Cannes (Francia). Durante il Festival del cinema, nella toielette per signore del Palais, l'affascinante Laura (Rebecca Romijn Stamos) slinguazza a tutto gas con un'occasionale amica, sottraendole un prezioso corpetto tempestato di diamanti.
Ingannati anche i due ingenui complici, feriti e furibondi, dopo il clamoroso colpo fugge a Parigi.
Nella capitale francese la bellissima donna cambia identità e sposa il miliardario, nonchè futuro ambasciatore americano, Bruce Hewitt Wans (Peter Coyote).
A sfasciare il piano perfetto si materializza il curioso fotografo Nicolas (Antonio Banderas). Infatti la femme fatale è immortalata sulla copertina del rotocalco.
I gangster parigini la riconoscono e hanno dei conti in sospeso. È arrivato il momento di regolarli.
La bella donna inizia ad essere braccata e allora decide di coinvolgere nelle sue peripezie anche il fotografo che l'ha inguaiata. E ha in serbo una vagonata di sorprese.
FEMME FATALE è un thriller psicologico del diabolico Brian De Palma che rappresenta un omaggio al noir classico francese. Un prodotto molto patinato in cui si trovano riuniti tutti i pregi che fanno amare il regista a molte persone: cura tecnica incredibile, immagini perfette e movimenti di macchina sbalorditivi.
Purtroppo non si può tacere della stupidità dell'intreccio e dell'inutilità di cercare un filo logico in un copione insensato.
Inoltre alcune scene (maxime quella nel retrobottega) da antologia del kitsch e del comico involontario (o masochista).
Certo l'ex modella Rebecca è da infarto (come la Griffith di OMICIDIO A LUCI ROSSE) e pure bravina, ma nemmeno lei può salvare l'insalvabile.
Sono giunto alla fine affaticato da una storia che non avvince e deluso non poco. Il maestro del noir questa volta graffia poco.
"IL CINEMA E' IL MODO PIU' DIRETTO PER ENTRARE IN COMPETIZIONE CON DIO"
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Ti va di ballare?
New York. Guardano tutti in cagnesco il nuovo insegnante di danza, l'elegante ex ballerino professionista Pierre Dulaine (Antonio Banderas), uomo dall'evidente fascino educato.I ragazzi del ghetto, più o meno disadattati e costretti al corso nella malfamata scuola, vanno pazzi per l'hip hop, ma il classico proprio non lo digeriscono.
Poi, poco a poco, avviene il miracolo.
TI VA DI BALLARE?, commedia musical-sociale intruglio di ballo e buoni sentimenti, è la storia vera, riveduta e corretta, di Mr. Dulaine, insegnante di standards (i balli da sala classici come il Valzer, il Fox Trot, il Tango e la Rumba) impegnato a coinvolgere un gruppo di giovani con problemi di inserimento sociale.
Insomma un appassionante viaggio nel mondo scolastico giovanile americano, dove la danza diventa uno strumento di recupero e di riscatto sociale da situazioni piuttosto difficili come droga e prostituzione.
Un vero esempio di leadership, al punto da poter essere utilizzato nelle scuole di management.
La regista, esperta di videoclip, Liz Friedlander ha una grande maestria nel girare le sequenze di ballo e riesce a fondere le esigenze di immagine (non sporche al punto giusto) con quelle della gestualità pura, a scapito della trama che risulta veramente troppo semplice e scontata, quasi "fiabesca".
Assolutamente godibili appaiono sia la colonna sonora che le coregografie.
Certo non mancano delle scene eccessivamente caramellosa, attraverso le quali il macho Antonio Banderas, portatore sano di fascino latino, si muove con agile eleganza.
AUTOMATA
Sulla Terra ormai desertificata, anno 2044. Vaste lande desolate e inabitabili a causa delle radiazioni prima hanno decimato gli uomini e poi li hanno costretti ad arroccarsi in megalopoli.Un'umanità tecno-cenciosa che utilizza da tempo robot vagamente antropomorfi nella polverosa realtà quotidiana, per lo più impiegati come operai con disprezzo da parte dei padroni.
Gli androidi sono programmati secondo due auree regole asimoviane inalterabili: non possono mettere a rischio nessuna forma di vita e non possono alterare se stessi in nessuna maniera.
L'agente delle assicurazioni Jack Vaucan (Antonio Banderas), scrupoloso dipendente della Robotics Corporation, si chiede perchè dopo essere entrato in contatto con un robot che viola le direttive davanti a lui riparandosi, scoprendo così che qualcuno l'aveva alterato.
Non è il solo a mostrare segni di pensiero indipendente, così il detective viene assegnato all'indagine e capisce che da qualche parte esiste qualcuno che sta modificando i robot per dargli una vita migliore.
Chi sarà il misterioso Orologiaio? Chissà se può darmi una mano l'esperta ricercatrice Susan Duprè (Melanie Griffith).
AUTOMATA è una una favola cibernetica ambientata nella solita Terra futuribile (ma il 2044 forse è un pò troppo vicino) che parte dai pressuposti classici degli anni '80, ovvero l'incrocio del noir con la fantascienza per andare a finire nei deserti causati dall'uomo, luoghi in cui la vita non è più possibile a causa delle radiazioni ma nei quali qualcun altro può prosperare.
Vede protagonista un buon Antonio Banderas dal testone pelato e ricco in espressioni mimiche, mentre irriconoscibile nei suoi primi 10' appare Melanie Griffith, tanto è "mutata", aggredita dal botox e rifatta (malissimo) dal chirurgo plastico.
Su tutto il bagaglio culturale aleggia lo spirito di Asimov e il film non fa nulla per fingere che non sia così.
Chi sarà il misterioso Orologiaio? Chissà se può darmi una mano l'esperta ricercatrice Susan Duprè (Melanie Griffith).
AUTOMATA è una una favola cibernetica ambientata nella solita Terra futuribile (ma il 2044 forse è un pò troppo vicino) che parte dai pressuposti classici degli anni '80, ovvero l'incrocio del noir con la fantascienza per andare a finire nei deserti causati dall'uomo, luoghi in cui la vita non è più possibile a causa delle radiazioni ma nei quali qualcun altro può prosperare.
Vede protagonista un buon Antonio Banderas dal testone pelato e ricco in espressioni mimiche, mentre irriconoscibile nei suoi primi 10' appare Melanie Griffith, tanto è "mutata", aggredita dal botox e rifatta (malissimo) dal chirurgo plastico.
Su tutto il bagaglio culturale aleggia lo spirito di Asimov e il film non fa nulla per fingere che non sia così.
Le leggi che regolano il comportamento dei robot non sono esattamente quelle auree fissate dallo scrittore russo ma prendono le mosse dai medesimi princìpi per arrivare là dove solitamente ci si spinge quando si parte dal presupposto che le intelligenze artificiali non devono danneggiare l'uomo: che cosa succederebbe se invece avessero dei motivi per farlo?
Opera pregna di un'atmosfera di struggente malinconia che davvero sa suggerire la fine di un'era e l'avvento di una nuova alba.
Rimane la domanda finale: ai robot il compito di sostituire l'uomo nell'evoluzione della specie?
Opera pregna di un'atmosfera di struggente malinconia che davvero sa suggerire la fine di un'era e l'avvento di una nuova alba.
Rimane la domanda finale: ai robot il compito di sostituire l'uomo nell'evoluzione della specie?
INCONTRIAMOCI A LAS VEGAS
Las Vegas. Sono nei guai gli organizzatori della serata del match per il mondiale di Tyson: cercano disperatamente un sottoclou visto che i designati si sono spalmati: uno per la coca in eccesso, l'altro su un palo.
50 mila dollari a cranio è l'offerta dei ricchi proprietari di Hotel-Casinò. E i due pugili disoccupati di Los Angeles, gli amici Cesar Dominguez (Antonio Banderas) e Vince Boudreau (Woody Harrelson) accettano di corsa.
Quindi, imbarcata la disinvolta Grace (Lolita Davidovich), fidanzata del primo ed ex del secondo, si mettono in viaggio nel deserto, dove tra un amarcord e una litigata raccolgono la sboccata Lia (Lucy Liu).
INCONTRIAMOCI A LAS VEGAS è una passabile quanto poco conosciuta commedia, che racconta in modo incisivo la rude amicizia tra i due protagonisti.
Peccato per il linguaggio (anche se sono pugili mica scolaretti), eccessivamente sguaiato, tra battute e doppi sensi a sfondo sessuale, di cui si fanno portavoce anche le due voluttuose signorine, fino al finale forse troppo caramelloso.
Meglio la prima parte, che sembra quasi un road movie.
Da segnalare la sfilata di divi attorno al ring del Mandala Bay.
50 mila dollari a cranio è l'offerta dei ricchi proprietari di Hotel-Casinò. E i due pugili disoccupati di Los Angeles, gli amici Cesar Dominguez (Antonio Banderas) e Vince Boudreau (Woody Harrelson) accettano di corsa.
Quindi, imbarcata la disinvolta Grace (Lolita Davidovich), fidanzata del primo ed ex del secondo, si mettono in viaggio nel deserto, dove tra un amarcord e una litigata raccolgono la sboccata Lia (Lucy Liu).
INCONTRIAMOCI A LAS VEGAS è una passabile quanto poco conosciuta commedia, che racconta in modo incisivo la rude amicizia tra i due protagonisti.
Peccato per il linguaggio (anche se sono pugili mica scolaretti), eccessivamente sguaiato, tra battute e doppi sensi a sfondo sessuale, di cui si fanno portavoce anche le due voluttuose signorine, fino al finale forse troppo caramelloso.
Meglio la prima parte, che sembra quasi un road movie.
Da segnalare la sfilata di divi attorno al ring del Mandala Bay.
ORIGINAL SIN
Santiago di Cuba, fine Ottocento. L'esuberante Luis Vargas (Antonio Banderas), proprietario con altri di un'avviata piantagione di caffé, ha deciso di sposarsi con un'americana e si reca al porto per accogliere a braccia spalancate la timida Julia Russell (Angelina Jolie), conosciuta per corrispondenza, e giunta dal Delaware per sposarlo.Non m'importa se la foto che mi hai mandato non è la tua, io ti amo già, risponde deciso il ricco proprietario terriero alla donna quando gli rivela di avergli spedito una fotografia falsa. Si celebra il matrimonio lampo e i due, dopo qualche giorno di attesa, vengono travolti dalla reciproca passione.
Passione tanto travolgente che il maritino concede alla signora libero accesso ai suoi conti bancari.
Anche se non capisce perchè la fresca mogliettina tardi a rispondere alle lettere della sorella Emily, tanto ansiosa da inviare sull'isola il detective Walter Downs (Thomas Jane).
E dopo troppi inspiegabili misteri scatta la trappola. Doppio finale.
Pruriginoso giallo in costume questo ORIGINAL SIGN , ricco di colpi di scena ma povero di reale suspense, del regista Michael Cristofer, incline alla pornografia sentimentale e sceneggiatore che preferisce l'illustrazione alla reinvenzione.
In definitiva ne ricava una soap opera tropicale che tracima di perversioni da teleschermo e di roventi congressi carnali (di rigore quello in piedi) tra i due divi protagonisti, con i labbroni tumidi e le tette volentieri sfoderate di Angelina Jolie che fanno artigianale pendant con le vampate di rabbia dell'agitato macho Antonio Banderas in una recitazione filodrammatica sopra le righe.
IL 13° GUERRIERO
Bagdad, anno 922. Ha commesso l'errore di mettere incautamente gli occhi sulla donna di un altro il poeta di corte Amhmad Ibn Fadlan (Antonio Banderas) ed è stato quindi allontanato verso l'estremo Nord del mondo conosciuto.Incappato in una tribù di viaggiatori normanni, guidati dal prode Buliwyf (Vladimir Kulich), è costretto ad arruolarsi come tredicesimo a un manipolo di dodici coraggiosi guerrieri vichinghi, diffidenti verso lo straniero ed abituati più che ai dettami della prosa a quelli del ferro e delle lame, che tornano in patria decisi a difendere il vecchio re normanno Rodka, assediato dall'orda feroce dei crudeli Vendon, cannibali tatuati e cacciatori di teste.
Costoro vanno a caccia di prede umane coperti da un copricapo a forma di teschio d'orso.
Dei simpaticoni, insomma.
Bisognerà scendere nelle viscere della terra per dargli una lezione coi fiocchi.
E poi, rientrati alla base, ergere fior di barricate e affilare le lame per prepararsi alla prevista vendetta.
Che carneficina, ma quanto coraggio ed onore nel non sottrarsi alla pugna. E alla pioggia di sangue con surplus di teste mozzate.
IL 13° GUERRIERO è un bel fumetto avventuroso tratto dal romanzo "Eaters of the Dead" (Mangiatori di morti, 1976) di Michael Crichton e diretto da John McTiernan, specialista in cinema d'azione (autore dei tre Die Hard, per capirci).
Un notturno film epico-avventuroso da 85 milioni di dollari, rimodernato con effetti speciali e risvolti orrorifici, girato nel 1998 in esterni della British Columbia, non privo qua e là di pagine suggestive.
Si distingue, comunque, dalla stereotipata spettacolarità hollywoodiana per un'insolita e curiosa nota filoaraba, non priva di accenti ironici, al servizio del protagonista.
Quel Antonio Banderas in sella al destriero bianco, che sorride dal caffettano nero malgrado la scena gli venga rubata dallo sconosciuto e baldo Vladimir Kulich.
LA MASCHERA DI ZORRO
California. Nel 1822, quando la California spagnola sta per diventare provincia messicana, il nobile Diego de la Vega (Anthony Hopkins), invincibile raddrizzatore di ingiustizie e corruzioni con la maschera e la spada di Zorro (“volpe” in spagnolo), è arrestato e messo in galera, per vent'anni, dal governatore spagnolo Don Rafaele Montero (Stuart Wilson) che non solo gli ammazza la moglie Esperanza ma gli rapisce anche la bella figlia Elèna (Catherine Zeta-Jones), convinta che il marrano sia il suo vero padre, portandosela con sé in Spagna.
Nel 1842, evaso dal carcere, l'ormai vecchio spadaccino, per vendicarsi, addestra alla scherma, alle acrobazie e, cosa più difficile, alle buone maniere della nobiltà (“Un gentiluomo è qualcuno che dice una cosa e ne pensa un'altra.”) il giovane bandito proletario Alejandro Murrieta (Antonio Banderas), trasformandolo in un secondo Zorro.
Metti la maschera e vai, figliolo.
Il finto damerino farà scintille a palazzo, conquistando anche la miss.
LA MASCHERA DI ZORRO è un coloratissimo e movimentato kolossal avventuroso, l'antico cappa e spada rispolverato con grande senso dello spettacolo dal regista Martin Campbell.
Fondata sulla figura del doppio (due Zorro, due “cattivi”, due banditi, due vendette), mescola con divertita e divertente sagacia gli ingredienti del romanzo d'appendice ottocentesco, i marchingegni avventurosi di Johnston McCulley, inventore di Zorro (1919) e, a sua volta, debitore verso la Baronessa Orczy e la sua Primula Rossa (1905), le citazioni dei vecchi film di Niblo (1920) e di Mamoulian (1940), gli aggiornamenti pirotecnici alla SUPERMAN alla JAMES BOND.

Ne viene fuori un film scattante e baldanzoso che ha il merito di durare più di due ore senza stancare.
Antonio Banderas salta come un trapezista dai lampadari ai balconi per rovinare la fiesta al cattivo di turno.
Se però in premio c'è la sensuale Catherine Zeta-Jones, il faticoso lavorio è sicuramente ricompensato.
Nel 1842, evaso dal carcere, l'ormai vecchio spadaccino, per vendicarsi, addestra alla scherma, alle acrobazie e, cosa più difficile, alle buone maniere della nobiltà (“Un gentiluomo è qualcuno che dice una cosa e ne pensa un'altra.”) il giovane bandito proletario Alejandro Murrieta (Antonio Banderas), trasformandolo in un secondo Zorro.
Metti la maschera e vai, figliolo.
Il finto damerino farà scintille a palazzo, conquistando anche la miss.
LA MASCHERA DI ZORRO è un coloratissimo e movimentato kolossal avventuroso, l'antico cappa e spada rispolverato con grande senso dello spettacolo dal regista Martin Campbell.
Fondata sulla figura del doppio (due Zorro, due “cattivi”, due banditi, due vendette), mescola con divertita e divertente sagacia gli ingredienti del romanzo d'appendice ottocentesco, i marchingegni avventurosi di Johnston McCulley, inventore di Zorro (1919) e, a sua volta, debitore verso la Baronessa Orczy e la sua Primula Rossa (1905), le citazioni dei vecchi film di Niblo (1920) e di Mamoulian (1940), gli aggiornamenti pirotecnici alla SUPERMAN alla JAMES BOND.

Ne viene fuori un film scattante e baldanzoso che ha il merito di durare più di due ore senza stancare.
Antonio Banderas salta come un trapezista dai lampadari ai balconi per rovinare la fiesta al cattivo di turno.
Se però in premio c'è la sensuale Catherine Zeta-Jones, il faticoso lavorio è sicuramente ricompensato.
LA CASA DEGLI SPIRITI
Cile, 1928. E' un uomo venuto dal nulla l'arrogante e potente latifondista Esteban Trueba (Jeremy Irons), il patriarca anche voce narrante, dispotico anche con l'innamoratissima e ricca moglie Clara (Meryl Streep), una sensitiva che colloquia con gli spiriti e che del futuro prevede solo le disgrazie.
Per esempio la morte improvvisa della sorella maggiore Rosa, che sostituisce all'altare.
La coppia è allietata dalla nascita di Blanca, un pò meno dalla presenza in pianta stabile della sorella (di lui) Ferula (Glenn Close), zitellona con tendenze omosessuali (attenzioni gay verso la cognata).
Passano gli anni, la bimba ora è donna (Wynona Ryder) e perda la testa per il focoso Pedro (Antonio Banderas), proprio il Masaniello in erba che sobilla i contadini alla ribellione.
Poi gli eventi precipitano in famiglia e nel paese.
Lussuosa, tormentata e melensa telenovela del danese Bille August, tratta dal romanzo della rancorosa e partigiana (di parte nda) Isabel Allende, la nipote del presidente Salvador Allende, una cavalcata lunga mezzo secolo di storia cilena rievocata fra cronaca e magia, illustrata con trasporto e tifo a senso unico, dagli inizi del Novecento fino ai primi anni Settanta, in coincidenza col colpo di Stato avvenuto in Cile.
Malgrado il cast da legione straniera, con un protagonista britannico contornato da tre dive hollywoodiane, le attrici in primo piano non riescono a dare il meglio: Meryl Streep come giovinetta che si affaccia trepida alle nozze è ridicola, Glenn Close è indisponente e Wynona Ryder riscuote l'applauso solo quando finisce nelle grinfie dei torturatori in divisa.
Se qualcosa sopravvive dell'ispirazione originaria in questo carosello storico pittoresco e tedioso lo si deve al gigioneggiare di Jeremy Irons, che aiutato dal trucco riflette con impietosa verisimiglianza l'invecchiamento del burbero benefico.
Per esempio la morte improvvisa della sorella maggiore Rosa, che sostituisce all'altare.
La coppia è allietata dalla nascita di Blanca, un pò meno dalla presenza in pianta stabile della sorella (di lui) Ferula (Glenn Close), zitellona con tendenze omosessuali (attenzioni gay verso la cognata).
Passano gli anni, la bimba ora è donna (Wynona Ryder) e perda la testa per il focoso Pedro (Antonio Banderas), proprio il Masaniello in erba che sobilla i contadini alla ribellione.
Poi gli eventi precipitano in famiglia e nel paese.
Lussuosa, tormentata e melensa telenovela del danese Bille August, tratta dal romanzo della rancorosa e partigiana (di parte nda) Isabel Allende, la nipote del presidente Salvador Allende, una cavalcata lunga mezzo secolo di storia cilena rievocata fra cronaca e magia, illustrata con trasporto e tifo a senso unico, dagli inizi del Novecento fino ai primi anni Settanta, in coincidenza col colpo di Stato avvenuto in Cile.
Malgrado il cast da legione straniera, con un protagonista britannico contornato da tre dive hollywoodiane, le attrici in primo piano non riescono a dare il meglio: Meryl Streep come giovinetta che si affaccia trepida alle nozze è ridicola, Glenn Close è indisponente e Wynona Ryder riscuote l'applauso solo quando finisce nelle grinfie dei torturatori in divisa.
Se qualcosa sopravvive dell'ispirazione originaria in questo carosello storico pittoresco e tedioso lo si deve al gigioneggiare di Jeremy Irons, che aiutato dal trucco riflette con impietosa verisimiglianza l'invecchiamento del burbero benefico.
BORDERTOWN
Juarez, Messico. Ufficalmente nell'ultimo anno sono state 375 le donne stuprate ed uccise nella città posta lungo il confine con gli Stati Uniti.
La cittadina è una delle principali vittime del NAFTA, il trattato che avrebbe dovuto portare lavoro nello stato latinoamericano limitando l'immigrazione negli States.
Qui un personale a prevalenza femminile produce televisori, computer, particolari per il mercato dell'auto ect ect che verranno poi venduti a prezzi contenuti negli Usa e nel mondo.
Queste donne, in gran parte giovani, godono di poche garanzie sul piano lavorativo, e di nessuna su quello della dignità della persona.
Centinaia (forse migliaia, comunque ben oltre i dati ufficiali) di loro sono state infatti rapite, stuprate e uccise senza che le autorità locali andassero oltre le formalità di rito.
Così il direttore del Chicago Sentinel, George (Martin Sheen), spedisce sul posto l'ambiziosa reporter d'assalto Lauren Adrian (Jennifer Lopez).
La ragazzona cerca (e trova) l'appoggio per l'inchiesta nell'ex collega (e fiamma) Alfonso Diaz (Antonio Banderas), responsabile di un piccolo quotidiano locale, senza macchia e senza paura, che svela la vergognosa connivenza della polizia.
La giovanissima Eva Jimenez è una delle rare (forse unica?) sopravvissuta, per mano di un sadico e protetto riccone (il cattivo più cattivo, con annessi sfregi sul viso) con la complicità di un autista di autobus.
Ti proteggerò io, sei l'unica testimone di questo orrore.
Ma il gioco è troppo pericoloso: che paura.
Appassionato (anche per il tema trattato, serissimo) ma abbastanza piatto, oltre che poco verosimile dramma sociale sospeso a mezzo via tra giallo e denuncia, che ha anche il difetto di andare troppo per le lunghe.
Gregory Nava, regista che afferma di essere nato nell'unica area al mondo in cui il Primo e il Terzo Mondo confinano, ha deciso di raccontare una storia di violenza quotidiana partendo da uno dei tanti casi venuti alla luce. Ci sono voluti sette anni perché il progetto divenisse un film per le sale.
Nel frattempo i numeri delle donne vittime aumentavano....
La polizia è stata più di ostacolo che di aiuto, e le difficoltà e le minacce nel corso delle riprese non sono mancate.
Ne è nato un film di sincera denuncia che purtroppo deve fare i conti con lo star system. Anzi, usarlo. Perchè senza la sensuale Jennifer Lopez e senza Antonio Banderas sui manifesti BORDERTOWN probabilmente non si sarebbe fatto.
Perché il mercato reclama il rispetto delle sue leggi e non è sufficiente una giusta causa per arrivare sugli schermi di tutto il mondo.
La paladina delle donne Jennifer Lopez si batte con insolito ardore, anche in camera da letto (in una scena di sesso bollente) e Antonio Banderas sembra un pò improbabile come giornalista ma le operaie delle 'maquilladoras' debbono poter parlare di sé quotidianamente a un mondo globalizzato nel modo sbagliato.
Quindi ben vengano le star e i film come Bordertown.
La cittadina è una delle principali vittime del NAFTA, il trattato che avrebbe dovuto portare lavoro nello stato latinoamericano limitando l'immigrazione negli States.
Qui un personale a prevalenza femminile produce televisori, computer, particolari per il mercato dell'auto ect ect che verranno poi venduti a prezzi contenuti negli Usa e nel mondo.
Queste donne, in gran parte giovani, godono di poche garanzie sul piano lavorativo, e di nessuna su quello della dignità della persona.
Centinaia (forse migliaia, comunque ben oltre i dati ufficiali) di loro sono state infatti rapite, stuprate e uccise senza che le autorità locali andassero oltre le formalità di rito.
Così il direttore del Chicago Sentinel, George (Martin Sheen), spedisce sul posto l'ambiziosa reporter d'assalto Lauren Adrian (Jennifer Lopez).
La ragazzona cerca (e trova) l'appoggio per l'inchiesta nell'ex collega (e fiamma) Alfonso Diaz (Antonio Banderas), responsabile di un piccolo quotidiano locale, senza macchia e senza paura, che svela la vergognosa connivenza della polizia.
La giovanissima Eva Jimenez è una delle rare (forse unica?) sopravvissuta, per mano di un sadico e protetto riccone (il cattivo più cattivo, con annessi sfregi sul viso) con la complicità di un autista di autobus.
Ti proteggerò io, sei l'unica testimone di questo orrore.
Ma il gioco è troppo pericoloso: che paura.
Appassionato (anche per il tema trattato, serissimo) ma abbastanza piatto, oltre che poco verosimile dramma sociale sospeso a mezzo via tra giallo e denuncia, che ha anche il difetto di andare troppo per le lunghe.
Gregory Nava, regista che afferma di essere nato nell'unica area al mondo in cui il Primo e il Terzo Mondo confinano, ha deciso di raccontare una storia di violenza quotidiana partendo da uno dei tanti casi venuti alla luce. Ci sono voluti sette anni perché il progetto divenisse un film per le sale.
Nel frattempo i numeri delle donne vittime aumentavano....
La polizia è stata più di ostacolo che di aiuto, e le difficoltà e le minacce nel corso delle riprese non sono mancate.
Ne è nato un film di sincera denuncia che purtroppo deve fare i conti con lo star system. Anzi, usarlo. Perchè senza la sensuale Jennifer Lopez e senza Antonio Banderas sui manifesti BORDERTOWN probabilmente non si sarebbe fatto. Perché il mercato reclama il rispetto delle sue leggi e non è sufficiente una giusta causa per arrivare sugli schermi di tutto il mondo.
La paladina delle donne Jennifer Lopez si batte con insolito ardore, anche in camera da letto (in una scena di sesso bollente) e Antonio Banderas sembra un pò improbabile come giornalista ma le operaie delle 'maquilladoras' debbono poter parlare di sé quotidianamente a un mondo globalizzato nel modo sbagliato.
Quindi ben vengano le star e i film come Bordertown.
PHILADELPHIA
Philadelfia. Il brillante avvocato in carriera Andrew Beckett (Tom Hanks) è licenziato su due piedi per inefficienza e inaffidabilità dal prestigioso studio legale dove lavora.
È una scusa: in realtà hanno appena scoperto che è omosessuale e malato di Aids.
Il giovanotto, cui non basta il sostegno dall'affettuosa famiglia e dalle carezze consolatorie del suo tenero compagno Miguel (Antonio Banderas), si rivolge al riluttante e grintoso collega di colore Joe Miller (Denzel Washington) per citare in giudizio il suo ex datore di lavoro, il cinico squalo Charles Wheeler (Jason Robards).
Ok, si va in Tribunale, dove la l'azzeccagarbugli Belinda Conine (Mary Steenburgen) tenta di fare le scarpe al sempre più debole attore (nel senso di colui che ha intentato causa).
PHILADELPHIA è un angoscioso melodramma sentimental-social-giudiziario (1ª produzione di alto costo, 25 milioni di dollari, sull'Aids), dell'ottimo regista Jonathan Demme ("Il silenzio degli innocenti", per capirci).
Bisogna ammettere che ha gioco facile nel provocare lo sdegno dello spettatore e buon gusto nell'evitarci pruriginose visioni di amplessi tra il macho Antonio Banderas e il misurato e straordinario Tom Hanks (Oscar meritato).
Il film è qualcosa di più di un onesto esempio di cinema civile: ne fanno testo alcune scene memorabili, la festa gay e la sequenza in cui Hanks ascolta Maria Callas in Andrea Chenier (4° atto) di Giordano, e la colonna musicale in cui Mozart, Spontini, Cilea, Catalani s'alternano a Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Neil Young.
Oscar anche a Bruce Springsteen per la canzone “Streets of Philadelphia”. <
È una scusa: in realtà hanno appena scoperto che è omosessuale e malato di Aids.
Il giovanotto, cui non basta il sostegno dall'affettuosa famiglia e dalle carezze consolatorie del suo tenero compagno Miguel (Antonio Banderas), si rivolge al riluttante e grintoso collega di colore Joe Miller (Denzel Washington) per citare in giudizio il suo ex datore di lavoro, il cinico squalo Charles Wheeler (Jason Robards).
Ok, si va in Tribunale, dove la l'azzeccagarbugli Belinda Conine (Mary Steenburgen) tenta di fare le scarpe al sempre più debole attore (nel senso di colui che ha intentato causa).
PHILADELPHIA è un angoscioso melodramma sentimental-social-giudiziario (1ª produzione di alto costo, 25 milioni di dollari, sull'Aids), dell'ottimo regista Jonathan Demme ("Il silenzio degli innocenti", per capirci).
Bisogna ammettere che ha gioco facile nel provocare lo sdegno dello spettatore e buon gusto nell'evitarci pruriginose visioni di amplessi tra il macho Antonio Banderas e il misurato e straordinario Tom Hanks (Oscar meritato).
Il film è qualcosa di più di un onesto esempio di cinema civile: ne fanno testo alcune scene memorabili, la festa gay e la sequenza in cui Hanks ascolta Maria Callas in Andrea Chenier (4° atto) di Giordano, e la colonna musicale in cui Mozart, Spontini, Cilea, Catalani s'alternano a Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Neil Young.
Oscar anche a Bruce Springsteen per la canzone “Streets of Philadelphia”. <
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