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LUC MERENDA, IL POLIZIOTTESCO (STRA)CULT

Luc Merenda. Bello, duro, scorretto. Come gli anni '70, di piombo e di celluloide.

Come i suoi leggendari film poliziotteschi - sparatorie, inseguimenti, belle donne e drammi morbosi.

Luc Merenda, 75 atletici anni, una filmografia lunga 40 titoli e un volto icona.

Del cinema di genere. Il B.A. Film Festival gli ha assegnato il premio alla carriera come "eroe del cinema popolare italiano".

Quando la polizia aveva la Giulia verde, Milano sparava, la città giocava d'azzardo... e le sale cinematografiche erano piene di fumo e di gente.

Altro che filmetti (e infatti oggi li rivalutiamo).

La critica stroncava, il pubblico accorreva. Luc, intanto, partito come fotomodello, diventava star.

Ma non voleva fare il commissario tutta la vita ("Altrimenti sarei entrato in polizia.."), rifutò di fare "Er Monnezza" e non fece mai il salto nel cinema d'autore.

Rimanendo, però, (stra)cult.

LA POLIZIA ACCUSA:IL SERVIZIO SEGRETO UCCIDE

Roma. Il risoluto commissario Giorgio Solmi (Luc Merenda) è certo: c'è sicuramente un filo (nero) che lega le morti apparentemente accidentali di tre ufficiali.

Quindi pancia a terra ad indagare a destra (soprattutto) e a manca. Anche se i suoi metodi sbrigativi non raccolgono l'approvazione del giudice istruttore Michele Mannino (Mel Ferrer): l'avverto commissario, io applico solo la Legge.

Quando bussa alla porta dei servizi segreti, il piedipiatti sembra trovare un supporto nel capitano Mario Sperlì (Tomas Milian): anche noi siamo sulle tracce dell'avvocato Giulio Rienzi, quello che sembra il dominus di tutto.

Le indagini chiariscono sempre di più le idee al coraggioso commissario, tra sparatorie ed inseguimenti, fino a lambire una macchinazione enorme, fino ai massimi livelli.

Trame eversive per destabilizzare la FALSA democrazia e rovesciare lo Stato.

E le sorprese non sono finite.

LA POLIZIA ACCUSA: IL SERVIZIO SEGRETO UCCIDE è un solido e teso poliziottesco a forte connotazione politica (de' sinistra) con cui il regista Sergio Martino sfrutta il momento e mette sotto accusa i (soliti) Servizi Segreti (deviati), lo stragismo di Stato e le collusioni ai più alti livelli: grandi imprenditori, avvocati, ufficiali dell'esercito.

Naturalmente la violenza non manca, accompagnata da qualche caduta, come i golpisti al telefono che ripetono ossessivamente nomi veri e gergali, un killer che deve eliminare tre persone e ne fa fuori solo una (ma permette un inseguimento!), la Polizia in elicottero che attacca un campo di addestramento lanciando granate come se fosse un reparto d'assalto...

Comunque un film che non sfigura al cospetto di altri prodotti similari degli anni '70.

Finale amaro e pessimista.

Da segnalare la pettinatura di Tomas Milian: agghiacciante!!!

SUPERFANTOZZI

Diciotto episodi. Riecco il derelitto Fantozzi (Paolo Villaggio) affiancato dai soliti noti, la remissiva ed amorevole moglie Pina (Liù Bosisio), la mostruosa figlia Mariangela (Plinio Fernando) e l’anocr più imbranato collega Filini (Gigi Reder).

Di volta in volta è un tremebondo Adamo con un sosia più sveglio nel Paradiso terrestre, un pusillanime cacciatore di cristiani alle crociate, un goffo cavaliere da torneo, un ridicolo tirapiedi di Robin Hood, un crociato che ha perduto la chiave della cintura di castità della sua bella, un rivoluzionari francese attaccabrighe, uno spettatore ucciso dal treno dei Fratelli Lumière, un soldatino spaurito nella Grande Guerra, un accanito tifoso di calcio e via sceneggiando, passando anche per la Breccia di Porta Pia.

Con SUPERFANTOZZI  il nostro amato Fantozzi si ritrova a percorrere tutte le fasi della storia nell’ordine cronologico canonico, dalla preistoria al futuro. Una tragicomica cavalcata dalla creazione ad oggi.

Tra tutte vale la pena ricordare quella del resuscitato Lazzaro e la Rivoluzione francese.

Il solito Fantozzi calpestato e offeso da tutti i capetti della Storia, per di più perseguitato da una sbalorditiva sfortuna nera.

L’eterno perdente, un malmenato indistruttibile: una figura che Paolo Villaggio ha trasformato in un tormentone dello schermo.

Una buona variazione sul tema fantozziano con l’avallo del regista Neri Parenti e della inseparabile compagnia.

CATTIVI PENSIERI

Milano. L'aeroporto di Linate è chiuso per nebbia e il gelosissimo avvocato Mario Marani (Ugo Tognazzi) è costretto a ritornare, inatteso, a casa perché il suo volo è stato cancellato.

L'affascinante moglie Francesca (Edwige Fenech) dorme beatamente, ma il marito obnubilato dalle (inesistenti) corna, si accorge che nel ripostiglio si nasconde una persona: spuntano due piedi, inequivocabilmente maschili.

Convinto che sia l'amante di Francesca, in un primo momento l'avvocato fa finta di nulla, chiude a chiave il ripostiglio e, la mattina seguente, parte con la dolce metà, apparentemente tranquillo, per una lunga vacanza in giro per l'Italia, con lo scopo di scoprire chi sia l'amante.

Il viaggio è un tormento, dovunque ha incubi osceni: chi sarà mai l'amante della mia disonesta (e conturbante) signora? 

Fa bene l'azzeccagarbugli geloso a rodersi il fegato con sempre più lussuriose allucinazioni? Se ne accorgerà al ritorno.

CATTIVI PENSIERI è un originale quanto sboccata commedia erotica del regista part-time Ugo Tognazzi, una lunga dissertazione sull'adulterio (o volgarmente sulle corna). Inutile dire che il Tognazzi regista è di caratura nettamente inferiore al Tognazzi attore.

Infatti, incredibile a dirsi ma vero: film soporifero, nonostante le nudità fenechiane che assicurano un'alta temperatura erotica.

Il suo pretenzioso film, sceneggiato con Enzo Jannacci e Beppe Viola, è un tentativo di satira dei licenziosi trastulli della buona borghesia, un rifacimento in età avanzata della pellicola IL MAGNIFICO CORNUTO diretto (con altro spessore) da Antonio Pietrangeli molti anni addietro (1964), con la splendida Claudia Cardinale.

Però che spettacolo anche la conturbante Edwige Fenech, così nuda e così bella.