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40 GRADI ALL'OMBRA DEL LENZUOLO

Cinque episodi.

LA CAVALLONA. La focosa signora Emilia (Edwige Fenech), di rosso vestita, accetta con sempre maggior turbamento la corte di un insistente spasimante telefonico (Tomas Milian).

L'ATTIMO FUGGENTE. L'infoiato marito Filippo (Alberto Lionello) si traveste da autista con tanto di livrea e luccicante Rolls Royce per ritrovare la passione perduta con la bella moglie Esmeralda (Giovanna Ralli).

LA GUARDIA DEL CORPO. L'asfissiante gorilla Alex (Marty Feldman) si rivela un autentico angelo custode per la capricciosa ereditiera Marina (Dayle Haddon).

I SOLDI IN BOCCA. Lo sfacciato corriere di svalutate lire Salvatore (Enrico Montesano) con un colpo di genio seduce la bionda consorte (Barbara Bouchet) di un danaroso cliente.

UN POSTO TRANQUILLO. Il ragionier Serpetti (Aldo Maccione) salva Marinella (Sydne Rome) dal suicidio ma il suo cane geloso interrompe bruscamente il flirt.

40 GRADI ALL'OMBRA DEL LENZUOLO è una allegra e sexy commedia, ricca di cast ed ambientazioni. Un fritto misto di cinque barzellette piccanti e pruriginose condite con corna, tette e natiche.

Estremamente disuguale al suo interno, come spesso accadeva nei film a episodi che hanno segnato la commedia italiana, in particolare negli Anni Settanta.

Le cinque bellone del cast si spogliano tutte. Il minimo indispensabile la Ralli e la Rome, fortunatamente più generosamente Dayle Haddon, Barbara Bouchet e, soprattutto, Edwige Fenech.

Da segnalare l'inattesa interpretazione di un Tomas Milian irriconoscibile (parrucca ed occhiali a "fondo di bottiglia"), al vertice del trasformismo. Inoltre il suo episodio si avvale di una stupenda Edwige Fenech in reggicalze e tette al vento.

Presente come guest star l'allora in voga Marty Feldman. Lo stralunato attore dagli incredibili bulbi oculari e le mosse meccaniche nel suo episodio ricalca situazioni (e location) dell'analogo episodio sordiano in DI CHE SEGNO SEI?

Il più bravo in questo 40 GRADI ALL'OMBRA DEL LENZUOLO?

Probabilmente il sempre simpatico Enrico Montesano.

IL CINICO, L'INFAME, IL VIOLENTO

Milano. Il ruvido commissario Leonardo Tanzi (Maurizio Merli) si è dimesso sbattendo la porta.

I suoi superiori, che disapprovano i suoi metodi un po' troppo sbrigativo, gli suggeriscono di nascondersi in Svizzera.

Anche per evitare che la banda di Luigi Maletto, meglio noto come il cinese (Tomas Milan), finito dentro per la sua testimonianza, faccia il bis dell'attentato in cui il ruvido piedipiatti è già stato ferito.

Ma questi ha già un suo piano.

Così corre a Roma dove ha saputo che il bandito si è alleato con lo spietato italo-americano Frank Di Maggio (John Saxon), temibile boss del racket delle protezioni.

Ora devo riuscire a mettere l'uno contro l'altro i due delinquenti che si contendono la città.

IL CINICO, L'INFAME, IL VIOLENTO è un violento (probabilmente meno di NAPOLI VIOLENTA nda) ma non certo noioso poliziottesco tutt'azione dello specialista Umberto Lenzi. Sicuramente accettabile al di là dell'appartenenza alla tipica produzione italiana di genere targata anni '70. Malgrado la trama non originalissima.

Il regista sposa la causa, allora di gran moda, dei giustizieri solitari. Cittadini senza macchia e senza paura, puntualmente sommersi di critiche negative dai critici di sinistra e di applausi a scena aperta dal pubblico in sala.

Il povero Maurizio Merli fa diligentemente il suo solito ruolo. La maschera impenetrabile di chi è abituato a non chiedere mai, né alle donne (a letto) né agli (ex) colleghi, spara con la stessa disinvoltura pistolettate e pugni a destra e a manca.

IL CINICO, L'INFAME, IL VIOLENTO può contare inoltre sulla la partecipazione di un ottimo Tomas Milian nei panni del romanissimo delinquente spietato e dal turpiloquio facile. Memorabili i coloriti annunci mortuari che lascia presso la vittima prima di mandarla al Creatore.

John Saxon fa il suo dovere contrattuale, ma nulla più.

Incredibile a dirsi: nemmeno un inseguimento in tutto il film.

LA POLIZIA ACCUSA:IL SERVIZIO SEGRETO UCCIDE

Roma. Il risoluto commissario Giorgio Solmi (Luc Merenda) è certo: c'è sicuramente un filo (nero) che lega le morti apparentemente accidentali di tre ufficiali.

Quindi pancia a terra ad indagare a destra (soprattutto) e a manca. Anche se i suoi metodi sbrigativi non raccolgono l'approvazione del giudice istruttore Michele Mannino (Mel Ferrer): l'avverto commissario, io applico solo la Legge.

Quando bussa alla porta dei servizi segreti, il piedipiatti sembra trovare un supporto nel capitano Mario Sperlì (Tomas Milian): anche noi siamo sulle tracce dell'avvocato Giulio Rienzi, quello che sembra il dominus di tutto.

Le indagini chiariscono sempre di più le idee al coraggioso commissario, tra sparatorie ed inseguimenti, fino a lambire una macchinazione enorme, fino ai massimi livelli.

Trame eversive per destabilizzare la FALSA democrazia e rovesciare lo Stato.

E le sorprese non sono finite.

LA POLIZIA ACCUSA: IL SERVIZIO SEGRETO UCCIDE è un solido e teso poliziottesco a forte connotazione politica (de' sinistra) con cui il regista Sergio Martino sfrutta il momento e mette sotto accusa i (soliti) Servizi Segreti (deviati), lo stragismo di Stato e le collusioni ai più alti livelli: grandi imprenditori, avvocati, ufficiali dell'esercito.

Naturalmente la violenza non manca, accompagnata da qualche caduta, come i golpisti al telefono che ripetono ossessivamente nomi veri e gergali, un killer che deve eliminare tre persone e ne fa fuori solo una (ma permette un inseguimento!), la Polizia in elicottero che attacca un campo di addestramento lanciando granate come se fosse un reparto d'assalto...

Comunque un film che non sfigura al cospetto di altri prodotti similari degli anni '70.

Finale amaro e pessimista.

Da segnalare la pettinatura di Tomas Milian: agghiacciante!!!

DELITTO IN FORMULA UNO

Monza. Dopo lo schianto all'autodromo nessun dubbio, è stato sabotato il bolide del pilota che guida la classifica del campionato di Formula Uno.

Il più trasandato ispettore della polizia italica, Nico Giraldi (Tomas Milian), afflitto da un cognato fannullone, incaricato dell'indagine, si trova tra i piedi un giudice che non gradisce quei sistemi poco ortodossi e il losco proprietario della scuderia della vittima.

Presto espulso dalla polizia dopo un secondo omicidio, il piedipiatti dai modi bruschi ma dal cervello sopraffino incastrerà il colpevole, senza disdegnare di fare la corte alle gonnelle che incrocia durante le indagini.

DELITTO IN FORMULA UNO è uno sboccato poliziesco all'amatriciana, frequentato da belle donne, zeppo di scanzonato romanesco e di parolacce.

Decimo capitolo e penultima avventura della saga dell'ispettore Nico Giraldi ha un titolo fuorviante: la formula uno è poco più di un pretesto per questa commedia pesudogialla decisamente sbilanciata sul versante umoristico rispetto a quello thriller.

Il film si "appoggia" evidentemente sulle performance comiche affidate ai vari caratteristi  e la trama è un puro pretesto per le imprese clownesche di Tomas Milian, il simpatico "Serpico dei poveri", vestito sempre peggio, armato di cazzottoni e battute sentenza.

Girato un po' al risparmio (basti pensare ai go-kart travestiti da rombanti vetture di formula uno).

Nel cast anche una luccicante Dagmar Lassander.

Seguito da DELITTO AL BLUE GAY che chiuderà la serie.

NON SI SEVIZIA UN PAPERINO

Accendura (Lucania). C'è più incredulità che terrore nel paesino sperduto tra i campi allagati dal sole e le montagne, tra cui si stanno insinuando grandi stradi ed enormi viadotti, quando viene trovato il cadavere di un bambino: purtroppo è stato ucciso.

Il primo sospettato a finire nelle mani dei carabinieri è Filippo Barra, un innocuo malato di mente, lo scemo del villaggio, che viene scagionato non appena si verifica un nuovo omicidio.

Nel frattempo, giungono dalla città il cocciuto giornalista della Notte Andrea Martelli (Tomas Milian) e l’avvenente e spregiudicata milanese Patrizia (Barbara Bouchet), ricca figlia di un impresario che ha fatto fortuna al nord, che alloggia nell’unica lussuosa residenza di tutto il paese.

Mentre l'inquieta giovane, ricca, giovane e bella, osservata con sospetto per la sua estraneità alla miseria di quel mondo, cerca d’isolarsi dagli altri, Andrea segue le indagini assieme al Tenente in carica ed al maresciallo che lo affianca, mentre altri mostruosi delitti vengono consumati .

Il giovane, dolce ed attivissimo don Alberto (Marc Porel) invita i ragazzini dell'oratorio a stare in guardia.

Ma là dove il progresso si sta prepotentemente facendo strada rimane in vita la retrograda ed ottusa mentalità di provincia, fatta di superstizioni ed irrazionali credenze.
Infatti gli indigeni guardano con diffidenza una mezza matta, la selvaggia e ispida fattucchiera, la Maciona (Florinda Bolkan), che vive in una grotta con il solitario zio Francesco. E' stata lei!

Accusata dell'assassinio di tre ragazzini confessa, ma non è colpevole.

Troppo tardi. Occhio, è l'ultimo dei sospettabili.

NON SI SEVIZIA UN PAPERINO è un thriller montanaro diretto da Lucio Fulci, che, malgrado si diverta a seminare falsi indirizzi per confondere le idee dello spettatore e compiacersi troppo nel ricorso al raccapricciante, non rinuncia ad ambizioni sociologiche. L'intreccio giallo vero e proprio è chiaramente subordinato alla volontà di creare un quadro sociale particolarmente curato.

Anche la fotografia fa la sua parte. La ripresa della superstrada che si snoda tra le colline ad esempio è uno stupendo messaggio visivo sull'avanzare del progresso in terre desolate.

Davvero ottimo il cast: Milian, lo spigoloso fascino di Florinda Bolkan e la seducente Barbara Bouchet strepitosi (in minigonna addirittura abbagliante). Molto suggestiva l'ambientazione rurale e solare.



Un buon film che non cessa di avvincere lo spettatore.

DELITTO SULL'AUTOSTRADA

Roma. Il commissario Nico Giraldi detto Monnezza (Tomas Milian) si scervella per smascherare la banda specializzata in assalti e saccheggi ai TIR che viaggiano sulle italiche autostrade.

Travestito, senza sforzo alcuno, da camionista entra nel giro per smascherare i complici dell'organizzazione.

Mentre indaga in incognito unisce l'utile al dilettevole, visto che nelle sue peregrinazioni s'imbatte nella sexy camionista/cantante Anna (Viola Valentino).

DELITTO SULL'AUTOSTRADA, l'ennesima avventura di Giraldi (la numero nove per l'esattezza e la statistica) si rivela una storiella striminzita intrisa nel giallo, un poliziesco all'amatriciana che si segnala per l'aggancio con l'attualità e con la cronaca (dell'epoca nda), oltre che per la trivialità (arcinota) del linguaggio (le battute truci non mancano) e la simpatia (arcinota) del cubano italianizzato Tomas Milian.

La seducente Viola Valentino allora era abbastanza nota al grande pubblico (all'epoca in vetta alle hit-parade anche grazie a Sanremo), prima di perdersi per la via.


VIOLA VALENTINO
Il personaggio del povero Bombolo, consacrato definitivamente nel suo ruolo di punching-ball vivente, è lo stranoto Venticello. Superfluo spiegarne i motivi anche ai più giovani cinefili.

Finale familista, con il fedifrago sbirro Giraldi che torna sulla retta via.



SQUADRA ANTITRUFFA

Roma. Per scoprire gli autori di una truf­fa miliardaria ai danni di una consociata dei Loyds, Scotland Yard da Londra invia un compassato ispettore (Da­vid Hemmings), un po' a disagio con il ruspante commissario locale, il poliziotto romano e romanesco Nico Giraldi (Tomas Milian), in flirt con una disinvolta universitaria (Anna Cardi­ni).

Mentre i due poliziotti indagano con sortite in un equivoco night i cadaveri si accumulano: chi ammazzato nel letto, chi affogato nell'acido; il quin­to, addirittura, ucciso con un fucile di precisione mentre arbitra un incontro di tennis.

In pratica i malviventi stanno facendo piazza pulita dei testimoni.

L'illuminazio­ne decisiva al cinema durante la visione di uno spaghetti-we­stern, poi in un viaggio lampo a San Francisco per risalire al capo e mandarlo in galera.

SQUADRA ANTITRUFFA è il terzo episodio delle inchieste affidate al più sguaiato tra i piedipiatti, quel commissario Giraldi, interpretato dallo strafottente Tomas Milian, instancabile inventore di sconcezze in rima, inferiore sia al primo sia al secondo, a causa di alcune banalità, di un "deus ex machina" la cui casualità fa addirittura sorridere.

Di questo poliziesco con la pajata, scritto e diretto da Bruno Corbucci, restano la bravura e la simpatìa di Milian, oltre a molti cari volti.

Tanto per dare un tocco delicato a una storia già di classe, il mitico Bombolo por­ta per la prima volta sullo schermo il personaggio di Venticello.



TRAFFIC

Tre episodi, in un’America che ti fa accapponare la pelle.La droga mina la società alle fondamenta, infiltrandosi a ogni livello.
A Washington il granitico giudice Robert Wakefield (Michael Douglas) impegnato in contatti politici ad altissimo livello, sposato alla dolce moglie Barbara (Amy Irving), è nominato coordinatore federale antidroga dell'Ohio: si accorge solo troppo tardi che il nemico è in casa visto che la figlia adolescente Carolyne è entrata nel tunnel, arrivando a prostituirsi per procurarsi le dosi per bucarsi. Che dolore!

A San Diego, in California, lo stile di vita patinato di una famiglia alto-borghese nasconde una realtà terribile. Proprio lo stimato padrone di casa, Carlos Ayala (Steven Bauer) è il capo del commercio illegale, pronto a eliminare senza pietà chiunque incroci il suo cammino. Finito in manette (incastrato in fase processuale da un testimone eccellente) l'insospettabile e spietato mega importatore di coca sarà l'ignara (in un primo momento) moglie incinta Helena (Catherine Zeta-Jones) a proseguire, con sorprendente senso per gli affari (sporchi), il redditizio lavoro del consorte.

Al di là del confine, in Messico, è lotta all’ultimo sangue tra "cartelli rivali", investigatori corrotti e semplici poliziotti, tra cui i piedipiatti Javier Rodriguez (Benicio Del Toro) e il collega Manolo Sanchez che cercano disperatamente di non farsi travolgere. Un intrigo allucinante, che converge verso un unico punto: la battaglia di poche persone, ancora inspiegabilmente e testardamente oneste, contro la marea montante del Male, tra pressioni e tentazioni.
Ohibò, dirige il gioco il losco generale Salazar (Tomas Milian) in combutta proprio con i cartelli della droga che dovrebbe sgominare.

Eccellente poliziesco, un film di denuncia, del dotato Steven Soderbergh, che intreccia con grande e virtuosistica abilità tre storiacce di droga e dolore.
Soderbergh gira "sporco", con molta camera a mano, come se il film fosse un susseguirsi di servizi di un "tg". Colori che cambiano a seconda dei luoghi (le scene messicane sono riprese in ocra; in blu nel pezzo meno intenso ma più doloroso, quello con MIchael Douglas) improvvise esplosioni di violenza, rari lampi di luce, riuscendo a tenere sempre alta la tensione.

Si avvale della forte presenza scenica di un Benicio del Toro (oscar) capace di esprimere dolore e sicurezza insieme con un semplice movimento delle labbra. La coppia Douglas/Zeta-Jones non conferisce particolare glamour a un film corale.
Quattro Oscar: regia, sceneggiatura, montaggio e, come già detto, Benicio Del Toro.

ASSASSINIO SUL TEVERE

Roma. Manfredo Ruffini, socio della "Famiglia Tiberina", associazione a delinquere composta da insospettabili, è trovato stecchito con un pugnale nella schiena su un barcone lungo il Tevere.

Non ci credo, sibila tra i denti il ruvido maresciallo Nico Giraldi (Tomas Milian), detto Monnezza per i suoi metodi non certo raffinati, più che perplesso quando l’ottuso procuratore della repubblica che si occupa delle indagini fa arrestare il proprietario del barcone su cui il delitto è stato compiuto, l'amico Pinna (Enzo Liberti).

Per l'investigatore non ci sono dubbi, è proprio lui il colpevole.

Il testardo poliziotto non demorde e, benché esautorato dalle indagini, si dà da fare per conto suo, cerca di stanare il vero colpevole, saltabeccando tra la figlia dell'amico Angela (Roberta Manfredi), innamorata del maresciallo e decisa a sposarlo, e la vedova della vittima, Eleonora (Marina Lante della Rovere) e arriva alla verità…

ASSASSINIO SUL TEVERE, diretta come sempre da Bruno Corbucci, è una commedia fracassona, di umorismo grezzo e linguaggio sboccato, la sesta avventura cinematografica del Serpico di Trastevere, lo spregiudicato poliziotto che mette sullo stesso piano sapone, buone maniere e delinquenti: nemici per la pelle.

Sotto le spoglie della detective story si nasconde una commedia popolaresca, con l'aggiunta della proverbiale puzzetta sotto il naso della sofisticata Marina Punturieri, allora Lante della Rovere, bella e charmante (gradevolmente presente anche nella versione tette al vento ma un pò impacciata nelle scene di "azione").

Invece il raffinato personaggio interpretato da Bombolo si chiama Venticello... fate voi.

Seguito da Delitto a Porta Romana.

SQUADRA ANTIMAFIA

Viterbo. Durante una rivolta in carcere viene ucciso, guarda un pò la coincidenza, un prezioso testimone che di lì a pochi giorni avrebbe raccontato tutto nel processo intentato contro il boss italoamericano Gerolamo Giarra (Eli Wallach).

Volendo scoprire l'assassino del prezioso teste, il maresciallo Nico Giraldi (Tomas Milian), che per fabbricarsi una patente di credibili delinquente finge di mettere a segno una rapina, si fa mettere in galera e ne evade.

Con il primo aereo è a New York, dove, grazie all'aiuto del fidato Salvatore Esposito (Enzo Cannavale), è assunto come cameriere nel ristorante preferito del malavitoso. Quindi gli salva la vita in un attentato e riesce ad entrare al servizio del boss.

Ma non è finita perchè dovra sudare sette e più camicie, compreso il passaggio nel raggio della morte, per risolvere il caso.

SQUADRA ANTIMAFIA è l'ennesimo pecoreccio poliziesco alla vaccinara girato con il consueto mestiere dal regista Bruno Corbucci, che si sposta fino in America per seguire le imprese del simpatico Tomas Monnezza Milian, a cui fanno contorno alcuni bravi caratteristi disposti a farsi impunemente svillaneggiare.

Ambientazione quasi completamente americana con Bombolo che finalmente ha l'onore dei titoli di testa, ma a un terzo di film sparisce sostituito da Cannavale, che diverrà la spalla americana di Giraldi.

Eli Wallach sembra abbastanza sprecato e la storia (dopo un buon inizio) in America comincia a girare a vuoto, ingarbugliandosi sempre più.


SQUADRA ANTIFURTO

Roma. Il maresciallo Nico Giraldi (Tomas Milian), abiti casual, modi da scimmione e un trascorso da scippatore, ora che è passato sull'altra sponda (solo nel senso poliziesco, beninteso) si occupa di delinquentelli dediti a furti d'auto o topi d'appartamenti. Basso cabotaggio, insomma.

Tra questi vi è una banda di cui fa parte Tapparella (ladro con spiccato senso d'appartenenza e quindi poco propenso a parlare con la Madama), Zagaja, che come si può intuire dal nome balbetta e i siciliani Rosario e Salvatore Trapanese. 

La scalcinata banda ha la sventura di compiere un furto nella villa di uno statunitense, pestando i piedi nientemeno che a un boss della mafia Usa, il pericolo numero uno Ryan Douglas (Robert Webber).

I ladruncoli sono entrati in possesso di documenti riguardanti un giro di tangenti in cui sono implicate alcune personalità importanti degli Stati Uniti (Affare Zebra Point).

Messosi in contatto con degli emissari del boss per un pericoloso tentativo di ricatto, viene mandato al creatore.

Quando Giraldi si trova davanti al misterioso omicidio di altri due ladri di polli della banda capisce che qualcosa di grosso bolle in pentola.

Niente paura, lo vado a prendere anche a New York.

SQUADRA ANTIFURTO è il secondo prodotto della serie quasi infinita (undici film, tra la serie "Squadra" e "Delitto") dedicata dalla collaudata coppia Bruno Corbucci-Tomas Milian al poliziotto-barbone più maleducato e maleodorante d'Italia.

Personaggio che dà l'occasione a Tomas Milian di esibirsi in tutta la gamma del suo istrionismo: gesti, linguaggio pesante, acrobazie spericolate. Parolacce come se piovesse insomma, con l'aggiunta di qualche bestemmia, tanto per gradire.


Da notare la presenza della vezzosa e molto sensuale Lilli Carati che si esibisce in qualche timido spogliarello in attesa dei più corposi e arditi amplessi che di lì a poco le avrebbero dato una meritata fama da pornostar.

DELITTO AL BLUE GAY

Roma. Al Blue Gay, localino fuori dagli schemi che propone arditi (oggigiorno più consueti) spettacoli di cabaret con protagonisti dei travestiti, viene trovato morto, strangolato, un attore (secondo il quotidiano "La Repubblica" un'attrice. Ma quelli sono affetti da politicamente corretto. Anche contronatura), tale, per la Questura, Livio Sandulli, per tutti i suoi ammiratori semplicemente Nadia.

Il barbuto ispettore Nico Giraldi (Tomas Milian) sospetta della primadonna, tale, per l'Anagrafe, Alfredo Melli, in arte semplicemente Colomba Lamar, sulla cui pista l'ha messo il suo informatore, il malleabile Venticello (Bombolo), disposto anche ad ospitare il poliziotto, in crisi per gli strepiti notturni della neonata.

Infiltratosi nell'ambiente gay romano e bazzicando il locale, la scena dell'omicidio, il piedipiatti simula tanto bene una cotta per l'indiziato, che la gelosissima e sospettosa moglie Angelina (Olimpia Di Nardo) chiede la separazione.

Finchè le indagini lo portano sulle tracce di un ambiguo regista tedesco, in quello che sembra un intrigo internazionale con il coinvolgimento nientemeno che del KGB, il temibile spionaggio sovietico, e la Germania Est

DELITTO AL BLUE GAY è l'ultima avventura di Tomas Milian in divisa, nelle vesti di Nico Giraldi, poliziotto romano dal cuore d'oro e i modi burberi, in un poliziottesco comicarolo-trasteverino, un modesto giallo di borgata, abbastanza sguaiato.

Le parolacce, a raffica, sono intervallate da rumori corporali di ogni tipo, di cui si fa portavoce il povero Bombolo, una carriera spesa a far rumori e a prendere sberle.
Regalando qualche risata.

REVENGE - VENDETTA

Messico. Emotivamente distrutto l’aitante pilota Jay Cochran (Kevin Costner), ennesimo reduce della guerra maledetta del Vietnam, dopo l’ultima missione in jet.

Gettata alle ortiche l’ormai detestata divisa, va a ritemprarsi nella smisurata fazenda di un miliardario e corrotto politicante, l’antico amico Tibey Mendez (Anthony Quinn).

La peppa! Che mogliettina sexy, Miryea (Madeleine Stowe), ha il mio vecchio amico, quasi quasi la provo, tanto più che anch’io le piaccio.

Ma i due impulsivi amanti, travolti dalla passione dei sensi, fanno veramente poco per nascondere il tutto e il marito, vetusto ma non rimbambito, che ha presto sentito odore di corna, li coglie, ahiloro, in flagrante.

Tremenda vendetta e terribile controvendetta.

Robusto e a suo modo avvincente fotoromanzo in carta patinata del regista Tony Scott, ritenuto, a torto, il fratello meno dotato di talento (l’altro è il famoso Ridley).

REVENGE - VENDETTA, girato all'insegna di eros e thanatos, scorre torrido mescolando gli ingredienti, in dosi da elefante, per la verità, di sesso e violenza, orgoglio e tradimento tra un bacio infuocato e una coltellata, un abbraccio focoso e una fucilata, una sana scopat (beep) e un’atroce tortura.

Il bel Kevin Costner, alquanto monoespressivo nella circostanza, prima di ballare con i lupi, si fa tutto un film in primo piano.

All’epoca venne additato come il nuovo Gary Cooper. Il tempo trascorso ci aiuta a dirlo: un paragone da querela.

Stupenda Madeleine Stowe.