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L'UOMO DI NEVE

Oslo. La città è avvolta nel buio e i primi fiocchi di neve cadano leggeri imbiancando le strade.

Birte Becker è appena tornata dal lavoro quando, fuori dalla propria finestra, nota un pupazzo di neve che sembra osservarla.

Poche ore dopo, la donna scompare senza lasciare traccia.

Unico indizio un pupazzo di neve avvolto nella sciarpa della donna, all'interno del quale viene ritrovato anche il cellulare.

Il geniale poliziotto dalla vita sbandata Harry Hole (Michael Fassbender) si butta a capofitto nel caso per sfuggire ai fantasmi che lo perseguitano giorno e notte.

Inoltre, dopo mesi di astinenza dall'alcol, la brutta notizia: Rakel, l'unica donna che abbia mai amato, sta per sposarsi.

E le sparizioni misteriose sembra tantissime negli ultimi vent'anni. L'assassino seriale sembra avere sempre lo stesso modus operandi, un preciso rituale.

La scoperta sarà più amara e sconcertante del previsto, perchè la mano in grado di perpetrare quegli orrendi crimini è molto più vicina di quanto il piedipiatti si sarebbe mai immaginato.

L'UOMO DI NEVE è un giallo nordico d'effetto per l'ambientazione glaciale e le tematiche delittuose, reso però farraginoso da una sceneggiatura che vorrebbe sorprendere e invece confonde.

Molto cupo (tratto da una serie letteraria) è incapace, però, di appassionare, anche per una certa lentezza e un finale poco credibile.

Un film nella media, quindi, che non lascia il segno.

Val Kilmer irriconoscibile.

PIANETA ROSSO

2050. La Terra è ormai agli ultimi giri visto che l'inquinamento e lo sfruttamento massivo delle risorse da parte dell'uomo cattivo sta per renderla invivibile.

Sull'orlo del disastro ecologico, gli scienziati cercano un'altra "casa".

Con alcuni esperimenti, allora provano a rendere abitabile Marte, in modo che una colonia di terrestri possa iniziare una nuova civiltà.

Il progetto sul pianeta relativamente vicino, dopo un promettente avvio, fallisce.

Per capirne i motivi viene inviato nell'orbita marziana un equipaggio composto da Kate Bowman (Carrie-Anne Moss), che ne ha il comando, cinque uomini e un robot.

Quando l'astronauta Robby Gallagher (Val Kilmer) e gli scienziati Quinn Burchenal (Tom Sizemore) e Bud Chantillas (Terrence Stamp), provano a toccare il suolo marziano, si schiantano rovinosamente contro il pianeta rosso .

L'equipaggio è arenato in un ambiente inospitale, senza possibilità di comunicare, mentre la donna lotta disperatamente per trovare un modo per riportarli a casa.

A peggiorare le cose, il robot che è stato progettato per servirli e proteggerli è andato in tilt, e ora sta cercando di cacciarli come prede.

Riusciranno a salvarsi dal'ambiente ostile e dal mortale nemico?

PIANETA ROSSO (Red Planet), quasi contemporaneo a MISSION TO MARS, (certo uno dei film meno riusciti di Brian De Palma), affronta in pratica lo stesso argomento in un film che è più francamente d'evasione rispetto al precedente.

Discreto per quanto riguarda gli effetti speciali (soprattutto l'incendio in assenza di gravità nda) e i credibili paesaggi marziani, il film di Anthony Hoffman si basa però su una storia decisamente troppo scontata, senz’anima, senza poesia, con dialoghi ultramediocri.

Purtroppo la sola fotogenia della bella Carrie-Ann Moss in canottiera non basta a dare linfa a un tipo di storia che risulta poco originale.

A dir poco.

Trattasi di fantascienza apparentemente di seria A, a cominciare dal cast di rilievo e l'alto budget, ma PIANETA ROSSO è solo un'occasione sprecata.

UNA BIONDA TUTTA D'ORO

Atlanta. la regina delle casseforti (altrui) Karen McCoy (Kim Basinger), colta sul fatto, si è beccata sei anni e ora deve adattarsi alla libertà vigilata.

Ha giurato di non ricascarci, di appendere gli arnesi da scasso al chiodo e di costruirsi una vita normale per amore del suo figlioletto, che ha tanto bisogno di una mamma presente.

Ma il ladruncolo innamorato J.T. Barker (Val Kilmer) avverte ingenuamente l'ex complice dell'abile ed affascinante ladra, Jack Schmidt (Terence Stamp): guarda che la tua bella è fuori.

E il boss, che già ha in mente un colpo da diciotto milioni di dollari, rapisce Patrick, il bambino della superbionda, per convincerla a fare l'ultimo colpo.

UNA BIONDA TUTTA D'ORO è un modestissimo thriller poliziesco giallorosa dal sapore di già visto, tranne una Kim Basinger sorprendentemente casta.

Il problema che la bella attrice esce da sei anni di carcere perfettamente in forma come se fosse stata in una clinica della salute, e da quel momento gli stereotipi e le incongruenze abbondano.

I patiti del poliziesco si annoieranno a morte, magari seccati per l'assoluta mancanza di violenza e le scene d'azione risibili.

Insomma film fiacco e prevedibile.

CUORE DI TUONO

Sud Dakota (Usa). E' visto subito con diffidenza il pivello dell'FBI, per di più mezzosangue, Ray Levoi (Val Kilmer), spedito ad affiancare l'esperto agente Frank Coutelle (Sam Shepard).

I due devono indagare sulla morte violenta di un pellerossa Sioux, apparentemente ammazzato nella riserva ("Un pezzo di Terzo Mondo nel cuore del sogno americano…") in uno scontro a fuoco tra indiani tradizionalisti (o ribelli) e indiani "bianchi".

Il giovane agente governativo fa amicizia con gli ultrà de nativi attirandosi le ira dei governativi, decisi a chiudere in fretta l'indagine ed incastrare per il delitto lo scomodo attivista Jimmy Doppio Sguardo.

Ma l'ostinato ragazzo, rivivendo in sogno il massacro di Wounded Knee, avvenuto cent'anni prima per mano delle giubbe blu, scopre un losco ed insospettabile complotto attorno a una miniera di uranio.

CUORE DI TUONO (THUNDERHEART) è la storia di un'educazione sentimentale in forma di presa di coscienza, scoperta e riconoscimento delle proprie radici che si iscrive nel filone filoindiano degli anni '90, alimentato dal successo di BALLA COI LUPI.

Pur macchinoso nell'intreccio (la vicenda poliziesca è chiaramente un pretesto nda), ispirato a fatti veri degli anni '70, è un film che miscela antirazzismo ed ecologia, di controinformazione civile e politica, con cui il regista Michael Apted decide di sposare la causa degli oppressi di fronte ai soprusi  del cattivissimo uomo bianco.

Indubbiamente  ha il merito di esplorare, con tatto e rispetto, le non facili condizioni di vita all'interno delle riserve indiane d'America e di mettere in risalto una verità incontrovertibile: gli Stati Uniti sono stati costruiti anche (e sottolineo anche) su uno dei più grandi genocidi della storia (quello degli indiani appunto).

IL SANTO

Oxford. L'incarico è rischioso, ma i quattrini offerti sono tanti. così il ladro Simon Templar detto il Santo (Val Kilmer) risponde si al paperone russo Ivan Tretiak.

Il pazzoide, losco speculatore petrolifero e demagogo nazionalista senza scrupoli, vuole impradonirsi della fusione nucleare fredda per conquistare il potere politico assoluto in Russia.

Senonchè l' elegante ladro, tampinata la deliziosa bionda scienziata Emma Russell (Elisabeth Shue), che custodisce il segreto, decide di passare sull'altra sponda.

IL SANTO è una modestissima pellicola di spionaggio avventuroso diretta da Phillip Noyce, trasposizione hollywoodiana di una serie di telefilm con l'elegante e british Roger Moore che ebbero un buon successo negli anni '70, arricchita (???) con un accanito ricorso agli schermi del computer e di Internet, una batteria di esplosioni assortite e luoghi comuni a ripetizione sulla vita moscovita,

Fatali anche le indecisioni di tono che oscillano di continuo tra un giallo-rosa, una spy story e un film sentimentale.

elisabeth shue naked
Tralasciata qualunque pretesa di realismo e le ridicole implicazioni psicologiche (il Santo ha avuto un trauma infantile e da lì nacque il bisogno di tanti cambi d'identità nda), il film ha ben poco da dire.

Anche a causa di un protagonista infelicemente interpretato dal sorridente Val Kilmer, attore poco "british" (e in questo caso è un male) e dall'assai scarso carisma.

Molto meglio la maliziosa Elizabeth Shue.

Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans

New Orleans, autunno 2005.

Colpa del furioso passaggio dell'uragano Katrina se il tenente di polizia Terence McDonagh (Nicolas Cage) zoppica: per salvare da morte certa un detenuto chiuso in una prigione allagata si è lesionato la schiena.

Ottenuta così la nomina a tenente e una prescrizione vitalizia per il Vicodin, potente antidolorifico per il trauma riportato, per lenire il dolore sniffa anche di cocaina, e alla bisogna fuma crack, in compagnia dell'amata Frankie (Eva Mendes), una prostituta, non esitando a sottrarla ai balordi cui dà la caccia.

Ora però ha un caso delicato tra le mani. Chi ha sterminato una famiglia di immigrati senegalesi? In giro si fa il nome del mega boss, spacciatore all'ingrosso, Big Fate.

Convinto di poter incastrare il colpevole si butta nelle indagini con il compare, detective Stevie (Val Kilmer), senza interrompere il flirt con la bella squillo.
In una pericolosa gimkana cerca di convincere persone, non ha paura e scommette, forte, su se stesso.

Che letamaio la città.

Poliziesco serrato ed inventivo, quasi allucinato, comunque inusuale del regista tedesco Werner Herzog, che con IL CATTIVO TENENTE (The Bad Lieutenant. Port of Call: New Orleans) scommette su Nicolas Cage e vince, immergendosi nei bassifondi di una New Orleans ancora devastata dal cataclisma, come testimoniano coccodrilli ed iguana a spasso per le strade.
Quest'ultimo non ha (e non avrà mai, suppongo) l'intensità drammatica e il pathos di Harvey Keitel, ma dopotutto sono due tenenti profondamente diversi e va bene anche così.

Impunemente strafatto, pessimo caso di correttezza professionale il tenente McDonagh è uno dei personaggi più lucidi che Cage si sia trovato ad interpretare, uno storto che procede diritto alla meta, passo dopo passo, invenzione dopo invenzione, perfettamente in linea con altri personaggi del regista.Ovviamente

Il film stesso procede in questo modo, seguendo il suo uomo lungo i luoghi dell'indagine e quelli del cinema, dal noir del detective in impermeabile al poliziesco da cliché, alla commedia della vecchietta bisbetica ingegnosamente minacciata e punita. Ma quanta libertà nel percorso, quanto piacere del viaggio, del gioco.

Assolutamente non credibile invece la Mendes nel ruolo di una prostituta anch'essa cocainomane ma con un look da rotocalco di moda.

Nonostante il titolo, questo film ha ben poco in comune con la pellicola omonima di Abel Ferrara. La logica della sfida con il dio, colpevole di avere abbandonato l'uomo a se stesso, la violenza della parola, la disintegrazione delle relazioni affettive, sono lontane come la notte (scenario prediletto di quel film) dal giorno (di cui non ha alcun timore, invece, questo sedicente remake). Due modi differenti di vedere il cinema che è dentro la realtà, due immaginari distanti quanto lo sono una suora stuprata e un'iguana che sa cose che noi non sappiamo.

Per la sua prima volta in una grande città americana, Herzog non poteva non scegliere un luogo dove l'elemento primordiale dell'acqua è tornato ad esigere il proprio tributo, dove la natura si è imposta sull'uomo ed è entrata da regista nella storia. Anche in America, anche dentro i confini del genere (la crime-story), si può entrare seguendo un serpente e accorgersi con piacere che ovunque c'è di più di ciò che ci si aspettava di incontrare.

E alla fine il cattivo capitano, che ricalca esattamente le orme del cattivo tenente dell’inizio.

HEAT - LA SFIDA

Los Angeles. Il professionista del crimine (specialità della casa: rapine) Neil McCauley (Robert De Niro), che rispetta la competenza delinquente e l'amicizia virile, a capo di una piccola ma selezionata banda, sta arricchendo la lunga carriera con un colpo clamoroso: l'assalto a un furgone blindato ben fornito.

Purtroppo il solito componente folle ammazza, senza motivo plausibile e a sangue freddo, due guardie, obbligando il capo a farlo fuori (una cosa è la rapina, un'altra è l'omicidio).

Allo stesso tempo tempo però il nevrotico tenente Vincent Hanna (Al Pacino) è chiamato a scatenare l'instancabile caccia. Il poliziotto è un uomo logoro, infelice nella vita privata, che rispetta la professionalità, non ammette la sconfitta, è insofferente: “Comprensione? L'abbiamo finita ieri. Oggi non abbiamo tempo”.

Mentre il piedipiatti scarica la terza moglie Justine (Diane Venora), il gangster si innamora della bella grafica Eady (Amy Brenneman). Non intende tornare in prigione mai più e pur se intende compiere un ultimo colpo decisivo prima di ritirarsi dal crimine per andare lontano insieme con la ragazza di cui s'é innamorato, ha un saldo principio: “Non far entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi netti”

È il confronto tra due professionisti. Il professionista del crimine, è la preda; il poliziotto, professionista nella lotta contro il crimine, è il cacciatore. Per entrambi la professione è una vocazione, quasi un'ossessione. Cacciatore e lepre si incontrano alla tavola calda: ricordati il settimo comandamento. Le ultime parole famose.

Purtroppo il tirapiedi Chris Shiherlis (Val Kilmer) perde la testa per le infedeltà della bionda consorte Charlene (Ashley Judd) e la faccenda , anche per via di uno spione, si complica.

HEAT - LA SFIDA è un poliziesco/action metropolitano (strutturato come un western) ambizioso e struggente, logorroico e romantico, fascinoso e coinvolgente, che circoscrive l'azione (ma la rapina iniziale è fantastica per ritmo e montaggio) per indugiare sulla descrizione dei caratteri dei personaggi e del loro ambiente familiare, che è notevole.

Diretto dal regista Michael Mann, con un cast di lusso, rimane un film assai personale e, nel suo genere, uno dei più intensi del decennio nel suo rischioso equilibrio tra azione e scavo psicologico.
Inevitabile per lo spettatore il confronto tra i grandi istrioni italoamericani, per la seconda volta insieme ( erano stati insieme nel cast del Padrino - Parte II di Francis Ford Coppola, ma senza mai incontrarsi nella stessa scena), un De Niro asciutto, sotto le righe, e Al Pacino, teatrale, sopra le righe.

Tutt'e due, in momenti differenti dei Sessanta, hanno studiato recitazione ai mitici Studios, ricavando dallo stesso maestro insegnamenti opposti: lo stile d'interpretazione di De Niro è tutto interiore, minimalista, profondo; quello di Pacino è tutto esteriore, gridato, furente.

Stabilire quale dei due sia più bravo è questione di gusti: io me li incarto e porto a casa con gusto entrambi.

Stavolta, durante le due ore e tre quarti di Heat, sono uno accanto all'altro unicamente in un paio di scene cruciali: un incontro al caffè (quasi un omaggio alle loro carriere nda) in cui criminale e poliziotto debbono riconoscersi simili nella malinconia di vite perdute e nella contemplazione sfiduciata del mondo, facce differenti d'un analogo destino di morte, paure, violenze, inseguimenti, solitudine; e il duello finale nel quale uno soltanto può restare vivo ed è molto difficile digerire che uno dei due perda.

Molto interessante l'uso del suono nella scena iniziale dell'assalto al furgone: tutto avviene in un silenzio rotto appena da rumori funzionali, senza musiche invadenti, senza parole né dilatazioni sonore.

Questa inconsueta afonia dà alle operazioni criminali e poliziesche il senso d'una efficienza veloce, sicura, e insieme la solennità del rito che più si ripete nelle nostre metropoli (non con la stessa grazia recitativa, purtroppo).

TOP GUN

Miramar (California). Gli spavaldi aspiranti avieri Maverick Mitchell (Tom Cruise) e Goose Bradshaw (Anthony Edwards) sono finalmente ammessi alla Top Gun, prestigiosa scuola per pilotare caccia da combattimento della Marina militare americana.

La selezione è, giustamente, severissima e Maverick stenta molto ad adattarsi alle ferre regole del corso: neanche la bionda e ultrasexy istruttrice Charlie (Kelly McGillis) riesce a metterlo in riga.

Poi la morte accidentale dell'inseparabile collega-amico e relativo superamento della crisi depressiva riesce a fare del ragazzo un pilota pronto, all'occorrenza, a battersi con chiunque, sovietici per primi.

Enorme successo di pubblico per questo film d'avventura girato come un levigato e lungo spot pubblicitario da Tony Scott (fratello del più celebre Ridley, a torto ritenuto il meno dotato), ideologicamente schierato a destra (meno male nda) nell'epoca di Ronald Reagan.

Gli aerei sfrecciano tra bagliori metallici, tanta disco-music e dialoghi non proprio profondissimi, mentre sullo sfondo implacabili sono però schierate, allineate e coperte, retorica e propaganda: ragazzi arruolatevi che la Patria, con tutta la sua potenza tecnologica di superpotenza planetaria, vi attende.

Un film simbolo

Tutto ciò nulla toglie a un fatto: Top Gun è uno dei film simbolo degli anni '80, e ha popolato i sogni di milioni di teenager di allora. Gli ingredienti c'erano tutti: un pugno di giovani piloti dell'aviazione americana lanciati a velocità supersoniche contro i caccia nemici - come detto, sovietici -, protagonisti di una Guerra Fredda da videogame, in competizione l'uno contro l'altro per ottenere la palma del migliore.

Aggiungiamo poi una storia infarcita di fisici tonici e abbronzati che si sfidano a beach volley sulle spiagge della California, una sfilata di giubbotti di pelle e occhiali alla moda, moto che sfrecciano nella cornice dei tramonti di Malibu: era impossibile per orde di ragazzine resistere dall'innamorarsi di Tom Cruise e degli altri protagonisti. Fu, insomma, un vero fenomeno di costume.

La bionda Kelly McGillis, trenta chili fa, pur improbabile nella parte di insegnante di aviazione, era davvero irresistibile.

Déjà vu - CORSA CONTRO IL TEMPO

New Orleans, martedi grasso. Sono morti in 543 nell'attentato che ha fatto saltare in aria un traghetto fluviale. Doug Carlin (Denzel Washington), l’agente dell’ATF, sezione alcolici, tabacchi e armi da fuoco, incaricato di indagare sull’attentato terroristico rimane colpito dalla bellissima Claire Kuchever (Paula Patton) il cui corpo senza vita viene rinvenuto lo stesso giorno sulle rive del fiume.

Come mai ha tre dita tranciate di netto e il segno di un nastro adesivo sulla bocca? 

Scoprirà presto che l’omicidio è collegato all’esplosione. E la risposta sarà uno choc prontamente verificato: la ragazza è morta molto prima dello scoppio.

Un sopralluogo nel suo appartamento conferma tutti i dubbi.
Avvicinato da Pryzwarra (Val Kilmer), agente dell’FBI, Doug è reclutato per la durata dell’indagine da un’unità segreta altamente tecnologica che gestisce informazioni satellitari, registrazioni digitali che ricostruiscono e osservano gli avvenimenti passati.

Convinto di investigare un passato finito e accaduto che gli permetterà di scovare l’attentatore, Doug scopre che la scienza ha piegato quel passato fino a costruire un ponte col presente e che forse c'è un modo per salvare in blocco le vittime: utilizzare il sistema battezzato Biancaneve per balzare indietro nel tempo. 

Difficile resistere a Claire e alla tentazione di alterare il corso degli eventi.

E adesso caccia serrata all'ignoto terrorista.

Déjà vu - CORSA CONTRO IL TEMPO è un inverosimile ma abbastanza eccitante poliziesco fantatecnologico diretto dal fratello considerato (a torto) meno dotato Tony Scott, che scende nei fiumi melmosi della Louisiana post Katrina, rimpiazzando un disastro naturale con uno sociale: il terrorismo.

Nella prima lunghissima sequenza che prelude l’attentato, il regista concentra il momento più spettacolare del film, il più fedele al suo stile ipercinetico, adrenalinico e patinato. I suoni, le musiche, le risate e gli schiamazzi sollecitati fino a brillare nel fragore dell’esplosione introduttiva, basterebbero da soli a riempire gli occhi e la mente dello spettatore.

Lascia invece sconcertati l’improvvisa virata fantascientifica, la porta spazio-temporale passato/presente che corregge, fino ad annullarla, l’interessante trovata tecnologica di scorrere il passato, individuarne le falle e risolvere le indagini. 

paula patton nakedCon il superatletico Denzel Washington che si muove con l'agilità di un gatto tra oggi e ieri.

Bisogna dire che l'uso del dèjà vu è privo di qualsiasi implicazione filosofica e mero pretesto per raggiungere l’happy end sentimentale.

Perchè le fatiche di Denzel vengono ricompensate dalla fascinosa presenza di Paula Patton, una Whitney Houston molto, ma moolto più sexy.

Insomma un incipit magnifico e verosimile, una regia dinamica (con la fissazione per le immagini satellitari o similari) e sempre originale, tuttavia almeno stropicciati da una storia di fantascienza improbabile. 

O amorosa.