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FORREST GUMP


Savannah, Georgia (Usa), anni sessanta. Il timido, complessato e malaticcio Forrest Gump (Tom Hanks) è sempre stato considerato un fessacchiotto, scarsa intelligenza accoppiata a generosità di cuore, da tutti fuorchè dalla tenera mamma d’acciaio (Sally Field).

Poi un giorno la svolta: la comprensiva coetanea Jenny Cyrran (Robin Wright), figura fondamentale di tutta la sua vita, lo incita a una corsa sfrenata per sfuggire alle angherie di tre compagni teppistelli.

Caspita che velocità!! Senza protesi sembra Jessie Owens (bianco), tanto da diventare presto campione di football, con relativa laurea annessa.

Si arruola e finisce in Vietnam dove salva l’ufficiale comandante del suo reparto, Dan Taylor (Gary Sinise), da morte certa. 

Decorato dal Congresso, sempre innamorato delle sua bella, fa i miliardi, per caso, con la pesca dei gamberi, diventa una specie di guru, è ricevuto da tre presidenti alla Casa Bianca, sempre per caso provoca lo scandalo Watergate, dopo anni di attesa sposa il suo grande amore che gli dà un figlio e muore di qualcosa che assomiglia all’Aids (erano gli anni novanta nda).

FORREST GUMP è una piacevole e originalissima commedia social-sentimentale diretta da Robert Zemeckis, che con grande intuito psicologico, la consueta scaltrezza, un pizzico di poesia e magistrali effetti speciali, attraversa trent’anni di storia a stelle e strisce inneggiando all’uguaglianza.

Il messaggio è semplice: anche nei panni di un (presunto) cretino può nascondersi un genio.

FORREST GUMP è un film che non ti fa pensare ma sentire, oppure ti fa pensare al modo con cui si sente. Un geniale intrecciarsi di emozioni e sentimenti che pervade il film dalla prima all’ultima scena. Perfetto Tom Hanks, idiota gentile anche nei minimi dettagli.

Efficaci e magistralmente sfruttati gli effetti speciali con nuove (all’epoca) tecniche di editing digitale che consentirono a Robert Zemeckis di inserire Hanks in vecchi telegiornali accanto a Nixon, Kennedy, Johnson, John Lennon e di moltiplicare le comparse davanti al Lincoln Memorial di Washington.

Pioggia di lacrime e di Oscar: film, regia, attore protagonista, sceneggiatura, effetti speciali, montaggio.

LA PROSSIMA VITTIMA

Los Angeles. E' bloccata in un ingorgo la felice madre di famiglia Karen McCann (Sally Field) proprio nel giorno del compleanno della sua figlia Megan.

E mentre parla con il cellulare con la figlia diciassettenne Julie, si trova costretta ad ascoltare, angosciata, impossibilitata ad intervenire, l'aggressione alla ragazza, stuprata ed uccisa nella casa vuota.

Grazie al lavoro del sergente Joe Denillo (Joe Mantegna) il colpevole, il pluripregiudicato Robert Doob (Kiefer Sutherland) è arrestato, processato ed infine prosciolto, da un giudice garantista, per un vizio di forma.

Karen disperata, in crisi professionale e in rotta anche col pur comprensivo ed addolorato marito Mack (Ed Harris) decide di farsi giustizia da sé.

LA PROSSIMA VITTIMA è un violento e morboso, corretto e scontato, dramma poliziesco del regista John Schlesinger in modalità stanco, nonostante le finezze nella descrizione dei rapporti familiari.

Tenta di creare atmosfere angosciose mentre si scaglia con sbrigativa esagerazione contro l'ottusa burocrazia (tutto il mondo è paese, verrebbe da dire) incartata su cavilli giudiziari.

Kiefer Sutherland, come cattivo, gigioneggia in modo imperdonabile, mentre Sally Field sembra alquanto improbabile come implacabile giustiziera.