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CODICE 999

Atlanta (Usa). Michael (Chiwetel Ejiofor) e la sua banda sono capaci di colpi grossi, fragorosi assalti alle banche in perfetta calma: sono ex militari e poliziotti corrotti, addestrati, armati, senza scrupoli.

La russa Irina Vaslov (Kate Winslet), biondissima e con Stella di Davide al collo,  però, li tiene in pugno, e questa volta chiede qualcosa di veramente suicida: l'unico modo per accontentarla sembra essere quello di far scattare un 999, "Agente a terra!".

Solo uccidendo un agente, infatti, e sfruttando il richiamo di tutte le volanti in servizio sul luogo, Michael e i suoi avranno tutto il tempo di andare a segno nell'assalto più difficile di tutti, nel tentativo di liberarsi per sempre della spietata zarina bionda e dei suoi sionisti gangster russi, la "versione ebrea di Cosa Nostra".

Se poi quell'agente è il giovane sbirro Chris (Casey Affleck), nuovo del reparto e nipote dello scafato sergente Jeffrey (Woody Harrelson), ancora meglio.

O forse no.

CODICE 999 è  un eccitante poliziesco ad alto tasso di violenza e poca luce, ambientato in un mondo dove la corruzione dilaga e la malavita fa le leggi.

Regista che ha già dimostrato il suo valore, John Hillcoat si conferma con questo thriller poliziesco che mostra efficacemente un contesto a dir poco torbido, nel quale deviazione e corruzione sono di casa.

Ricorda per stile il miglior Michael Mann e se la storia non è particolarmente originale, la resa è di primo livello, così come la prova degli attori, Casey Affleck (che, personalmente, non sbaglia un copione) e Woody Harrelson in testa.

Notevole, anche se la locandina potrebbe essere fuorviante.

CONTAGION

Minneapolis (Usa). Appena tornata da Hong Kong, la manager Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow) tossisce e ha la febbre alta. Inutilmente il marito Mitch (Matt Damon) tenta di aiutarla. Ricoverata d’urgenza, la donna muore, seguita dal suo bambino.

Al vedovo non resta che disperarsi e pensare alla figlia più grande, Jory, che per fortuna era via.

Nelle stesse ore e giorni, da San Francisco a Hong Kong, da Londra a Tokyo molti altri hanno i suoi sintomi.

Da qualche parte «il pipistrello sbagliato ha incontrato il maiale sbagliato», suppone non a torto Erin Mears (Kate Winslet), del Centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie, e ne è nato un virus violento e mortale che aggredisce l’umanità.

Mentre si evidenzino le ragioni (ma anche la paranoia) del fustigatore mediatico (Jude Law) di qualsiasi complotto (vero o presunto), l'immunologo Ellis Cheever (Laurence Fishburne) corre contro il tempo nella ricerca di una cura e il controllo del panico che si diffonde progressivamente ovunque.

CONTAGION del discontinuo regista Steven Soderbergh è un angoscioso, ben confezionato thriller pandemico, che immagina un mondo nel panico per un morbo misterioso ed invincibile.
Però dopo l'ottimo inizio la storia si affloscia e lo scorrere (lento) del film, non lascia mai spazio ad episodi avvincenti o a colpi di scena o perlomeno a qualcosa che non sia scontato.

Più che ad una sceneggiatura, sembra seguire il resoconto giornalistico di un fatto di cronaca: la scoperta del virus, il diffondersi dello stesso, i tanti morti, la scoperta del vaccino e la distribuzione dello stesso. Con la trovata (non disprezzabile) di far partire la storia dal giorno numero 2.

Il principio della fine verrà reso noto solo all'ultimo fotogramma.

Alla fine, dopo tanta tosse, la domanda rimane: qual'è il messaggio che mi doveva arrivare? A cosa serviva un cast cosi ricco?

Da stomaci forti l'autopsia a cranio scoperto.

CARNAGE

New York. In un misurato appartamento della Manhattan dei professionisti affermati, delle case ben arredate e dei BlackBerry che squillano continuamente.

Soprattutto quello dell'avvocato Nancy Cowen (Christoph Waltz), faccia insolente e zero peli sulla lingua, costretto a gestire in tempo reale un complicato affare di farmaci nocivi e relativo pericolo di cause milionarie.

I figli undicenni di due coppie perbene, Zachary e Ethan, si sono confrontati incivilmente nel parco. Labbra gonfie e due incisivi rotti dopo, i rispettivi genitori si incontrano per appianare i conflitti adolescenziali e riconciliarne gli animi.

In pratica i genitori della "vittima",  hanno invitato quelli del bullo per comporre l'incidente.

Le intenzioni di tutti sono buone. Siamo evoluti, civili, colti: risolviamo la faccenda in un minuto si augura ognuno dei quattro genitori. 

È soprattutto l'aspirante scrittrice, con libro in uscita sul Darfur, Penelope Longstreet (Jodie Foster) a tirare la volata del buonismo, spalleggiata dal marito commerciante di maniglie e sciacquoni (John C. Reilly). Ma appena l'avvocato comincia a correggerne il linguaggio, sotto le buone maniere inizia a ribolIire l'orgoglio.

Così, ogni volta che tutto sembra aggiustato e l'avvocato e consorte (Kate Winslet) stanno educatamente salutando, una parola di troppo riporta il gruppetto al punto di partenza. Ovvero all'interno del salotto impreziosito di cataloghi d'arte e di tulipani arrivati direttamente dall'Olanda.

Poco alla volta, complici una indigesta torta di mele per la signora Cowen, che rigetta sui preziosi libri d'arte della signora Longstreet, e un whisky invecchiato 18 anni «che viene da un paesino della Scozia», mentre la scaramuccia tra i ragazzi finisce sullo sfondo, cala la maschera delperbenismo.

Il tentativo di conciliazione si trasforma in una feroce autocoscienza di genitori e coniugi adagiati su convenienze sempre più friabili. L'imprevisto ‘dare di stomaco' sbriglia le rispettive nature, sospendendo maschere e buone maniere, innescando un'esilarante carneficina dialettica fra e dentro le coppie, che si trasforma nel "massacro" del finto e stucchevole buonismo occidentale.

CARNAGE (Massacro) di Roman Polanski è un gioiello del cinema da camera. Ironico, tagliente, con situazioni grottesche e testi al vetriolo
.
Splendidamente recitato dal poker di attori in gara tra loro e con dialoghi sul filo del rasoio, a finire davvero al tappeto sono le presunte certezze del politicamente corretto.

Illuminante il finale. Ma la battuta più bella è questa: «L'altro giorno ho visto un programma alla tv con la sua paladina Jane Fonda: alla fine volevo iscrivermi al Klu Klux Klan».

Indovinate chi poteva dirla?

TITANIC

Porto di Southampton (Inghilterra), 10 aprile 1912.

Lo spavaldo proletario e aspirante pittore (l’arte intesa come ascensore sociale nda) Jack (un efebico Leonardo Di Caprio) vince a poker il biglietto di terza classe per il viaggio inagurale a New York sul transatlantico più moderno e sicuro al mondo dell’epoca: il Titanic, appunto.

Da poco a bordo salva dal suicidio l’infelice aristocratica (i soldi non danno la felicità) Rose (Kate Winslet), alloggiata in prima classe, e ne ottiene riconoscenza (va da sè), affetto e amore (quanta grazia).

Con il risvolto della medaglia: il feroce disprezzo ed odio del fidanzato della fanciulla, l’arrogante nobile (nel senso di titolo) Cal (Billy Zane).

Quattro giorni per mare sono più che sufficienti per scatenare la passione tra i due giovani. Passione interrotta dall’increscioso incidente storico: l’affondamento dell’inaffondabile nave dopo lo scontro con un gigantesco iceberg.

TITANIC è un emozionante, malgrado la tragica storia sia arcinota, kolossal romantico-avventuroso, che si avvale anche di splendidi paesaggi oceanici, e che scala rigide divisioni delle classi sociali fondendo epica e melodramma.

Con effetti speciali che si meritano sulla tolda 14 nomination e addirittura 11, forse eccessivi, Oscar (tra cui quello al film e alla regia James Cameron).

Niente invece per i due piccioncini protagonisti.