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GRANDI MAGAZZINI

Roma. Lo scrupoloso direttore (Michele Placido) dei Grandi Magazzini, appena arrivato in ufficio, si mette subito al lavoro.

Non immagina che in giornata avrà il suo bel daffare con la miopissima cliente Dolly (Heather Parisi), che ha perso le lenti a contatto.

E senza rendersene nemmeno conto finisce a gironzolare pericolosamente sul cornicione

I guai si moltiplicano quando il timido addetto alle toilette Evaristo (Enrico Montesano) è scambiato nientemeno per il figlio (Massimo Ciavarro) del proprietario, impiegato nel mega emporio sotto falso nome.

Quel furbone del capo del personale, Dottor Anzellotti (Alessandro Haber) gli infila nel letto la formosa ed ancora piacente moglie Elena (Laura Antonelli).

Mentre il facchino di lungo corso Fausto (Renato Pozzetto) perde la testa per un cliente gay.

GRANDI MAGAZZINI è una penosa ed interminabile commedia, che non fa ridere nemmeno per sbaglio, diretta dall'incorreggibile tandem Castellano e Pipolo, che tentano, invano, di ripetere l'esperimento di GRAND HOTEL EXCELSIOR.

Purtroppo mettono troppa carne al fuoco ottenendo un film frammentario, senza una vera storia da raccontare.

Nel supernegozio, sconsigliato anche nella stagione dei saldi, annaspa tra indegni siparietti il meglio del nostro cinema comico. Una sorta di sovrabbondante compendio della commedia italiana anni '80.

Con intermezzi demenziali tremendi (il montone rovesciato, la vespa).

Un monumentale cast sciupatissimo con rare eccezioni. Penosi i momenti con Villaggio e Gigi Reder (alla sua/loro ennesima sottofantozzata), e Lino Banfi. Simpatico Christian De Sica culturista tamarro. Orrido quello con la Parisi.

Si salvano la classe cristallina dei vecchi leoni Nino Manfredi e Paolo Panelli, per naturalezza e credibilità, e qualche decente tocco di Enrico Montesano. Sufficientemente divertenti anche Renato Pozzetto e Massimo Boldi.

La più saggia è la stella di prima grandezza del Fantastico televisivo, la temporanea attrice Heather Parisi. E' il suo primo ed unico film.

Devo ammettere che la sigla, pur brutta, rimane in testa (Grandi Magazzini, per grandi e per piccini...).

NELL'ANNO DEL SIGNORE

Roma, 1825. Il viscido e potente cardinal Rivarola (Ugo Tognazzi) frigge. Lo zelante colonnello della polizia papalina Nardone (Enrico Maria Salerno) non riesce ad acciuffare quel Pasquino che la notte si diverte a sbeffeggiare sui muri il potere papalino.

Precisamente scrivendo versi irriverenti nei confronti di Papa Leone XII sulla statua di Marco Aurelio.

Dietro il nome d'arte si cela il ciabattino Cornacchia (Nino Manfredi), la cui donna, la bellissima giudea Giuditta (Claudia Cardinale), flirta con un ardente carbonaro, il medico Leonida Montanari.

Destinato al patibolo.

Il popolo oppresso si ribella attraverso i movimenti carbonari, con lo spauracchio della ghigliottina.

NELL'ANNO DEL SIGNORE è un colorito, amaro melodramma in costume, fra tragedia e commedia, dello spiritoso fervente anticlericale Luigi Magni. Un film pessimista, che lascia poche speranze, malgrado sia una commedia.

La Roma "papalina" del primo ventennio dell'800 viene presentata in modo egregio da questo bella pellicola in costume. Ispirato da un evento realmente accaduto, la condanna a morte da parte del Papato di due carbonari, il film si snoda in maniera ariosa dando spazio ad altri personaggi tutti ben congegnati.

NELL'ANNO DEL SIGNORE riluce di lampi attoriali, grazie a un cast di altissimo livello che racchiude quasi il meglio del cinema italiano dell'epoca.

Infatti accanto al sagace e misurato Nino Manfredi e a un sottilmente odioso Ugo Tognazzi, viscido politicante vaticano, spunta Alberto Sordi, impagabile nella caricatura (che sfiora la macchietta) di un frate casareccio.

Senza dimenticare una bellissima Claudia Cardinale.

Piccola parte anche per Pippo Franco ("Bellachioma", lo scrivano).

Bellissimi gli scorci di Roma di notte.

Quando le produzioni italiane erano di qualità.

OPERAZIONE SAN GENNARO

Napoli. E' sbarcato in città il gangster americano Jack (Harry Guardino), scortato dalla finta suora Maggie (Senta Berger) con l'intenzione di rubare il tesoro di San Gennaro, valore trenta miliardi (di lire).

Considerata la necessità di avere uomini del posto per mettere a punto il colpo, chiedono consulenza a don Vincenzo 'O fenomeno (Totò), a suo agio in galera neanche fosse casa sua.

Il migliore sulla piazza, stando all'esperto carcerato, sarebbe il guappo Armanduccio Girasole detto Dudù (Nino Manfredi), capo di una raccogliticcia banda di mariuoli indigeni.

L'uomo giusto?

OPERAZIONE SAN GENNARO è una gustosa commedia diretta da Dino Risi, una specie di SOLITI IGNOTI alla pummarola, divertente anche se non travolgente.

Il film strappa qualche risata ma è troppo concentrato sul versante macchiettistico e flokloristico napoletano per essere veramente godibile.

Bravo ed ineccepibile come sempre Nino Manfredi mentre Senta Berger si limita ad essere bellissima.

Piccola partecipazione di Totò, quasi a voler benedire il film, che sebbene in un piccolo ruolo regala momenti spassosi.

Che grande coppia avrebbe potuto essere quella di Totò e Nino Manfredi con un pò di tempo in più.

BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI

Roma. Il vecchio e dispotico immigrato pugliese Giacinto Mazzatella (Nino Manfredi) vive in una catapecchia con annesso recinto di monnezza. Proprio a un tiro di schioppo dal Santo Padre con la moglie e dieci (uno più uno meno) figli.

Forse anche il patriarca ha perso il conto degli eredi: tutti sono comunque ladri o scippatori.

Ha un unico bene che custodisce come un tesoro sacro e inespugnabile: il milione di lire, in contanti, che gli è stato pagato dall'assicurazione per l'occhio perduto in un incidente sul lavoro.

Il timore che il malloppo venga rubato lo devasta, tanto da non farlo dormire più la notte.

E alla fine decide: piuttosto che farsi derubare voglio godermi questa bella e in carne battona. Proprio nel letto coniugale.

Ma la famiglia si ribella.

BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI è una (volutamente) sgradevole commedia grottesca di Ettore Scola ma dal vago sentore pasoliniano, ambientata nel mondo delle "baraccopoli" ai margini delle grandi città (in questo caso, Roma) e percorsa da personaggi repellenti.

Tra i quali spicca comunque il grandioso Nino Manfredi, che dà il meglio (nel peggio) di sè con uno dei personaggi più squallidi che si siano mai visti, avvinazzato e sconcio.

Ma chi l’ha detto che i poveri sono belli, puliti e buoni? Ma chi ci crede ancora che il sottoproletariato urbano aspiri alla lotta di classe?

Il regista, in piena crisi ideologica e bypassando ogni sentimentalismo da denuncia, ci fa capire che i reietti sono dei “mostri” avidi e famelici pronti a sbranarsi per il denaro.

Esattamente come gli appartenenti alla classe borghese; solo che lo fanno in modo tribale e bestiale senza la simulazione delle buone maniere.

Non c’è speranza per nessuno, non c’è nessuna palingenesi alla porte che possa salvare e redimere.

Film dove realismo e ironia si fondono alla perfezione.

AUDACE COLPO DEI SOLITI IGNOTI

Roma. Assoldato da un sedicente gangster lombardo, Virgilio il milanese (Riccardo Garrone), lo sfaticato Peppe detto "Er Pantera" (Vittorio Gassman) rimette insieme la scalcagnata banda di vecchi compari: Mario (Renato Salvatori), Capannelle (Carlo Pisacane), Ferribotte (Tiberio Murgia) e il riluttante meccanico Ugo Nardi, detto Piede amaro (Nino Manfredi).

Il colpo si prospetta milionario: una rapina al furgone del Totocalcio.

Con l'alibi della partita Milan-Roma, i soliti ignoti vanno in trasferta nel capoluogo lombardo dove riusciranno fortunosamente tanto ad accaparrarsi il bottino quanto a tornare a casa impuniti.

Ma la decisione di lasciare la valigia con il denaro nel deposito bagagli della stazione così come le indagini sempre più stringenti della polizia innescheranno una serie di comiche conseguenze, sancendo l'ennesimo fallimento della sgangherata banda.

Ad un anno dal successo del fortunatissimo ed inarrivabile I SOLITI IGNOTI, Nanny Loy, che si cimenta in un impresa quasi disperata sulla carta (il sequel di un capolavoro nda), ripropone la vincente formula ricercando tuttavia una propria originalità a dispetto di quanto si sia scritto o detto in genere.

Nonostante sia strettamente e volutamente legato al primo capitolo, AUDACE COLPO DEI SOLITI IGNOTI sembra voler proporre il contrasto tra Nord e Sud (e stupisce pensare che siamo solo nel 1960!!!), già dalla scelta di ambientare il colpo in una Milano percepita, come vuole il cliché di molta commedia, quale capitale del progresso e della modernità.

Ma si tratta solo di apparenza in realtà.

A partire dal personaggio di Virgilio "Il Milanese", cesellato da Riccardo Garrone con la consueta precisione, le supposte differenze della geografia italica, invero, cadono sotto i colpi di una globale incapacità di riuscire nel proprio compito, giusto o sbagliato che sia. Sta forse qui il nodo più monicelliano dell'operazione, nel riproporre cioè l'inadeguatezza del popolo italiano tutto di avere successo, di portare a termine un disegno, più o meno "scientifico".

Questa gustosa pellicola dell'ironico Loy funziona benissimo come congegno comico dal quale non sono assenti momenti di reale suspense: si pensi solo alla fuga nell'auto truccata e con targa intercambiabile oppure al brano in cui i compagni si recano all'ospedale per far visita a Capannelle, vittima della storica fame, ricoverato per un'indigestione.

Il personaggio di Nino Manfredi (Ugo "Piede amaro" Nardi) è straordinariamente adatto a far parte della sgangherata combriccola, sia per l'attenta scrittura sia per le capacità dell'attore.

Tra le battute indimenticabili svetta su tutte quella «M'hanno rimasto solo, 'sti quattro cornuti!» pronunciata due volte da "Er Pantera". Come indimenticabile è la scena in cui Gassman recita, come alibi, allo scettico commissario l'azione di un gol imparata a memoria su un giornale sportivo.

C’è anche una spruzzata sexy con lo spogliarello della tenera Vicky Ludovisi.

Un film da vedere.

Finale a parte.

ATTENTI AL BUFFONE

Roma. L'umile ed idealista Marcello Ferrari (Nino Manfredi), musicista semplice e sognatore, quando non va girovagando per il mondo con l'amico Lolò (Enzo Cannavale) e con la stravagante sua orchestra, si gode il violino in casa insieme a Wolfango Amedeo, un magnifico gatto soriano che gusta la musica, superfluo dirlo, visto il nome, di Mozart.

Approfittando della sua assenza, il ricchissimo e perfido Cesare (Eli Wallach), detto Ras per un mai rinnegato, anzi, passato in camicia nera (imprese coloniali comprese), gli soffia la moglie, Conforti Giulia (Mariangela Melato).

La donna è una specie di gatto randagio, carico d'odio, ma che l'ha reso padre di Luca e Marianna.

Ti darò una vagonata di soldi, replica il mascalzone all'omino, giunto nella sontuosa villa a chiedere spiegazioni, sicuro di ottenere con la corruzione l'annullamento del precedente matrimonio dalla Sacra Rota.

Deciso a umiliare satanicamente Marcello, il  Ras non capisce quando il poveretto rifiuta i quattrini limitandosi ad accettare l'ospitalità.

Reagendo a modo suo, con l'arma dell' ironia sottile e falsa dolcezza, prepara un'inattesa e sottile vendetta.

ATTENTI AL BUFFONE è una bizzarra opera buffa, pur se amarissima, un film ambiziosissimo del regista a tempo perso Alberto Bevilacqua eccessivo nei toni grotteschi.
Inutile dire che i personaggi sono da prendersi come maschere più che come caratteri.

Rimpinzata di allegorie intellettualoidi e riferimenti letterari, la pellicola esagera nell'esasperato livore antifascista accoppiato ad una satira esasperata sul Potere, anche clericale.

La cosa indubbiamente positiva è la gran mole di virtuosismi, cenni storici sulle divinità disseminati nella pellicola e dibattiti che potrebbero portare riflessioni sulla vita, sulla guerra, sull'anima e sulla religione.

Nino Manfredi si salva con la solita classe, Mariangela Melato mostra un insospettabile torace da maggiorata.

Tra le lascive signore dell’orgia si nota (gradevolmente desnuda) la presenza di Loredana Bertè.

ITALIAN SECRET SERVICE

Italia, 1944. In piena guerra mondiale il coraggioso partigiano Natalino (Nino Manfredi), nome di battaglia "Capellone", salva la vita ad un ufficiale dell'esercito di Sua Maestà britannica, tale Harrison.

Passati vent'anni, con la necessità di sbarcare il lunario e ormai disilluso dalle promesse del sol dell'avvenire, Natalino accetta da Harrison, pezzo grosso dei servizi segreti della perfida Albione, di compiere una nuova missione contro i neonazisti: uccidere uno di loro di passaggio a Roma dietro compenso di 100.000 dollari.

Ma i tempi sono cambiati, anche i partigiano invecchiano e Natalino non se la sente più di uccidere, così passa l'incarico a Ottone che a sua volta lo subappalta all'avvocato Ramirez (Gastone Moschin) che a sua volta... e così via.

Con tanti passaggi sembra che l'incarico non debba venir eseguito. Ma un'auto con un morto carbonizzato risolve tutto.

Natalino vola a Londra, seguito dai suoi complici, una piccola armata brancaleone dello spionaggio, per reclamare il pagamento e qua scopre che il morto era incinta...

E il vero nazista che fine ha fatto? Ed era veramente un nazista?

ITALIAN SECRET SERVICE  è una divertente spy story nostrana diretta da Luigi Comencini che prende il giro il genere spionistico, molto leggera e briosa, con umori tutti cialtronescamente italici, che punta molto sul ritmo e sul ripetersi di successive variazioni sul tema.

Pur perdendo, nella seconda parte, un po' il bandolo della matassa col venire al dunque della trama, non annoia mai e risulta dopo quasi cinquant'anni ancora fresco e divertente (e scusate se è poco!).

Ottimo e ben amalgamato il cast, menzione d'onore ovvia per il mattatore Nino Manfredi e Gastone Moschin (la classe non è acqua), ma anche il contorno dei caratteristi è saporito.

IN NOME DEL POPOLO SOVRANO

Roma, 1848. Tra i nobili che sperano nel ritorno di Pio IX, riparato in fretta e furia a Gaeta, c'è il marchese Arquati (Albero Sordi), amareggiato perchè la nuora Cristina (Elena Sofia Ricci) cornifica il marito Eufemio (Massimo Wertmuller) con un nobile milanese, il rivoluzionario Livraghi (Luca Barbareschi).

Dall'altra parte della barricata si battono i popolani di Ciceruacchio (Nino Manfredi), curiosamente amico-nemico di un frate barnabita (Jacques Perrin), in pieno anelito di libertà.

Riusciranno a fermare il rapido declino della Repubblica Romana e magari evitare carcere, processo e pena di morte per mano dei francesi?

Basterebbe un libro di storia patria per avere la risposta.

IN NOME DEL POPOLO SOVRANO
è una pittoresca e simpatica commedia patriottarda, spesso didattica, un affresco affollato di personaggi, che spesso si accontentano di qualche battuta, con cui si chiude una ideale trilogia del regista Luigi Magni contro il potere temporale del Papato (NELL'ANNO DEL SIGNORE, 1969, e IN NOME DEL PAPA RE, 1977, i primi due, sicuramente superiori).
Bisogna dire che qui la farsa mitiga la solita tirata anticlericale.

Tra i grandi reclutati come comprimari, impossibile scegliere tra i  due fuoriclasse, il popolano Nino Manfredi e il nobile Albero Sordi, costretto alla greve caricatura del romanaccio più becero.

Non particolarmente in parte Luca Barbareschi, mentre Serena Grandi...beh! è sempre un bel vedere.



STRAZIAMI MA DI BACI SAZIAMI

Alatri, Ciociaria. L'ingenuo barbiere Balestrini Mario (Nino Manfredi) conosce ad una manifestazione-incontro di giovani cattolici la bella Di Giovanni Marisa (Pamela Tiffin).

Innamorato sul colpo si trasferisce senza pensarci su a Sacrofante Marche, ma il padre di lei si oppone fieramente alle nozze.

Dopo un mancato duplice suicidio, la fanciulla, perseguitata da una voce falsa ed infamante che la accusa di tradimento, scappa a Roma.
Una volta ristabilita la verità la cerca disperatamente, in trasferta a Roma per ritrovarla o morire.

La ritrova e i due capiscono di amarsi ancora, ma la sventurata ormai è infelicemente sposata con il sarto sordomuto Umberto Ciceri (Ugo Tognazzi).

Come sbarazzarsi dello scomodo marito? Ci penserà il destino.

STRAZIAMI MA DI BACI SAZIAMI è una originale e divertentissima (con un filo di amaro) commedia rosa di Dino Risi, che mette in scena una strana, complicata, assurda e struggente storia d'amore lunga quasi una vita.

Il copione, scritto con Age e Scarpelli (in vena), è una divertente parodia del mondo dei fotoromanzi rosa, uno sberleffo alla letteratura popolare, che comincia già con il titolo, un celebre verso di Creola, canzone-simbolo degli anni Trenta.

Se il pezzo forte sono i dialoghi mutuati dai fotoromanzi, con due o tre momenti esilaranti, i due protagonisti maschili sono strepitosi: un Manfredi bravo che non strafà (anche se, probabilmente, troppo vecchio per la parte nda) e uno splendido Tognazzi "fischiettante", con movenze, trucco e parrucca che ricordano Harpo Marx.

QUESTO E QUELLO

Due episodi.

"Questo... amore impossibile".
Il timido Giulio (Renato Pozzetto) è un disegnatore di fumetti che non ha ancora ben deciso se essere punk o hippie ed è anche piombato in crisi di ispirazione.
Viene messo in contatto dal preoccupatissimo editore Oreste (Gianni Agus) con la bionda Lucilla (Janet Agren), arruolata per fargli ritrovare la fantasia e superare il blocco creativo.

Missione compiuta poichè il disegnatore si innamora subito e, nel tentativo di manifestarle tutto il suo amore in tavole di fumetti, ritrova la vena creativa perduta.

Sorpresa! Altro che fatina, l'attraente fanciulla è una strega giramondo.


"Quello del basco rosso"
L'irreprensibile Sandro Cipollini (Nino Manfredi), attempato scrittore sessantenne di romanzi di insicuro insuccesso, ritrova a Montecatini l'antica fiamma Dora (Sylva Koscina), disperata perchè la figliola Daniela non riesce a consumare con il fidanzato.

Ci penserà il maturo amico di mamma, involontario protagonista dei traumi infantili della giovane inibita, a risvegliarle i sensi, ma gli viene un coccolone.

Commediaccia pseudoerotica diretta da Sergio Corbucci, scritta e sceneggiata anche dai due simpatici protagonisti maschili, che tengono banco un tempo ciascuno, che inclina verso la farsa di livello elementare, caricando tutto sulle spalle degli attori, con sceneggiatura arronzata e regia pure.



Purtroppo trattasi di tipico esempio del basso livello ripetitivo cui era arrivata la commedia all'italiana negli anni '80, con volgarità galattica e umorismo prossimo allo zero.

Da segnalare anche (un colpevole) Nino Manfredi senza veli.

Fortunatamente solo di spalle.

QUELLE STRANE OCCASIONI

ITALIAN SUPERMAN

Olanda. Giobatta (Paolo Villaggio) è un emigrato italiano che tenta di sbarcare faticosamente il lunario vendendo lupini e castagnaccio ("kastanjakken!!!") ma gli affari vanno male.
Fino a quando una sera rimane vittima di una rapina. Uno dei rapinatori, non soddisfatto del bottino lo tasta in cerca di soldi e si accorge che è un superdotato: sarà la sua fortuna!!!
Firmato un ricco contratto per recitare da protagonista in uno spettacolo porno dal vivo deve giustificare alla moglie (Valeria Moriconi) gli improvvisi e lauti guadagni inventando la storia di essere diventato il fornitore di castagnaccio della casa reale olandese.
Il gioco regge fino a quando l'insoddisfatta consorte, trascurata a letto, si reca proprio nel porno-night dove "lavora" il poveretto superdotato. Dopo l'inevitabile scenata l'accordo è: lo spettacolo continua ma partecipo anch'io!
Ma lo stallone italiano farà cilecca. E la moglie? Lo show must go on...

IL CAVALLUCCIO SVEDESE

Roma. Il compito architetto Antonio Pecoraro (Nino Manfredi) è il tipico borghese di mezz'età con il tabù del sesso: ha avuto una sola donna, l'attuale moglie, e controlla assiduamente la giovane e ribelle figlia.
Un fine settimana, mentre le due donne devono recarsi alla casa al mare, riceve l'inaspettata visita di Cristina, la figlia di un suo amico e collega svedese con cui aveva lavorato anni addietro in Scandinavia. Che non è più una ragazzina.
Rimasto solo con l'avvenente e disinibita ragazza a cena accoglie la confessione della ragazza di avere avuto per lui un invaghimento quando era più piccola e che lo trovava ancora interessante.
Ci penserà il temporale a creare l'occasione per infilarsi nel letto del padrone di casa, ben contento di spupazzarsi la svedese.
Ma le sorprese non sono finite: la mattina dopo, credendo che l'ospitale famigliola italica abbia una concezione libertina dei rapporti tra marito e moglie, gli parla della relazione tra suo padre e la moglie di Antonio ai tempi del soggiorno in Svezia, non sapendo che lo stesso ne era all'oscuro.
Ciao! Pompei ci attende.

L'ASCENSORE

A Roma, in una calda giornata di metà agosto, il monsignore Ascanio La Costa (Alberto Sordi) rimane bloccato nell'ascensore del palazzo dove abita la sua amante a causa di un black out. Insieme a lui nella cabina c'è l'avvenente e sensuale Donatella (Stefania Sandrelli).
Ne approfitterà. Il monsignore dico.


Commedia ad episodi dove il sesso la fa da padrone. Il primo episodio, per quanto riguarda la regia, rimase diretto da "Anonimo" (gli altri due sono a cura, rispettivamente, di Luigi Magni e Luigi Comencini) anche se nella realtà la direzione fu a cura di Nanny Loy, che probabilmente non lo firmò ritenendolo troppo indecente (vi sono molte scene di sesso ed è molto esplicita la scena in cui Paolo Villaggio si risveglia e si ritrova nello studio nel proprietario del porno night: vi sono statue di peni e fotografie di questi o di donne nude appese ai muri).
Il migliore dei episodi è il 3°, anche per merito di Sordi. Il 2°? Così così.

ANNI RUGGENTI

Ostuni, Puglia, 1937. Il sospettoso podestà Salvatore Acquamano (Gino Cervi) confida nel proprio fiuto: ecco il gerarca in incognito che Roma ha mandato in ispezione.

L'inconsapevole ospite è in realtà un giovane assicuratore, Omero Battifiori (Nino Manfredi), che fa un sacco di domande su redditi e proprietà, dando forza inconsapevolmente all'equivoco.

Mentre le camicie nere del paesello guidate dallo zelante segretario politico Carmine Passante (Gastone Moschin) esibiscono una città che si specchia nell'ordine e la disciplina, il saggio medico antifascista De Vincenzi grida (sommessamente) alla truffa.

E il giovane e svagato forestiero, colmato di attenzioni e favori, va a innamorarsi , tra le tante signorine ben disposte, della maestrina Elvira (Michèlle Mercier), bella figlia del podestà.

La trilogia satirica, beffarda e acidula, sul fascismo (soprattutto quello dell'Italia più remota) del regista Luigi Zampa, scritta da Vittorio Brancati, morto nel 1954, diventa quadrilogia con ANNI RUGGENTI,  che è l'atto conclusivo, commedia divertente e sapida, dal sorriso amaro.

Purtroppo in questi casi si è inclini a raccontare una storia del passato con l'occhio al presente, anche se è magistrale nascondere dietro l'ironia sulle pagliacciate di regime l'amara verità che la retorica rivoluzionaria null'altro può che piegarsi alla tradizione millenaria dei capetti corrotti che si spartiscono la torta del potere, ancor più buffoni quando nascosti dietro una facciata ideologica.

La pellicola mette in mostra un giovane Nino Manfredi, forse nella sua versione più composta, e il suo duttile gioco di rimessa e una compagnia di bravi attori tra cui spicca il maturo Gino Cervi.

Personalmente lo ritengo un cult.

IN NOME DEL PAPA RE

Roma, nell'anno del Signore 1867. Tre giovani rivoluzionari che fanno saltare per aria una caserma provocando la morte di ventitre zuavi, soldati di Pio IX, sono presi e subito condannati a morte.

La contessa Flaminia Costa (Carmen Scarpitta), madre di uno dei tre condannati, Cesarino Costa (Danilo Mattei), si rivolge a monsignor Colombo di Priverno (Nino Manfredi), giudice supremo della Sacra Consulta, per ottenere la grazia.

Sorpresa: il Monsignore è il padre naturale del giovane idealista bombarolo destinato alla forca.

Salvato il figlio dal patibolo, con un gran sermone in Tribunale, e rimanendo con il piede in due staffe, cerca invano di far assolvere gli altri due, ma il conte Ottavio (Carlo Bagno), geloso marito della contessa, è in moto verso il tragico destino di coltello.

IN NOME DEL PAPA RE  è un brillantissimo film drammatico, probabilmente il film più riuscito di Luigi Magni, autore anche di soggetto e sceneggiatura, ambientato nella Roma papalina di Pio IX durante i moti risorgimentali.

Non è la prima volta che ne parla (di nove anni prima è NELL'ANNO DEL SIGNORE), con impeto dissacratore e fortemente anticlericale.

Una bellissima rievocazione d'epoca, ora con modi dialettali (con linguaggio popolare verace) e rugantini, ora ricalcando le orme del teatro ottocentesco più sanguigno e corposo, sfiorando il romanzo popolare.

Una parte di verità storica c'è: nell'anno del Signore 1867 si compirono a Roma, in nome del Papa Re, due delitti di stato. I muratori sovversivi Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti furono ghigliottinati, dopo un processo senza difesa, come colpevoli dell'attentato alla caserma Serristori in Trastevere in cui avevano perso la vita, appunto, i ventitre zuavi.

Fu l'ultima esecuzione capitale ordinata dal Pontefice: tre anni dopo, con la Breccia, il Papa perse il titolo di Re.

Il resto è fatta dalla fantasia e dalla bravura, con dialoghi frizzanti, spesso in romanesco, come anzidetto, che smussano i toni più drammatici.

Nino Manfredi? S-U-P-E-R-L-A-T-I-V-O. E mi sono t-r-a-t-t-e-n-u-t-o.

CAFE' EXPRESS

Campania. Il disoccupato Michele Abbagnano (un sempre eccellente Nino Manfredi), una mano di legno e un cuore d’oro, campione dell'arte di campare, “lavora” in maniera fissa sul treno che fa la stanca spola fra Napoli e l'estremo lembo sud della regione, Vallo della Lucania.

Per tirare avanti e mettere insieme i soldi necessari per operare il figlio malato, vende abusivamente caffè caldo e cornetti.

Inoltre offre piccoli servizi ai viaggiatori notturni, fidando sulla complicità di controllori benevoli che chiudono un occhio, e forse anche due, e sulla solidarietà dei compagni di viaggio.

Ma una sera i ferrovieri hanno l’ordine, a mezzo fax del Ministero, di mettere in riga l’innocuo, ma non invisibile, “portoghese”.

Il poveretto è costretto ad affrontare la notte di “lavoro” nascondendosi e travestendosi, pur di saltare da una carrozza all’altra ed evitare l’incontro con il “rigido” capotreno deciso a mettere a posto le cose.

Malgrado faccia qualcosa di fondamentalmente illegale, è in fondo un brav'uomo e ritrova la sopita dignità di uomo perbene quando si rifiuta di reggere il gioco a tre ladruncoli da cuccetta per i furti notturni sui treni.

Cosa che chiaramente gli attira addosso un sacco di guai, non ultimo quello di finire, dopo tanti inseguimenti, nella trappola della polizia ferroviaria che ora si prepara alla resa dei conti.

Con un finale dolce come richiede il cuore.

CAFE' EXPRESS è una bellissima commedia ferroviaria, degna del teatro di Eduardo De Filippo, di Nanni Loy (per me il suo miglior film nda), che danza in maniera perfetta tra il buffo e il patetico, l’amaro e l’ironico, con tocco delicato e sguardo affettuoso.

E Nino Manfredi superlativo nel disegnare un personaggio memorabile tra l’agro e il dolce, utilizzando altresì lo sfondo di un esemplare spaccato del profondo Sud. Mettendo in scena quell’insieme di abilità sopraffine che costituiscono l’arcinota italica arte di arrangiarsi, in un ribollire di vitalità e disperazione.

Intorno a un grande Manfredi, maestoso e padrone della scena, che regge quasi da solo, si muove una colorita folla di macchiette. Fa ridere, ma anche riflettere, come capita a molta nostra commedia di alto livello.