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HITCH, LUI SI CHE CAPISCE LE DONNE

New York. Ha il dono della simpatia l'atletico Alex Hitchens, detto Hitch (Will Smith), che si è inventato un mestiere su misura per la sua incommensurabile faccia tosta: il consulente galante.

Ma è un'impresa insegnare la sottile arte della seduzione (o rimorchio) dell'anima gemella a imbranati come l'adiposo e timido contabile Albert Brennaman (Kevin James), stracotto dell'irraggiungibile ereditiera bionda Allegra Cole (Amber Valletta).

Mentre lo sfigato ed innamorato allievo fa sorprendenti progressi, la fascinosa e grintosa giornalista di tabloid esperta in gossip Sara Melas (Eva Mendes) decide di sputtanare il maestro di seduzione.

Sarà lei a cadere nella rete. E lui? idem con patata.

HITCH, LUI SI CHE CAPISCE LE DONNE è una semispassosa commedia sentimentale, newyorchese fino al midollo, del modesto regista Andy Tennant.

Chiaramente la storia, zuccherosa ma brillante, è originale solo in apparenza, infilandovi però qualche battuta decente.

Will Smith sorride per due ore, Eva Mendes è deliziosa: bella (molto) fotocopia mignon di Jennifer Lopez. Senza dimenticare una luccicante Amber Valletta.

Pillola di metacinema: la Mendes guarda in tv Jerry Maguire.

Consigliato a chi vuole sgomberare la mente prima di andare a dormire.

AFTER EARTH - DOPO LA FINE DEL MONDO

Nel 2025 l'umanità ha abbandonato la Terra devastata da un cataclisma ed è salpata alla velocità della luce, alla ricerca di un altro pianeta che potesse accogliere una nuova civiltà.

AE (After Earth, ovvero "Dopo la Terra" invece che AD, nda). Su Nova Prime la razza umana ha appena vinto la secolare guerra contro una terribile razza aliena dotata di una creatura letale, l'Ursa, potente ma cieca, che rileva la presenza degli uomini fiutandone la paura. Solo una classe di militari, gli United Ranger Corps, sono in grado di combatterli perchè addestrati a non provare più alcun sentimento di paura.

Sopravvivono solo lo stimatissimo generale dei rangers Cypher Raige (Will Smith), creatore proprio della tecnica del Ghosting, e il figlio cadetto tredicenne Kitai (Jaden Smith) nell'astronave precipitata sulla Terra, molti anni dopo il cataclisma che l'ha spopolata.

Ho le gambe spezzate, vai tu a cercare il segnalatore luminoso che può salvarci, sospira il genitore: sono solo cento chilometri. Ed attento all'Ursa che ci portavamo al guinzaglio...

AFTER EARTH - DOPO LA FINE DEL MONDO è una noiosa pellicola sci-fi ecologista, diretto dal regista M. Night Shyamalan, che continua a farsi del male sciupando senza sosta i crediti de IL SESTO SENSO, e prodotto e interpretato da Will Smith che ritorna a lavorare con il figlio Jaden, dopo il riuscito ed apprezzato esperimento mucciniano de LA RICERCA DELLA FELICITA'.

Il rito di passaggio tra l'età infantile (quella del dominio incontrastato della paura) e quella adulta (in cui la paura va combattuta) tradotto nel linguaggio del cinema americano diventa inevitabilmente la storia di una seconda occasione fornita dalla vita per espiare una colpa attraverso le azioni.
Calato in un futuro remoto.

Shyamalan insomma sguazza nel più classico caso di colpe dei padri che ricadono sui figli (il primo assente per lavoro, come la maggior parte dei padri colpevoli, il secondo incapace di agire in sua vece), posizionando un immobile Will Smith, infermo ma ubiquo grazie alla telecomunicazione, a guardare con mille occhi e mille orecchie il figlio (nella vita e sullo schermo) Jaden mentre è costretto a dimostrarsi all'altezza del legnoso e marziale genitore, fronteggiando prima i propri demoni e infine la minaccia esterna, a conferma della nuova condizione raggiunta.

Purtroppo il film può contare solo sull'intuizione della "spettralità", dell'assenza di paura, delle trappole escogitate per far montare la paura ed essere fiutati, ma 90 minuti di null'altro sono insostenibili. Smith il grande se ne sta seduto col broncio del militare a suscitare più di una ironia sull'opportunità della sua presenza, ma soprattutto sulla sua credibilità.

Buona l'ambientazione, meno incisivi gli effetti speciali (non in 3D).

MEN IN BLACK II

Usa. Sotto le gradevoli e sexy fattezze di una supermodella (Lara Flynn Boyle) della stranota casa di lingerie Victoria's  Secret si nasconde la mostruosa extraterrestre Serleena, infiltratasi fra gli esseri umani con il tirapiedi a due teste Charlie (Johnny Knoxville).

La coppia di pericolosi alieni è arrivata sulla Terra per impossessarsi di una pietra magica dalla luce sfavillante, in grado di distruggere la Terra stessa e gli altri pianeti.

I delinquenti intergalattici non hanno fatto però i conti con l'agente segreto J.  (Will Smith) che richiama in aiuto il suo mentore, l'agente K (Tommy Lee Jones), che era tornato a una vita normale e si trova attualmente alle dipendenze delle poste degli Stati Uniti nel classico ridente paesino sperduto nel Massachusetts, assolutamente inconsapevole della sua precedente carriera, con la memoria cancellata secondo regolamento al momento del ‘pensionamento' dall'agenzia.

E che riacquista in un lampo memoria, divisa d’ordinanza e armi assortite.

Quello che ignorano il tandem di agenti supersegreti e nerovestiti è che il talismano è molto più vicino di quanto si possa pensare.

C'entrerà qualcosa la testimone terrestre Laura Vasquez (Rosario Dawson)?

MEN IN BLACK II è il chiassoso e frenetico seguito del fortunato Men in Black, sempre diretto dal fantasioso Barry Sonnenfeld, che si può definire un surreal-poliziesco.

Stesso cast e succulenti effetti speciali, con contorno di costumi e fuoriserie, per un film che offre gag e risate nello stile che ha reso popolare i due personaggi principali.


lara flynn boyle naked


Notevole la decorativa Lara Flynn Boyle, sensazionale bonazza che ondeggia sui tacchi a spillo. Molto umana.

IO SONO LEGGENDA

New York, 2012. Il tenente colonnello Robert Neville (Will Smith) è rimasto solo nella metropoli deserta e spettrale, insieme con il suo splendido cane lupo Samantha. La popolazione è stata annientata dalla diffusione incontrollabile di un virus anticancro, che ha sterminato il 90% della popolazione mondiale e trasformato il 9% in orde di zombi famelici.

Il messaggio millenaristico.
Dovreste sapere. Il successo del progresso ci aveva fatto credere onnipotenti. E invece la sassata nelle palle che arriva al genere umano è di dimensioni considerevoli, un azzeramento (-1) facilitato dalla mutazione di un virus creato dall'uomo stesso per la cura del cancro. Dalla scoperta salvifica alla fine dei nostri giorni.

Ora l'ufficiale, che è anche medico (virologo, per la precisione), vaga per la città dando la caccia ai cervi, muovendosi solo alla luce del giorno con il suo cane, affrontando la quotidianità, in attesa della notte, in cui i vampiri escono dalla penombra, attaccando tutto ciò che incontrano per cercare nutrimento.

Andando molto spesso con la memoria (e il tempo non manca per pensare) alla fuga in massa di tre anni prima, quando anche lui cercò di mettere in salvo moglie e figlioletta.
Ogni giorno, a mezzodì, va al porto, nella speranza che qualcuno risponda al suo insistente appello radio.

Ecco finalmente una donna, Anna (Alice Braga) con un bambino, diretti sulle montagne del Vermont, dove si sarebbero riuniti i superstizi, in attesa dell'antidoto che salvi i superstiti.

IO SONO LEGGENDA è un dramma fantascientifico, con diramazioni horror, con frequenti andirivieni tra passato e presente, interpretato quasi in solitaria da un credibile Will Smith. Forse non valeva la candidatura all'Oscar, ma la sua interpretazione è degna di nota. Passando al film, il "one man show" di Smith è supportato da una scenografia incredibilmente convincente, e da una regia di mestiere di Francis Lawrence.
Non è facile costruire un film su un solo attore (se si escludono il cane, i vampiri, qualche flashback e due superstiti), e il day by day del protagonista è scandito con lentezza, quasi a voler fare respirare allo spettatore il senso di solitudine.

Times Square deserta, il ponte di Brooklyn interrotto per facilitare l'isolamento, la Statua della Libertà decapitata. Sono passati sei anni dal grande shock e la Grande Mela ritornava protagonista di un film catastrofico. Meno male. Non ne potevo più di film intimisti.
Certo dovremo avere proprio culo quando capiterà perchè il sopravvissuto è virologo, militare (quindi pratico di armi, esplosivi e difesa vicina) ed immune dal virus. Manca che sapesse ballare sulle punte ed eravamo a posto anche per "Amici".


Per buona parte del film, il Dr. Neville si aggira in una New York deserta ed inquietante, con scene in macchina che mi ricordano molto il primo Mad Max (Mel Gibson, secolo scorso), in una città in cui la natura ha avuto il sopravvento, con, per esempio, l'asfalto rotto in più punti e con ciuffi d'erba che spuntano dal sottosuolo. Leoni e gazzelle che si confrontano nell'eterna lotta. E c'è un aria di pace. Niente rumori, niente odori. In una parola niente tracce antropomorfe. E anche il mare e il cielo danno un idea di apparente serenità quotidiana. Di giorno.

Unica compagnia del Dr. Neville il cane Sam, abbreviazione di Samanta. Unica compagnia che non riesce ad impedire al Dr. di cercare un contatto umano parlando a dei manichini. A un certo punto avrei invocato l'eutanasia per il dottore.
Oppure, se siete contrari all'eutanasia, bombardiamo i vampiri.
Chirurgicamente, s'intende.


Qualche considerazione a rava di fava:
- Il futuro in cui è ambientato il film è talmente azzeccato e cupo,senza speranza apparente nei suoi particolari quotidiani, che fa stare male davvero. L'unica parola che mi rimbalzava in testa era "DISPERAZIONE".
- L'ossatura della trama è presa, come molto spesso, da una trasposizione letteraria. Inutile chiedersi se rispetta e segua la genesi. E' superfluo. Lo scenario postapocalittico medio hollywoodiano (se sembro Ghezzi ditemelo), in questo caso non disturba affatto. Sarà che vedere in quello stato luoghi così fortemente connotati di modernità e frastuono nell'immaginario mondiale rende realistica la trama. O la trama si sposa con l'ambiente. Ma che cazzo dico.
- la Mustang rossa e relativo testa coda dell'apertura. Splendida.
- Bob Marley elevato a rango di pensatore, anzi del "Pensatore" mi sembra una trovata decisamente divertente. E Bob Dylan? Dove lo mettiamo Bob Dylan? E i Pooh? No, no, a quella domanda ho già la risposta. Bombardiamoli. Chirurgicamente, s'intende.

NEMICO PUBBLICO

Baltimora (Usa). Un incorruttibile deputato, fermamente deciso ad opporsi ad un disegno di legge della destra repubblicana che assicurerebbe l’autorizzazione virtuale ad invadere la privacy di qualunque cittadino, viene ucciso dagli scagnozzi dell'intrallazzatore governativo Thomas Reynolds (Jon Voight), alto dirigente della NSA (National Security Agency), più potente, segreta e costosa addirittura della famigerata CIA (Central Intelligence Agency).

Subito dopo il giovane e brillante avvocato di colore Bobby Dean (Will Smith) è avvicinato da un antico compagno di scuola, testimone oculare dell'omicidio politico, che gli infila nel pacchetto regalo per la moglie Carla (Regina King) il video che inchioderebbe il mandante.

Morto in un incidente, per sfuggire ai sicari, l'antico amico ed entrato in possesso, per caso e senza saperlo, della videocassetta il nostro giovane avvocato diventa di botto un (ignaro) bersaglio viaggiante.

Per neutralizzarlo, nel breve volgere di un giorno, gli uomini della NSA “deviata” imbottiscono il poveretto di cimici sofisticate per seguire i suoi spostamenti via satellite con risoluzione di un metro, lo diffamano, gli perquisiscono, quasi distruggendola, casa, e gli fanno perdere moglie e lavoro.

L'unico che può dargli una mano ed offrirgli una via d'uscita è il maturo e misterioso ex agente dei servizi segreti Brill (Gene Hackman), un vero esperto in tecnologie.

E adesso alla riscossa. Che finimondo.

NEMICO PUBBLICO è un eccitante poliziesco tutt'azione, serrato ed avvincente, ricchissimo di colpi di scena, diretto ad alta velocità dal regista Tony Scott, ritenuto a torto meno dotato del fratello Ridley, che riesce spesso a sbalordire lo spettatore con sequenze spettacolari in quello che è probabilmente il suo miglior film.

La sceneggiatura di David Marconi è ispirata a un'inchiesta (dicembre 1995) del Baltimore Sun.
Sulla carta sembra un thriller di fantapolitica, ma non lo è: dove non coincide con la realtà del controllo telematico, è verosimile ed è terribilmente serio nello sviscerare in modo assai spettacolare i pericoli della violazione della privacy.

Il simpatico farfallone Will Smith e l'eterno fuoriclasse Gene Hackman, che entra in scena nell'ultima mezz'ora, sono una garanzia.

SETTE ANIME

Fine dei titoli di testa. Un respiro affannato e i bip dei tasti, poi una voce flebile, quella di un uomo che al telefono chiama un'ambulanza. «Qualcuno si è suicidato» dice. «Chi?» chiede l'operatore. «Io» risponde l'uomo.

Los Angeles. Le acque blu del mare solcate da un nuotatore in controluce, mentre la voce fuori campo dichiara: «In sette giorni Dio ha creato il mondo, in sette secondi io ho distrutto il mio

Ha una lista di sette nomi, altrettante persone che potrebbero aver presto bisogno di lui, il malinconico manager aerospaziale Ben Thomas (Will Smith), sposato con Sara.
Ma perchè è tormentato da quel giornale che riporta la notizia di un incidente stradale con tuttui quei morti?

E come mai si finge un agente delle entrate quando avvicina la bella tipografa Emily Posa (Rosario Dawson), che è in attesa di un trapianto urgente per una malformazione cardiaca?

Che strano tipo, ha regalato la splendida villa con altrettanto splendida vista sull'oceano a una certa Connie, una messicana con due bambini piccoli, picchiata dal fidanzato, per rifugiarsi in uno squallido motel di infimo ordine.

Allora, pover'uomo?

SETTE ANIME è un aggrovigliato, toccante e coinvolgente melodramma del regista Gabriele Muccino, che torna sul luogo del delitto, Hollywood, ancora per dirigere Will Smith che interpreta il suo ruolo al meglio, cercando di dare un tono duro e allo stesso tempo fragile interiormente al personaggio, in una storia d'amore e disperazione. E di riscatto spirituale, un riscatto che metta a tacere il dolore provocato e il rimorso patito.
Rendendo al meglio l'idea del peso della scelta di un uomo lungo il cammino della redenzione.

Muccino è in grado di elaborare ogni aspetto della messinscena, Will Smith è un virtuoso della recitazione e la partner Rosario Dawson possiede una presenza strepitosa, da togliere il fiato.

Non so se definirlo capolavoro o se mettere l'accento sulle fatto che sia implausibile e sdolcinato. Come un sogno. Ma siamo al cinema. Che è un pò la stessa cosa.

Non trovate?

LA RICERCA DELLA FELICITA'

San Francisco, 1981. Il cocciuto Chris Gardner (Will Smith), brillante quanto sfortunato venditore, si è indebitato per comprare uno stock esagerato di scanner per misurare l'intensità ossea, ma non riesce a piazzarne neanche uno.

Padre affettuoso di Christopher (Jaden Smith), un vivace bambino di cinque anni, e marito di una scontrosa compagna operaia, Linda (Thandie Newton), Chris fatica a sbarcare il lunario. La moglie, incapace di reggere la crisi e stufa di una vita in rosso, se ne va a New York, accettando di lasciargli il piccolo.

Rimasto solo Chris cerca tenacemente e ottiene miracolosamente un posto da stagista non retribuito presso una società di consulenza finanziaria, la prestigiosa Dean Witter, lasciapassare per diventare broker: solo uno dei venti sarà assunto.

Senza stipendio, sfrattato dall'appartamento e poi dalla stanza di un infimo motel, Chris e il suo bambino cercheranno di sopravvivere dormendo nei ricoveri per i senza tetto o nei bagni pubblici della metropolitana. Intanto riesce a vendere qualche apparecchio, giusto per sopravvivere.

Indossando sempre il suo abito migliore e l'orgoglio di chi non vuole mollare, fino a che finalmente la fortuna si gira dalla sua parte e Chris troverà una porzione di felicità.

Avvincente e toccante storia drammatica, condita con furbizia e zucchero, nell'esordio americano di Gabriele Muccino, che lascia a casa il suo cinema d'interni, di famiglie borghesi in crisi e di dialoghi urlati, accelerati e quasi sempre travolti dalla musica, e racconta, accompagnato dalla voce fuori campo del protagonista, la storia (vera) di un sognatore deciso a conquistare la felicità a passo di carica.

La sceneggiatura solida procede per accumulo di disgrazie, sfiancando lo spettatore fino all'happy end "in discesa", che risolve la vita dei protagonisti e muove alla commozione.

Will Smith, nella parte del padre che resta e decide di sognare per sé e suo figlio, realizzando l'ambizione di afferrare un po' della felicità del titolo, è bravissimo.
Padre anche nella realtà dello scricciolo Jaden, perfetto figlio d'arte.


Ispirato dalla storia vera di Chris Gardner, Muccino sogna in italiano il sogno (materialista) americano.

INDEPENDENCE DAY

Usa, 3 luglio. Alla vigilia della festa dell'Indipendenza improvvisamente il cielo si oscura: si tratta di un'immensa astronave che si divide in più piccole ma sempre gigantesche (26 km di diametro) basi spaziali semoventi.

La gente scappa terrorizzata, mentre saltano per aria l'Empire State Building, il Golden Gate e che, affronto, anche la Casa Bianca.

L'invito alla calma lanciato dal Presidente Thomas J.Whitmore (Bill Pullman) non frena il disperato esodo.

Lo scienziato David Levinson (Jeff Goldblum) chiarisce tutto:questi sono aggressori galattici (mostruosi, afoni, telepatici e polipeschi).

Inutile la controffensiva dell'aviazione americana all'immensa astronave venuta da chissà dove, le loro tecnologie sono molto più avanzate delle nostre.

Finchè il giovane scienziato ebreo escogita un marchingegno per penetrare nel loro sistema di difesa e, il 4 luglio, anniversario dell'indipendenza (1776) dagli inglesi, gli americani, grazie al prode capitano nero Steve Hiller (Will Smith) passano al contrattacco, giocandosi il tutto per tutto, e li distruggono.

INDEPENDENCE DAY è un eccitante e chiassoso polpettone galattico, un giocattolo fondato sull'estetica dai costi probitivi e dai sensazionali effetti speciali (oscar), diretto da Roland Emmerich.

I pacifisti e i mistici dell'ecologia sono (giustamente) derisi. L'innocuo patriottismo di fondo ha fatto infuriare i critici "sinceramente democratici", facendoli cuocere nel brodo di bile.

Costato settanta milioni di dollari (+ venti per il lancio), è stato un successo planetario. Uscì da noi in 521 sale contemporaneamente, primato assoluto per l'Italia.

Insomma, uno spettacolo. Godibile. Alla faccia dei critici di sinistra.

IO, ROBOT

Chicago, 2035, un futuro ormai prossimo. Oltre che dagli uomini, la Terra è popolata anche da milioni di robot, asserviti alla razza umana, per la quale svolgono tutta una serie di umili ed utili lavori.

Tutto è regolato dalla tre leggi della robotica che prevedono: che un robot non possa nuocere ad un essere umano, né lasciarlo senza assistenza in caso di pericolo; che obbedisca agli ordini dell’uomo, a meno che tali ordini non contrastino con la prima legge; che protegga se stesso, ma compatibilmente alla prima e seconda legge.

Ed è per questo che nessuno crede che sia stato un robot a uccidere il dottor Alfred Lanning, lo scienziato impegnato nella ricerca di un nuovissimo tipo di automa, un robot antropomorfo di ultima generazione, dotato di un cervello identico a quello degli uomini, democratici compresi.

Quindi è stato un suicidio.

Il manesco detective Del Spoonder (Will Smith), un androide in servizio al Dipartimento di Polizia di Chicago, viene incaricato delle indagini e gli indizi sembrano condurre rapidamente ad un unico colpevole: proprio Sonny (Alan Tudyk), un altro androide, collaboratore della vittima.

A dare una svolta determinante alle indagini è l’intervento della bella dottoressa Susanna Calvin (Bridget Moynahan), una psicologa specializzata in menti artificiali perché, naturalmente, la verità è più complessa di quanto non appaia a prima vista...

Che rischio.

Io, Robot è un bizzarro fumetto fantascientifico, rigonfio di effetti speciali (nomination all'Oscar) del visionario regista australiano Alex Proyas, liberamente ispirato alla raccolta di racconti fantascientifici, scritto oltre mezzo secolo fa, della massima autorità in materia, il russo-americano Isaac Asimov, senza seguirne pedissequamente le argomentazioni filosofiche.

Il film si regge per gran parte sulla simpatia del superatletico sbruffone Will Smith che,oltre ad interpretare il ruolo del protagonista,è stato anche produttore esecutivo del film.

Una pellicola che deve molto ai progressi della tecnologia, che hanno permesso la realizzazione di effetti speciali inimmaginabili fino a pochi anni fa. Molti dei protagonisti della storia sono stati realizzati in computer grafica con la stessa tecnica utilizzata per il personaggio di Gullum di Il signore degli anelli, i movimenti e la recitazione vengono modificati al computer.