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AUDACE COLPO DEI SOLITI IGNOTI

Roma. Assoldato da un sedicente gangster lombardo, Virgilio il milanese (Riccardo Garrone), lo sfaticato Peppe detto "Er Pantera" (Vittorio Gassman) rimette insieme la scalcagnata banda di vecchi compari: Mario (Renato Salvatori), Capannelle (Carlo Pisacane), Ferribotte (Tiberio Murgia) e il riluttante meccanico Ugo Nardi, detto Piede amaro (Nino Manfredi).

Il colpo si prospetta milionario: una rapina al furgone del Totocalcio.

Con l'alibi della partita Milan-Roma, i soliti ignoti vanno in trasferta nel capoluogo lombardo dove riusciranno fortunosamente tanto ad accaparrarsi il bottino quanto a tornare a casa impuniti.

Ma la decisione di lasciare la valigia con il denaro nel deposito bagagli della stazione così come le indagini sempre più stringenti della polizia innescheranno una serie di comiche conseguenze, sancendo l'ennesimo fallimento della sgangherata banda.

Ad un anno dal successo del fortunatissimo ed inarrivabile I SOLITI IGNOTI, Nanny Loy, che si cimenta in un impresa quasi disperata sulla carta (il sequel di un capolavoro nda), ripropone la vincente formula ricercando tuttavia una propria originalità a dispetto di quanto si sia scritto o detto in genere.

Nonostante sia strettamente e volutamente legato al primo capitolo, AUDACE COLPO DEI SOLITI IGNOTI sembra voler proporre il contrasto tra Nord e Sud (e stupisce pensare che siamo solo nel 1960!!!), già dalla scelta di ambientare il colpo in una Milano percepita, come vuole il cliché di molta commedia, quale capitale del progresso e della modernità.

Ma si tratta solo di apparenza in realtà.

A partire dal personaggio di Virgilio "Il Milanese", cesellato da Riccardo Garrone con la consueta precisione, le supposte differenze della geografia italica, invero, cadono sotto i colpi di una globale incapacità di riuscire nel proprio compito, giusto o sbagliato che sia. Sta forse qui il nodo più monicelliano dell'operazione, nel riproporre cioè l'inadeguatezza del popolo italiano tutto di avere successo, di portare a termine un disegno, più o meno "scientifico".

Questa gustosa pellicola dell'ironico Loy funziona benissimo come congegno comico dal quale non sono assenti momenti di reale suspense: si pensi solo alla fuga nell'auto truccata e con targa intercambiabile oppure al brano in cui i compagni si recano all'ospedale per far visita a Capannelle, vittima della storica fame, ricoverato per un'indigestione.

Il personaggio di Nino Manfredi (Ugo "Piede amaro" Nardi) è straordinariamente adatto a far parte della sgangherata combriccola, sia per l'attenta scrittura sia per le capacità dell'attore.

Tra le battute indimenticabili svetta su tutte quella «M'hanno rimasto solo, 'sti quattro cornuti!» pronunciata due volte da "Er Pantera". Come indimenticabile è la scena in cui Gassman recita, come alibi, allo scettico commissario l'azione di un gol imparata a memoria su un giornale sportivo.

C’è anche una spruzzata sexy con lo spogliarello della tenera Vicky Ludovisi.

Un film da vedere.

Finale a parte.

AMICI MIEI ATTO III

Firenze. E' ricoverato a Villa Serena, casa di riposo di lusso, il povero (in tutti i sensi) Mascetti (Ugo Tognazzi), costretto sulla sedia a rotelle da un coccolone.

Ma gli altri tre moschettieri, che gli pagano generosamente la retta, non riescono a star lontano dal compagno in disarmo.

Ed eccoli piombare nella casa di riposo, ma per continuarvi le loro bravate ai danni degli ingenui di turno e della credulità altrui. Per così sentirsi giovani.

Il metodo è solo quello, infallibile.

L'architetto Melandri (Gastone Moschin), l'oste Necchi (renzo Montagnani) e, un pò defilato, il chirurgo Sassaroli (Adolfo Celi) ci danno dentro con foga e un pizzico di sadismo.

Sono passati dieci anni dal primo film, tre dal secondo: lo scarto con gli altri due è netto, i risultati sono deludenti, qua e là deplorevoli, con l'abolizione definitiva del buon gusto.

Forse anche per effetto del passaggio di mano da Mario Monicelli a Nanni Loy, si affloscia di botto (forse come è prevedibile) al terzo atto l'allegro girotondo dei quattro monellacci toscani over sessanta, disposti a tutto per una zingarata.

Nonostante la simpatia dei protagonisti si rimpiange la mancanza (allora venuto a mancare solo nella finzione scenica) di Philippe Noiret e del più ruspante e genuino umorismo dei primi due episodi.

PACCO, DOPPIOPACCO E CONTROPACCOTTO

Dieci episodi, tutti ambienti a Napoli ( e dove sennò?).

Tutta la varia umanità partenopea: c’è la vedova poco affranta (Marina Confalone) che per riavere la casa, la fa credere occupata dallo spirito del marito.

C’è lo studentello di liceo che per ingraziarsi il professore di matematica (Alessandro Haber) spaccia una vistosa e piacente squillo (una splendida Mara Venier) per sua madre.

C’è il fasullo fiscalista (Leo Gullotta), che presa la mazzetta, dà in pasto ai topi dell’ufficio delle Imposte la documentazione delle tasse non pagate, nello specifico l’odiosa tassa sulla salute, con l’aiuto di una provvidenziale fetta di formaggio.

C’è il finto cieco (un irresistibile Giobbe Covatta) che improvvisamente e miracolosamente riacquista la vista per un ricatto d’oro.

E così via.

PACCO, DOPPIOPACCO E CONTROPACCOTTO è la solita Napoli, non destinata ad avere una faccia pulita, quella che viene fuori da questo film del regista Nanni Loy, che confeziona una simpatica commedia, grottesca, a volte comica, sicuramente amarognola sull’arte di arrangiarsi, quasi sempre alle spalle del prossimo credulone, anche se molto spesso il truffato è più spregevole del truffatore.

Piccoli imbrogli, stangatine e qualche beffa si susseguono in questa sorte di sceneggiata divisa in dieci siparietti piuttosto spassosi, dove il regista sembra stare sempre dalla parte del truffatore con la giustificazione pronta: che volete farci, signori miei, dobbiamo pur campare.

La rappresentazione bonaria dell’eterna e continuamente in evoluzione “arte di arrangiarsi”.

Attori bravi e perfettamente calati nell’ambiente e nello stile di questa arruffona Napoli.

Da vedere.

CAFE' EXPRESS

Campania. Il disoccupato Michele Abbagnano (un sempre eccellente Nino Manfredi), una mano di legno e un cuore d’oro, campione dell'arte di campare, “lavora” in maniera fissa sul treno che fa la stanca spola fra Napoli e l'estremo lembo sud della regione, Vallo della Lucania.

Per tirare avanti e mettere insieme i soldi necessari per operare il figlio malato, vende abusivamente caffè caldo e cornetti.

Inoltre offre piccoli servizi ai viaggiatori notturni, fidando sulla complicità di controllori benevoli che chiudono un occhio, e forse anche due, e sulla solidarietà dei compagni di viaggio.

Ma una sera i ferrovieri hanno l’ordine, a mezzo fax del Ministero, di mettere in riga l’innocuo, ma non invisibile, “portoghese”.

Il poveretto è costretto ad affrontare la notte di “lavoro” nascondendosi e travestendosi, pur di saltare da una carrozza all’altra ed evitare l’incontro con il “rigido” capotreno deciso a mettere a posto le cose.

Malgrado faccia qualcosa di fondamentalmente illegale, è in fondo un brav'uomo e ritrova la sopita dignità di uomo perbene quando si rifiuta di reggere il gioco a tre ladruncoli da cuccetta per i furti notturni sui treni.

Cosa che chiaramente gli attira addosso un sacco di guai, non ultimo quello di finire, dopo tanti inseguimenti, nella trappola della polizia ferroviaria che ora si prepara alla resa dei conti.

Con un finale dolce come richiede il cuore.

CAFE' EXPRESS è una bellissima commedia ferroviaria, degna del teatro di Eduardo De Filippo, di Nanni Loy (per me il suo miglior film nda), che danza in maniera perfetta tra il buffo e il patetico, l’amaro e l’ironico, con tocco delicato e sguardo affettuoso.

E Nino Manfredi superlativo nel disegnare un personaggio memorabile tra l’agro e il dolce, utilizzando altresì lo sfondo di un esemplare spaccato del profondo Sud. Mettendo in scena quell’insieme di abilità sopraffine che costituiscono l’arcinota italica arte di arrangiarsi, in un ribollire di vitalità e disperazione.

Intorno a un grande Manfredi, maestoso e padrone della scena, che regge quasi da solo, si muove una colorita folla di macchiette. Fa ridere, ma anche riflettere, come capita a molta nostra commedia di alto livello.