Visualizzazione post con etichetta maria grazia buccella. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta maria grazia buccella. Mostra tutti i post

DELITTO IN FORMULA UNO

Monza. Dopo lo schianto all'autodromo nessun dubbio, è stato sabotato il bolide del pilota che guida la classifica del campionato di Formula Uno.

Il più trasandato ispettore della polizia italica, Nico Giraldi (Tomas Milian), afflitto da un cognato fannullone, incaricato dell'indagine, si trova tra i piedi un giudice che non gradisce quei sistemi poco ortodossi e il losco proprietario della scuderia della vittima.

Presto espulso dalla polizia dopo un secondo omicidio, il piedipiatti dai modi bruschi ma dal cervello sopraffino incastrerà il colpevole, senza disdegnare di fare la corte alle gonnelle che incrocia durante le indagini.

DELITTO IN FORMULA UNO è uno sboccato poliziesco all'amatriciana, frequentato da belle donne, zeppo di scanzonato romanesco e di parolacce.

Decimo capitolo e penultima avventura della saga dell'ispettore Nico Giraldi ha un titolo fuorviante: la formula uno è poco più di un pretesto per questa commedia pesudogialla decisamente sbilanciata sul versante umoristico rispetto a quello thriller.

Il film si "appoggia" evidentemente sulle performance comiche affidate ai vari caratteristi  e la trama è un puro pretesto per le imprese clownesche di Tomas Milian, il simpatico "Serpico dei poveri", vestito sempre peggio, armato di cazzottoni e battute sentenza.

Girato un po' al risparmio (basti pensare ai go-kart travestiti da rombanti vetture di formula uno).

Nel cast anche una luccicante Dagmar Lassander.

Seguito da DELITTO AL BLUE GAY che chiuderà la serie.

SISSIGNORE

Un magnate dell'industria (Gastone Moschin), conosciuto come l'Avvocato (ma guarda un pò la combinazione), guidando come un matto fa una strage provocando la morte di un nutrito gruppo di turisti.

L’autista Oscar (Ugo Tognazzi), per abitudine al servilismo, accetta di prendere in carcere il posto del padrone, che scarica così tutte le colpe sul compiacente poveretto.

Questi, in cambio di un bel pò di quattrini, abbassa la testa e va quindi in galera per tre anni.

Dopo aver così indorato in tutti i modi la prigione all’autista, quando lo scarcerano gli offre, dietro altro congruo assegno, subito una bellissima moglie (Maria Grazia Buccella) e una bellissima casa.

La moglie, però, anche se è moglie vera, sposata in chiesa, è l’amante del padrone e tale rimane, quindi il poveretto ha il divieto, beninteso, di comportarsi da marito.

L’autista esercita al suo fianco solo funzioni di società, rallegrate dal fatto che, adesso, il padrone gli ha dato un alto incarico in una delle sue tante imprese, con tanto di laurea da ingegnere; anche quell’incarico, però, è solo apparente, esattamente come la moglie; gli dà lustro, cioè, ma non gli dà sostanza e, da ultimo, l’espone più o meno allo stesso rischio di una volta, dovendo avallare i raggiri del capo, finchè, dagli e dagli, lo conduce cioè di nuovo in prigione e per un numero anche più cospicuo di anni.

Ma l’ex autista, abituato a dir sempre “sissignore”, non si scompone troppo, va in carcere, dove subisce l'estremo affronto del pescecane: sai che tua moglie aspetta un figlio?

SISSIGNORE è una sconcertante e amara, pur nell’ambito della caricatura, commedia, come si suol dire, di costume, del regista a tempo perso Ugo Tognazzi.

Quel personaggio sempre sottomesso al centro di una storia allegrissima che, nello stesso tempo, è mostruosa e agghiacciante fa parte di un ritratto grottesco e malevolo di un'Italia cinica.

Purtroppo preferendo alleggerire il tutto con la caricatura Tognazzi parte con ambiziosi intenti di satira sociale per ritrovarsi nei paraggi della farsa. Amara.

Da ricordare, a fianco di un Tognazzi sagacemente frustrato, spezzato e succube, Gastone Moschin, nelle quasi totalitarie dimensioni del padrone livellatore e, nel suo affabile paternalismo, duramente spietato.

La moglie, astratta, metà vamp, metà hippy, è l'attrice di ottima presenza Maria Grazia Buccella, tutta amene svenevolezze.

Da notare anche quella che doveva essere (il film è del 1969 nda) una Milano avveniristica e quasi fantascientifica (nei suoi palazzi ultramoderni, con le sue scenografie e i suoi arredamenti quasi pop).