata dottoressa ospedaliera, esperta di kickboxing, Kate McTiernan (Ashley Judd), pure lei sequestrata da Casanova ma riuscita miracolosamente a sfuggire al maniaco con un tuffo nelle cascate da far impallidire anche Rambo, lo strizzacervelli individua il doppio colpevole, anche se gli indizi (salvo quelli falsi) sono pochi e la fifa tanta.

IL COLLEZIONISTA è un discreto thriller, assai migliore nella confezione (sequenze efficaci di un suggestivo impatto visivo e scenografico, tra magnifici paesaggi, clima angoscioso, sospetti rimpallati di continuo da un personaggio all’altro) che nella sostanza (il finale è un pò deludente lasciando appeso anche il quesito centrale : perché Casanova, il sequestratore mascherato, vuole costituire il suo strano harem? Per non pagare gli alimenti?).

Il regista Gary Fleder, in un film corretto e medio, si avvale del magistrale Morgan Freeman, protagonista intelligente, di classe, simpatico, bravo, elegante e del paesaggio americano d’uno Stato del Sud come la Carolina, boscoso, madido d’umidità, misterioso, sensuale.

Pur facendosi guardare fino in fondo, il film manca l’obiettivo nascosto: resuscitare le atmosfere perverse e torbide di SEVEN.

Non ci riesce.

HIGH CRIMES - CRIMINI DI STATO

San Francisco. Ti ho mentito, mi chiamo Ron Chapman, ammette l'impaurito Tom Kubik (Jim Caviezel) all'incredula moglie, l'avvocatessa in ascesa Claire (Ashley Judd).

La verità è saltata fuori dopo una fallita rapina nella loro villa: l'FBI ha arrestato l'uomo, accusandolo di aver ucciso nove civili nel 1988 in Salvador.

Si ritrova così in un penitenziario militare, in vista di un processo davanti alla corte marziale dal risultato scontato per tutti ma non per Claire.

Che, pur essendo un brillante avvocato non è in grado di difendere il marito nei tribunali militari e si fa affiancare dal tenente pivello Terry Embry (Adam Scott).

Non basta: convinta della sua innocenza, pur ammettendo di essere stato un sergente in missione di controguerriglia, recluterà un collega con le stellette, in pensione ed alcolista, Charlie Grimes (Morgan Freeman). Ma il loro tentativo non è ben visto dalle gerarchie, che paiono alla ricerca di un capro espiatorio più che di giustizia...

E alla fine, che amara sorpresa.

Un appena passabile giallo legale, che parte come un film di denuncia nella parte da corte marziale, dove emergono le illegalità di farabutti in divisa (molto, ma molto meglio CODICE D'ONORE).

Poi il copione vira sul thriller, finendo per assomigliare troppo al più appassionante "Doppio Taglio" (1985).

Insomma nessuna idea nuova, con un riciclaggio di tutti i clichè già visti (e meglio, come dicevamo prima) sullo scontro tra mentalità civile e militare e una presunta denuncia degli abusi del potere delle stellette e delle operazioni sotto copertura.

Appena sufficiente anche la sensuale Ashley Judd, mentre Morgan Freeman è svogliato come, per fortuna, non gli capita mai.