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VENGA A PRENDERE IL CAFFE'...DA NOI

Luino, Lago Maggiore. "Come dice il Mantegazza, alla mia età ho bisogno delle tre c: caldo, coccole e cibo!".

E' ormai arrivato alla conclusione che è giunto il momento di accasarsi il funzionario del fisco (vicedirettore) Emerenziano Paronzini (Ugo Tognazzi), menomato di guerra della Campagna d'Albania ("Dovevamo rompere le reni alla Grecia, Hanno rotto il culo a me!").

Così a messo gli occhi sulle tre inappuntabili e non avvenenti sorelle Tettamanzi, che conducono un'esistenza all'insegna della morigeratezza e della castità. Oltre che essere zitelle e benestanti.

E ne sposa una, Fortunata Tettamanzi (Angela Goodwin).

Installatosi nella villa come unico gallo del pollaio, l'ex scapolo d'oro non ci mette molto ad entrare anche nel talamo delle altre due sorelle, dall'ardore mai sopito, Camilla (Milena Vukotic) e Tarsilla (Francesca Romana Coluzzi). L'harem perfetto.

Buona cucina e tanta lussuria gli giocano un brutto scherzo.

VENGA A PRENDERE IL CAFFE'...DA NOI è una commedia grottesca e spassosa, un ritratto satirico che, senza nessuna pretesa sociologica (credo nda) narra dei vizi e delle ( rare) virtù dell'opulenta provincia italiota, attaccata a schemi che si fondano (fondavano?) su molta apparenza, ipocrisia e opulenza ostentata.

Decisamente in parte le tre coprotagoniste, con  Tognazzi in stato di grazia.

Splendido nella caratterizzazione del suo personaggio, con la gamba sghemba ma decisamente proteso verso il suo obiettivo, meschino e determinato come pochi (potrebbe ricordare un prof. Tersilli meno caciarone).

VOGLIAMO I COLONNELLI

Roma. Proprio non ci sta l'Onorevole di estrema destra Giuseppe Tritoni (Ugo Tognazzi) a vivere in una debosciatissima democrazia.

Così il littorio deputato convince alcuni colonnelli, "restauratori" di un ordine antico, che è giunta l'ora di un colpo di Stato.

Scartati OR-PO e FA-VA come denominazione dell'operazione, si passa ai punti programmatici.

1) Ripristino della pena di morte. 2) Abolizione della libera prostituzione. 3) Controllo sulla vendita delle chitarre...

Malgrado l'appoggio anche dell'amica dittatura greca, rappresentata dall'ufficiale dei servizi segreti ellenici Automatikos, il complotto dell'armata Brancaleone in camicia nera fallisce.

Merito dello scaltro Ministro degli Interni che, approfittando della conquistata popolarità, concentra tutto il potere nelle sue mani.

VOGLIAMO I COLONNELLI scritto e realizzato sull'onda del presunto golpe Borghese, è un film realizzato in forma di satira politica, una irresistibile farsa. Crescente, perché ad ogni visione piace sempre di più, in cui si irridono le velleità del reducismo fascista ma anche la fragilità di un sistema democratico in mano a pericolosi buffoni.

Il regista Mario Monicelli si avvale di un feroce manipolo di caratteristi perfetti nei loro grotteschi andirivieni per dar vita a uno zibaldone stordente di rodomontate, dialoghi in un azzeccatissimo stile istituto Luce e bassezze: un tripudio cialtrone che diviene metafora del caos istituzionale e culturale dell'intero Belpaese. Una vena tragicomica che spesso accompagna drammatici avvenimenti italiani.


Geniale il commento fuori campo di Paladini, con le didascalie che presentano i personaggi, come se fossimo in un documentario

Grande il marziale Tognazzi, camerata che occupa il centro della scena.

Come anzidetto merita più visioni perché ogni volta se ne scopre un particolare interessante ma soprattutto una battuta che precedentemente era sfuggita.

Film purtroppo dimenticato, datato solo in apparenza.

NELL'ANNO DEL SIGNORE

Roma, 1825. Il viscido e potente cardinal Rivarola (Ugo Tognazzi) frigge. Lo zelante colonnello della polizia papalina Nardone (Enrico Maria Salerno) non riesce ad acciuffare quel Pasquino che la notte si diverte a sbeffeggiare sui muri il potere papalino.

Precisamente scrivendo versi irriverenti nei confronti di Papa Leone XII sulla statua di Marco Aurelio.

Dietro il nome d'arte si cela il ciabattino Cornacchia (Nino Manfredi), la cui donna, la bellissima giudea Giuditta (Claudia Cardinale), flirta con un ardente carbonaro, il medico Leonida Montanari.

Destinato al patibolo.

Il popolo oppresso si ribella attraverso i movimenti carbonari, con lo spauracchio della ghigliottina.

NELL'ANNO DEL SIGNORE è un colorito, amaro melodramma in costume, fra tragedia e commedia, dello spiritoso fervente anticlericale Luigi Magni. Un film pessimista, che lascia poche speranze, malgrado sia una commedia.

La Roma "papalina" del primo ventennio dell'800 viene presentata in modo egregio da questo bella pellicola in costume. Ispirato da un evento realmente accaduto, la condanna a morte da parte del Papato di due carbonari, il film si snoda in maniera ariosa dando spazio ad altri personaggi tutti ben congegnati.

NELL'ANNO DEL SIGNORE riluce di lampi attoriali, grazie a un cast di altissimo livello che racchiude quasi il meglio del cinema italiano dell'epoca.

Infatti accanto al sagace e misurato Nino Manfredi e a un sottilmente odioso Ugo Tognazzi, viscido politicante vaticano, spunta Alberto Sordi, impagabile nella caricatura (che sfiora la macchietta) di un frate casareccio.

Senza dimenticare una bellissima Claudia Cardinale.

Piccola parte anche per Pippo Franco ("Bellachioma", lo scrivano).

Bellissimi gli scorci di Roma di notte.

Quando le produzioni italiane erano di qualità.

CASOTTO

Ostia, in una domenica d'agosto. Nella cabina pubblica numero 19 della spiaggia libera, si spoglia (a turno) prima di tuffarsi un campionario di umanità non proprio edificante.

Tra gli accaldati turisti del dì di festa un cinico nonno (Paolo Stoppa) che cerca di trovare un merlo che sposi la nipotina incinta (Jodie Foster): prima ci prova con il cugino tonto (Michele Placido).
Poi ripiega su un aspirante (e affamato) tipo da spiaggia (Gigi Proietti), che in sogno spasima per una meravigliosa creatura bionda (Catherine Deneuve).

Mentre due sorelle ben poco oneste (Mariangela e Anna Melato) vanno all'assalto di un misterioso quanto bigotto funzionario (Ugo Tognazzi) e una coppia che non riesce a fare all'amore (Carlo Croccolo).

Finchè alla fine del pomeriggio un improvviso acquazzone costringe costringe l'eterogenea truppa a sbaraccare.

CASOTTO è una commedia grottesca con il minimo di ambientazione e dal titolo volutamente equivoco in cui il pasoliniano Sergio Citti recluta un numero impressionante di grossi nomi.

La pellicola è insolita, curiosa, disincantata, a metà strada tra tragico e comico, un pò trash e un pò kitsch: questa è la vita, sembra dire sottovoce il regista con il suo sguardo brutto, sporco e cattivo.

La spiaggia ostiense è relegata a semplice sfondo. Il focus sono le pulsioni umane più primitive (sesso, cibo, denaro) che Citti racconta con toni ora tipicamente borgatari (spacconerie balneari e “magnate” in compagnia), ora squallidi e trash (escrementi canini, genitali maschili al vento), ora persino soffici e onirici (bello l'inserto surreal felliniano nda): ma tutto scorre perfettamente.

Nel popolaresco minestrone di grandissime facce trovano spazio anche due star d'importazione, una giovanissima Jodie Foster e una fuggevole Catherine Deneuve.

Addirittura Carlo Croccolo, ex spalla del grande Totò, seminudo.

Il mattatore? Paolo Stoppa.

IL MAGNIFICO CORNUTO

Brescia, Italia del Boom. L'industrialotto Andrea Artusi (Tognazzi) è ossessionato dall'idea che la bella moglie abbia un amante. La donna in realtà gli è fedele, ma Andrea insiste nello spiarla e matura la convinzione che un amico abbia una relazione con lei.
Lei è così costretta a inventarsi un amante. Poi, però, ci prende gusto.

IL MAGNIFICO CORNUTO è una discreta e raffinata commedia satirica di costume di Antonio Pietrangeli dalla regia agile e con attori bravi, una commedia della gelosia che ha nella coppia Tognazzi/Cardinale il suo punto di forza.

Lei, bellissima e sensuale, rimane di gran classe anche nelle scene più disinibite, lui costantemente roso dal tarlo del dubbio: dal momento che l'ho fatto io senza troppi rimorsi perché non dovrebbe tradirmi anche lei?

E in un'Italia che, pure al Nord, vede l'infedeltà della moglie come il peggiore dei mali, è naturale che le cose precipitino e il tormentato processo per sospetto adulterio, la fobia delle corna divenga, come è inevitabile, una profezia che si auto avvera. 

Tognazzi cornuto magnifico, perché inconsapevole: il problema non è il tradimento in sé, ma l'angoscia psicologica derivante dall'incertezza e dal dubbio...

L'ambientazione è tipicamente oligarchica con scene girate nei salotti della Brescia bene fra nobiltà in declino e il nuovo rampantismo industriale post-bellico pratico e lungimirante con gli evidenti simboli del cattivo gusto dei nuovi ricchi: la bella villa con piscina che domina dall'alto la città ricca ed operosa (dopo le ore 20.00 un pò sonnacchiosa), lussuose automobili e un Gian Maria Volontè con la erre moscia, tipico difetto dell'ambiente radical chic!

E su tutto la lampada stile marinaro e la sedia a dondolo, due oggetti simbolo del cattivo gusto rampante.

Ammiccamenti fra potere politico ed economico, non distolgono l'attenzione da aspetti che il film evidenzia della società alto borghese del periodo, ancora oggi esistente, con vizi e virtù propri.

Il tutto impreziosito da un ottimo cast: oltre ai protagonisti troviamo il bravo Bernanrd Blier, un giovane Gian Maria Volonté, Salvo Randone e persino l'allora poco conosciuto Lando Buzzanca in un cameo di un minuto (è un rozzo inserviente della villa, licenziato perché dice "l'omo è omo!").

L'ANATRA ALL'ARANCIA

Roma. I reciprocamente infedeli, ricchi coniugi Livio ( Ugo Tognazzi) e Lisa (Monica Vitti) vivono in armonia da dieci anni, nonostante il frizzante e movimentato menage: in pratica se ne fanno di tutti i colori.

Finché ecco l'aitante francese Jean-Claude (John Richardson), di cui la disinvolta signora si invaghisce al volo.

Il marito risponde ingaggiando la vistosa ochetta a nolo Patty (Barbara Bouchet).

E le corna si moltiplicano sempre con grande sportività.

L'ANATRA ALL'ARANCIA è una commediola brillante e gradevole di un disimpegnato Luciano Salce, che riesce a divertire.

La stoffa non è inglese, visto che è infiorettato qua e là di volgarità, a differenza del testo teatrale da cui è tratta e a modo suo, è un inno alla famiglia e al matrimonio indissolubile.

Ugo Tognazzi si diverte, manco fosse ancora al fianco di Vianello, con mestiere indiscutibile nella sua tradizionale maschera.

Monica Vitti, scatenata e istrionica come sempre, non esita a spogliarsi, anche se, a differenza della più sensuale Barbara Bouchet, nudissima e dalla capigliatura corta e insolitamente bruna, qualcosa tiene nascosto.

Imperdibile, ma solo per i tifosi di Barbara.


Sua Eccellenza si fermò a mangiare

Roma, 1927. Si nasconde il ladro Totò (Totò) appena entra nella stanza Ernesto (Ugo Tognazzi) per telefonare, davanti alla comprensiva amante Lauretta (Lauretta Masiero), alla moglie Silvia (Virna Lisi).

Credimi, non t'ho tradito, sono alla stazione con un vecchio amico, il dottor Biagio Tanzanella, nientemeno che medico personale di Benito Mussolini, in realtà il primo notte letto sul giornale. Così il fedifrago tranquillizza la sospettosa moglie.

Totò prende la palla al balzo per racimolare un po' di soldi e il giorno seguente lo sfrontato mariuolo si presenta a casa dell'adultero spacciandosi per il famoso Tanzanella.

Ernesto è costretto a stare al gioco davanti all'ansiosa metà e all'invadente suocera, la contessa Clara Bernabei (Lia Zoppelli).

In cambio del silenzio chiede diecimila lire, ma poi rimane coinvolto dalla sua stessa finzione e finisce a un pranzo di gala con un illustre ministro (Raimondo Vianello), riverito ospite dei suoceri di Ernesto, nonché corteggiatore dell'amante di Tognazzi che tutti credono la moglie di Tanzanella...

Nella confusione generale Totò spera di rubare un prezioso servizio di posate d'oro cesellato da Benvenuto Cellini, che alla fine gli viene regalato. Che cosa non si farebbe per il medico curante di Mussolini! 

Uno spunto stuzzicante, un soggetto pruriginoso, un ambiente circoscritto che ben si presta ai mille spassosi equivoci e scambi di persona della pochade. 

Nella frenetica girandola di situazioni irresistibilmente assurde Tognazzi e Vianello non sfigurano al cospetto del Principe, anche stavolta con la P maiuscola. 

SUA ECCELLENZA SI FERMO' A MANGIARE, che conclude lo straordinario sodalizio tra Totò e Mario Mattoli (ben sedici film), è tutto qui, con in più un tocco di innocua satira del fascismo.

IL FEDERALE

Abruzzo, giugno 1944. Lo zelante graduato della milizia Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi), a guerra ormai persa, corre nel paesino dove si è rifugiato il filosofo antifascista Erminio Bonafè (Georges Wilson), probabile futuro presidente del Consiglio dell'Italia liberata.

Dovete arestarlo e riportarlo a Roma entro quarantotto ore: così forse sarete promosso federale. Sono più di 170 chilometri in sidecar, mica una passeggiata di primavera.

Sbattuti in cella dai tedeschi, riescono a filarsela insieme, anche se il bonario professore cerca ora di sfuggire all'ostinato guardiano, derubato dalla divisa dalla ladruncola Lisa (Stefania Sandrelli), ora di educarlo alla libertà.

Il viaggio prosegue con ogni mezzo: tandem, treno, pullman. Finalmente ecco Roma: managgia, ci sono gli americani.

Per la prima volta dopo 43 film Ugo Tognazzi, in questa eccellente commedia in agrodolce, lascia le macchiette e la rivista per un personaggio a tutto tondo, rivelandosi un attore straordinario.

IL FEDERALE è un film di ottimo brio satirico, scritto dalla giovane coppia Castellano & Pipolo in vena e diretto con garbo da Luciano Salce, probabilmente nella sua migliore regia.

Pur essendo un personaggio ottuso, quello di Tognazzi, finalmente affrancatosi dai ruoli da guitto e aiutato da dialoghi scintillanti, non manca di qualche tocco di umanità.

Battuta da incorniciare quando, a un Tognazzi malmenato, Wilson dice: "Non ce l'avevano con te ma con la tua divisa" e la risposta "Ma dentro la divisa c'ero io!".

Uun road movie dalle tappe sempre più catastrofiche che si dipana attraversando paesaggi geografici e micro-universi umani, appartiene al filone del rancoroso cinema antifascista, fiorente in quegli anni grazie alle opere di Zampa, Loy, Montaldo e Lizzani, ma qui l'ironia anti-Mussolini non è becera, nè cattiva. La sua originalità è quella di mettere in primo piano i toni da commedia e di concentrarsi sullo scontro tra due opposte personalità.

STRAZIAMI MA DI BACI SAZIAMI

Alatri, Ciociaria. L'ingenuo barbiere Balestrini Mario (Nino Manfredi) conosce ad una manifestazione-incontro di giovani cattolici la bella Di Giovanni Marisa (Pamela Tiffin).

Innamorato sul colpo si trasferisce senza pensarci su a Sacrofante Marche, ma il padre di lei si oppone fieramente alle nozze.

Dopo un mancato duplice suicidio, la fanciulla, perseguitata da una voce falsa ed infamante che la accusa di tradimento, scappa a Roma.
Una volta ristabilita la verità la cerca disperatamente, in trasferta a Roma per ritrovarla o morire.

La ritrova e i due capiscono di amarsi ancora, ma la sventurata ormai è infelicemente sposata con il sarto sordomuto Umberto Ciceri (Ugo Tognazzi).

Come sbarazzarsi dello scomodo marito? Ci penserà il destino.

STRAZIAMI MA DI BACI SAZIAMI è una originale e divertentissima (con un filo di amaro) commedia rosa di Dino Risi, che mette in scena una strana, complicata, assurda e struggente storia d'amore lunga quasi una vita.

Il copione, scritto con Age e Scarpelli (in vena), è una divertente parodia del mondo dei fotoromanzi rosa, uno sberleffo alla letteratura popolare, che comincia già con il titolo, un celebre verso di Creola, canzone-simbolo degli anni Trenta.

Se il pezzo forte sono i dialoghi mutuati dai fotoromanzi, con due o tre momenti esilaranti, i due protagonisti maschili sono strepitosi: un Manfredi bravo che non strafà (anche se, probabilmente, troppo vecchio per la parte nda) e uno splendido Tognazzi "fischiettante", con movenze, trucco e parrucca che ricordano Harpo Marx.

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Roma. Indagando sulla morte della giovane tossicodipendente Silvana (Agostina Belli), che si rivelerà poi essere una prostituta per uomini d'affari, l'intransigente e moralista giudice Mariano Bonifazi (Ugo Tognazzi) si convince, visti gli indizi, della colpevolezza di Lorenzo Santenocito (Vittorio Gassman).

Questi, spregiudicato e influente costruttore edilizio in camicia nera, si serviva della ragazza per ammorbidire i clienti più rognosi.

L'industriale è un osso duro e cerca di bloccare l'inchiesta, inventandosi perfino un falso testimone a favore.

Ma l'implacabile magistrato lo inchioda e lo arresta. E' davvero lui il responsabile?

Eh no, il diario della defunta lo scagiona completamente.

Ah sì? Allora è meglio distruggere la prova e rinviarlo a giudizio.

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO è una graffiante, ambigua e tagliente, come le migliori commedie all’italiana sanno essere, commedia di costume, che mette in luce usanze e pratiche deplorevoli non solo dei piani alti della società assai dure a morire ancor oggi (basti vedere i recenti scandali imprenditorial-governativi).

Con annessa visione amara e pessimista della società italiana del tempo tranquillamente estendibile anche alla dimensione odierna. Insomma pregi e difetti del popolo italiota.

I ricchi, i potenti, gli uomini di successo sono dei farabutti assurti alla loro posizione in maniera fraudolenta, ma da loro non si discostano poi più di tanto i poveri e gli onesti, la cui distanza da pratiche delinquenziali deriva non tanto da moralità quanto da incapacità ed impossibilità di metterle in pratica.

Dall'altro canto la sceneggiatura premonitrice di Age e Scarpelli picchia con maggior veemenza di Berlusconi sui guasti della giustizia a senso unico, amministrata secondo le proprie convinzioni, soprattutto politiche (chi vi ricorda?) non secondo le leggi.

Dino Risi dirige con mano sicura la superba coppia di mattatori messi in gioco. Ugo Tognazzi regala una misurata, lucida e amara interpretazione, mentre Gassman si conferma, una volta di più, uno dei più straordinari attori italiani, pur eccedendo a volte nei toni grotteschi.

SISSIGNORE

Un magnate dell'industria (Gastone Moschin), conosciuto come l'Avvocato (ma guarda un pò la combinazione), guidando come un matto fa una strage provocando la morte di un nutrito gruppo di turisti.

L’autista Oscar (Ugo Tognazzi), per abitudine al servilismo, accetta di prendere in carcere il posto del padrone, che scarica così tutte le colpe sul compiacente poveretto.

Questi, in cambio di un bel pò di quattrini, abbassa la testa e va quindi in galera per tre anni.

Dopo aver così indorato in tutti i modi la prigione all’autista, quando lo scarcerano gli offre, dietro altro congruo assegno, subito una bellissima moglie (Maria Grazia Buccella) e una bellissima casa.

La moglie, però, anche se è moglie vera, sposata in chiesa, è l’amante del padrone e tale rimane, quindi il poveretto ha il divieto, beninteso, di comportarsi da marito.

L’autista esercita al suo fianco solo funzioni di società, rallegrate dal fatto che, adesso, il padrone gli ha dato un alto incarico in una delle sue tante imprese, con tanto di laurea da ingegnere; anche quell’incarico, però, è solo apparente, esattamente come la moglie; gli dà lustro, cioè, ma non gli dà sostanza e, da ultimo, l’espone più o meno allo stesso rischio di una volta, dovendo avallare i raggiri del capo, finchè, dagli e dagli, lo conduce cioè di nuovo in prigione e per un numero anche più cospicuo di anni.

Ma l’ex autista, abituato a dir sempre “sissignore”, non si scompone troppo, va in carcere, dove subisce l'estremo affronto del pescecane: sai che tua moglie aspetta un figlio?

SISSIGNORE è una sconcertante e amara, pur nell’ambito della caricatura, commedia, come si suol dire, di costume, del regista a tempo perso Ugo Tognazzi.

Quel personaggio sempre sottomesso al centro di una storia allegrissima che, nello stesso tempo, è mostruosa e agghiacciante fa parte di un ritratto grottesco e malevolo di un'Italia cinica.

Purtroppo preferendo alleggerire il tutto con la caricatura Tognazzi parte con ambiziosi intenti di satira sociale per ritrovarsi nei paraggi della farsa. Amara.

Da ricordare, a fianco di un Tognazzi sagacemente frustrato, spezzato e succube, Gastone Moschin, nelle quasi totalitarie dimensioni del padrone livellatore e, nel suo affabile paternalismo, duramente spietato.

La moglie, astratta, metà vamp, metà hippy, è l'attrice di ottima presenza Maria Grazia Buccella, tutta amene svenevolezze.

Da notare anche quella che doveva essere (il film è del 1969 nda) una Milano avveniristica e quasi fantascientifica (nei suoi palazzi ultramoderni, con le sue scenografie e i suoi arredamenti quasi pop).

CATTIVI PENSIERI

Milano. L'aeroporto di Linate è chiuso per nebbia e il gelosissimo avvocato Mario Marani (Ugo Tognazzi) è costretto a ritornare, inatteso, a casa perché il suo volo è stato cancellato.

L'affascinante moglie Francesca (Edwige Fenech) dorme beatamente, ma il marito obnubilato dalle (inesistenti) corna, si accorge che nel ripostiglio si nasconde una persona: spuntano due piedi, inequivocabilmente maschili.

Convinto che sia l'amante di Francesca, in un primo momento l'avvocato fa finta di nulla, chiude a chiave il ripostiglio e, la mattina seguente, parte con la dolce metà, apparentemente tranquillo, per una lunga vacanza in giro per l'Italia, con lo scopo di scoprire chi sia l'amante.

Il viaggio è un tormento, dovunque ha incubi osceni: chi sarà mai l'amante della mia disonesta (e conturbante) signora? 

Fa bene l'azzeccagarbugli geloso a rodersi il fegato con sempre più lussuriose allucinazioni? Se ne accorgerà al ritorno.

CATTIVI PENSIERI è un originale quanto sboccata commedia erotica del regista part-time Ugo Tognazzi, una lunga dissertazione sull'adulterio (o volgarmente sulle corna). Inutile dire che il Tognazzi regista è di caratura nettamente inferiore al Tognazzi attore.

Infatti, incredibile a dirsi ma vero: film soporifero, nonostante le nudità fenechiane che assicurano un'alta temperatura erotica.

Il suo pretenzioso film, sceneggiato con Enzo Jannacci e Beppe Viola, è un tentativo di satira dei licenziosi trastulli della buona borghesia, un rifacimento in età avanzata della pellicola IL MAGNIFICO CORNUTO diretto (con altro spessore) da Antonio Pietrangeli molti anni addietro (1964), con la splendida Claudia Cardinale.

Però che spettacolo anche la conturbante Edwige Fenech, così nuda e così bella.

AMICI MIEI ATTO III

Firenze. E' ricoverato a Villa Serena, casa di riposo di lusso, il povero (in tutti i sensi) Mascetti (Ugo Tognazzi), costretto sulla sedia a rotelle da un coccolone.

Ma gli altri tre moschettieri, che gli pagano generosamente la retta, non riescono a star lontano dal compagno in disarmo.

Ed eccoli piombare nella casa di riposo, ma per continuarvi le loro bravate ai danni degli ingenui di turno e della credulità altrui. Per così sentirsi giovani.

Il metodo è solo quello, infallibile.

L'architetto Melandri (Gastone Moschin), l'oste Necchi (renzo Montagnani) e, un pò defilato, il chirurgo Sassaroli (Adolfo Celi) ci danno dentro con foga e un pizzico di sadismo.

Sono passati dieci anni dal primo film, tre dal secondo: lo scarto con gli altri due è netto, i risultati sono deludenti, qua e là deplorevoli, con l'abolizione definitiva del buon gusto.

Forse anche per effetto del passaggio di mano da Mario Monicelli a Nanni Loy, si affloscia di botto (forse come è prevedibile) al terzo atto l'allegro girotondo dei quattro monellacci toscani over sessanta, disposti a tutto per una zingarata.

Nonostante la simpatia dei protagonisti si rimpiange la mancanza (allora venuto a mancare solo nella finzione scenica) di Philippe Noiret e del più ruspante e genuino umorismo dei primi due episodi.

AMICI MIEI

Firenze. Quattro amiconi, vitelloni cinquantenni, il giornalista Perozzi (Philippe Noiret), lo squattrinato conte Mascetti (Ugo Tognazzi), l'architetto Melandri (Gastone Moschin) e l'oste Necchi (Duilio Del Prete) escono malconci da un incidente d'auto.

La loro inguaribile smania di tirare scherzi al prossimo e la voglia di giocare e di non prendere nulla sul serio, nemmeno sé stessi, contagia anche lo stimatissimo chirurgo Sassaroli (Adolfo Celi) e i quattro moschettieri della risata diventano cinque.

Uno per tutti e tutti per uno, alla faccia dei minchioni come l'avido e pauroso Righi (Bernard Blier).

La vita è un gioco, prendiamola sottogamba finchè siamo in tempo. E intanto coltivano l'antico gusto toscano delle burle ora estrose, ora crudeli.

AMICI MIEI è una divertentissima, anche se non sempre raffinata, commedia, venata di misantropia (e di misoginia, in particolare), di Pietro Germi (scomparso prima del ciak. "Un film di Pietro Germi", si legge nei titoli di testa).

Commedia di costume, profondamente amara sotto lo strato di goliardia, che il bravissimo regista Mario Monicelli dota, soprattutto nella 1ª parte, di grinta, scatto e ricchezza di trovate comiche, con le quali non perde di vista la cassetta, nel senso dell'incasso da botteghino.

Qua e là poco attendibile sociologicamente e una premeditata vaghezza nell'ambientazione, ma un ottimo quintetto d'interpreti. Assodata la classe sopraffina di Ugo Tognazzi e Philippe Noiret, onore al merito anche agli altri tre, meno celebri ma non meno bravi, almeno nella circostanza, cinici e allegri compagni di irresistibili burle.

7 milioni di spettatori nella stagione 1975-76.

DOVE VAI IN VACANZA?

Tre episodi.

"Sarò tutta per te".
Il fatuo Carlo (Ugo Tognazzi), dentista cinquantenne sempre in fregola, dopo che l'ultima amica l'ha improvvisamente lasciato, ripiega sull'ancora attraente ex moglie Giuliana (Stefania Sandrelli) che si trova in una villa al mare ed è, purtroppo convertita al femminismo.

Inoltre battaglioni di ospiti impediscono al «macro» baldanzoso di realizzare il suo sogno d’amore; e quando, stufa di venire assediata, la donna si mette nuda e distesa, il poveretto ha un incidente stendhaliano.

Si consolerà al ristorante ordinando tutta la lista.

"Sì Buana".
L'imbranato Arturo (Paolo Villaggio), cacciatore bianco più fasullo che mai, si improvvisa accompagnatore turistico da safari facendosi coinvolgere in un delitto. Fra rutti e scorregge il comico genovese vive la burlesca tragedia di una sorridente biondona (Anna Maria Rizzoli) che uccide un commendatore di Brescia durante la caccia al leone.

"Vacanze intelligenti".
I fruttaroli romani Remo (Albero Sordi) e Augusta (Anna Longhi) si lasciano convincere dai figli snob e ultrasofisticati a una vacanza culturale ed intelligente, con diete ferree e visite alle tombe etrusche.

Finiranno in ospedale dopo una biblica abbuffata, come atto di fede nell'imperitura filosofia della pastasciutta.

DOVE VAI IN VACANZA? è composto da tre racconti per tre registi, nel più classico stile della commedia all'italiana: il primo, di Bolognini, è piuttosto garbato; il secondo di Salce, uno sketch inconsistente e volgarotto.

Il terzo invece, con Sordi autore-attore, plebeo, sanguigno e vitale, raggiunge punte di autentico spasso con la feroce presa in giro degli pseudointellettuali da Biennale.

Più che sulla sceneggiatura i racconti, che hanno come filo conduttore la vacanza del genere italiota, si reggono sul mestiere dei tre protagonisti maschili e delle due coreografiche protagoniste.