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SUPERFANTOZZI

Diciotto episodi. Riecco il derelitto Fantozzi (Paolo Villaggio) affiancato dai soliti noti, la remissiva ed amorevole moglie Pina (Liù Bosisio), la mostruosa figlia Mariangela (Plinio Fernando) e l’anocr più imbranato collega Filini (Gigi Reder).

Di volta in volta è un tremebondo Adamo con un sosia più sveglio nel Paradiso terrestre, un pusillanime cacciatore di cristiani alle crociate, un goffo cavaliere da torneo, un ridicolo tirapiedi di Robin Hood, un crociato che ha perduto la chiave della cintura di castità della sua bella, un rivoluzionari francese attaccabrighe, uno spettatore ucciso dal treno dei Fratelli Lumière, un soldatino spaurito nella Grande Guerra, un accanito tifoso di calcio e via sceneggiando, passando anche per la Breccia di Porta Pia.

Con SUPERFANTOZZI  il nostro amato Fantozzi si ritrova a percorrere tutte le fasi della storia nell’ordine cronologico canonico, dalla preistoria al futuro. Una tragicomica cavalcata dalla creazione ad oggi.

Tra tutte vale la pena ricordare quella del resuscitato Lazzaro e la Rivoluzione francese.

Il solito Fantozzi calpestato e offeso da tutti i capetti della Storia, per di più perseguitato da una sbalorditiva sfortuna nera.

L’eterno perdente, un malmenato indistruttibile: una figura che Paolo Villaggio ha trasformato in un tormentone dello schermo.

Una buona variazione sul tema fantozziano con l’avallo del regista Neri Parenti e della inseparabile compagnia.

FRACCHIA LA BELVA UMANA

Roma. Giandomenico Fracchia (Paolo Villaggio) riesce ad invitare a cena la signorina Silvani (Anna Mazzamauro), ma un commissario zelante (Lino Banfi) gli manda di traverso la serata con un mandato di cattura.

Solo in questura l'equivoco è chiarito: il malcapitato è il sosia perfetto di un pericoloso bandito, il sanguinario criminale noto come "la belva umana", ricercato da tutte le polizie.

Troppo tardi.

In FRACCHIA LA BELVA UMANA, prendendo spunto da un famoso noir del 1946 (Tutta la città ne parla, con Edward G. Robinson), Paolo Villaggio mette temporaneamente da parte l'eterno sfortunato Fantozzi per vestire i panni, ugualmente dimessi, dell'alter ego televisivo (nella televisione in b/n di fine Anni '60 nda) Giandomenico Fracchia e del suo sosia.

Inutile dire che trovare qualche differenza tra i due personaggi è alquanto difficile.

La riuscita di questa pochade poliziesco-comica è diseguale ma ha momenti strepitosi e indimenticabili, grazie per la verità più a un Lino Banfi letteralmente scatenato nel ruolo del confusionario (e tutt'altro che "ricchione") commissario Auricchio che al doppio Villaggio.



I "volatili per diabetici" entrano di diritto alla Crusca, il lasciapassare e "Benvenuti a 'sti frocioni" nella storia.

Ci si diverte abbastanza in questo cultone della commedia anni 80.

AMICI MIEI...COME TUTTO EBBE INIZIO

Firenze, 1487. Nella città "magnifica" di Lorenzo De' Medici, cinque amici, di diversa estrazione sociale, passano il tempo inventando scherzi sempre più pesanti, passando con disinvoltura dall'ozio alla bischerata.

Irresponsabili e impenitenti, si ritrovano periodicamente per esorcizzare un domani di cui non v'è certezza, perché la peste è alle porte e il Savonarola è in città a predicare l'Apocalisse e a infliggere castighi, in una tirannia spirituale ed integralista.

Sono Duccio (Michele Placido), consigliere svogliato, Cecco (Giorgio Panariello), oste sfaticato che trova sempre il modo di far lavorare la moglie, Jacopo (Paolo Hendel), medico che scopre di preferire gli uomini, Manfredo (Massimo Ghini) , nullafacente con esagerata prole, e Filippo (Christian De Sica), nobile signore becco e infedele.

Dopo aver turbato le sorelle del convento con un nano 'infante' e superdotato e aver crudelmente raggirato il legnaiolo Alderighi (Massimo Ceccherini), sottraendogli la focosa consorte e scambiandogli la vita, decidono per troppa noia di prendersi gioco di uno di loro, condannandolo loro malgrado 'a capitolare'.

AMICI MIEI...COME TUTTO EBBE INIZIO  si proponeva (in maniera pretenziosa) di essere il prequel di una delle saghe più innovative, ciniche, intelligenti ed aggressive mai prodotte sul nostro grande schermo. Missione fallita.

Invece vi troverete davanti un cinepanettone, un qualsiasi piatto e flebile Natale a vattelapesca con un grande difetto: si ride poco, quasi per nulla!!!

Lasciando perdere i paragoni offensivi con gli Amici Miei di Germi (il progetto originale era suo), Monicelli e Loy), manca lo spessore di trama e zingarate e ci ritroviamo una serie ridicola di scherzi e beffe assolutamente fini a se stesse, senza strappare risate, talmente banali e prevedibili sono le stesse.

Forse la cosa migliore di questo film sono i costumi.

LE COMICHE 2


Usciti da un manifesto cinematografico, due poveri guitti (Renato Pozzetto e Paolo Villaggio) si precipitano in modo rovinoso nel mondo attuale.

Infermieri provvisori su un'autombulanza imbarellano un ferito, aggravandone la malferma salute.

Trasformatisi in metronotte alla Standa, piantonano con drammatica inettitudine il grande magazzino.

Imbarcati sul volo Pisa-Francoforte in divisa da hostess, si improvvisano piloti, così maldestri da atterrare a Casablanca e arruolarsi nella legione straniera.

I danni provocati nel deserto alle tribù del posto non sono inferiori alle precedenti situazioni, finchè il carosello termina in casa di uno sfortunato giudice nella cui casa si sono introdotti vestiti da Babbi Natale.

Nelle COMICHE 2, con l'identico impianto del precedente, sorprendentemente campione d'incassi, la coppia milano-genovese si presenta in questo tristanzuolo seguito con il solito cliche ripetitivo fatto di gag, viste, riviste e desolatamente prive di humor.

Le idee latitano e si cerca di strappare la risata con trovate veramente carenti, tra il parademenziale e il volgaruccio, dalla solita cadenza vertiginosa.

Lo sconsiglio caldamente.

SOGNI MOSTRUOSAMENTE PROIBITI

Roma. Il timido Paolo Coniglio (Paolo Villaggio), disegnatore di fumetti, ha ideato una nuova eroina: Dalia (Janet Agren), un'affascinante fanciulla al centro di strabilianti avventure.

Innamorato cotto dopo 476 puntate e aver sognato di esserle mostruosamente fedele come Parsifal, Superman o Tarzan, un giorno in un supermercato, Dalia si materializza e invita l'omino a salvarla da due loschi figuri intenzionati ad impadonirsi di un prezioso microfilm.

SOGNI MOSTRUOSAMENTE PROIBITI di Neri Parenti è una scontatissima e sghangherata favola giallorosa tagliata alla carlona e cucita in fretta.

Abbastanza spiritosa nella prima parte, via via perde mordente, pur con gag e tormentoni che funzionano.

Paolo Villaggio, anche se non si fa chiamare Fantozzi, era ormai schiavo del suo personaggio simbolico, procedendo a cazzotti e figuracce.

Janet Agren, deliziosa, non prova nemmeno a recitare.




Cameo di sei minuti per il mitico Mike Bongiorno dei bei tempi.

NATALE A NEW YORK

Due episodi incrociati nella tentacolare New York durante le vacanze di Natale. Il romano Lillo (Christian De Sica), ex pianista di piano bar, ha sposato la ricchissima Milena (Fiorenza Marchegiani) che lo  ha legato con un contratto matrimoniale che alla prima infedeltà lo rigetterebbe sul lastrico.

Ritrova però un giorno l'antica fiamma Barbara (Sabrina Ferilli), molto 'ruspante', a sua volta legata con un contratto analogo a un facoltoso medico, Claudio (Massimo Ghini),  che cerca, inutilmente, di renderla più raffinata. Il di lei consorte è, guarda caso, l'amante della figlia di Lillo, Elisabetta (Elisabetta Canalis).

Da Milano il giovane chirurgo Filippo (Fabio De Luigi) è stato spedito dal superiore, il prepotente e tirannico dottor Benci (Claudio Bisio), a recapitare un prezioso regalo al figlio Francesco (Francesco Mandelli) che studia in un prestigioso college col cugino Paolo (Paolo Ruffini).

NATALE A NEW YORK è una commedia farsesca dello specialista Neri Parenti che serviva il tradizionale cinepanettone (questo è del 2006 nda) in una doppia storia ad incastri molto telefonata.

La formula è fissa: una località turistica ambita, un eterogeneo gruppo di attori popolari e qualche bella ragazza che, riuniti dal caso, danno vita a episodi comici a volte intrecciati fra loro, a volte no.

Cercando di individuare tipologie di attori che accontentino Nord, Centro e Sud come ricetta di cinepanettone esige.

Christian De Sica, qui per la prima volta orfano di Massimo Boldi, è sufficientemente assecondato da Massimo Ghini, mentre Sabrina Ferilli vince la gara di curve contro la più giovane Elisabetta Canalis, rigida come uno stoccafisso.

Purtroppo, nella gara di beltà, non si spogliano.

NATALE A RIO

Due episodi, a Rio de Janeiro. Esulta il timido giornalista, innamorato in incognito, di Sky Fabio Speranza (Fabio De Luigi) illudendosi che finalmente la bionda collega Linda Vita (Michelle Hunziker) si sia accorta di lui.

Invece la mail spedita dalla ragazza era diretta al fidanzato segreto, il caporedattore Gianni Corsi (Paolo Conticini).

Decidono di partire insieme per il Brasile, all'insaputa di tutti, due stagionati amici per caso, entrambi divorziati, molto diversi tra loro, il palazzinaro Paolo Berni (Christian De Sica) e il distinto professore di etica Mario Patani (Massimo Ghini).

Che disastro, anche i rispettivi figli, Piero e Marco, hanno scelto l'identica destinazione, all'insaputa dei genitori, che li credono in vacanza a Madrid.

E non è finita perché nella città del Pan di zucchero, vedi caso, si trovano anche le ex mogli dei due che si sono incontrate nella clinica in cui si sono fatte rifare il seno facendo invece sapere ai familiari di essere altrove.

NATALE A RIO è una divertente, pur se risaputa, commedia degli equivoci, il cinepanettone natalizio numero venticinque (il primo fu messo in forno per la prima volta dai fratelli Vanzina nel lontano 1983).

Il gioco degli scambi sembra funzionare in tutti e due i siparietti, ma quello interpretato dalla affiatatissima coppia De Sica-Ghini sembra il più divertente.

La volgarità non è bandita ma è collocata al punto giusto in modo da consentire ai due componenti della coppia suddetta di gigioneggiare (Christian) e di lavorare di understatement (Massimo).
Le due storielle sono tese a soddisfare ogni tipo di pubblico (adolescenti, trenta-quarantenni e maturi).

Intendiamoci: pur sempre di cinema di evasione si tratta. Senza troppe pretese ma anche senza bassezze e nudità a tutti i costi.

NATALE IN SUDAFRICA

Sudafrica. Carlo (Christian De Sica), in vacanza con la seconda moglie Susanna (Barbara Tabita) incontra il fratello coltello Giorgio (Max Tortora) che in passato lo ha truffato e gli ha portato via oltre che le sostanze anche la moglie Marta (Serena Autieri).

Ora però è Giorgio a trovarsi sul lastrico mentre Carlo si è arricchito. O almeno così crede perché è nuovamente vittima di una truffa e si trova senza un euro.

Decide allora di restituire il "favore" al fratello con un grosso imbroglio.

Massimo Rischio (Massimo Ghini) e Tagliabue, detto Bue (Giorgio Panariello), l'uno chirurgo e l'altro macellaio si trovano in Sudafrica con i loro figli Laura e Vitellozzo che hanno una storia d'amore. I due padri, improbabili cacciatori di safari, si incendiano per la bella entomologa Angela (Belén Rodriguez), la quale è alla ricerca della Farfalla del Paradiso.

Dopo aver cercato inutilmente di sedurla i due correranno diversi rischi per aiutarla a trovare il lepidottero.

Una noia mortale. E' veramente  difficile arrivare alla fine della visione di questo NATALE IN SUDAFRICA della premiatissima ditta De Laurentiis

natale in sudafricaAmmesso che ce ne siano stati di buoni, questo rappresenta infatti uno dei punti più bassi dell'infinita "saga" dei cinepanettoni. Il prodotto è chiaramente in fase calante (e gli incassi, in evidente flessione all'uscita in sala sono lì a dimostrarlo).

Il film è la solita pochade di bassissimo livello a comicità quasi zero che per strappare la risata è costretta a ricorrere ad "effetti di basso ventre" giocando, quasi ossessivamente, su un solo orefizio, mentre ci si potrebbe sforzare di inventarsi qualcosa di nuovo per sfruttare il buon potenziale degli attori impiegati.

Certo Belén è bellissima quasi nuda e recita quasi in una sola posizione (inclinata in avanti...), ma Laura Esquivel e il suo Mondo di Patty non funzionano per niente. Ci sono poi altre belle donne e bravi attori che, pensando al conto in banca, appendono le loro doti alle precarie grucce di una sceneggiatura buttata lì dall'elevato tasso di volgarità (con tanto di aggiornamento di bunga-bunga).

I POMPIERI

Roma. Non c’è che dire è proprio scalcinata la pattuglia numero 17 dei pompieri, variamente assortita.

Il caposquadra Bigotti (Andrea Roncato), gli allievi Traversi (Ricky Tognazzi) e Spina (Christian De Sica) e i richiamati in servizio attivo Casalotti (Paolo Villaggio) e Ruoppolo (Lino Banfi) non hanno molto da fare, e lo fanno male.

Combinandone di tutti i colori sotto l’ossessivo pedinamento del reporter di una Tv privata, Mark Pirovano (Massimo Boldi).

Ma l’occasione buona per ottenere una decorazione non tarderà ad arrivare.

I POMPIERI è una farsa paramilitare che si aggrappava al filone demenziale delle Scuole di Polizia made in Usa, affidata a una mezza dozzina di comici che non hanno più l’età per la caserma, una specie di all-star della commedia italiana anni ’80 diretti da Neri Parenti.

Effetti speciali poveri, una scrittura piuttosto banale, qualche personaggio anche evitabile (Tognazzi in primis, ma anche Villaggio che ripropone il solito copione fantozziano), gag non troppo esilaranti.

Il migliore è De Sica, sufficientemente divertente soprattutto nelle scene in cui duetta con l’amante filippina.

Inoltre (pur con la presenza dell’allora pornostar Moana Pozzi) per far ridere non si ricorre a nudi esasperati o a volgarità di bassa leva.

Forse non è poco.

NATALE A BEVERLY HILLS

Due episodi incrociati a Los Angeles. La sbigottita Cristina (Sabrina Ferilli) incontra il suo antico corteggiatore Carlo (Christian De Sica), che l'aveva abbandonata molti anni or sono incinta.

Giunto in città con una compagna in sedia a rotelle più vecchia di lui che lo manteneva, se l'è vista soffiare da un nuovo arrivato e si  è ritrovato senza un soldo.

E'  il nuovo compagno della signora, il cui figlio ha ormai sedici anni e si chiama Lele, il marchese Aliprando Perillo della Fregna (Massimo Ghini), a insistere per ospitare il farfallone, creduto il fratello missionario in Angola.


Alla festa di addio al nubilato, la bionda Serena (Michelle Hunziker) beve troppo e si ritrova nel letto dello sfigato Rocco (Gianmarco Tognazzi), amico d'infanzia del suo imminente marito Marcello (Alessandro Gassman) che a Beverly Hills  possiede un ristorante.

Commedia fragilissima e sboccata, anche il 26° film di Natale (cinepanettone 2009, per la statistica) della coppia De Laurentiis-De Sica, Natale a Beverly Hills, diretto da Neri Parenti, è un trionfo di volgarità, doppi sensi e battutacce pecorecce, calci nelle palle, vecchie ridicolizzate per i loro appetiti sessuali, peti e gettate di cacca in faccia.

Malgrado sia arrivato sugli schermi come‘film di Natale', questa volta stranamente di ‘natalizio' non c'è proprio nulla tranne qualche addobbo posticcio e una bella ragazza che passa vestita da babbo natale.

L'unica cosa fatta con cura sono gli spot subliminali (marchi in bella evidenza a raffica).

LE COMICHE

Due guitti (Paolo Villaggio e Renato Pozzetto), usciti dallo schermo mentre va una vecchia comica, diventano restauratori di una chiesa, benzinai con licenza di distruggere, piazzisti di elettrodomestici, sguatteri d’albergo, agenti di pompe funebri, vacanzieri da spiaggia e sfortunati sosia di un tandem mafioso, facendo sempre danni.

 LE COMICHE è una sciocca e semidivertente commedia farsesca, con l’inedita coppia Villaggio-Pozzetto diretta da Neri Parenti, che va su e giù per l’Italia (da Anzio all’Alto Adige) a velocità supersonica.

Rendendo omaggio e ispirandosi agli anni venti e trenta del secolo scorso, al cinema muto, anche se più a Ridolini e al primo Charlot che a Stanlio e Ollio (insomma gravosi ed impegnativi riferimenti).

Cercando un’atmosfera da cinema d’antan, LE COMICHE, prova con un canovaccio singolare, a ricreare certe situazioni che dovrebbero suscitare la risata, con una comicità di tipo fisico (cadute, botte, incidenti) e ai disastri da cinema muto, che però, a mio parere, risultano troppo infantili e penso quindi che (anche se involontariamente) possa far ridere solo i bambini.

Sotto al metro d’altezza.

Al botteghino andò benissimo, su questo non si discute.

SCUOLA DI LADRI. PARTE SECONDA

Quando escono uno dal manicomio criminale e l'altro dalla prigione i due cugini, Dalmazio (Paolo Villaggio) ed Egisto (Massimo Boldi), ladri falliti dal cuore buono e dalla mente tarda, trovano ad attenderli il solito cinico zio (Enrico Maria Salerno), che stavolta si finge cieco, organizzatore dei colpi precedenti.

Con ammirevole ostinazione i due si rimettono in pista appena usciti, con lo zio che li guida alla realizzazione di colpi clamorosi.

Il primo, da trecento milioni, su un treno; il secondo, da trenta miliardi, su una nave da crociera.

Ma questa volta i due si sono fatti furbi...

SCUOLA DI LADRI - PARTE SECONDA è una commedia farsesca seguito del già non memorabile SCUOLA DI LADRI.

Rispetto al primo episodio c'è comunque un grosso passo avanti clamoroso: c'è la bellissima Florence Guèrin, in un paio di scene la cui visione tutti i sani eteri non possono che apprezzare. 

Per il resto troppo usurato Villaggio costretto alla milionesima fantozzata con imbarazzanti riciclaggi di scene, troppo solo Boldi per reggere il peso di un film comico dove Salerno ci mette il mestiere, la suddetta maliziosa Guèrin il fisico (mostrato spesso, per sopperire ai gravi limiti del film) e Neri Parenti ci mette la confezione, con qualche svolazzo eighties di colonna sonora.

FRATELLI D'ITALIA

Tre episodi il cui filo conduttore è un'automobile a noleggio che passa nelle mani di tre conducenti diversi, ognuno impegnato nell’immancabile disavventura.

Il borgataro e mitomane romano Cesare (Christian De Sica), commesso in un negozio di scarpe, si fa credere Christian, figlio del mega industriale Gardini, sale a bordo di uno yacht per vip e prova a spupazzarsi una raffinata biondina (Nathalie Caldonazzo).

Il voglioso e vantone pubblicitario veronese (Jerry Calà) scommette con gli amici del bar che riuscirà a conquistare la ben tornita moglie (Sabrina Salerno) del principale, il re del pandoro Sauli (Gian).

Lo sfegatato tifoso milanista Carlo Verdone (Massimo Boldi), in viaggio verso l'Olimpico per la partitissima Roma-Milan, dà un avventato passaggio a due ultrà giallorossi (Maurizio Mattioli e Angelo Bernabucci), romanisti e romani della peggior razza, brutti, sporchi e cattivi.


La commedia italiana degli anni '80 al suo livello più basso in questa sciapa trilogia paracomica con tre barzellette malamente legate dalla stessa incolpevole auto di cui, diretta da un Neri Parenti ancora lontano dai fasti commerciali delle serie natalizie. Va da sè che la trama (per così dire) non sia il massimo: il film sfrutta tutti i luoghi comuni del maschio italico: l'amante, le corna, il tifo calcistico e chi più ne ha......

La storiella più divertente è quella con Massimo Boldi, la più scema (e tirata in lungo) quella di Jerry Calà, che in compenso mette in mostra le migliori doti, non propriamente artistiche, dell'esuberante Sabrina Salerno, mentre De Sica, da solo, cerca di dare un senso all'episodio che lo vede protagonista come finto figlio di Gardini.



Può infatti sbizzarrirsi con la sua macchietta preferita (il giovane riccone snob con parlata da pugni in faccia).

FANTOZZI SUBISCE ANCORA

Il troppo mite e perennemente succube Fantozzi rag. Ugo (Paolo Villaggio) è l'unico impiegato di concetto presente all'ispezione del severissimo direttore (Ugo Bologna) della megaditta.
Eppure correndo per le scale, cambiando parrucca e muovendo una serie di marchingegni meccanici, riesce a far credere al superiore che tutti gli sfrontati assenteisti, degni di un ufficio pubblico italiota, siano al lavoro.

Dopo che una movimentata riunione di condominio gli semidistrugge l'appartamento, riceve una notizia catastrofica: la mostruosa figlia Mariangela (Plinio Fernando), sedotta e abbandonata, è incinta.

Neanche il tempo di riprendersi ed eccolo costretto a partecipare alle massacranti olimpiadi aziendali, a metà strada tra lo sport e la fossa dei leoni. Che figuraccia, proprio davanti agli occhi dell'ambitissima signorina Silvani (Anna Mazzamauro).

Altre umilianti imprese del travet più sfigato del pianeta, che al 4° capitolo delle disavventure fantozziane, comincia ad avere il fiato corto, malgrado il frenetico prodigarsi del superlativo Paolo Villaggio e un primo quarto d'ora (le divertenti disavventure in ufficio) da cineteca.

Da dimenticare il tracollo nel patetico e malriuscito tentativo di satira politica.

Seguito da SUPERFANTOZZI.

INFELICI E CONTENTI

Milano, Ferragosto. Il placido bancario Aldo (Renato Pozzetto), ex campione di pallanuoto, dalla sedia a rotelle su cui è costretto, vittima di un incidente d'auto, convince la paziente ed amorevole moglie Alessandra (Marina Suma) a farsi una settimana di vacanza.

Non preoccuparti, mi va benone questa casa di cura. Ma la stanza è occupata dal cieco erotomane Vittorio (Ezio Greggio), truffatore con cellulare, una specie di vù cumprà borghese, che coinvolge il fresco compare in una spedizione sulla Riviera Ligure (Sanremo, per la precisione).

Subito derubati da due (ra)gazze svelte di mano, i due compari cercano fortuna al casinò con il milione prestatogli dal riccone che tre anni prima provocò l'incidente ad Aldo.

Il denaro, come già detto prima e meglio da mille altri autori, non fa la felicità.

Commediaccia italiota piatta, volgare, prevedibile, sceneggiata da Rodolfo Sonego, l’ex cinico sceneggiatore di Sordi, per bisogni alimentari, e diretta dal (cinematograficamente ) fantozziano Neri Parenti, INFELICI E CONTENTI sembra un remake alla padana di "Non guardarmi non ti sento" con Pryor e Wilder mixato a "Una botta di vita" con Alberto Sordi e Blier.

Nulla da salvare, eccetto i simpatici protagonisti: l’andatura è stonata, spesso imbarazzante, in attesa del colpo di humour che non arriva (le battute fanno arrossire per la vergogna).

E il cattivo gusto incombe con i pesanti giochi di parole sugli handicappati, doppiamente avvilenti.

Come "Anni 90" anche "Infelici e contenti" ha le sue pubblicita', ma non dichiarate: alberghi, luogo di turismo, orologi, commissariati.

Pozzetto è al minimo dei giri, professionalmente parlando, non dice neppure "la madooonna", e Greggio è un simpatico battutaro televisivo.

Troppo poco per fare una coppia e tanto meno un film. Decente.

PAPPA E CICCIA

Due episodi.

Il senzalavoro meridionale Carmelo (Lino Banfi) è emigrato in Svizzera in cerca di fortuna. Ha trovato solo un modestissimo posto da imbianchino, ma ai parenti rimasti a casa scrive di essere diventato un pezzo grosso della finanza, ricchissimo grazie ad azzeccate speculazioni in Borsa.

Il problema si pone quando gli capita in casa la vistosa nipote Rosina (Milly Carlucci) così continua a fingersi ricco per non deludere la nipote che viene a trovarlo dal paese originario.

Ma dopo mille disavventure, accade il miracolo: diventa ricco veramente.

Un modesto e maldestro impiegato (Paolo Villaggio) martellato dalla pubblicità si iscrive a un viaggio tutto compreso per vivere la straordinaria avventura di una vacanza in Kenya.

Il problema è che il villaggio turistico è organizzato quasi come un lager, dove i poveri turisti vengono obbligati da una prorompente hostess (sempre Milly Carlucci) a massacranti vacanze intelligenti.

Vacanza dalla quale salva a stento la pelle.

PAPPA E CICCIA è una commediola abbastanza sciapa (ma non proprio inguardabile) divisa in due siparietti e diretta dal regista Neri Parenti, con l'unico filo conduttore della presenza della bellissima e scosciata Milly Carlucci, fisicamente in formissima.

Lino Banfi è sicuramente più simpatico nel suo inimitabile pugliese rispetto a Paolo Villaggio che mette in scena un FANTOZZI  in fotocopia, stavolta travestito da turista pirla.

Forse da salvare la scena del volo "ciarter".