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UN TRANQUILLO WEEK END DI PAURA

Georgia. Per disintossicarsi dei miasmi urbani, quattro amici di città, Ed (Jon Voight), Lewis (Burt Reynolds), Drew (Ronny Cox) e Bobby (Ned Beatty), decidono di farsi una bella gita fuori porta: una discesa in canoa lungo il fiume Chattooga prima che sia definitivamente cancellato da una diga.

Per essere più intonati alla loro idea della primitività, i quattro non portano armi, soltanto archi e frecce, come gli indiani che ancora due secoli or sono popolavano quel territorio.

La natura è incontaminata, i luoghi sono selvaggi e ostili, come la popolazione. E le cose si mettono male: due montanari abbruttiti  non gradiscono l'intrusione nei loro territori e reagiscono in maniera bestiale.

Il povero Bobby viene violentato, Drew annega, Lewis ci rimette una gamba. 

Insomma la scampagnata si dimosterà un discreto inferno verde per i quattro borghesi. Che proseguirà con incubi e rimorsi.

UN TRANQUILLO WEEK END DI PAURA è  un film crudo e cattivo, sadico e violento, un concentrato di spaventi, almeno dopo la prima mezz'ora, da lasciare annichiliti.

Il regista John Boorman sfodera un clima ossessivo con overdose di spietatezza e scarso riguardo per la verosimiglianza. A ben vedere la struttura è addirittura quasi da horror, con gli interpreti in un ambiente ostile, prede di umani che di umano hanno ben poco. Ma il regista riesce a non degenerare nella violenza esplicita, pur non risparmiando scene abbastanza "forti" per l'anno in cui uscì il film: riviste ancora oggi creano un certo disagio nello spettatore.

Attori, impeccabili nei loro ritratti psicologici e nell’impegno fisico profuso, bravi e allucinati come parte richiede, splendida fotografia e colonna sonora a ritmo di banjo. Adeguata alla strizza incombente.

ANACONDA


Brasile. Ha un bel fegato la troupe documentaristica che sta percorrendo su una chiatta il fiume che s'addentra nella foresta amazonica.

L'obiettivo? La ricerca di buone riprese riguardanti una misteriosa tribù locale.

A capo degli ardimentosi ci sono l’antropologo dottor Steven Cale (Eric Stoltz) e la regista Terri Flores (Jennifer Lopez).

Lungo il fiume incontrano il rude navigatore solitario Paul Sarona (Jon Voight), bloccato da un'avaria. 

Conosco questi posti come le mie tasche, fatemi salire, ma in realtà ha un piano tutto suo: scovare un gigantesco anaconda e catturarlo.

Ed ecco il serpentone.

ANACONDA è uno spettacolare e goffo horror avventuroso che innesta effetti speciali computerizzati (discreti) su un tessuto narrativo vecchio stile con personaggi stereotipati e un cattivo cattivissimo interpretato con gusto da Jon Voight, carismatico e bastardissimo, tirandola probabilmente troppo in lungo prima di arrivare alla cruenta resa finale.





Inutile dire che l' improbabile regista Jennifer Lopez, il cui ruolo si intuisce dalla maglietta attillata strizza tette, offre le visioni migliori con i già ridotti vestiti maliziosamente e strategicamente inzuppati dall'acqua.



Intrattenimento spensierato con un film di poca sostanza, che però può risultare di una certa attrattiva per gli amatori del beast-movie.

Positivo il riscontro commerciale: circa 137 milioni di dollari lordi d’incasso nel mondo con un budget di 45.

TRANSFORMERS

Qatar. Un misterioso elicottero sbarca nella base americana in pieno deserto per trasformarsi in un gigantesco robot: che strage!

È la giovane analista Maggie (Rachael Taylor) a scoprire l'attacco, che a Washington manda in tilt il nevrotico segretario alla Difesa John Keller (Jon Voight).

In California diventa un cyborg anche la malandata Chevrolet gialla a strisce nere che il timido liceale Sam Witchicky (Shia LeBoeuf), nipote dell'esploratore che per primo, durante una missione nel Circolo Polare Artico sul finire del 1800, ebbe a che fare con Megatron (il capo dei Decepticons), ha comprato per rimorchiare la scostante compagna di scuola Mikaela (Megan Fox).

Perbacco, la lotta aliena tra il bene (gli Autobots) e il male (i Decepticons), dal pianeta Cybertron si è spostata sulla Terra dove milioni di anni fa è caduto il Cubo di Energon, la fonte di energia suprema capace di infondere la vita ai Transformers e l'unico che può aiutare Optimus Prime e i suoi Autobots a ritrovare il cubo e distruggerlo prima che finisca nelle mani dei nemici è proprio il ragazzo californiano.

Si salvi chi può.

Fragoroso e ingenuo fumettone fantascientifico, prodotto da Steven Spielberg e diretto da Michael Bay, che porta al cinema i celebri robot trasformabili amati dai ragazzini di tutto il mondo di qualche decennio fa, offrendo più di due ore di puro intrattenimento con sequenze spettacolari (da mascella a terra) eseguite ad alta velocità in un incredibile guazzabuglio di effetti speciali, stupefacenti sì, ma alla lunga, o magari anche prima, considerata l'inutile durata extralarge, davvero stucchevoli.

Inutile cercare di capirci qualcosa.



Alla visione i più piccoli comunque si divertiranno, i grandi si chiederanno chi è più sexy tra la corvina Megan Fox e la bionda Rachael Taylor.

A 30 SECONDI DALLA FINE

Alaska. Due pericolosi reclusi, Manny (Jon Voight), un detenuto oramai divenuto celebre fra gli altri carcerati, rispettato e amato da tutti nella prigione piu rigida e intransigente degli Stati Uniti, visto che è situato in una landa fredda e solitaria, e Buck (Eric Roberts), che lo idolatra, evadono dal supercarcere.

Battendo i denti per il freddo saltano sul primo convoglio, un treno merci, strumento per raggiungere la libertà da quell'inferno ghiacciato, dove è inspiegabilmente presente la spaventata Sara (Rebecca De Mornay).

Neanche a farlo apposta il macchinista, colto da un infarto fulminante, muore mentre i due sventurati proseguono la loro folle corsa senza guida.

Tra i due si instaura un rapporto di profonda amicizia nonostante abbiano caratteri completamente diversi: il giovane Buck ha un carattere aperto e socievole mentre Manny è un vecchio burbero e silenzioso, macerato in una rabbia interiore da animale rabbioso.

Intanto dall'elicottero il malvagio direttore del carcere li insegue per farne polpette.

 A 30 SECONDI DALLA FINE (Runaway Train) è un ottimo "train movie" in crescendo, un impasto di azione, furore e suspense, teso, violento e munito di un montaggio che ne esaspera il ritmo vorticoso in un ambiente ostile a 20 sotto zero, fino allo splendido ed indimenticabile minuto finale.

E' una delle pellicole più vigorose e memorabili degli anni '80, ma gode di un culto inferiore al dovuto: capita anche ai grandi film. 

Di certo l'esule russo Andrej Konchalovsky (TANGO & CASH) ha inserito nel tessuto di un tipico action film statunitense un'estetica, una filosofia nordica che nobilita il tutto ammantandolo di critica sociologica (la trasformazione dell'essere umano e della sua crudeltà).

L'odissea ferroviaria nel nulla degli spazi infiniti assume evidenti valenze simboliche e il finale, davvero straordinario, è tra i più belli ed emozionanti che mi sia capitato vedere.

Di contorno splendidi e superbi paesaggi nell'Alaska ammantata di neve.

Mentre Jon Voight sprizza massiccia vigoria, la bionda Rebecca De Mornay è una (gradevole) clandestina, in tutti i sensi, dato che non c'entra niente col film.

La sceneggiatura originale era di Akira Kurosawa.

HEAT - LA SFIDA

Los Angeles. Il professionista del crimine (specialità della casa: rapine) Neil McCauley (Robert De Niro), che rispetta la competenza delinquente e l'amicizia virile, a capo di una piccola ma selezionata banda, sta arricchendo la lunga carriera con un colpo clamoroso: l'assalto a un furgone blindato ben fornito.

Purtroppo il solito componente folle ammazza, senza motivo plausibile e a sangue freddo, due guardie, obbligando il capo a farlo fuori (una cosa è la rapina, un'altra è l'omicidio).

Allo stesso tempo tempo però il nevrotico tenente Vincent Hanna (Al Pacino) è chiamato a scatenare l'instancabile caccia. Il poliziotto è un uomo logoro, infelice nella vita privata, che rispetta la professionalità, non ammette la sconfitta, è insofferente: “Comprensione? L'abbiamo finita ieri. Oggi non abbiamo tempo”.

Mentre il piedipiatti scarica la terza moglie Justine (Diane Venora), il gangster si innamora della bella grafica Eady (Amy Brenneman). Non intende tornare in prigione mai più e pur se intende compiere un ultimo colpo decisivo prima di ritirarsi dal crimine per andare lontano insieme con la ragazza di cui s'é innamorato, ha un saldo principio: “Non far entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi netti”

È il confronto tra due professionisti. Il professionista del crimine, è la preda; il poliziotto, professionista nella lotta contro il crimine, è il cacciatore. Per entrambi la professione è una vocazione, quasi un'ossessione. Cacciatore e lepre si incontrano alla tavola calda: ricordati il settimo comandamento. Le ultime parole famose.

Purtroppo il tirapiedi Chris Shiherlis (Val Kilmer) perde la testa per le infedeltà della bionda consorte Charlene (Ashley Judd) e la faccenda , anche per via di uno spione, si complica.

HEAT - LA SFIDA è un poliziesco/action metropolitano (strutturato come un western) ambizioso e struggente, logorroico e romantico, fascinoso e coinvolgente, che circoscrive l'azione (ma la rapina iniziale è fantastica per ritmo e montaggio) per indugiare sulla descrizione dei caratteri dei personaggi e del loro ambiente familiare, che è notevole.

Diretto dal regista Michael Mann, con un cast di lusso, rimane un film assai personale e, nel suo genere, uno dei più intensi del decennio nel suo rischioso equilibrio tra azione e scavo psicologico.
Inevitabile per lo spettatore il confronto tra i grandi istrioni italoamericani, per la seconda volta insieme ( erano stati insieme nel cast del Padrino - Parte II di Francis Ford Coppola, ma senza mai incontrarsi nella stessa scena), un De Niro asciutto, sotto le righe, e Al Pacino, teatrale, sopra le righe.

Tutt'e due, in momenti differenti dei Sessanta, hanno studiato recitazione ai mitici Studios, ricavando dallo stesso maestro insegnamenti opposti: lo stile d'interpretazione di De Niro è tutto interiore, minimalista, profondo; quello di Pacino è tutto esteriore, gridato, furente.

Stabilire quale dei due sia più bravo è questione di gusti: io me li incarto e porto a casa con gusto entrambi.

Stavolta, durante le due ore e tre quarti di Heat, sono uno accanto all'altro unicamente in un paio di scene cruciali: un incontro al caffè (quasi un omaggio alle loro carriere nda) in cui criminale e poliziotto debbono riconoscersi simili nella malinconia di vite perdute e nella contemplazione sfiduciata del mondo, facce differenti d'un analogo destino di morte, paure, violenze, inseguimenti, solitudine; e il duello finale nel quale uno soltanto può restare vivo ed è molto difficile digerire che uno dei due perda.

Molto interessante l'uso del suono nella scena iniziale dell'assalto al furgone: tutto avviene in un silenzio rotto appena da rumori funzionali, senza musiche invadenti, senza parole né dilatazioni sonore.

Questa inconsueta afonia dà alle operazioni criminali e poliziesche il senso d'una efficienza veloce, sicura, e insieme la solennità del rito che più si ripete nelle nostre metropoli (non con la stessa grazia recitativa, purtroppo).

IL MISTERO DELLE PAGINE PERDUTE

Washington. Ce l'ha fatta a entrare nella stanza ovale della Casa Bianca, rischiando anche di essere accusato di sequestro di Presidente, lo scatenato cercatore di tesori Ben Gates (Nicolas Cage): c'è da difendere l'onore degli avi che vengono accusati di aver cospirato contro Abramo Lincoln.

Con la bionda archeologa Abigail Chase (Diane Kruger) e l'appoggio esterno dell'ambiguo Sadusky (Harvey Keitel) insegue la mappa della città dell'oro. Il primo brandello l'ha trovato a Parigi, e ora, dopo che è riuscito a ottenere l'aiuto oltre che del padre Patrick (Jon Voight) anche della mamma Emily (Helen Mirren), è intenzionato a sbrogliare la matassa, riunendo, passo dopo passo, i tasselli del puzzle, sempre più intricato e foriero di sensazionali sorprese e colpi di scena.

Anche perchè c'è il losco Jeb Wilkinson (Ed Harris) che punta allo stesso risultato finale.

Ingarbugliato, frenetico, e poco appassionante seguito del primo National Treasure (titolo originale americano) conosciuto in Italia come il "Mistero dei Templari", che venne acclamato un po' ovunque come migliore film-clone di Indiana Jones, che parte addirittura dall'assassinio di Lincoln per impantanarsi tra tavolette antiche da decodificare, serrature e codici segreti.

Malgrado l'immissione di qualità derivante dalla partecipazione alla pellicola di grandi attori quali Ed Harris e Helen Mirren (la mamma del protagonista), senza dimenticare quelli già presenti, si segnala solo per qualche spruzzata di autoironia, un tumultuoso inseguimento tra le vie di Londra e un Presidente degli Stati Uniti disponibile e simpatico: la trama è ovviamente strampalata, così come molte delle situazioni che si trovano a vivere i protagonisti.

Troppo poco per parlare di bel film.

Abbastanza per permettere al film di raggiungere l'obiettivo principale: divertire e intrattenere il pubblico, facendogli passare due ore di avventura vecchio stile.

Nicolas Cage, come spesso gli capita, ha la stessa espressione dall'inizio alla fine, ma sembra a suo agio nei panni dell'eroe molto per caso.

THE MANCHURIAN CANDIDATE

Washington. E' l'influente senatrice Eleanor Prentiss Shaw (Meryl Streep) a manovrare perbenino la campagna elettorale dell'impacciato figlio Raymond (Liev Schreiber), eroe di guerra (quando prestava servizio come sergente aveva salvato la vita al comandante del suo reparto durante un imboscata, nella quale però avevano perso la vita altri due uomini) che a sorpresa supera nella corsa alla vicepresidenza l'anziano senatore Thomas Jordan (Jon Voight).

Toh, dopo ben tredici anni rispunta il maggiore Bennett Marco (Denzel Washington), proprio il capitano del suo plotone in Kuwait durante la Guerra del Golfo (Operazione Desert Storm).

L'ufficiale, da allora, è afflitto da terribili incubi. Ma che diavolo mi hanno infilato sotto la spalla? E' come se mi avessero fatto il lavaggio del cervello, pensa, girando la domanda all'antico commilitone, che presenta anch'egli molti punti oscuri nei ricordi.

Lentamente i dubbi affiorano e si delineano le certezze. Complotto? Mammina, aiutami tu.

Abbastanza inverosimile, ma elettrizzante thriller fantapolitico, costruito con un climax drammatico, come se fosse una bomba a orologeria, e diretto dal ritrovato Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti) che soffre per la lunghezza e per l'approfondimento dei dettagli della storia (presumibilmente per dare alla critica ai non sempre puliti giochi della politica un valore reale).

Trattasi del remake, a distanza di quarantadue anni, mantenendone la tensione e rinnovandone le apocalittiche premonizioni (qui siamo alla Guerra del Golfo), dello sconvolgente "Và e uccidi" (in originale The Manchurian Candidate).

Denzel Washington nel ruolo che era di Sinatra, si muove bene nella parte di automa e interpreta il dramma di un uomo che vede i valori in cui crede ciecamente disintegrarsi davanti agli occhi; la magnifica Meryl Streep, madre del candidato, è cattiva al punto giusto, tanto da poter battere in perfidia anche la strega di Biancaneve.
 
Una citazione per la serie "da vedere" per il montaggio serrato della sequenza finale. Incessante, denso di tensione, un vero "countdown". Il momento migliore di un solido e attuale film.

MISSION: IMPOSSIBLE

Praga. La trappola è davvero mortale per il commando dell'IMF inoltratosi in Europa orientale per recuperare un floppy disk zeppo di importantissimi segreti, come la lista che rivela le vere identità dei più agguerriti agenti segreti in servizio dopo il 1989. Chiaramente il dischetto vale milioni di dollari.

Prima di accorgersi che il dischetto è una patacca, muore anche il comandante della squadra Jim Phelps (Jon Voight), lasciando vivi e disorientati soltanto l'agente Ethan Hunt (Tom Cruise) e la sua bella moglie Claire (Emmanuélle Beart).

Il testardo e coraggioso agente segreto, ingiustamente sospettato di fare il doppio gioco, fugge unendosi a due esperti del ramo, il killer Krieger (Jean Reno) e lo scassinatore di colore Luther (Ving Rhames), per mettere le mani sull'autentico supporto informatico e scoprire che c'è dietro la strage.

Ma chi sarà mai l'inafferrabile primula rossa? Sorpresa.

MISSION: IMPOSSIBLE, ispirato a una serie TV degli anni '60, diretto da Brian De Palma, è una movimentata ed eccitante spy story, un giro vorticoso di doppie verità, doppi giochi, complotti, tradimenti.

I personaggi contano poco, irrilevanti le morti violente e la distinzione tra buoni e cattivi. È un assemblaggio di ingranaggi, ma anche un esercizio di stile con le inconfondibili caratteristiche di Brian De Palma.

I due pezzi di bravura coincidono con le due sequenze ad altissima spettacolarità, con le relative esibizioni atletiche di Tom Cruise: l'incursione e il relativo furto acrobatico nella cassaforte blindata posta nella sede della CIA a Langley (Virginia) e l'inseguimento finale nel tunnel, ad alta velocità, tra treno e elicottero.

Ha diviso la critica in due fronti, i pro e i contro.